Quando Milano era un cantiere di beneficenza

Nei secoli passati la benificenza a Milano era assai più diffusa di quanto non lo sia oggi. Le iniziative a sostegno dei malati, degli infermi, degli anziani, delle ragazze povere, furono intraprese da  istituzioni assistenziali che agivano con il sostegno del potere pubblico, della chiesa ambrosiana e delle famiglie nobili milanesi.

Sotto il Regno d’Italia napoleonico tali iniziative ricevettero largo impulso ad opera del governo. Si trattava di una forma di “carità sociale”  assai vicina a quella in vigore nei territori europei governati dalla casa d’Austria nella seconda metà del Settecento. Una carità autenticamente produttiva perché, se assegnava allo Stato il dovere di assistere i sudditi  bisognosi, imponeva  a questi ultimi il dovere di rendersi utili alla società migliorando se possibile la loro condizione.

Nello Stato italico, di cui Milano fu capitale dal 1802 al 1814, il divieto della mendicità, l’introduzione di case d’industria per i poveri vagabondi e di case di ricovero per i poveri invalidi erano atti che derivavano da questa peculiare concezione di “carità sociale”, figlia del più genuinoWohlfahrtsstaat germanico. In fondo, sotto il profilo amministrativo, il regime napoleonico costituì il perfezionamento dello Stato asburgico introdotto in Lombardia da Giuseppe II d’Austria.
  
I decreti napoleonici del 5 settembre e del 21 dicembre 1807 istituirono congregazioni di carità i cui membri, nominati dal viceré Eugenio Beauharnais, esercitavano un’attività tesa alla promozione dell’assistenza nei confronti delle classi disagiate. Si trattava in fondo di una forma di welfare a metà strada tra il privato e il pubblico: se le risorse erano garantite grazie alle donazioni delle famiglie abbienti, il controllo sull’utilizzo di quei fondi era competenza del ministero dell’interno che operava mediante appositi ispettori. In realtà, le opere a sostegno dei più bisognosi furono realizzate grazie all’impegno dei milanesi, in particolar modo della classe dirigente appartenente per lo più alla nobiltà cittadina.

A Milano la congregazione, presieduta dal prefetto, era composta di 15 membri nominati dal viceré tra i possidenti, i commercianti o gli uomini di legge. La congregazione di carità, la cui sede si trovava nei locali dell’Ospedale Maggiore (oggi Università degli Studi di Milano) era articolata in tre sezioni: la prima rivolta agli ospedali, la seconda ad altre strutture di ricovero, la terza agli enti elemosinieri e ai monti di pietà.

Il canonico Mantovani, sotto il giorno 1 ottobre 1807, annotava nel suo Diario politico ecclesiastico alcune notizie significative che riguardavano i provvedimenti intrapresi dal governo e dalla società civile a sostegno della pubblica assistenza.

1 ottobre 1807.

“Con decreto del Viceré [Eugenio di Beauharnais, viceré del Regno italico dal 1805 al 1814, NdR] si è pubblicata jeri la istituzione di un Conservatorio di 24 allievi gratuiti, diciotto maschi e sei femmine, nel locale della Passione, per imparare la Musica, aperto a tutti i giovanetti della città per questa scienza.

Alcuni ricchi e virtuosi cavalieri della nostra città, di cui capo è il signor Marchese Arconati, hanno fatto disegno, e coll’opera e direzione dell’ottimo Barnabita P. De Vecchi, stanno riducendolo in pratica, di fissare, per quanto sarà possibile, in ogni parrocchia di Milano, una casa di scuola ed educazione per le povere figlie della città, in cui saranno ricevute giornalmente ed assistite con carità e larghezza tutte quelle le di cui famiglie sono incapaci di farle ben educare dagli anni primi sino alli 19 ecc., coll’intenzione anche di coadjuvarle o nel loro collocamento, o d’impiegarle in servizio decente e sicuro per ogni pericolo.

Sonsi già stabilite 9 case, per 9 parrocchie, e destinate due saggie (sic!) maestre per ogni casa, colla soprintendenza di alcune virtuose dame e matrone, che di tempo in tempo visiteranno queste case per invigilare, e provvedere ai bisogni. Se questo stabilimento prenderà consistenza, con ragione di spera di vedere alcun poco minorati gli scandali tanto frequenti nelle famiglie, e i bordelli meno numerosi nelle contrade della città colla rovina della povera gioventù”.  
  

I padri Felice e Gaetano De Vecchi, barnabiti, assunsero un ruolo importante nell’istituzione di case per la carità in collaborazione con la nobiltà. Felice De Vecchi era parroco in quegli anni a Sant’Alessandro (Porta Ticinese).

Il marchese Carlo Arconati (1750-1816), membro del consiglio comunale di Milano, faceva parte della Congregazione di Carità di Milano. Deteneva in quegli anni un ingente patrimonio immobiliare, il che lo portava a figurare tra i maggiori contribuenti dell’imposta diretta sui terreni. Il cancelliere guardasigilli Francesco Melzi d’Eril, in una lettera al viceré, ne proponeva la nomina al Senato descrivendolo in questi termini: “Quant à l’Olona…j’observerai seulement que parmi les premiers imposès se trouve Arconati Charles”.   La moglie del marchese, Teresa Trotti (1765-1805), aveva fondato con alcune donne della nobiltà la “Società del Biscottino” per dare assistenza alimentare e spirituale ai malati dell’Ospedale Maggiore. I milanesi la definivano ‘congrega del Suss’ o ‘damm del bescottin’.