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Progetti di costituzione nella Milano napoleonica

Dopo il biennio 1796-1797 varrà la pena ricordare un altro periodo storico in cui Milano giocò un ruolo importante quale cantiere di progetti costituzionali. Avvenne pochi anni dopo. Il 14 giugno 1800 Napoleone sconfisse gli austriaci a Marengo in una memorabile battaglia. Da sette mesi era divenuto Primo Console della Repubblica Francese: il colpo di Stato del 18 Brumaio anno VIII (9 novembre 1799) lo aveva portato alla conquista del potere. L’Italia del Nord Ovest tornò sotto il dominio francese. La Repubblica Cisalpina fu ricostituita. In questo periodo, nel biennio 1800-1801, tra le autorità della Francia consolare e quelle cisalpine intercorse una serrata collaborazione per una riforma delle istituzioni che fosse in grado di restituire all’Italia quella stabilità geo-politica che era uscita gravemente compromessa durante il triennio repubblicano e la breve invasione degli austro-russi.

Napoleone Primo Console 2
Napoleone Primo Console della Repubblica Francese in un dipinto di Andrea Appiani.

Quale utilità può rivestire quel periodo storico nel mondo di oggi? La Repubblica Italiana istituita da Napoleone nel gennaio 1802 apparteneva certamente a un costituzionalismo autoritario in cui, scomparso il principio della separazione dei poteri, tutto il peso della funzione politica era concentrato nel governo e nelle sue istituzioni tecnico rappresentative. A prima vista quella esperienza ha quindi ben poco da insegnarci. A un più attento esame, non si può negare tuttavia che quel periodo storico segnò il formarsi di una efficiente burocrazia di funzionari pubblici la cui dedizione alla causa dello Stato sarebbe stata rimpianta da almeno una generazione di uomini politici lombardi. Inoltre quegli ordinamenti, nonostante l’impianto autoritario che li informava, costituivano una variante del sistema rappresentativo che poté garantire la nomina agli uffici e alle cariche pubbliche di personale in larga parte preparato, reclutato in base al merito e alla competenza. Nella Costituzione francese dell’anno VIII il ricorso al popolo era limitato alla compilazione di liste di fiducia sulle quali un Senato conservatore avrebbe esercitato il diritto di elezione alle maggiori cariche della Repubblica.

Emmanuel Sieyes
Joseph Emmanuel Sieyes (1748-1836)

Nelle parole dell’abate Joseph Emmanuel Sieyes – il padre del costituzionalismo autoritario di quegli anni, anche se il suo progetto non prevedeva la concentrazione del potere nella mani di una sola persona (Napoleone) come previsto dalla Carta del 1799 –  quel sistema avrebbe risolto il problema della qualità della classe politica e dell’efficienza delle istituzioni spezzando la dipendenza che nelle democrazie parlamentari, fondate sull’elezione diretta delle assemblee, lega l’eletto al suo collegio elettorale nonostante il divieto del mandato imperativo. Nella Costituzione dell’anno VIII – e ancor più nel progetto di Sieyes – erano assai difficili fenomeni oggi diffusi come le clientele o la corruzione nella scelta dei funzionari e dei rappresentanti perché – avrebbe detto Sieyes – “nessuno deve essere nominato funzionario da coloro sui quali deve pesare la sua autorità”. L’abate aveva vissuto in prima persona la stagione della Rivoluzione francese e aveva toccato con mano quel clima drammatico di instabilità, corruzione e violenze che una concezione radicale della sovranità popolare aveva finito per provocare nel seno di uno Stato in profonda crisi politica. Il filtro costituito dalle liste di fiducia; la scelta dei funzionari e rappresentanti pubblici riservata a un Senato composto da tecnici e da alte personalità della cultura e della scienza; la divisione della funzione legislativa in più organi collegiali formati da personale competente, sottoposti alla direzione politica del governo rappresentante esclusivo dell’interesse pubblico: queste misure costituivano per Sieyes l’unica via per fondare un governo e una pubblica amministrazione rigorosamente impersonali, pienamente operativi, oggi diremmo sottratti agli interessi delle lobbies e degli interessi particolari che ostacolano il cambiamento e il progresso della società.

 

La situazione italiana nel 1800/1801

Nell’Italia tornata sotto il dominio francese non era più possibile imporre un ordinamento che replicasse quello rivoluzionario d’Oltralpe com’era avvenuto nelle repubbliche “giacobine” costituite durante il triennio 1796-99. Questo per due ragioni. Anzitutto occorre ricordare che metà della penisola si trovava sotto il dominio degli antichi sovrani: il papa era tornato in possesso dei suoi territori nel Centro Italia. I Borbone si erano ristabiliti al Sud dopo il crollo della repubblica partenopea. In secondo luogo la stagione del costituzionalismo “democratico giacobino” era finita. Napoleone l’aveva seppellita in Francia con la Costituzione dell’anno VIII e non aveva alcuna intenzione di riesumarla in Italia, checché ne pensassero i patrioti italiani.

Cessata la guerra, restava da gestire il resto dell’Italia centrale (la Toscana) e dell’Italia del Nord Ovest fino a Verona. Occorreva farlo senza farsi trascinare dalle ideologie o da modelli costituzionali estranei alla penisola. Napoleone in questo periodo seppe muoversi con spregiudicato realismo, guidato nell’azione politica dal fine esclusivo di stabilizzare la Francia mediante una cintura di Stati che fossero il più possibile accetti alle popolazioni.

Carta dell'Italia del Centro Nord dopo la pace di Lunèville
L’Italia centro settentrionale dopo la pace di Lunéville. Carta risalente al 1804.

Con il trattato di Lunéville, firmato il 9 febbraio 1801, Napoleone obbligò l’Austria a riconoscere la Repubblica Cisalpina, accresciuta ad Ovest dell’alto e basso novarese uniti nel dipartimento dell’Agogna. La Toscana, persa dagli Asburgo Lorena, divenne per volontà di Napoleone il regno di Etruria ceduto al figlio del duca di Parma, Ludovico di Borbone. Il ducato di Parma e Piacenza, tolto ai Borbone, passò sotto amministrazione francese. L’unica repubblica destinata a rimanere in vita per alcuni anni fu quindi la Cisalpina, che sarebbe stata “ribattezzata” Repubblica Italiana ai Comizi di Lione verso la fine del 1801.

Come organizzare il nuovo regime? Il patrizio milanese Francesco Melzi d’Eril (1753-1816), uomo assai stimato da Napoleone, riteneva che non dovesse esservi alcun ordinamento sia pur larvatamente democratico come quello francese basato sulla Carta dell’anno VIII. Riteneva opportuno introdurre una sorta di monarchia illuminata retta sull’autorità di Napoleone, il cui governo avrebbe operato con l’aiuto di collegi rappresentativi composti di proprietari scelti in base alla loro ricchezza immobiliare. Era il principio di ascendenza fisiocratica in base al quale aveva diritto di partecipare alla gestione dello Stato solo chi possedeva come privato cittadino una parte del suo territorio sulla quale pagava l’imposta fondiaria. In assenza di un’opinione pubblica e di uno spirito nazionale, l’Italia cisalpina secondo Melzi poteva essere modernizzata solo da un governo la cui azione riformatrice fosse in continuità con la stagione dell’illuminismo asburgico che aveva dato i suoi frutti migliori nella Toscana e nella Lombardia del secondo Settecento. Teniamo presenti queste idee anti-democratiche di Melzi perché ad esse Napoleone avrebbe finito per ispirarsi in misura significativa tra il 1801 e il 1804.

 

Il progetto della Consulta legislativa cisalpina

Nei mesi che precedettero i Comizi di Lione furono presentati a Bonaparte diversi progetti di costituzione. Il primo fu elaborato dalla Consulta legislativa cisalpina, un collegio composto da 41 membri istituito nell’agosto del 1800. Questo piano riprese con alcune modifiche i lineamenti della Costituzione francese dell’anno VIII: furono previste liste di fiducia ove al popolo, mediante suffragio universale, era riconosciuto il solo diritto d’inserire le persone a lui gradite per i vari uffici della Repubblica. I cittadini di un circondario comunale avrebbero inserito un decimo di essi in una lista da cui sarebbero stati scelti i funzionari e ufficiali pubblici locali. I cittadini compresi in queste liste comunali avrebbero iscritto a loro volta un quinto di essi nella lista dipartimentale (provinciale) dalla quale sarebbero stati scelti i funzionari per le istituzioni di quel livello. I cittadini compresi nelle liste dipartimentali avrebbero indicato a loro volta un terzo di essi in una lista nazionale per le più alte cariche della Repubblica. Il diritto di eleggere i candidati da queste liste “di derivazione popolare” sarebbe spettata al governo e, per gli organi costituzionali previsti nel progetto, da una Camera elettorale composta da membri inamovibili e a vita, la cui età doveva essere di almeno 40 anni. Si trattava insomma di una democrazia “filtrata” in base alla quale gli elettori, lungi dall’essere chiamati ad eleggere direttamente i loro rappresentanti nelle assemblee, avrebbero indicato in tre gradi di scrutinio una rosa di candidati entro la quale chi era già in carica avrebbe operato la sua scelta in via definitiva.

In realtà, l’obiettivo della Consulta consisteva nel fondare un regime in cui la classe politica cisalpina allora al potere – animata in molti casi da ideali democratici e nazionali – avrebbe governato con Napoleone al fine di controllarne l’azione e dirigerla ai suoi fini. Difatti, era facile intuire che i membri della Camera elettorale sarebbero stati gli stessi uomini che governavano a Milano in quel torno di tempo. Inoltre,  diversamente da quanto era previsto in Francia dalla Costituzione autoritaria dell’anno VIII, nel progetto della Consulta il Presidente della Repubblica (verosimilmente Napoleone) sarebbe stato ingabbiato in un governo composto da otto senatori scelti dalla Camera elettorale e non revocabili dal Presidente stesso. Il Presidente non avrebbe potuto licenziare i funzionari di sua nomina senza l’assenso della Camera elettorale. La forma di Stato restava unitaria mentre la forma di governo costituiva una lieve modifica dell’ordinamento autoritario francese che concentrava il potere nel Primo Console.

 

I progetti federali elaborati dai giuristi francesi

Altri due progetti – uno per l’Italia del Nord Ovest, l’altro per la Repubblica Cisalpina – furono presentati a Napoleone. Redatti entrambi in lingua francese, il secondo – quello relativo alla Cisalpina – venne scritto con ogni probabilità dal ministro degli esteri Charles Maurice Talleyrand Périgord (1754-1838). Entrambi erano informati secondo un principio federale teso a recuperare, adattandolo al mutato contesto politico, lo storico pluralismo territoriale esistente nella penisola fin dal Medioevo.

Nel primo progetto la ricostituzione di alcuni antichi Stati – ricalcando addirittura nella conformazione dei confini i territori di vecchie Signorie feudali – rispondeva all’obiettivo di rendere il progetto ben accetto agli italiani facendo del loro particolarismo il perno dell’ordinamento costituzionale. Chi scrisse quel progetto pensava probabilmente che una confederazione di Stati nell’Italia del Nord Ovest avrebbe reso più accettabile il dominio francese, evidente nell’attribuzione di poteri autoritari a generali d’oltralpe inviati a governare questi piccoli Stati: Lucca, la repubblica di Genova, i principati di Correggio e di Piombino, i ducati di Parma, di Piacenza e l’antico Stato Landi nelle valli del Taro e del Cene. Questi Stati avrebbero formato una confederazione dell’Alta Italia sotto protettorato francese denominata: “Paesi liberi e uniti dell’Italia Superiore” di cui avrebbe fatto parte la Repubblica Cisalpina.

Talleyrand
Charles Maurice Talleyrand Périgord (1754-1838) in un dipinto del 1808.

Il secondo progetto, centrato sulla Cisalpina, contemplava un ingrandimento della Repubblica che, oltre al Novarese, avrebbe inglobato l’antico ducato di Parma e Piacenza. Riformata in senso autenticamente federale, la Cisalpina avrebbe assunto il nome di “Repubblica degli Stati Uniti d’Italia” sul modello nordamericano o svizzero. Estesa a larga parte della pianura padana centro occidentale (il Veneto era sotto l’Austria e gran parte del Piemonte sarebbe stata annessa alla Francia nel 1802), la Repubblica doveva dividersi in quattro Stati, articolati in vasti circondari municipali dotati di autonomia amministrativa. Milano, elevata al rango di Città federale, avrebbe fruito di uno Statuto autonomo in quanto capitale della Repubblica. Quali erano questi quattro Stati federati? Lo “Stato del Nord Est” diviso nei sei circondari municipali: 1. Valtellina; 2. Bergamasco; 3. Bresciano; 4. Mantovano e parte del Veronese (quella ad occidente del fiume Adige perché la parte orientale della città e della provincia erano sotto dominio austriaco); 5. Cremonese; 6. Cremasco. Lo “Stato del Nord Ovest” con i suoi quattro circondari: 1. Nord Milanese; 2. Sud Milanese; 3. Novarese; 4. Parte del pavese. Lo “Stato del Sud Est” con i quattro circondari: 1. Polesine di Rovigo; 2. Ferrarese; 3. Bolognese; 4. Romagna. Lo “Stato del Sud Ovest” con i quattro circondari: 1. Piacentino; 2. Parmense; 3. Ducato di Reggio; 4. Ducato di Modena.

Replicando in piccolo il modello autoritario tipico del costituzionalismo dell’anno VIII, in ogni Stato vi sarebbe stata una Consulta legislativa, composta da rappresentanti delle città e campagne (verosimilmente scelti dall’alto secondo il citato meccanismo delle liste di fiducia), che avrebbe assistito il governo locale nella elaborazione delle leggi valide per ciascun territorio; era prevista poi una Consulta amministrativa di nomina governativa incaricata di preparare i progetti di legge locale che il Provveditore, capo dell’esecutivo dello Stato, avrebbe sottoposto all’approvazione della Consulta legislativa. Il Provveditore, avrebbe esaminato ed approvato i regolamenti amministrativi proposti dalla Consulta amministrativa.

Il potere centrale cisalpino – le cui istituzioni avrebbero avuto sede a Milano – era costituito invece dal Podestà, dal Consiglio di Stato e dal Senato legislativo, i cui membri dovevano scegliersi secondo un criterio rigorosamente federale. Il Podestà, eletto dai Provveditori dei quattro Stati, avrebbe esercitato la funzione esecutiva; con il Consiglio di Stato avrebbe preparato i progetti di legge da sottoporre all’approvazione del Senato; avrebbe nominato i 12 membri del Consiglio di Stato scegliendone tre dalle amministrazioni di ciascuno dei quattro Stati della Repubblica. Il Senato era formato da 24 membri che le Consulte legislative dei quattro Stati avrebbero eletto in ragione di sei a testa.

A ben vedere, i tecnici francesi che avevano elaborato questo progetto di costituzione, lo avevano fatto per eliminare alla radice le rivalità e inimicizie insorte più volte tra cispadani e transpadani, tra modenesi, bolognesi e milanesi nell’assunzione delle cariche pubbliche. Tali inimicizie sarebbero sparite in una repubblica federale in cui l’esercizio delle funzioni pubbliche di ogni Stato sarebbe stato affidato a persone del luogo. In effetti, la scelta compiuta da Napoleone nel 1802 di confermare la forma unitaria della Repubblica, avrebbe finito per aggravare quel clima di tensione. Al crollo del regime napoleonico, tali dissidi sarebbero degenerati in violenze ed epurazioni nel corso della rivolta popolare del 20 aprile 1814 sulla quale mi sono soffermato in una monografia.

Napoleone non era probabilmente contrario ai progetti federali che gli erano stati presentati. Il suo interesse in quegli anni consisteva nella pacificazione e nella stabilità dei territori conquistati. In Svizzera ad esempio, nel 1803, non avrebbe esitato a “seppellire” la Repubblica Elvetica fondata su una forma di Stato unitaria e a fondare un regime federale con l’Atto di Mediazione che sancì la nascita di nuovi Cantoni quali il Ticino e San Gallo.

Nel caso dell’Italia cisalpina Bonaparte sottopose i progetti federali a Francesco Melzi d’Eril. Melzi era probabilmente la persona più ostile alla soluzione federale: a suo avviso la corruzione e le malversazioni esistenti nella Cisalpina per l’irresponsabilità di un governo a trazione democratica e giacobina sarebbero peggiorate in un regime federale perché ogni fazione avrebbe spadroneggiato sul territorio senza controlli. Melzi sostenne inoltre la sua opposizione per un’altra ragione, assai più convincente: nei paesi federali come l’antica Svizzera, l’antica Olanda o gli Stati Uniti d’America di fine Settecento i poteri pubblici erano diffusi sul territorio, deboli nella funzione politica perché ad essa sopperiva lo spirito d’indipendenza e il forte senso civico dei cittadini. Come poteva l’Italia essere ben governata in un regime federale quando erano i suoi stessi cittadini a mostrare una completa assenza di senso civico, di amor di patria?

Giuseppe Mazzola, Ritratto di Francesco Melzi d'Eril, 1800-1801
Giuseppe Mazzola, Ritratto di Francesco Melzi d’Eril, 1800-1801

Je m’étonné un peu, qu’en citant …les Suisses, les Hollandais, les Américains pour prouver la bonté du système fédératif, il soit échappé à l’auteur de ce projet, que ce n’est pas proprement de ce système, que les Peuples cités ont reçu une consistance et une force durable, mais que c’est bien plutôt la volonté prononcée de ces Peuples de sauver leur indépendance, qui a prêté une force à ce système par lui-même très fable, et bien plus faible encor s’il etoit imposé par force à un Peuple, qui n’en a ni l’envie, ni l’idée, et ne peur avoir un véritable sentiment d’une indépendance qu’il n’a jamais connue.

[Mi meraviglio come, nel richiamarsi agli Svizzeri, agli Olandesi, agli Americani per dimostrare la bontà del sistema federale, sia sfuggito all’autore del progetto che non è in foza di questo sistema di governo che i popoli citati hanno raggiunto un’esistenza durevole, ma al contrario è stata la ferma determinazione di questi popoli nel salvaguardare la loro indipendenza a rendere forte un tale sistema di per sé debole, e ancor più fragile se fosse imposto con la forza a un popolo sprovvisto del desiderio o della passione per un sentimento d’indipendenza che non conobbe mai].

[Francesco Melzi a Talleyrand, 16 maggio 1801 in U. Da Como (a cura di), I Comizi nazionali in Lione per la Costituzione della Repubblica Italiana, vol.I., Bologna, Zanichelli, 1934, pag.151. Nei volumi curati da Ugo da Como, ai quali si rinvia per approfondimenti, sono pubblicati i documenti di quel periodo contenenti i progetti citati in questo articolo].

Il progetto Roederer

L’ultimo progetto, quello elaborato dal giurista francese Pierre Louis Roederer (1754-1835), avrebbe costituito per converso il nucleo originario da cui sarebbe derivata la Costituzione della Repubblica Italiana napoleonica. Se la forma di Stato restava unitaria, la forma di governo presentava tratti di assoluta originalità rispetto alle proposte precedenti. Anche qui erano previste le liste di fiducia, che il popolo avrebbe compilato mediante quel sistema di filtri pensato per limitare fortemente gli effetti della legittimazione democratica. Il diritto di elezione tuttavia non sarebbe stato esercitato da una Camera elettorale come nella proposta della Consulta cisalpina. La scelta sarebbe spettata a tre Collegi vitalizi composti di 300 Possidenti, 200 Dotti e 200 Commercianti. Una nazione articolata in categorie professionali in base a un criterio legato al mondo dell’economia produttiva avrebbe scelto in via definitiva i membri delle istituzioni cisalpine traendoli dalle liste di fiducia popolari. A comporre il governo sarebbe stato un Presidente della Repubblica (Napoleone) e otto senatori per l’esercizio dell’amministrazione interna e internazionale. Il governo si sarebbe esteso ai Consiglieri di Stato per l’elaborazione dei progetti di legge da presentare al Corpo legislativo, i cui membri dovevano eleggersi dai Collegi elettorali.

I deputati cisalpini – Melzi in primis – si mostrarono moderatamente favorevoli a questo progetto, anche se non mancarono di esprimere la loro contrarietà su alcuni punti. Anzitutto criticarono la natura vagamente democratica del progetto di Roederer. A loro giudizio solo i proprietari terrieri avevano il diritto di eleggere i loro rappresentanti. Ad essere bocciate non erano solo le liste di fiducia popolari, il che era prevedibile visto il pessimismo e il rigido conservatorismo di Melzi. Veniva contestata l’introduzione dei collegi dei dotti e dei commercianti, due categorie professionali che non meritavano di essere considerate sullo stesso piano dei possidenti.

Napoleone respinse tali obiezioni, mostrando una maggiore sensibilità per le dinamiche sociali ed economiche della società italiana. Alla fine furono seguiti tuttavia i consigli “antidemocratici” di Melzi: vennero abolite le liste di fiducia di derivazione popolare, che in Francia erano operanti grazie alla Costituzione dell’anno VIII. Napoleone fece dei Collegi dei Possidenti, dei Dotti e dei Commercianti gli organi “primitivi” della sovranità nazionale (questo il tenore dell’articolo 10 della Costituzione del 1802). Su invito del governo, i Collegi avrebbero eletto, oltre ad alcuni collegi tecnici, anche le istituzioni rappresentative a livello comunale, dipartimentale (provinciale) e nazionale. Al Presidente della Repubblica (Napoleone) sarebbe spettata la nomina e la revoca dei ministri, nonché la formazione del consiglio legislativo, un collegio specializzato nei conflitti interni alla pubblica amministrazione. Questo consiglio avrebbe avuto altresì il diritto di voto sui progetti di legge elaborati dal Presidente stesso.

I Comizi di Lione del 1801
N.F. Monsiau, La Consulta della Repubblica Italiana durante i Comizi di Lione attribuisce la presidenza a Napoleone Primo Console. Dipinto del 1802.

Ai Comizi di Lione la nascita della Repubblica Cisalpina, ora denominata Italiana, fu acclamata dai deputati accorsi dai vari dipartimenti, invitati da Napoleone in larga parte secondo il criterio dell’appartenenza alla corporazione economico professionale dei Possidenti, Dotti e Commercianti. Si trattava di un regime le cui contraddizioni non sarebbero tardate a manifestarsi in tutta la loro portata. Eppure, nonostante i limiti di uno Stato posto sotto il controllo della Francia consolare, la Repubblica Italiana dispose di un governo in grado di intraprendere le riforme economiche e sociali necessarie alla modernizzazione del Paese: questo grazie a una burocrazia efficiente, preparata, mossa all’azione unicamente dalla tutela dell’interesse pubblico.

La “demostocrazia” di Fantuzzi nella Milano ‘giacobina’

In questo periodo a dominare il dibattito politico è la riforma costituzionale su cui saremo chiamati ad esprimerci nel referendum del prossimo autunno.

In questa sede vorrei soffermarmi su un periodo cruciale per la storia di Milano in merito al tema delle riforme costituzionali. A ben vedere, i periodi importanti per la città di Ambrogio furono due: il primo risale all’arrivo in Lombardia, nella primavera del 1796, degli eserciti rivoluzionari francesi comandati dal generale Bonaparte e può esser fatto concludere nel luglio 1797, quando venne promulgata la Costituzione moderata cisalpina esemplata sulla carta francese dell’anno III (1795). Il secondo periodo può essere individuato negli anni compresi tra il 1801 e il 1814 quando, nella Milano napoleonica capitale di uno Stato unitario nell’Italia del Centro-Nord, alcuni tra i più eminenti intellettuali – da Vincenzo Cuoco a Gian Domenico Romagnosi – lavorarono a un modello di costituzione che fosse in grado di garantire l’efficienza amministrativa del governo in uno Stato di diritto fondato sul riconoscimento dei diritti civili. Tornerò in un altro articolo su questo secondo periodo.

truppe francesi a Milano 1796
Ingresso delle truppe francesi a Milano da Porta Romana nella primavera del 1796. Incisione a colori di J. Duplessis

Oggi vorrei soffermarmi brevemente sul primo periodo, quello che potremmo ricondurre al pensiero più avanzato del “giacobinismo italiano”. Tra il settembre del 1796 e il 1797, nella Milano liberata dalla dominazione austriaca, l’Amministrazione generale della Lombardia bandì un concorso intitolato “Quale dei governi liberi meglio convenga alla felicità d’Italia”. Il concorso fu voluto probabilmente dal generale Bonaparte per capire quale fosse il pensiero dei patrioti italiani su temi quali la democrazia, la libertà repubblicana, la costituzione.

Furono presentati cinquantasette progetti costituzionali ove, in vista del crollo degli Stati d’antico regime, si proponevano molteplici assetti istituzionali per l’Italia. Quel concorso fu vinto com’è noto da Melchiorre Gioia, il quale auspicava la liberazione della penisola dal dominio straniero e la formazione di uno Stato nazionale unitario.

Altri progetti riflettevano un’impostazione federale. Riconosciuta l’esigenza di costituire un potere pubblico nazionale, era ritenuto opportuno tutelare le diversità storiche esistenti nella penisola oppure riconoscere gli Stati rivoluzionari che si erano costituiti nel frattempo sulle ceneri degli ex regimi. I lavori di quell’autentico laboratorio di storia costituzionale furono raccolti e studiati negli anni Sessanta del secolo scorso dallo storico Armando Saitta in due preziosi volumi intitolati: Alle origini del Risorgimento: i testi di un celebre concorso (Roma, Istituto Storico italiano per l’età moderna e contemporanea, 1964).

In questa sede desidero focalizzare l’attenzione sul progetto del patriota bellunese Giuseppe Fantuzzi. Un progetto poco conosciuto in cui l’autore , quantunque avesse proposto uno Stato nazionale mostrando la sua adesione per la soluzione unitaria, lasciava trasparire a chiare lettere la sua cultura federale e democratica radicale.

 

Vita di Giuseppe Fantuzzi

Chi era Giuseppe Fantuzzi? Nato a Belluno il 10 ottobre 1762, Fantuzzi aveva trascorso il periodo dell’adolescenza lavorando come trasportatore di pini e abeti lungo il corso del Piave. All’età di vent’anni lavorò a Venezia presso il dazio dei vitelli, un’attività di cui il padre era riuscito a procurarsi la gestione in monopolio grazie a una speciale concessione del governo veneziano.

Richiamato a Belluno, Fantuzzi si dedicò agli studi di storia e di fisica, formandosi sulle opere degli enciclopedisti francesi. La lettura di Rousseau fu decisiva – come si vedrà più avanti – per la sua formazione politica. Fece un lungo viaggio nell’Impero germanico e in Russia, lasciando trapelare nei suoi scritti un giudizio negativo sui governi assoluti. Tornato a Venezia, strinse amicizia con un principe polacco che accompagnò a Varsavia nel 1793. Difensore dell’indipendenza della Polonia, combatté nella battaglia di Praga a fianco dei patrioti polacchi contro i russi. Sconfitta la repubblica polacca, Fantuzzi riuscì a sfuggire all’arresto ricorrendo a un fortunato travestimento in panni femminili. Dopo aver soggiornato a Vienna, fece ritorno a Belluno. Sulla guerra combattuta in difesa del popolo polacco, conservò un ricordo assai vivo, sembrandogli quella esperienza un esempio concreto di lotta per la difesa della libertà. Scriveva al fratello Luigi:

Avreste veduto da per voi quai sforzi è obligato a fare un popolo per acquistare la sua libertà una volta che l’ha perduta: sforzi degni dell’uomo, ma purtroppo sovente inutili”.

Fu uomo d’azione, ardente soldato, amante della guerra. Non esitò a sostenere che “la musica del cannone” era la vera “musica dell’uomo”, non le “opere buffe e serie”.

Con la discesa in Italia del generale Bonaparte, si schierò in favore dei francesi contro il regime della Serenissima. Occorre tuttavia ricordare che, prima di partecipare attivamente agli eventi rivoluzionari, Fantuzzi aveva proposto al governo veneto un Piano di organizzazione militare informato ai principi democratici, piano che puntava a una riforma di Venezia che potesse renderla capace di fronteggiare l’invasione dei francesi. Fu la bocciatura di quel piano a farlo passare dalla parte del “nemico”. Sperava e si illudeva che i principi rivoluzionari potessero servire all’edificazione di uno Stato italiano indipendente dalla Francia, retto su basi rigorosamente democratiche. Assieme al fratello Luigi, Giuseppe si arruolò quindi nell’esercito francese.

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Il generale Bonaparte sul ponte di Arcole durante la Campagna d’Italia, dipinto di Antoine Jean Gros (1771-1835)

Tra l’estate del 1796 e i primi mesi del 1797 partecipò alle battaglie di Lonato, Castiglione, Caldiero, Arcole, rivestendo l’ufficio di capo battaglione della legione cisalpina. Fautore dell’indipendenza italiana, in una lettera scritta al generale Bonaparte tra il 6 e il 19 gennaio 1797 propose la formazione di un’armata italiana di cui facessero parte i patrioti più illuminati; armata che avrebbe dovuto scontrarsi contro le truppe veneziane ed austriache sottraendo la penisola alla “schiavitù dei tiranni”. Si illudeva che i francesi, una volta mutato l’assetto geo-politico dell’Italia, si sarebbero ritirati entro i confini del loro Stato. Nella citata lettera a Bonaparte, Fantuzzi non risparmiava giudizi severi verso la nazione italiana, giudicata “corrotta, ignorante e superstiziosa”.

A pochi mesi dal trattato di Campoformio, il patriota bellunese si impegnò per la salvaguardia dell’italianità del Veneto, proponendo la costituzione di un comitato centrale “con funzioni di governo provvisorio che rappresentasse legalmente e tutelasse gli interessi politici di tutta la regione veneta”. La sorte del Veneto era tuttavia segnata. Inutili i tentativi con cui Fantuzzi,  inviato a Campoformio in missione segreta, cercò di promuovere l’annessione della regione alla repubblica cisalpina.

Divenuto cittadino della repubblica il 24 gennaio 1798, rivestì nuovi incarichi nell’amministrazione civile. Dopo aver svolto a Parigi le funzioni di delegato per conto del Direttorio, fu nominato capo della seconda divisione del dipartimento della guerra. In tale veste compì due missioni – a Rimini e a Mantova – per reprimere l’ammutinamento di alcuni soldati, porre sotto controllo la contabilità militare, svolgere indagini nei confronti dei cittadini corrotti ed incapaci.

Il nuovo conflitto che oppose i francesi agli eserciti austro-russi nel 1799-1800 vide il Fantuzzi militare nell’esercito cisalpino in qualità di aiutante generale e poi di generale di brigata. Morì il 2 maggio 1800 durante l’assalto al forte “La Coronata” nello scontro di Novi Ligure.

 

Per un’Italia unita, democratica e federale: Il progetto “demostocratico” di Fantuzzi

Rousseau
Jean Jacques Rousseau (1712-1778)

Fantuzzi partecipò al concorso milanese con il suo Discorso filosofico politico sopra il quesito proposto dall’Amministrazione generale della Lombardia “Quale dei governi liberi meglio convenga alla felicità d’Italia”. Si tratta di un opuscolo di 122 pagine presentato, come precisato nell’avvertenza, “il 15 dicembre 1796”. In omaggio al suo maestro di pensiero, Jean Jacques Rousseau, il  frontespizio riprendeva le parole con cui si apriva il primo capitolo del primo libro del Contratto Sociale: “L’homme est né libre, et partout il est dans les fers”: l’uomo è nato libero e ovunque è in catene. Un’ammirazione sconfinata, quella di Fantuzzi nei confronti del filosofo ginevrino; un’ammirazione che condivideva con quella di tanti patrioti italiani ardenti fautori dei valori democratico-rivoluzionari affermatisi in Francia negli anni del giacobinismo  (1792-94).  Scriveva Fantuzzi:

Nell’alto argomento, in cui inseparabile si trova la felicità d’una grande nazione, e forse quella dell’intiera umanità; rivolgo i miei prieghi, ed invoco in soccorso Te, mio maestro, mio duce, mio divino Rousseau! Tu che dall’alto impassibile miri le umane passioni, Tu degna presiedere le mie idee, dirigere la mia penna,  ed ispirar al mio cuore quel filantropico orgoglio, che ti rese quaggiù celebre, ed immortale!

Dopo aver effettuato una breve analisi sulle forme di Stato, Fantuzzi proponeva la fondazione in Italia di uno Stato unitario “demostocratico” (sic!). La sua vicinanza al pensiero costituzionale francese era limitata alla concezione radicale della sovranità popolare, che risiedeva a suo giudizio nel potere legislativo esercitato direttamente dal popolo mediante i “consigli primitivi della nazione”: si tratta di istituzioni appena accennate nel suo progetto che sembrano tuttavia simili alle “assemblee primarie” titolari del potere legislativo contenute nel memorabile Plan de constitution girondino del febbraio 1793. Per il resto, il suo progetto rifletteva un’impostazione originale che mostrava il tentativo di adeguare la riforma costituzionale al particolarismo dell’Italia.

Egli faceva risiedere il potere legislativo interamente nel popolo ma gli altri due poteri non erano che la divisione del potere esecutivo in “potere esecutivo esterno” e “potere esecutivo interno”. Nessuna parola sul “potere” giudiziario, evidentemente concepito – in un tipo di “Stato di diritto legislativo popolare” – come un ordine dello Stato, non già come un potere. Scriveva Fantuzzi:

Per Demostocrazia intendo la distinta divisione di tre poteri nel corpo politico e sono: potere legislativo e sovrano, potere esecutivo interno, potere esecutivo esterno. Il concorso di questi tre poteri ad un solo scopo formerà la garanzia dell’istituzione politica, e conserverà la nazione libera, ed indipendente.

Lo Stato italiano di Fantuzzi doveva essere unitario e indivisibile. Tuttavia, il suo modello di costituzione rifletteva una struttura federale nel criterio con cui si sarebbero formate le istituzioni repubblicane. L’Italia, “unica, sola, ed indivisibile” era articolata in dieci repubbliche che avrebbero coinciso in parte con gli Stati regionali esistenti alla fine del 1796 (era il caso della Repubblica Lombarda, di quella Alpina Piemontese), in parte con gli Stati che si sarebbero dovuti costituire sulle rovine degli Stati d’antico regime (sarebbe stato il caso della Repubblica Cispadana proclamata nel marzo 1797 o di quella Ligure la cui costituzione sarebbe stata approvata il 2 dicembre 1797).

L’Italia di Fantuzzi era quindi articolata in dieci Repubbliche. La Repubblica Alpina (capitale Torino), la Repubblica Liguriana (capitale Genova), la Repubblica Etrusca (capitale Firenze), la Repubblica Lombarda (Milano), la Repubblica Adriatica (Venezia), la Repubblica Bellica o cispadana (Bologna), la Repubblica Ausonica (Roma), la Repubblica Vesuviana (Napoli), la Repubblica Sillacarida (Palermo), la Repubblica Isorica (Cagliari). In ciascuna di queste dieci repubbliche avrebbe avuto sede un Senato titolare del potere esecutivo interno.

Fantuzzi sosteneva di ispirarsi, nella divisione del potere esecutivo tra governo centrale e governi territoriali, a Stati quali l’Inghilterra o l’antica Polonia. Nel caso polacco egli aveva avuto modo di osservare il funzionamento di quelle peculiari istituzioni nel viaggio che si è ricordato all’inizio. In realtà, nel proporre l’istituzione del Senato, egli lasciava trasparire un certo qual attaccamento – sia pure indiretto – al governo della Repubblica di San Marco, tutta informata al principio della collegialità degli organi costituzionali (a partire dal Maggior Consiglio).

I Senati di ciascuna Repubblica si sarebbero composti di 300 membri, 100 dei quali rinnovati mediante elezione popolare a cadenza annuale. Quali funzioni sarebbero spettate ai senatori? In cosa concerneva per Fantuzzi il potere esecutivo interno?

Il primo dovere dei Senatori consisteva nel vegliare sulla severa esecuzione delle leggi approvate dal Popolo sovrano. Avrebbero poi esercitato la sorveglianza su tutte le cariche dello stato, sia di quelle elette dai cittadini nei vari comuni e dipartimenti, sia di quelle burocratico-professionali appartenenti all’amministrazione attiva. Pari controlli sui tribunali civili, criminali, e di polizia eletti dal popolo.

Il Senato di ciascuna Repubblica avrebbe poi esercitato poteri di governo nelle materie attinenti al culto, all’educazione, alle forze terrestri e marittime dello stato, agli spettacoli pubblici, ai pubblici edifizi, agli archivi, alle biblioteche, all’agricoltura, alle arti, al commercio; avrebbe curato la riscossione dei tributi, l’amministrazione del tesoro, delle derrate, la “distribuzione dei terreni”. A questi uffici sarebbero stati nominati dai vari Senati gli “opportuni uffiziali e ministri”.

Con “distribuzione dei terreni” Fantuzzi si riferiva a un punto cruciale del suo progetto costituzionale: egli riteneva che ciascun cittadino della Repubblica Italiana, in quanto tale, avrebbe avuto in usufrutto un pezzo di terra la cui rendita gli potesse garantire una vita dignitosa. Tuttavia, in caso di violazione delle leggi, il cittadino avrebbe perso i diritti politici e con essi il diritto alla proprietà del terreno. In questo modo, secondo Fantuzzi, gli italiani non avrebbero avuto alcun interesse a violare la Costituzione mancando ai loro doveri di cittadini. Doveri considerevoli perché, come si è ricordato sopra, ad essi spettava il potere legislativo diretto secondo una concezione radicale della sovranità popolare di ascendenza giacobina.

I Senati avrebbero nominato inoltre funzionari periferici che potremmo avvicinare in parte ai prefetti o ai viceprefetti: questi avrebbero esercitato un controllo sulle amministrazioni comunali e sui tribunali civili, criminali per verificare l’esatta esecuzione delle leggi informando i Senati dell’ordine e dell’applicazione delle medesime.

I Senati avrebbero scelto gli ufficiali e comandanti delle forze armate di terra e di mare de’ loro rispettivi governi, fatta eccezione per il comandante generale, da scegliere solo in caso di guerra. La gestione politica delle forze armate sarebbe spettata tuttavia al governo centrale della Repubblica Italiana – chiamato da Fantuzzi “Consiglio dei Saggi”.  I Senati non avrebbero potuto trasmettere ordini alle forze armate senza una preventiva deliberazione del Consiglio dei Saggi, o per espresso loro comando.

L’operato dei Senati di ciascuna delle 10 Repubbliche sarebbe stato sottoposto al controllo del governo centrale. Qui invece traspariva la forma unitaria dello Stato da lui immaginato per l’Italia.

Si è detto che Fantuzzi, fedele a una concezione radicale della sovranità di matrice giacobina, riconosceva al popolo il potere legislativo diretto. In casi che richiedevano l’adozione di provvedimenti urgenti, egli faceva intervenire tuttavia gli organi di democrazia rappresentativa autorizzandoli ad emanare un tipo di leggi provvisorie che potremmo avvicinare ai nostri decreti legge. Difatti Fantuzzi conferiva ai Senati la possibilità di proporre al Consiglio dei Saggi progetti di legge per il benessere della nazione o per il bene particolare di una sua parte. Egli pensava a leggi che, approvate dalla maggioranza del governo centrale, sarebbero entrate in vigore nelle repubbliche i cui Senati ne avevano promosso l’attuazione. Definite leggi parziali, sarebbero rimaste in vigore per sei mesi, un tempo nel quale i “consigli primitivi del popolo” avrebbero dovuto procedere alla loro ratifica. In caso di bocciatura popolare, sarebbero state abrogate. Scriveva il patriotra bellunese:

I Senati hanno la facoltà d’indicare al Consiglio dei Saggi quelle leggi che la loro maturità stimasse le migliori per il bene della nazione in generale; e così pure proporre quelle che credessero utili e necessarie al bene parziale della loro repubblica. Se le leggi parziali porteranno con esse l’urgenza, e che siano approvate dalla maggiorità del Consiglio dei Saggi, porteranno il nome di leggi istantanee, e la loro esecuzione verrà demandata ai Senati che le avranno proposte. Il vigore di queste leggi che detta il bisogno del momento, non potrà essere che di sei mesi, nell’intervallo dei quali, dovranno essere presentate ai consigli primitivi del popolo. Essendo approvate verranno registrate nel codice con la distintiva di Legge parziale. Allora soltanto prenderanno il nome di leggi attive e permanenti. Verranno esse leggi demandate a tutt’i Senati della nazione perché conoscano, s’elle convenghino ancora al ben essere dei popoli che governano. Se queste leggi non venissero accettate dal popolo sovrano, passati li sei mesi non avranno più alcun vigore, come neppure effetti retroattivi.

Veniamo ora al governo centrale della Repubblica delineato da Fantuzzi. Ai Senati sarebbe spettata l’elezione dei membri del Consiglio dei Saggi. Il primo anno ogni Senato avrebbe eletto nel suo seno sei Saggi: dato che i Senati di ciascuna Repubblica sarebbero stati 10, il Consiglio dei Saggi sarebbe stato di 60 membri. Il principio del rinnovo parziale del collegio, assai diffuso nelle istituzioni europee tra fine Settecento e primo Ottocento, sarebbe stato alla base anche di questo collegio. Ogni semestre il Senato di ciascuna Repubblica avrebbe eletto un Saggio in sostituzione del membro cessato dalla carica. Il governo centrale era così formato, in base a un principio autenticamente federale, da membri dei governi territoriali. Scriveva Fantuzzi:

Tutti i senatori attivi dei rispettivi Senati hanno vocazione all’alto consiglio nazionale, e saranno dalle assemblee senatorie tutti egualmente nominati. Quei trenta che uniranno maggiori voci in loro favore, saranno i candidati per l’alto consiglio. Si rimanderanno nuovamente i candidati all’elezione, e quelli sei che riuniranno in loro favore la maggiorità al di là de’ due terzi delle voci, saranno dichiarati membri del Consiglio dei Saggi. Queste due elezioni non si potranno fare in un sol giorno, ma in due successivi.

Il Consiglio dei Saggi sarebbe stato permanente. Ogni Saggio sarebbe durato in carica al massimo tre anni. Nelle sedute del Consiglio, segrete, le decisioni sarebbero state prese a maggioranza. Il Presidente del Consiglio dei saggi, eletto ogni anno, avrebbe acquisito il titolo di Saggissimo. Quali funzioni avrebbe esercitato quello che Fantuzzi definiva come “potere esecutivo esterno”? Il Consiglio dei Saggi avrebbe mantenuto relazioni politiche con le potenze straniere; ad esso sarebbe spettato inviare e ricevere ambasciatori; fare trattati, concludere alleanze. Avrebbe avuto la direzione delle forze di terra e di mare con il potere di fare la guerra e la pace. La guerra sarebbe stata dichiarata nel solo caso in cui la nazione fosse stata attaccata o minacciata d’esserlo.

La natura federale dell’ordinamento delineato da Fantuzzi traspariva anche nella procedura ch’egli aveva previsto quando si fosse trattato di dichiarare guerra a un altro Stato. In tal caso il Consiglio dei Saggi avrebbe informato i dieci Senati con un messaggio segreto per chiedere l’autorizzazione delle 10 Repubbliche. Il Consiglio dei Saggi sarebbe stato autorizzato a dichiarare guerra solo con il consenso dei due terzi dei Senati (7 su 10).

Il Consiglio dei Saggi avrebbe controllato inoltre il corretto svolgimento delle sedute nei Senati di ciascuna Repubblica, esercitando un controllo di legittimità e di merito agendo come custode della “Costituzione demostocratica”. I Senati, come si è accennato, avrebbero vigilato sul buon ordine e sull’esatta esecuzione delle leggi.

Ho insistito in una rapida descrizione del progetto costituzionale di Fantuzzi perché esso si caratterizzava per l’originalità della sua impostazione. Tre i tratti peculiari.

In primo luogo una concezione radicale della sovranità popolare tipica del giacobinismo francese di ascendenza girondina fondato sul ruolo centrale delle Assemblee primarie (ognuna delle quali composta da alcune centinaia di cittadini) nell’esercizio del potere legislativo.

In secondo luogo, una struttura federale fondata sulla divisione del potere amministrativo e di governo tra i Senati territoriali e il Consiglio dei Saggi.

In terzo luogo, un’influenza legata alle istituzioni repubblicane europee d’antico regime che risaltava nel principio della maggioranza dei due terzi o addirittura superiore ai due terzi per l’elezione dei membri del governo centrale o per decisioni importanti come la dichiarazione di guerra soggetta al voto dei 10 Senati.