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L’ambiguità del decreto Renzi sulle popolari

La riforma delle banche popolari compiuta dal governo Renzi continua a far discutere. Il tema è stato al centro di un interessante incontro  tenuto mercoledì alla Camera di Commercio di Milano nel corso della presentazione del libro di Franco De Benedetti e Gianfranco Fabi Popolari addio? Il futuro dopo l’abolizione del voto capitario (Guerini e Associati, Milano 2015).

Al dibattito, organizzato dal Centro Studi Grande Milano (CSGM) –  fucina di cultura a stretto contatto con il mondo delle imprese – hanno partecipato, assieme agli autori, Daniela Mainini, presidente del CSGM, Ugo Finetti, vicepresidente del CSGM, il professor Giulio Sapelli, ordinario di storia economica all’Università Statale di Milano, l’europarlamentare ed ex sindacalista Antonio Panzeri, Carlo Fratta Pasini, presidente del Banco Popolare ed altri esponenti del mondo politico.

Il dibattito, che in alcuni tratti ha assunto una certa animosità, si può riassumere sostanzialmente in questa domanda: il decreto Renzi (decreto legge n.3 del 20 gennaio 2015, convertito nella legge n.33 del 24 marzo) ha migliorato l’assetto delle banche popolari?

Luigi Luzzatti
Luigi Luzzatti

Di cosa stiamo parlando? Vediamo di capirci qualcosa. Nell’Italia dell’Otto-Novecento le banche popolari assunsero un ruolo fondamentale nel sostenere i bisogni delle famiglie e delle comunità locali. Luigi Luzzatti (1841-1927), uomo politico appartenente alla Destra storica, presidente del consiglio per breve tempo tra il 1910-11, si impegnò con forza a sostegno delle cooperative di credito e delle banche popolari. Animato da un vivo desiderio di migliorare le condizioni delle classi disagiate, riteneva che le famiglie, gli operai, tanti lavoratori che non avevano ingenti patrimoni, dovessero disporre di istituti di credito adeguati ai loro bisogni. Inoltre, la vita di queste persone era resa ancor più difficile dal proliferare degli usurai.

Luzzatti, che ammirava il sistema delle banche popolari tedesche, propose di introdurre istituti di credito analoghi nel nostro Paese. Nel volume La diffusione del credito e le banche popolari, pubblicato nel 1863, egli tesseva le lodi della banca popolare tedesca. Caldeggiava la fondazione di istituti analoghi in Italia, anche se riteneva che potessero servire soprattutto a una ristretta fascia di operai agiati oppure ai lavoratori in possesso di piccoli risparmi:

Una banca che abbraccia il principio dell’associazione e cambia l’operaio in capitalista quante verità non può insegnargli? Una buona lezione teorica di economia gli è certamente molto utile, ma quale maggior vantaggio di questa lezione di economia applicata? Gli operai agiati, i lavoranti indipendenti, come la molteplice famiglia dei muratori, legniaiuoli, minutanti, sono invitati dalla loro stessa condizione a riprodurre in Italia il tipo delle unioni tedesche. Si aboliscano le leggi dell’usura perché l’interesse del denaro segua il corso naturale del mercato, ma sorgano nello stesso tempo le fratellanze di credito popolano onde i poveri si affranchino finalmente dal gravoso intervento di quei sordidi prestatori…

Luzzatti fondò, com’è noto, la Banca Popolare di Milano due anni dopo, il 23 dicembre 1865. La forza di questi istituti di credito risiedeva nella loro capacità di essere a stretto contatto con i bisogni del territorio.

Fratta Pasini
Carlo Fratta Pasini, presidente del Banco Popolare.

Sorte come istituti di credito di area cattolica e socialista, le banche popolari si sono rette fino ad oggi su una forma di governo autenticamente democratica: ciascun azionista, indipendentemente dal numero di azioni che detiene, ha pari diritto di voto nell’assemblea dei soci. Questo è il senso del “voto capitario”. Si tratta, com’è facilmente intuibile, di una governance assai diversa dalle Società per azioni, ove decidono al contrario i maggiori proprietari.

Le banche popolari italiane hanno rivestito un ruolo importante nel favorire lo sviluppo economico del Paese. Ciò è avvenuto anche in forza del loro peculiare modello di governance.

Nell’incontro organizzato dal Centro Studi Grande Milano, gran parte dei relatori ha bocciato la riforma delle banche popolari approvata dal governo Renzi. La scelta di intervenire con decreto in un settore che non richiedeva l’urgenza di un intervento pubblico, è stata a dir poco azzardata perché, secondo Fabi, non sussistevano i requisiti di necessità e di urgenza richiesti dalla Costituzione per l’emanazione di una normativa tanto radicale. La legge, imponendo alle banche popolari con attivi superiori agli 8 miliardi di euro di trasformarsi in Società per Azioni, finisce con l’affidare le risorse dei risparmiatori più al grande capitale che all’economia di mercato. Il risultato è la negazione della finalità originaria per la quale erano sorti questi istituti di credito.

De BenedettiIn difesa della legge si è schierato, unico tra i presenti, il senatore Franco De Benedetti, presidente della Fondazione Istituto Bruno Leoni. Secondo De Benedetti la legge non interessa il vasto mondo delle popolari perché gli istituti di credito colpiti dal decreto sono appena dieci. Ha poi criticato l’assetto di queste banche facendo osservare che in molti istituti la cooperazione si è trasformata spesso in un “banale controllo sull’ufficio del personale”.

In effetti, come ha fatto notare il senatore De Benedetti, l’intervento del governo Renzi è seguito alla riforma sulla vigilanza bancaria avvenuta a partire dal 2 novembre 2014, quando la Banca Centrale Europea si è sostituita alla Banca d’Italia nella funzione di controllo sui quindici maggiori istituti di credito italiani. Otto di questi sono banche popolari: UBI, Banco Popolare, Banca Popolare di Milano, Banca Popolare dell’Emilia Romagna, Banca Popolare di Vicenza, Veneto Banca, Banca Popolare di Sondrio, Credito Valtellinese.

Secondo i dati della European Banking Authority, tali banche rivelano un assetto patrimoniale eccessivamente ridotto perchè possano reggere in futuro una situazione avversa dei mercati finanziari: se si esclude UBI, gli stress test hanno mostrato che il patrimonio delle popolari potrebbe ridursi sotto la soglia critica del 5,5% del capitale. Il governo Renzi è quindi intervenuto per irrobustire il patrimonio di questi istituti favorendo l’ingresso di grandi capitali.