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Una grande istituzione milanese: il Teatro alla Scala

Il 15 luglio 1776 l’imperatrice Maria Teresa d’Asburgo approvò il progetto dell’architetto Giuseppe Piermarini per la costruzione di un teatro di corte nel luogo in cui si trovava l’antica chiesa di Santa Maria della Scala.

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Marc’Antonio Dal Re, Festa in Teatro Ducale del Governatore Pallavicini per la nascita dell’arciduca Pietro Leopoldo nel 1747

Da cinque mesi Milano era sprovvista di un luogo in cui potesse riconoscersi la colta società cittadina. Il vecchio teatro ducale, un suntuoso edificio comprendente 800 posti che si trovava in un’ala del palazzo del governatore (oggi Palazzo Reale) era stato distrutto da un incendio il 26 febbraio. Incendio che, oltre a rendere inagibili per alcuni anni le stanze della residenza di corte costringendo gli arciduchi a traslocare nel palazzo Clerici, aveva privato la città di un teatro importante, che era stato costruito nel 1725 con i fondi del patriziato milanese.

L’imperatrice Maria Teresa ordinò la pronta costruzione del nuovo edificio: i lavori, iniziati il 5 agosto 1776 con la demolizione della chiesa scaligera, terminarono due anni dopo. Il 3 agosto 1778 il Teatro alla Scala apriva al pubblico con l’opera in due atti l’Europa riconosciuta di Antonio Salieri. Furono inoltre eseguiti due balletti, uno a metà dell’opera, l’altro al termine.

Qual era il normale allestimento dello spettacolo in un teatro del Settecento? Anzitutto non dobbiamo pensare che vi fosse un direttore e che l’orchestra fosse nascosta, al di sotto del palco, come avviene oggi. Queste furono invenzioni del compositore, poeta e musicista tedesco Richard Wagner (1813-1883) che vennero introdotte progressivamente nei teatri europei verso la fine dell’Ottocento.

Nel XVIII secolo l’orchestra era situata sul palco ove si svolgeva la scena principale. Allo spettacolo principale (commedia o melodramma) era affiancata l’esecuzione di scene mute nei palchi situati ai lati. Il melodramma poteva essere intervallato da balletti.

Scrisse Montesquieu in un passo delle Lettere persiane (pubblicate nel 1721) ove descriveva una rappresentazione  teatrale all’Opera di Parigi:

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Charles Louis Secondat barone di Montesquieu

La gente verso la fine del pomeriggio si raduna per fare una specie di recita che ho sentito chiamare commedia. L’azione principale si svolge su una scena che si chiama teatro. Ai due lati, in certi piccoli ridotti, che si chiamano palchi, si vedono degli uomini e delle donne che rappresentano insieme delle scene mute… Qui c’è un’amante afflitta che esprime il suo abbattimento; un’altra con occhi vivaci e aspetto appassionato, divora con gli occhi il suo amante, che la guarda allo stesso modo; tutte le passioni sono dipinte sui visi ed espresse con un’eloquenza che, essendo muta, è ancora più viva.

Gli spettacoli teatrali nella Milano settecentesca non dovevano essere molto diversi da quelli descritti da Montesquieu.

Ma torniamo a quel 3 agosto 1778, giorno dell’inaugurazione del teatro alla Scala. La Gazzetta di Milano, nel descrivere l’entusiasmo con cui i presenti avevano assistito allo spettacolo, non mancò di accennare alla grandiosa architettura del teatro, soffermandosi in particolar modo sull’impegno con cui le famiglie milanesi, proprietarie dei palchi, avevano contribuito a rendere memorabile quella serata addobbando gli ambienti con mobili e oggetti lussuosi. Anche l’impresa teatrale aveva arredato sontuosamente i ridotti, le stanze ove si praticava il gioco d’azzardo. A quell’epoca l’impresa teatrale era stata appaltata dallo Stato ad alcuni nobili milanesi. Dal 1776 vi facevano parte il conte Carlo Ercole Castelbarco Visconti, il marchese Antonino Menafoglio, il marchese Bartolomeo Calderara amico intimo di Cesare Beccaria, il marchese Giacomo Fagnani. L’impresa curava l’amministrazione del teatro vendendo i posti accessibili al pubblico, curando lo smercio delle bevande, allestendo i tavoli per il gioco d’azzardo.

Sulla Gazzetta di Milano si leggeva questo resoconto pochi giorni dopo l’inaugurazione:

Nella sera di Lunedì scorso giorno 3 del corrente, giusta quanto erasi già da due mesi annunciato, si fece l’apertura di questo nuovo Regio Ducal Teatro colla prima rappresentazione intitolata L’Europa riconosciuta in due Atti…

Non potevasi con pompa maggiore solennizzare un’Epoca di simile pubblica allegria in questa Città. E ben lo meritava la grandiosità, e magnificenza dell’Edificio disegnato ed eretto dal Regio Professore ed Architetto Signor Don Giuseppe Piermarini, il quale mediante il favore di Sua Altezza Reale il Serenissimo nostro Arciduca [l’arciduca Ferdinando di Asburgo Lorena, figlio di Maria Teresa, governatore della Lombardia] e la splendidezza de’ Proprietari de’ Palchetti, lo seppe rendere in questo genere il migliore forse d’Europa.

Frontispizio, solidità, forma, compartimento, grandezza, comodi, ornamenti, proporzione, risonanza, visuale, tutto in esso è ammirabile, tutto grandioso, tutto il meglio all’uso adattato. Corrispondente a sì bella fabbrica è pure il lusso ed il buon gusto, con cui, e ciascun Particolare adornò il proprio Palchetto e la nobile Associazione della teatrale impresa sfoggiò negli ornati e ne’ mobili delle vaste Sale de’ Ridotti; onde senza esagerazione potrebbe assicurarsi non ritrovarsi altrove un pubblico luogo da potersi a questo in ricchezza e beltade uguagliare.

L’apertura di un tal Teatro: il Dramma di composizione nuovo, di genere inusitato: la prima rappresentazione, che da’ nobili Associati dopo l’impegno da loro assunto si esponeva: la notorietà del dispendioso apparecchio, che da lungo tempo questi facevano, erano motivi, che tanto avevano l’universale aspettazione ingrandito, che credevasi difficile il poterla bastantemente appagare. Con tutto ciò lo Spettacolo ebbe un felicissimo incontro, ed il Pubblico restò soddisfatto…

In realtà, l’architettura del teatro sollevò alcune perplessità nei contemporanei. Pietro Verri, in una lettera al fratello Alessandro scritta nel luglio 1778, ammise la sua delusione per la mole dell’edificio il cui loggiato, distaccandosi dalla facciata per consentire il passaggio delle carrozze, spezzava a suo giudizio l’armonia complessiva della fabbrica. Bisogna tener presente che allora non esisteva piazza della Scala, che fu costruita nel 1858 mediante l’abbattimento delle case tra palazzo Marino e il teatro. Verri, passeggiando in via Santa Margherita, non disponeva quindi di spazio sufficiente per ammirare la facciata nella sua interezza, il che finiva per rendergli sproporzionata la mole dell’edificio rispetto all’asse della strada. Verso la fine della lettera, l’illuminista lombardo accennava curiosamente  a “un casotto”, termine con cui si riferiva al tetto, eccessivamente alto.

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Un particolare del quadro di Angelo Inganni, La facciata del Teatro alla Scala, 1852

La facciata del nuovo teatro è bellissima in carta, e mi ha pure sorpreso quando la vidi prima che si mettesse mano alla fabbrica; ma ora quasi mi dispiace. Nel disegno tu vedi la facciata come una sola superficie, nella esecuzione sono tre pezzi. Il portico di bugne si avanza molto, e servendo al passaggio delle carrozze che vanno al teatro ti copre e offusca parte dell’edificio. Se ti scosti poi per vedere scemata la deformità, ti spunta un casotto in cima alla facciata che è poi il tetto assai alto.

Mi chiedo cosa direbbe oggi Pietro Verri se vedesse la colossale torre scenica a forma di cubo o l’edificio a pianta ellittica: due recenti costruzioni che troneggiano sopra il vecchio tetto del teatro.

Perché l’Europa non sa rinnovarsi

A Milano sono sorti i maggiori movimenti politici e culturali, alcuni destinati a rivoluzionare i costumi e gli stili di vita degli italiani, altri ad incidere in profondità nelle strutture politiche e amministrative dello Stato. Gli uni e gli altri tesi a cambiare la società per fondarne una diversa, nel bene e nel male. Milano vide la nascita del socialismo moderato di Filippo Turati, riunito nella Lega Socialista Milanese fondata nel 1889; Milano fu la culla del fascismo di Benito Mussolini, i cui fasci di combattimento vennero fondati in piazza San Sepolcro nel 1919. Ho citato due esempi tra i tanti per mostrare la vocazione riformista e rivoluzionaria di Milano.

Se allarghiamo la visuale alla società del Vecchio Continente, ci accorgiamo che la rivoluzione è stata una costante della storia europea. Molti però si pongono questa domanda: nonostante il progresso tecnologico ci abbia messo a disposizione strumenti che vent’anni fa erano impensabili, perché la rivoluzione è divenuta oggi il grande assente della storia occidentale? Perché al giorno d’oggi sembra non esistere più in Europa la capacità di pensare e operare per un cambiamento delle istituzioni teso a migliorare la condizione di vita dei cittadini per un futuro migliore? Una domanda, se ci pensiamo bene, nient’affatto peregrina in tempi difficili come quelli attuali, caratterizzata da diseguaglianze e ingiustizie ancor più marcate rispetto al passato.

IMG_6249L’interessante libro dello storico Paolo Prodi, Il tramonto della rivoluzione (Il Mulino, Bologna 2015, 119p) cerca di capire le ragioni di questo dilemma. L’autore, riprendendo il pensiero dell’intellettuale tedesco Eugen Rosenstock Huessy, collega il concetto di rivoluzione alla storia dell’Occidente medievale e moderno. Fino ad alcuni anni fa l’Europa si è caratterizzata rispetto alle altre civiltà del pianeta per la presenza nella sua storia di rotture, di movimenti rivoluzionari che, mettendo in discussione le istituzioni esistenti, cercarono di combattere le ingiustizie. Il progresso occidentale – ci dice il professor Prodi – è stato in buona parte il risultato di queste rivoluzioni che ne hanno alterato di volta in volta la struttura sociale e istituzionale.

Questa Europa, segnata dal graduale mutamento delle sue istituzioni, ha un’origine ben precisa. La riforma gregoriana dell’XI secolo aprì agli europei il tortuoso sentiero della libertà politica; spezzò il monopolio del potere in capo all’imperatore o al papa segnando la graduale formazione di un equilibrio pluricentrico: da un lato i poteri secolari (imperatore, principi, città), che governarono i sudditi nella sfera dei rapporti civili in via sempre più autonoma dalla chiesa, dall’altro il potere ecclesiastico, ristretto progressivamente all’esercizio dei sacramenti e alla giurisdizione del foro interiore, della vita religiosa degli europei.

Da questa frattura originaria ebbe origine il pluralismo istituzionale che fece dell’Europa un territorio in continua evoluzione politica e religiosa. Il diritto di resistenza diffuso nell’Occcidente medievale e moderno, in base al quale i sudditi/cittadini avevano il diritto/dovere di ribellarsi ai governanti ove questi avessero violato le leggi e le tradizioni della comunità, sarebbe stato inconcepibile senza la “desacralizzazione” del potere politico, vale a dire la sua separazione dal potere religioso/sacrale.

Nel XVI secolo ci fu la seconda ondata di rivoluzioni, quella delle riforme protestanti che segnò l’avvento di una molteplicità di chiese territoriali, in relazione diversa con i poteri secolari: principi e repubbliche.

Nel corso del Settecento gli Stati europei, ormai distinti dalla persona del monarca, furono interessati dalla terza ondata di rivoluzioni che portò alla separazione dei poteri (legislativo, esecutivo e giudiziario) compiutamente teorizzata, sia pure in forme diverse, nelle carte rivoluzionarie americane e francesi.

Muovendo da un’ottica di lungo periodo, Prodi fa notare tuttavia che la libertà politica in Occidente può esser fatta risalire alla rivoluzione gregoriana: da lì si arrivò poi alla graduale separazione tra sfera del sacro e sfera del profano, tra giustizia di Dio e giustizia degli uomini, tra coscienza personale e diritto positivo, tra peccato e reato.

Questa capacità dell’Occidente di riformarsi continuamente per migliorare l’assetto politico non sarebbe spiegabile senza il contributo fondamentale delle tradizione ebraico-cristiana. Dai tempi di Agostino, dal IV secolo dopo Cristo, “rivoluzione” non indicò soltanto il moto di rotazione degli astri ma venne usato in riferimento al cammino dell’umanità verso la salvezza. Questo segnò il passaggio da una concezione statica, ciclica, immutabile della storia a una dinamica, progressiva, soggetta a mutamento.

Il termine “rivoluzione” in Europa divenne in un certo senso la secolarizzazione della “profezia” ebraico-cristiana, che concepisce la storia come un cammino di salvezza dell’umanità contro i mali del presente in vista di una redenzione che avverrà alla fine dei tempi. Riprendendo una felice espressione del giurista Carl Schmitt, potremmo dire che le rivoluzioni avvenute in Europa nel Sette, Otto e Novecento furono “principi teologici secolarizzati” che portarono al mutamento dei poteri pubblici contro quelle che erano ritenute ingiustizie cui porre fine.

Oggi il problema dell’Europa risiede nella scomparsa di questa sua anima rivoluzionaria, di questa capacità di cambiare la società, di progettare il futuro.

Scrive Prodi:

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Il professor Paolo Prodi

Il mito della rivoluzione è finito. Ma l’Europa, l’Occidente, sono nati e cresciuti come ‘rivoluzione permanente’, cioè come capacità nel corso dei secoli di progettare una società alternativa rispetto a quella presente: ora questa capacità di progettare un futuro diverso sembra esser venuta meno”.

Secondo l’autore questo è dovuto a una serie di cause. In Occidente il progressivo venir meno dei valori delle religioni della salvezza personale (ebraismo e cristianesimo) basate sul principio che l’individuo è un uomo che può salvarsi o dannarsi per le sue azioni terrene ed è quindi sottoposto a un giudizio personale; l’affermarsi di un ordine mondiale fondato unicamente sulla civiltà dei consumi imperniata su un’etica confuciana tesa a cristallizzare gli assetti di potere esistenti mediante una concezione ciclica, immutabile della storia, ove l’ordine politico coincide con l’ordine cosmico. Qui l’influsso della cultura cinese sull’Occidente è stato negli ultimi anni assai più profondo di quanto si possa immaginare.

Il risultato, secondo Prodi, è l’unione del potere politico e del potere economico in una nuova forma di dominio globalizzato, “senza fissa dimora, in Oriente come in Occidente, con sue capitali ma al di sopra dei confini: un nuovo monopolio del potere economico-politico che tende ad affermarsi ovunque, nella nuova configurazione dei mercati finanziari e del consumo”. Il palazzo (del potere) si fonde con il mercato (finanziario) e con il tempio (pagano) in un nuovo ordine in cui l’uomo, privato della possibilità di incidere nella politica degli Stati ormai soggetti alle logiche finanziarie del mercato globale, non ha più alcuna possibilità di agire sulla politica per difendere i suoi diritti civili e sociali.

La terza causa per Prodi si lega alla tecnologia che, sottratta al controllo delle Chiese e degli Stati, tende sempre meno ad elevare la persona e sempre più a costituire un fine in sé stessa, asservita agli interessi dei grandi gruppi finanziari che se ne servono per le applicazioni richieste dal mercato. I social network, costringendo i cittadini alla brevità e all’immediatezza delle forme di comunicazione, rendono più difficile l’elaborazione di quel pensiero argomentato e meditato che era stata propria della civiltà del libro. Difficile avere il tempo di elaborare progetti di riforma delle istituzioni pubbliche in una community dominata dagli spazi di Twitter e Snapchat.

Insomma il quadro dipinto da Prodi è a tinte fosche. Esso vede l’Europa in un declino da cui molto difficilmente potrà uscire. Se la classe politica e le classi dirigenti del Vecchio Continente sapranno recuperare lo spirito di “rivoluzione permanente” per difendere con nuove istituzioni le grandi conquiste della civiltà occidentale (dallo Stato di diritto allo Stato sociale, dai diritti fondamentali dei cittadini al federalismo, dalla separazione dei poteri alla laicità dei poteri pubblici), l’Europa potrà avere un futuro.

Il “caso Confalonieri” e alcune note sulla giustizia austriaca del primo ‘800

Se camminate per via Monte di Pietà partendo da via dei Giardini, vedrete sulla sinistra, al civico 14, il palazzo Confalonieri. Lo si riconosce per il colore giallognolo della facciata.  Qui, nei primi decenni dell’Ottocento, abitò il conte Federico con la moglie Teresa Casati. Sulla facciata dell’edificio una lapide ricorda il drammatico arresto del nobile milanese ad opera della polizia austriaca:

“IL CONTE FEDERICO CONFALONIERI CHE CON L’INDOMITA FORTEZZA D’ANIMO E CON LUNGO MARTIRIO DELLO SPIELBERG INSEGNO’ AI SUOI CONCITTADINI CON QUALI SACRIFICI E CON QUALI VIRTU’ SI PREPARANO MIGLIORI DESTINI ALLA PATRIA FU IN QUESTA CASA ARRESTATO LA NOTTE DEL 13 DICEMBRE DELL’ANNO 1821 IL COMUNE POSE”.

La lapide fa riferimento al lungo periodo di prigionia trascorso dal Confalonieri nella fortezza morava dello Spielberg (oggi situata nel comune ceco di Brno): qui il patrizio milanese fu recluso dal 1824 al 1835, anno della grazia concessagli dall’imperatore d’Austria Ferdinando I. Perché il Confalonieri fu arrestato? L’accusa era di alto tradimento per aver congiurato con alcuni patrioti allo scopo di sovvertire l’ordinamento politico vigente nel regno lombardo veneto, che era parte integrante dell’impero d’Austria.

Il Confalonieri era una della persone più in vista della società lombarda. Nel 1818, assieme all’amico Luigi Porro Lambertenghi che abitava nel palazzo di fronte (oggi al civico 15), aveva fondato la celebre rivista Il Conciliatore, un giornale di scienza, letteratura, politica, arte, che la censura fece chiudere ben presto per le idee liberali che vi venivano esposte.

La polizia austriaca non ebbe molta difficoltà a dimostrare, grazie ad alcuni interrogatori abilmente condotti, che il Confalonieri era coinvolto in un piano – ordito dall’associazione segreta dei Federati – teso a favorire la costituzione di un regno italiano indipendente esteso alla Lombardia e al Piemonte sabaudo.

Ma torniamo a quel 13 dicembre 1821, quando il commissario di polizia austriaco, assieme ad alcuni gendarmi, arrestò il patrizio milanese. Il conte Confalonieri ricordava nelle sue memorie di essere stato arrestato con l’imputazione di alto tradimento. Il nobile lombardo fu rinchiuso nelle carceri della polizia – che si trovavano nell’ex convento di Santa Margherita, nella via omonima (oggi scomparse) – tenuto in cella per quasi due anni fino alla sentenza di condanna a morte, spiccata nel novembre del 1823. Grazie alle suppliche rivolte all’imperatore d’Austria dai familiari e da molti esponenti della nobiltà lombarda, la condanna fu commutata nel gennaio del 1824 nel carcere duro a vita. Torneremo in chiusura di questo articolo sul significato della locuzione “carcere duro”.

Il capo d’imputazione era il delitto di alto tradimento, un reato – ricordava Confalonieri – formulato dal codice penale austriaco in termini tanto vaghi e generici da consentire allo Stato un ampio margine di discrezionalità nell’interpretazione e nell’applicabilità della norma ai casi concreti.

Si tratta, come si può facilmente comprendere, di critiche assai dure ed esplicite nei confronti dell’ordinamento imperiale austriaco. Qual era la situazione effettiva della giustizia asburgica nel regno lombardo veneto del primo Ottocento? Aveva ragione il Confalonieri e tanti altri patrioti, quali ad esempio Silvio Pellico (arrestato nell’ottobre 1820 in casa Porro e detenuto anch’egli allo Spielberg), a ritenere particolarmente duro il sistema giudiziario austriaco?

Francesco I di Asburgo Lorena
Francesco I imperatore d’Austria (1768-1835)

All’epoca in cui si verificò l’arresto di Confalonieri era in vigore il Codice dei delitti e delle gravi trasgressioni politiche. Emanato dall’imperatore Francesco I d’Austria nel 1815, entrato in vigore in Lombardia il primo gennaio 1816, esso si differenziava notevolmente da larga parte dei codici penali del Vecchio Continente che si rifanno al modello franco napoleonico. Se questi si fondano su un elenco di reati formulati in modo rigoroso e si concentrano sul tipo di reato commesso più che sul soggetto che lo commette, il codice austriaco era completamente diverso. Esso assumeva le caratteristiche di un trattato ove largo spazio era dato alla “soggettività”, vale a dire alla verifica della malvagità del presunto reo. Se il nostro codice penale riflette un impianto accusatorio in cui l’imputato ha diritto di difendersi in un processo orale valendosi di un avvocato, il codice austriaco del primo Ottocento aveva un impianto inquisitorio: il processo era scritto, segreto, teso ad ottenere la confessione dell’imputato mediante lo strumento della carcerazione preventiva. Spettava al giudice, che agiva in base a una procedura rigidamente formalizzata a tutela dell’imputato, verificare la “pravità d’intenzione”, ossia la malvagità del presunto reo. L’interrogatorio – definito “costituto” – era verbalizzato.

Nei tribunali di prima istanza il magistrato inquirente coincideva con il magistrato giudicante. Anzi, a voler essere più precisi, si può dire che nel giudice austriaco fossero concentrate tre funzioni. Egli era un po’ un giudice factotum. Nello svolgere le funzioni dell’accusa, il giudice di prima istanza impostava la causa: fase delicata e decisiva perché solo nel primo grado era consentito raccogliere le prove. Il giudice, attenendosi alle norme procedurali del codice, istruiva il processo seguendo un metodo rigoroso in cui, senza la confessione della persona arrestata, era molto difficile ottenere la prova legale della colpevolezza. Inoltre, affinché i diritti dell’imputato fossero salvaguardati, la corte era composta non già da un solo giudice, bensì da tre (tra i quali il giudice capo che istruiva il processo); a questi tre magistrati si aggiungevano due probiviri o assessori giudiziali a garanzia ulteriore dell’imputato. Ciascun membro del tribunale così composto aveva diritto a un voto e la sentenza era data in base alla regola della maggioranza. Se il tribunale di prima istanza rivestiva un ruolo primario nell’ordinamento austriaco, il tribunale di seconda istanza era chiamato solo a confermare o ad annullare la sentenza di primo grado. Tuttavia, se la sentenza fosse stata confermata, non era previsto il ricorso alla terza istanza – il Senato lombardo-veneto con sede a Verona – che interveniva unicamente in caso di disaccordo tra le sentenze di grado inferiore.

Confalonieri aveva torto quando sosteneva che il capo d’imputazione di alto tradimento fosse formulato dal codice penale austriaco in termini generici. Aveva ragione però quando sottolineava le numerose violazioni del codice compiute dal giudice di prima istanza, il trentino Antonio Salvotti. Inoltre, come ricordava il patrizio milanese nelle sue memorie, l’imperatore aveva nominato una commissione speciale per istruire il processo, sottraendo in tal modo gli imputati alla giustizia ordinaria. Tuttavia, la procedura a tutela dell’imputato restava quella fissata dal codice penale. Confalonieri, ricordando la sua vicenda a distanza di molti anni, denunciò le violazioni della legge commesse dal magistrato inquirente.

Ricordo che le pene previste dal codice penale austriaco del 1815 erano particolarmente dure, anche se passi in avanti erano stati compiuti rispetto alle normative precedenti. Oltre alla pena di morte, il codice austriaco prevedeva la reclusione del reo in un carcere che poteva essere a vita o a tempo determinato. In questi casi, vi erano tre tipi di condanne: carcere, carcere duro, carcere durissimo. Nella condanna al carcere, il detenuto era imprigionato senza i ferri, aveva diritto a un vitto normale con solo acqua come bevanda, poteva avere colloqui in presenza di un custode del carcere e in una lingua di sua conoscenza.

Il carcere duro prevedeva invece ferri ai piedi, cibo caldo con esclusione della carne, letto fatto di nude tavole, nessun colloquio eccetto quello con gli addetti alla custodia. Il carcere durissimo, convertito in carcere duro con risoluzione 10 gennaio 1833, obbligava il detenuto ad essere legato alla parete con ferri pesanti alle mani e ai piedi; aveva inoltre un cerchio di ferro attorno al corpo dal quale era liberato solo nei periodi di lavoro forzato. Il cibo era solo di pane e acqua. Vitto caldo senza carne ogni due giorni. Letto di nude tavole con esclusione di ogni colloquio.

Confalonieri fu condannato a scontare la pena del carcere duro nella fortezza dello Spielberg per nove anni. Tuttavia, nei mesi della carcerazione preventiva nelle prigioni di Santa Margherita, aveva già presentito quali fossero le condizioni che avrebbe dovuto sopportare nei lunghi anni di detenzione allo Spielberg.

Scriveva nelle sue Memorie ricordando i primi mesi di arresto nel periodo invernale:

Federico Confalonieri
Federico Confalonieri (1785-1846)

Io fui per due mesi nel verno tenuto espressamente in un carcere ove eravi un muro maestro ed il pavimento di fresco fatti; già malato com’era, ne contrassi un riattacco d’artrite che mi lasciò le membra lungamente rattratte, ed il destro braccio all’uso perduto. Trattamenti ancora più duri e prolungati furono da altri incontrati. Teneasi il prigioniero alle segrete quanto tempo piaceva, anche per tutto il processo. Io vi fui tenuto per un anno e tre mesi, infino alla prima chiusura del mio processo, poi rimessovi dopo la riapertura per gli otto ultimi mesi. Durante il processo, non vedeasi nessuno de’ parenti; non escivasi mai dal carcere né per prendere aria, né per fare moto; si era tenuto privo di mezzi da scrivere…visite sulla persona venivano impudentemente eseguite, e sovente dopo di esse erasi spogliato di tutto il necessario.

In realtà, come ammise lo stesso Confalonieri, la sentenza di condanna per la sua “immischianza nelle cose politiche” era inevitabile. Tuttavia, una conoscenza più approfondita del Codice penale austriaco gli avrebbe consentito di sfuggire facilmente alla condanna a morte, come era accaduto a Gian Domenico Romagnosi. Questi, fine giurista, profondo conoscitore delle leggi austriache, arrestato dalla polizia con l’accusa di non aver denunciato alle autorità i patrioti liberali Pellico, Maroncelli, Confalonieri con cui era in contatto, negando recisamente ogni collusione con le sette dei Carbonari e dei Federati, venne scarcerato per difetto di prove legali.

La prima ‘antenata’ di Expo 2015: l’Esposizione del 1881

Dal primo maggio al 21 ottobre 2015 si terrà a Milano l’Esposizione Universale dedicata al tema dell’alimentazione e della nutrizione. I paesi che prenderanno parte a questo evento avranno il compito di mostrare come intenderanno far fronte nei prossimi anni al problema dell’alimentazione mediante una gestione del territorio che sia sostenibile per le generazioni future. L’area in cui avrà luogo l’esposizione, larga 1,1 milioni di metri quadrati, si trova a Nord di Milano. E’ prevista un’affluenza di venti milioni di visitatori.

La struttura del sito dell’esposizione riflette l’antica conformazione delle città romane. La via più lunga, il Decumano, si sviluppa in direzione est-ovest per una lunghezza pari a un chilometro e mezzo: attorno ad essa si troveranno i padiglioni dei 130 Paesi che parteciperanno ad Expo. Nelle intenzioni dei promotori, tale asse viario dovrebbe congiungere idealmente il luogo della produzione di cibo (la campagna) con quello della sua consumazione (la città). Sul Cardo, che ha una lunghezza di 350 metri in direzione Nord-Sud, saranno disposti invece i padiglioni del paese ospitante: l’Italia. A nord sorgeranno strutture tese a rappresentare i diversi territori della penisola, a sud si troveranno le aziende del Made in Italy, che hanno saputo rispondere al tema dell’alimentazione e della sostenibilità assicurando ai loro prodotti livelli di eccellenza.

Non è la prima volta che Milano è sede di una Esposizione, anche se questa volta si tratta di un evento allestito per così dire alle porte della città. Il Comune ambrosiano ha vissuto in passato due esposizioni che hanno segnato profondamente la sua storia e che possono ragionevolmente essere avvicinate ad Expo 2015.

In questo post accennerò all’Esposizione Industriale del 1881 perché si lega assai bene al tema delle imprese Made in Italy.  Per ragioni di spazio, dedicherò invece a un altro intervento il tema dell’Esposizione Internazionale del 1906….quindi per dirla all’inglese…stay tuned!!! 

Diversamente da Expo, l’Esposizione del 1881 era ristretta all’Italia. Finanziata dalla Camera di Commercio di Milano, essa mostrò ai cittadini quali fossero i progressi dell’industria nazionale a vent’anni dall’Unità. Un milione e mezzo di visitatori accorsero all’Esposizione, i cui padiglioni furono allestiti nei giardini di Porta Venezia, nell’attuale via Marina e nella villa reale di via Palestro. Ho detto che si trattava di un’iniziativa a carattere nazionale. Essa coinvolse un numero cospicuo di imprese milanesi e lombarde, la cui presenza sul totale degli espositori era pari al 40%.

Notevole per quell’epoca il livello tecnologico raggiunto dai grandi cotonifici: la Cantoni (420 telai), la Crespi (200) e la ditta dei fratelli Borghi (300) mostrarono i progressi nell’integrazione tra filatura e tessitura in una struttura che aveva interamente meccanizzato le fasi di produzione. Inoltre si facevano notare aziende che, quantunque avessero dimensioni più contenute, lasciavano intuire già in quegli anni i futuri sviluppi di eccellenza: i Legler di Ponte San Pietro, i Krumm di Carate Brianza, i Caprotti di Ponte Albiate, i Turati e i Dell’Acqua di Milano che avevano stabilimenti a Busto Arsizio e a Legnano.

Ma a colpire i visitatori furono soprattutto i padiglioni del settore meccanico, ove per la prima volta facevano bella figura macchinari Made in Italy. Tra le aziende presenti c’era ad esempio la Cerimedo (che di lì a poco avrebbe dato i natali alla Breda) specializzata nella produzione di motrici per tram; la Grondona attiva nel comparto delle carrozze e vagoni ferroviari; la Krumm e C. di Legnano che nel dicembre di quell’anno avrebbe mutato la denominazione in Franco Tosi: attiva nella produzione di macchine tessili, tale azienda si andava specializzando nelle motrici e nelle caldaie a vapore.

Il livello tecnologico conseguito dall’industria nazionale dovette colpire notevolmente il milione e mezzo di visitatori accorsi a Milano dal 6 maggio al primo novembre del 1881. Anche gli stranieri non fecero mancare la loro presenza, incuriositi da una iniziativa che consentiva loro di toccare con mano il progresso dell’industria italiana. Un giornalista tedesco del “Berliner Tageblatt”, giunto a Milano per assistere all’evento, non poté trattenere l’entusiasmo per la buona riuscita dell’Esposizione. Nella sezione Mailander Austellungsbriefe scrisse:

“Se Cavour vedesse oggi Milano egli si darebbe una di quelle storiche fregatine di mano che indicavano qualche successo italiano, e direbbe: l’Italia che fu chiamata per lungo tempo terra dei morti, oggi mostra che è il paese dei vivi. L’Esposizione è un’opera imponente, compiuta dall’orgoglio coraggioso e dall’audace spirito d’iniziativa dei cittadini milanesi. Essi possono anche questa volta dire, francamente, che la loro città ha diritto di chiamarsi la capitale morale d’Italia”.

La Cà Granda nel Sestiere di Porta Romana

 

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L’Ospedale Maggiore in una foto del primo Novecento.

 L’Università degli Studi è un altro dei luoghi simbolo di Milano. In realtà nell’immobile aveva sede un tempo uno dei più importanti ospedali europei, noto ai milanesi come la Cà Granda. D’altra parte all’osservatore attento non sfuggirà che il quartiere di Porta Romana conserva tuttora la sua impronta socio assistenziale nei molteplici padiglioni  del Policlinico di via Francesco Sforza, a pochi passi dall’Università.

La costruzione della Cà Granda si deve al duca Francesco Sforza e alla moglie Bianca Maria Visconti, i quali vollero fondare un grande ospedale che si prendesse cura dei malati, in particolar modo i poveri sparsi nelle città e nelle campagne dello Stato lombardo. Il duca donò all’ospedale alcune case nel quartiere di Porta Romana: le fece risistemare e abbellire dall’architetto fiorentino Antonio Averulino detto “il Filarete” e, ricorrendo ai fondi degli altri ospedali della città e della diocesi, fece in modo che la nuova istituzione fosse provvista di adeguate risorse. Insomma, decisamente altra cosa rispetto al modo con cui viene gestita nei tempi attuali la sanità italiana. L’Ospedale Maggiore (che è l’altro nome con cui i milanesi erano soliti riferirsi alla Cà Granda) sorgeva entro le mura medievali, vicino al naviglio interno che, scorrendo praticamente al di sotto di quelle opere di fortificazione, costituiva allora una formidabile via di comunicazione. Sulle sue acque transitavano i grandi barconi carichi di merci, derrate e materiali da costruzione che poi i barcaioli lasciavano nelle ‘sciostre’, le aree di sosta che, poste a ridosso del naviglio, servivano quali magazzini.

Portone d’ingresso alla Cà Granda sul naviglio interno in una foto del primo Novecento

 

A questo punto si riesce forse a capire per quale motivo Francesco Sforza avesse deciso di donare all’ospedale quelle case poste proprio a ridosso del naviglio. Il complesso sanitario sorgeva infatti in una posizione strategica: situato all’interno delle mura medievali, l’edificio non solo si trovava nel centro cittadino ma, posto in prossimità del naviglio e vicinissimo al contado circostante, era in collegamento diretto con i paesi circostanti. L’utilizzo del naviglio quale via di comunicazione consentiva ai milanesi di rifornire continuamente l’ospedale con viveri e medicinali provenienti spesso dalle campagne.

Verso la metà del Seicento, l’edificio venne ampliato grazie agli interventi dell’architetto Francesco Maria Richini: il grande chiostro interno e la chiesa dell’Annunciata diedero all’ospedale una veste grandiosa ma al contempo misurata; un’atmosfera solenne corretta da quell’austera chiesetta posta a ridosso del naviglio.

Ma come riuscì a prosperare l’Ospedale Maggiore nella sua lunga vita al servizio della comunità? Potrà stupire in una città di cui si lamenta quasi sempre l’eccessivo consumismo ed egoismo, ma la grandezza dell’Ospedale Maggiore nei suoi cinque secoli di storia fu resa possibile dal profondo senso di carità della nobiltà ambrosiana, che non mancò di impiegare le sue risorse in favore dei poveri.