Gli uomini prima delle pietre: la lezione di Gnecchi Ruscone

Di recente ho avuto l’onore di incontrare Francesco Gnecchi Ruscone nella sua casa milanese vicino all’Università degli Studi. Abbiamo preso un aperitivo a base di gin e tonic, un rito conviviale che fa parte della sua ospitalità. Dall’alto dei suoi novant’anni Gnecchi mostra ancora la classe ineguagliata dell’architetto e dell’antico partigiano. Una vita, la sua, spesa al servizio dei valori della libertà e della democrazia. Chiamato alle armi dal governo nazifascista della Repubblica di Salò, Gnecchi mi racconta che disertò arruolandosi tra i partigiani, per i quali svolse attività di spionaggio. Il 25 aprile entrò a Milano. “Non feci in tempo a vedere il cadavere di Mussolini appeso a piazzale Loreto. Lo vidi quando era sul marciapiede”, mi dice impassibile. Non è però sullo Gnecchi combattente partigiano che intendo soffermarmi in questa sede. Desidero invece dedicare alcune riflessioni sulla feconda professione di architetto che lo ha impegnato per quasi mezzo secolo.

FullSizeRender (3)Il suo libro Storie di architettura, in cui Gnecchi ripercorre gli anni della sua professione ricordando esperienze e lezioni di vita apprese da grandi personalità del Novecento, è un bel volume che anche un lettore non specialista, estraneo alla storia dell’architettura, può leggere con piacere.

Nel corso del nostro aperitivo, gli chiedo se le case da lui progettate siano riconducibili a uno stile architettonico. Mi risponde di no. Il suo stile è assolutamente originale. Mi dice: “Ho sempre progettato un edificio perché servisse in primo luogo alle esigenze dei miei committenti. Gli uomini sono più importanti delle pietre”.

Allievo di Ernesto Rogers, nel 1949, poco dopo la laurea, Gnecchi fu incaricato da Franco Albini e Lodovico Belgiojoso di collaborare all’allestimento del Congresso Internazionale di Architettura Moderna nella città di Bergamo. Un compito che seppe assolvere degnamente e che gli offrì la straordinaria opportunità di conoscere alcuni tra i più importanti architetti del Novecento: ricordo qui Le Corbusier (1887-1965) e Wells Coats (1895-1958). Con quest’ultimo, strinse un vero e proprio rapporto di amicizia che influenzò notevolmente il suo modo di lavorare. Scrive Gnecchi a proposito delle lezioni di vita apprese alla scuola di Wells:

Da lui ho imparato molto, non tanto sull’architettura o sulla navigazione a vela quanto sullo spirito e sul modo di progettare: sempre guardando in avanti senza pregiudizi, senza schemi precostituiti, sempre pronti a cestinare senza rimpianti un’ipotesi che non ha retto alla prova sul campo; certo più una lezione di vita che di scienza applicata, ma una lezione che consiglio a tutti.

[FRANCESCO GNECCHI RUSCONE, Storie di architettura, Milano, Brioschi 2015, pag.50.]

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Francesco Gnecchi Ruscone e Giogiò Pericoli in “missione lavorativa” a Matera

Negli anni Cinquanta Gnecchi aprì uno studio di architettura con Giovanna Pericoli, detta “Giogiò” dedicandosi ai primi lavori come libero professionista. Risale a quel periodo la sistemazione e l’arredamento di un’agenzia della Banca Commerciale Italiana in via Farini e la sala riunioni del Senato Accademico nell’Università Cattolica del Sacro Cuore. Immagino che i docenti dell’ateneo di Largo Gemelli abbiano ben presenti le “poltroncine in noce massiccio e panno rosso, pesanti ma solide”, così le definisce Gnecchi Ruscone nel suo libro.

Nel 1956 l’architetto milanese aprì un suo studio in via Passione 4, ove esercitò la professione di architetto fino al 1999. In quell’ambiente, coadiuvato da una squadra di fedeli dipendenti e colleghi, lavorò con passione elaborando progetti la cui realizzazione ha segnato la storia dell’architettura milanese ed europea.

Tra i progetti che mi preme ricordare per la loro attualità è ad esempio quello, risalente al 1960, riguardante il quartiere storico delle Cinque Vie in centro città: al restauro urbanistico avrebbe dovuto accompagnarsi l’introduzione dell’area pedonale nel quartiere per togliere alla zona il traffico automobilistico.

Il progetto, al quale Gnecchi lavorò con alcuni colleghi del Politecnico, fu esposto alla Triennale: l’idea in realtà era di bloccare la “Racchetta”, uno stradone – proposto da architetti tanto spregiudicati quanto ostili alla tutela dell’antico patrimonio urbanistico di Milano – che avrebbe collegato corso Venezia con corso Magenta sventrando il centro storico com’era già avvenuto con la realizzazione di corso Europa e via Albricci fino a piazza Missori. Fortunatamente lo stradone non fu mai realizzato. In fondo, a quel pugno di architetti coraggiosi (di cui Gnecchi fu magna pars) ostili alla Racchetta, dobbiamo la conservazione di quartieri storici quali piazza Sant’Alessandro, via Zebedia, via San Maurilio o via Borromei. Il quartiere delle Cinque Vie attende però un restauro complessivo ed è tuttora attraversato da un eccessivo traffico automobilistico. Forse quel progetto del 1960 può essere ancora utile alla prossima giunta comunale per un restauro del quartiere 5Vie tornato in questi anni ad essere luogo centrale degli eventi culturali nel campo della moda e del design.

Tra gli edifici milanesi costruiti da Francesco Gnecchi Ruscone desidero ricordare infine il bel palazzo in viale Elvezia, all’angolo tra l’Arena Civica e via Canonica. I lavori, condotti tra il 1958-72 assieme all’architetto Eugenio Gentili Tedeschi, hanno portato all’edificazione di un edificio alto otto piani, che mostra tuttora la sua eleganza allo sguardo degli appassionati di architettura.

Alla scoperta del Borgo degli Ortolani

In una celebre lettera a Federico Confalonieri, scritta poche settimane dopo il tumulto del 20 aprile 1814 che portò alla feroce uccisione del ministro delle finanze Giuseppe Prina, lo scrittore piemontese Ludovico di Breme descriveva la cupa atmosfera che si respirava a Milano in quei giorni drammatici seguiti al crollo del Regno d’Italia napoleonico. (Se vuoi saperne di più, clicca qui). La Reggenza, l’istituzione subentrata al cessato governo italico, era composta in prevalenza da nobili lombardi che amministrarono la cosa pubblica seguendo una politica fieramente municipalista. Scriveva Di Breme:

Federico mio, nobilissimo amico, qui si è troppo municipali nel governare, e troppo anzi intemperanti e colossali nei desideri. Vorrebbero tutta l’Italia qui soggetta, e poi quando si viene a’ fatti, codesta Italia non s’estende quasi oltre il Borgo degli Ortolani.

[Ludovico Di Breme a Federico Confalonieri, Milano 16 maggio 1814 in L. Di Breme, Lettere, edizione a cura di Piero Camporesi, Torino, Einaudi 1966, pag.227].

L’espulsione di molti impiegati pubblici dai ministeri milanesi perché non originari dell’“antica austriaca Lombardia” fu uno dei provvedimenti più odiati e criticati di quel governo a forte trazione patrizio nobiliare: un governo che nel breve periodo della sua attività (20 aprile-25 maggio 1814) operò in netta discontinuità rispetto agli ideali nazionali che avevano animato il Regno d’Italia napoleonico.

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Napoleone incoronato re del Regno Italico con la corona ferrea (26 maggio 1805)

La Milano di Napoleone, la Milano capitale di uno Stato quasi nazionale esteso a una parte importante dell’Italia centro-settentrionale, sembrava distante anni luce dalla Milano municipalista “post-20 aprile” che faceva sdegnare Di Breme. Sotto Napoleone, tanti giovani provenienti da ogni parte d’Italia si erano conosciuti nella città ambrosiana e avevano lavorato assieme. Alcuni di loro si erano distinti come zelanti impiegati nei ministeri e negli uffici dello Stato.  La Milano di Napoleone era stata un cantiere di opere pubbliche: dall’Arena civica all’Arco del Sempione,  dal Foro Bonaparte concepito originariamente come quartiere sede dei ministeri dello Stato italico alla Caserma dei Veliti dietro Sant’Ambrogio, per arrivare fino ai lavori tesi all’apertura del Naviglio pavese  (ultimati sotto gli austriaci).

Dopo la rivolta del 20 aprile la situazione pareva mutata radicalmente. Di Breme stigmatizzava il municipalismo dei milanesi, evidente anche in politica estera. I nuovi governanti chiedevano alle potenze che avevano sconfitto Napoleone il riconoscimento internazionale di uno Stato lombardo ristretto nei suoi antichi confini regionali. Manie di grandezza animate da un amor di patria ambiguamente unito ad aneliti regionalisti che gli faceva esclamare, nella citata lettera al Confalonieri: “Codesta Italia non s’estende quasi oltre il Borgo degli Ortolani”.

 Cosa intendeva lo scrittore piemontese quando si riferiva al Borgo degli Ortolani?

Il Borgo degli Ortolani era un villaggio situato a Nord, fuori dalle mura ma quasi attaccato ad esse, nei Corpi Santi di Porta Comasina. Difficile delimitarne esattamente i confini. E’ però possibile individuarne l’estensione con un certo grado di attendibilità: il borgo comprendeva un territorio oggi compreso nel tratto tra via Canonica, piazza Gramsci, e via Piero della Francesca fino all’incrocio con via Cenisio nei pressi di piazza Firenze. Era un piccolo borgo rurale la cui strada principale si collegava a nord con la strada postale per Varese.

In un articolo scritto recentemente a proposito di via Muratori, ho insistito sul ruolo importante che quella zona fuori di Porta Romana ebbe quale via di transito. Possiamo dire che il Borgo degli Ortolani rivestiva una funzione analoga a nord della città: costituiva una via di accesso a Milano per chi proveniva dai territori del comasco e del varesotto.

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Il Borgo degli Ortolani in una carta di metà Ottocento

Questo però non basta a spiegare la curiosa metafora del Di Breme. Cosa lo spinse a pensare al Borgo degli Ortolani per stigmatizzare il municipalismo, il particolarismo, la chiusura dei milanesi nei confronti dei forestieri? In effetti, quantunque fosse una via di transito per tanti lombardi e svizzeri diretti verso Milano, il borgo degli Ortolani presentava una spiccata fisionomia, tale da farne un corpo a sé stante rispetto alla città e ai villaggi circostanti. Sul lungo corso che lo attraversava da Nord-Ovest a Sud-Est si affacciavano alcune case di contadini. I campi, bonificati dall’ordine religioso degli Umiliati fin dalla metà del XIII secolo, erano ricchi di orti e di frutteti. Si segnalava in particolar modo la produzione di cipolle, che rifornivano i mercati cittadini del sestiere di Porta Comasina: nei documenti il quartiere era spesso definito “Borg di Scigolatt” (borgo di produttori e venditori di cipolle). Un altro termine assai diffuso per identificare il borgo degli Ortolani era quello di “Borg di Goss”: borgo di gozzuti. Il Cherubini, nell’edizione del suo celebre “Dizionario Milanese Italiano” risalente al 1843, spiegava l’origine del soprannome facendo riferimento alle parti di animali che venivano lavorate nelle case del villaggio:

El Borg di goss noi chiamiamo…il borgo degli Ortolani che è attiguo alla nostra città da ovest/ovest-nord e ciò per le molte vesciche o gozzaie d’agnelli, castrati…che vi si sogliono conciare.

[L. Cherubini, Vocabolario milanese-italiano, Milano, Imperial Regia Stamperia, 1841, pag.249].

In quale periodo si passò dal Borgo degli Ortolani alle attuali vie Canonica e Piero della Francesca? Tale trasformazione avvenne in due tempi. Nel 1878, pochi anni dopo l’annessione a Milano del Comune di Corpi Santi (entro il quale era compreso il Borgo degli Ortolani), il quartiere venne inglobato nella città: la giunta Belizaghi diede al lungo corso il nome di via Luigi Canonica, richiamandosi alla vicina Arena che l’architetto svizzero aveva costruito nell’antica piazza d’armi (oggi parco Sempione) a pochi passi dalla Porta Tenaglia, vicino al borgo degli Ortolani. Il secondo tempo arrivò con il fascismo quando, in seguito all’urbanizzazione che aveva interessato l’isolato negli anni Venti del secolo scorso, fu deciso di spezzare la via in due tronconi: il primo da Piazza Firenze a Piazza Crespi (oggi piazza Gramsci) fu intitolato a Piero della Francesca, il resto della strada conservò il nome del celebre architetto napoleonico.

La grandezza di Milano, capitale del design

A ben vedere, lo sviluppo di una metropoli si misura dallo spessore delle iniziative culturali che si tengono periodicamente all’interno dello spazio urbano. Una città priva di eventi rilevanti è una città morta e non sarà certo sufficiente la sua qualifica di città d’arte, sede di musei prestigiosi, a salvarla nelle classifiche internazionali. Milano ha un punto di forza che nessuna città italiana presenta in pari grado. E’ città dell’arte e della cultura, ma è soprattutto città dell’innovazione, della sperimentazione negli svariati campi del design, della moda, dell’arredo. La caratteristica di Milano risiede in fondo nel sapersi reinventare, di non vivere sepolta nel culto del passato; la metropoli lombarda ha la straordinaria capacità d’interpretare le sue tradizioni storiche facendole rientrare in un disegno creativo proiettato nel futuro. Milano è un punto di sintesi ove le migliori iniziative imprenditoriali trovano sbocco.

Da alcuni anni la città sta vivendo una stagione magica. E’ viva, pulsante, animata da quel senso civico che la rende una meta per chiunque voglia vivere e lavorare in un ambiente dinamico, bello e stimolante. Certo, eventi come le settimane del mobile, del design o della moda si tengono da decenni in città.

Cosa fa la differenza rispetto al passato?

Credo che il miracolo che stiamo vivendo oggi risieda nella dimensione diffusa, partecipata dell’evento cittadino, nel suo essere in grado di coinvolgere le varie anime della comunità facendole dialogare assieme in vista di un traguardo comune.

salone del mobileLa settimana del Salone del Mobile, che inizierà domani e terminerà il 17 aprile, è a tal proposito emblematica. Non si tratta di un evento ristretto agli operatori del settore nei padiglioni di Rho Fiera Milano. C’è anche il Fuori Salone, che anima zone della città elevate a vivaci quartieri del design. Il Comune di Milano informa che ci saranno da domani più di 1.000 eventi, di cui 543 sostenuti dal Comune, che si aggiungeranno ai 2.400 espositori tra Salone del Mobile e Fuori Salone. La presenza di 100 giovani provenienti dalle scuole di design che incontreranno i turisti alla stazione Centrale e agli aeroporti di Linate e Malpensa per proporre itinerari di visita, indica l’intensità con cui l’evento è sentito dalla cittadinanza.

Nove i quartieri cittadini che saranno interessati dagli eventi del Fuori Salone. Qui mi limito a ricordare i quartieri più famosi, situati per lo più in centro, ove si terranno esposizioni, mostre ed iniziative commerciali: il Brera Design District, il Tortona Design District, il 5Vie Art+Design, il Sant’Ambrogio DOUTDesign e Porta Venezia Design. Quest’anno si è aggiunta la zona vicino all’Università Statale ove sono previsti 23 eventi nel corso della settimana: designer e architetti hanno lavorato assieme per arricchire l’antico edificio sforzesco con l’esposizione di audaci sculture high tech. Il maggior numero di eventi è però nel Tortona Design District: più di 180 appuntamenti nei 60 spazi esistenti nelle aree di via Tortona. Al Brera Design District verranno esposte le opere di designer di fama internazionale afferenti al tema “Progettare è ascoltare”.

Milano non è costituita però solo dal centro. Le periferie sono una realtà altrettanto importante. Nel quartiere Ventura-Lambrate si terranno 37 iniziative legate al Fuori Salone: non troveremo certo le opere firmate da grandi designer ma le creazioni di giovani artisti desiderosi di emergere, italiani e stranieri.

visitatoriNella tradizionale esposizione fieristica del Salone del Mobile, che quest’anno giunge al suo 55° anniversario, vi saranno 1.300 espositori costituiti per il 70% da aziende italiane. Merita di essere visitato il padiglione 3 “xLux”, dedicato all’arredo extralusso con inattesi richiami al mondo della moda. Di notevole interesse la mostra Before Design: Classic allestita nei padiglioni 15 F15/H18 dallo Studio Ciarmoli Queda: ad essere rappresentato è il mondo del Made in Italy nella sua anima classica che lo rende famoso in tutto il mondo. Quest’anno si terranno inoltre il Salone Internazionale del Mobile da Cucina e il Salone Internazionale del Bagno: quanto al primo, l’esposizione mostrerà i passi in avanti compiuti nel campo della tecnologia applicata agli elettrodomestici.

Gaetano Negri: un ateo affascinato dalla fede

In un articolo scritto l’anno scorso ho tracciato una breve biografia di Gaetano Negri, il “sindaco della micca” che amministrò Milano dal 1884 al 1889.

Oggi desidero soffermarmi su un lato poco conosciuto della vita di Negri: la sua cultura in campo scientifico, filosofico e letterario. Il “sindaco della micca” non era credente. La sua formazione rifletteva quella di una parte significativa della borghesia liberale che, formatasi nello scontro tra cattolicesimo romano e Stato nazionale negli anni dell’unificazione, aveva poi recepito le teorie materialiste e positiviste diffuse nell’Europa di fine Ottocento. La critica al dogma religioso era spinta fino alla negazione della fede e all’affermazione della sostanziale inconciliabilità tra scienza e fede.

Il senatore Gaetano Negri
Gaetano Negri  (1838-1902)

Negli anni Settanta Negri pubblicò alcuni saggi ove mostrava quale fosse il suo pensiero su questi temi della cultura europea, opere che gli guadagnarono una certa popolarità nella Milano laica di fine Ottocento. Esse riflettevano un pensiero attratto dalle teorie darwiniane sull’evoluzionismo, ma anche dal fascino che sulle giovani generazioni operavano testi informati al metodo del razionalismo critico quali la Vita di Gesù di Ernesto Renan o quella omonima di David Friedrich Strauss. Nel saggio La crisi religiosa pubblicato nel 1877, Negri notava il ruolo fondamentale che la riforma luterana aveva esercitato per la promozione in Europa di maggiori spazi di libertà nel pensiero, ravvisando in essa – con un giudizio un po’ semplicistico – l’iniziatrice della civiltà moderna. In un passo di quest’opera Negri mostrava quelle che a suo giudizio erano le ragioni dell’inconciliabilità del cristianesimo con il mondo moderno. A suo giudizio, la parola di Gesù era informata a un sostanziale pessimismo nei confronti della vita terrena, il che lo portava a concludere che il mondo moderno, spinto al contrario da una forza operosa tesa a cambiare le cose del mondo per migliorarle in un’ottica di perfettibilità umana, non poteva conciliarsi con una religione che riduceva l’importanza della vita terrena in vista della vita nell’aldilà. In queste sue considerazioni traspariva la fede positivista nel progresso e quella mentalità di fine Ottocento che, informata alle teorie darwiniane, concepiva l’esistenza come una lotta feroce in cui i migliori si affermano con la forza e consentono alla specie umana di evolvere in un mondo in perenne divenire. Scriveva Negri:

Se la società seguisse letteralmente i precetti e l’esempio di Gesù, essa ricadrebbe nella più spaventosa barbarie. Se ha progredito e progredisce tanto, ciò avviene in grazia di un precetto assolutamente opposto…cioè che il mondo è fine a se stesso, che l’uomo è l’artefice della realizzazione del proprio ideale, che i mezzi di cui egli, nella sua vita, può disporre a questo scopo, non sono né riprovevoli né disprezzabili, ma anzi preziosissimi, pur ch’ei sappia adoperarli al raggiungimento della meta che non deve perdere di vista. Sono cose sacre la famiglia, il lavoro, la proprietà, la ricchezza, lo studio, perché tutti strumenti che rendono l’uomo più potente, che cooperano al raggiungimento dello scopo principale della vita, che è quello di rendere l’intelligenza dominatrice assoluta della forze della natura.

[G. Negri, La crisi religiosa, Milano, Dumolard 1878, seconda edizione, pag.116]

La sua interpretazione riduttiva del cristianesimo era influenzata dalla giovanile adesione alle teorie del laicismo, del positivismo e dell’evoluzionismo. Negri non riusciva a comprendere il ruolo fondamentale che il Vangelo assegna all’uomo nella vita terrena; l’uomo che, agendo con libertà e responsabilità, opera per migliorare il mondo servendo Dio per la salvezza eterna.

Eppure, nonostante l’ateismo lo portasse a negare in via assoluta l’esistenza di Dio e l’immortalità dell’anima, egli restava attratto dalle celebrazioni religiose lasciando trasparire un irresistibile affetto per le tradizioni cristiane, per l’umile atto della preghiera compiuta dai fedeli. Sembrava che in questi passi Negri avesse abbandonato il freddo ragionare del filosofo materialista per vestire i panni dell’uomo spirituale, attratto dalla semplicità degli umili credenti:

Ogni uomo che abbia l’animo gentile, di qualunque opinione egli sia, non può che nutrire una simpatia profonda per tutti coloro che praticano un culto con la fede accesa di un ingenuo credente, perché si sente di affratellarsi a loro, se non nella forma, nell’essenza almeno delle loro aspirazioni. Oh canti delle litanie nella chiesa del villaggio, ombre tranquille delle nostre cattedrali, profumi dell’incenso! Oh cerimonie sacre! Voi avete perduto ogni valore per la mia mente, eppure, nel ripensarvi, mi si rimescola il cuore e mi accorgo che il sentimento che v’ispira è qui nell’animo mio e gli impenna le ali. E quando vedo un bambino che, con le mani giunte innalza la sua candida preghiera, una madre inginocchiata alla culla, una donna accasciata dal dolore e prostrata a un altare, sento di esser davanti a qualche cosa di sacro e piego riverente il capo, e mi abbandono a visioni, a speranze infinite.

[G. Negri, La crisi religiosa…cit., pag.168]

Il Negri viveva un conflitto interiore tra ragione e sentimento, tra una cultura che l’adesione alle teorie positiviste aveva spinto all’ateismo e una sensibilità dell’animo che lo spingeva a nutrire sentimenti d’affetto verso il culto religioso.

Desidero soffermarmi in questa sede sul forte legame che unì Negri al celebre scrittore Antonio Fogazzaro, uomo credente, animato da una profonda fede in Dio, persuaso come altri cattolici quali Tommaso Gallarati Scotti, monsignor Bonomelli, padre Gazzola che scienza e fede fossero due realtà conciliabili tra loro, la prima aiutando l’uomo a conoscere in profondità quel libro della vita la cui causa ultima risiede nel mistero di Dio.

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Antonio Fogazzaro (1842-1911)

Gaetano Negri conobbe il Fogazzaro nel 1888 durante una gita in alta montagna, nei pressi di San Bernardino. La loro fu un’amicizia profonda, resa ancor più forte dall’ammirazione di Negri per le opere letterarie dello scrittore vicentino: basti ricordare ad esempio Piccolo mondo antico, un romanzo che ebbe uno straordinario successo nell’Italia di fine Ottocento. Tra i due restava però la distanza nel modo di concepire la religione e la scienza: il Fogazzaro si sforzava di ridurre quella distanza nella speranza che l’amico potesse trovare quella Fede che illumina il sentiero della vita dando un senso alla fragile condizione umana. Il Negri, che negli anni Novanta si era ritirato dalla vita politica (nonostante la sua nomina a senatore del Regno) ed era tornato a coltivare i suoi studi, quantunque avesse abbandonato certe posizioni radicali, constatava la sua incapacità di credere in una religione basata sui dogmi. Nel 1897 l’ex sindaco di Milano pubblicò un libro, Meditazioni vagabonde, in cui raccoglieva alcuni saggi di svariato argomento: dopo aver rilevato il tramonto delle teorie scientiste e il rinascere di correnti idealiste e spiritualiste in quell’ultimo decennio dell’Ottocento, Negri tornava a ribadire la sua posizione recisamente contraria a riconoscere l’esistenza di Dio. Il Fogazzaro, dopo aver letto il libro, gli rispose confessando un giudizio che lasciava trasparire l’affetto e al contempo la sua preoccupazione per un testo “il più potente, il più desolante, il più commovente, il più crudele… che abbiate scritto”. Pubblicando nel 1898 un saggio su Lucrezio, Negri illustrava una concezione informata a un panteismo cosmico che non si spingeva oltre l’ipotesi del permanere di una “coscienza” dopo la morte, non però “come esistenza distinta” ma come “sua partecipazione all’essere infinito che in essa rientra e in cui tutto si comprende e si confonde”. Anche in questo caso il Fogazzaro, dopo aver letto il saggio, scrisse a Negri confessandogli la sua fiducia ostinata in una conversione, anche se gli appariva impossibile date le ferme convinzioni dell’amico:

L’ho letto con particolare interesse perché vi amo ambedue, voi e Lucrezio. L’ho letto con ammirazione perché l’avete scritto voi. Se dicessi ora che l’ho letto anche con piacere, voi lo sapete bene, mentirei. Voi direte che ho torto di aspettare da voi parole diverse dalle idee vostre; ma io sono un stupido che da ragazzo ho riletto cento volte il racconto della battaglia di Waterloo sperando sempre che una volta o l’altra vi avrei trovato alla fine la vittoria del mio eroe. Ohimé, aveo quod abest, per dirla lucreazianamente.

[Antonio Fogazzaro a Gaetano Negri, 5 novembre 1898]

Due amici, come si può agevolmente vedere, stretti da forti legami ma separati da due modi diversi di concepire la vita e il mondo. Negri amava la letteratura. I romanzi di Fogazzaro gli restituivano quella pace interiore di cui sentiva troppo spesso la mancanza nel suo animo. Nel 1898 l’autore di Piccolo mondo antico, pubblicò un volumetto, intitolato Ascensioni umane, in cui erano raccolti i testi di alcuni interventi tesi a mostrare come i concetti dell’immortalità dell’anima, di un Dio creatore, del libero arbitrio non fossero in contrasto con la teoria dell’evoluzione. Nella prefazione al volume, il Fogazzaro rivelava la sua fede in un Dio creatore che, agendo con intelligenza e Amore, ha creato il mondo affidando all’uomo la responsabilità di operare per il bene nel breve tempo della vita terrena. In questa prefazione il poeta illustrava il suo pensiero lasciando trasparire la forza del sentimento religioso che lo animava, spinto dall’umile volontà di mostrare la piena conciliabilità tra scienza e religione. Riflessioni accorate, scritte con animo sincero, che non mancarono di colpire nel profondo l’amico milanese, facendo nuovamente trapelare quel conflitto interiore tra ragione e sentimento che ho accennato poco sopra. Così scriveva Negri a Fogazzaro in una bella lettera dell’8 novembre 1898:

Finisco ora di leggere il Proemio delle Ascensioni umane, un titolo suggestivo per eccellenza e che ben si adatta al vostro libro. Voi mi dite che non avete ali. Perdonatemi se vi rispondo che voi non potete credere a quello che mi dite, poiché voi sapete che, le ali, le avete, e potenti, tanto è vero che il vostro proemio è una prosa tanto alata da non esserci nessun bisogno di metterla in versi perché sia poesia squisita. E la poesia ha questo gran vantaggio che gli uomini ci si possono trovar d’accordo, anche se in prosa hanno qualche idea diversa. Io non direi che la vostra parola ardente e commossa abbia sciolto le difficoltà razionali, per me insuperabili, che mi presenta l’idea del soprannaturale, applicate al problema della creazione o dell’altro dell’esistenza del male. Ma, intanto, l’onda armoniosa del vostro spirito desta una vibrazione simpatica nel mio, e quel soprannaturale a cui la mia ragione si ribella, voi me lo fate sentire.

Un conflitto interiore, quello del Negri, alle cui origini v’era forse stata la mancanza di un’attenta riflessione interiore. Come poteva negare recisamente l’esistenza di Dio un uomo la cui ragione era in grado di pensarlo ammettendone l’esistenza in ipotesi? V’era però un’altra contraddizione che era alla radice del suo pensiero: come poteva rifiutare l’esistenza dell’Assoluto e allo stesso tempo professare un ateismo assoluto, non soggetto ad essere messo in discussione? L’Assoluto, negato alle origini in via aprioristica, tornava ad affacciarsi dalla finestra del libero pensiero nell’atto stesso in cui lo enunciava, riflettendo il mai sopito anelito umano a scoprire la causa ultima dell’esistenza. Negri fu probabilmente incapace di rispondere a queste domande con animo sereno. Il Fogazzaro non riuscì a convincerlo. Eppure, nonostante la distanza che restava tra di loro, in una lettera dell’8 dicembre 1895, lo scrittore vicentino faceva notare all’amico come anche in lui vi fosse il segno dell’assoluto: “La verità è che l’Assoluto è nel vostro cuore, nella vostra onesta coscienza, nella vostra nobile vita e beati coloro che riconoscono l’assoluto così. Esso è pure in qualche modo, malgrado Voi stesso, nella vostra mente perché le vostre affermazioni, le vostre negazioni finali devono pur avere un carattere assoluto”.

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Pagina del Secolo illustrato che riporta la notizia della  morte di Gaetano Negri in un bosco presso Varazze.

Alla morte di Negri, avvenuta il 31 luglio 1902 in seguito a una fatale caduta durante una camminata nei boschi di Varazze, Fogazzaro scrisse il giorno dopo sul “Corriere della Sera” un ricordo commosso dell’amico ricordando l’onestà, la dirittura morale, la fine intelligenza orientata sempre alla ricerca del “vero e del bene”. Nonostante i limiti del suo pensiero gli avessero impedito di accettare razionalmente l’esistenza di Dio, possiamo dire che Negri, grazie all’amicizia del Fogazzaro, avesse sentito nel profondo del suo animo il sentimento della fede religiosa:

…l’onda armoniosa del vostro spirito desta una vibrazione simpatica nel mio, e quel soprannaturale a cui la mia ragione si ribella, voi me lo fate sentire…