Sant’Aquilino e i facchini della Balla

Il 29 gennaio è il primo giorno della Merla. E’ anche il giorno in cui si ricorda Sant’Aquilino, predicatore di origine tedesca morto a Milano all’incirca nel 1015 a seguito di un attentato da parte di alcuni eretici. Il suo corpo, ritrovato da un gruppo di facchini nel sestiere di Porta Ticinese, non lontano dalla chiesa di Sant’Alessandro, venne sepolto nella basilica di San Lorenzo.

Dal Medioevo fino alla fine del Settecento i milanesi erano soliti ricordare Sant’Aquilino con una processione. Si trattava di un evento allestito dalla corporazione dei facchini della Balla, che sfilava per le strade che oggi fanno parte di via Torino: partendo dalla chiesa di Sant’Ambrogio alla Palla – che si trovava in zona San Maurilio – terminava nella basilica di San Lorenzo. I facchini donavano al parroco una baga, vale a dire un otre contenente 50 kg di olio purissimo che serviva ad alimentare per tutto l’anno la lampada votiva nella cappella del santo.

Ma chi erano questi facchini che sfilavano per le vie del sestiere di Porta Ticinese? Può sembrare strano ma si trattava di persone non milanesi. Erano montanari che, giunti a Milano in cerca di lavoro, lo avevano trovato specializzandosi in questo mestiere. Provenivano in larghissima parte dalla Val di Blenio, antico dominio lombardo in Canton Ticino compreso tra il passo Lucomagno e Biasca. Nel Seicento si aggiunsero alcune famiglie provenienti dalla Valle Intrasca, un territorio anch’esso soggetto anticamente al dominio milanese, situato nell’attuale provincia di Verbano Cusio Ossola.

Giovanni Paolo Lomazzo
Giovanni Paolo Lomazzo (1538-1592)

La corporazione dei facchini fu costituita in epoca medievale. Essa acquisì una certa popolarità nella vecchia Milano specializzandosi nell’arte della lana e del facchinaggio. Nel 1560 venne fondata addirittura un’accademia poetica che si ispirava ai facchini: i membri scrivevano e recitavano poesie nella lingua di questi poveri lavoratori. Varrà la pena ricordare che il celebre pittore milanese Giovanni Paolo Lomazzo fu tra i fondatori di questa accademia. A carnevale si tenevano le “facchinate”, vale a dire le sfilate di questi poeti che amavano spacciarsi per i facchini della Balla.

Ma torniamo alla corporazione vera e propria. Essa aveva sede in via della Palla (oggi la parte di via Torino compresa tra la chiesa di San Sebastiano e la via dei Piatti), in un portico tra le attuali vie San Maurilio e Valpetrosa. In questa zona si svolgeva, tre volte alla settimana, un mercato di polli, oli e latticini. I facchini erano al servizio della nobile famiglia dei Pusterla, il cui palazzo si trovava non molto distante, nel vicolo omonimo, tuttora esistente, vicino a piazza Sant’Alessandro. Secondo la tradizione milanese, furono i facchini a trovare il cadavere di Sant’Aquilino in una fogna e a trasportarlo nella vicina chiesa di San Lorenzo. Di qui ebbe origine la processione e il rito dell’otre d’olio.

La soppressione della corporazione, avvenuta alla fine del Settecento, non portò alla scomparsa di questa maestranza, che nel giorno di Sant’Aquilino continuò a praticare il rito dell’olio sia pure in forme dimesse. Nel 1867 Felice Venosta, in un prezioso volumetto dedicato alle vie di Milano, ricordava come fosse ancora in vigore la tradizionale cerimonia:

Anche oggi, quantunque la badia dei facchini non abbia più la vecchia importanza, eseguisce a sue spese la cerimonia, però non con le solenni cerimonie di una volta.

[F. Venosta, Milano e le sue vie, Milano 1867, pp.36-37].

Oggi il corpo del Santo si trova all’interno di una preziosa arca di cristallo e argento risalente al 1597.

L’alta istruzione a Milano: Accademia e Politecnico

Il 15 gennaio 1861 Terenzio Mamiani, ministro della pubblica istruzione, tenne nei locali del palazzo di Brera un solenne discorso per inaugurare l’inizio delle lezioni dell’Accademia Scientifico Letteraria. Di cosa si trattava?

Casati
Gabrio Casati (1798-1873)

La fondazione dell’Accademia era prevista dalla legge 13 novembre 1859 conosciuta come Legge Casati dal nome del relatore, il moderato lombardo Gabrio Casati. In fondo possiamo dire che grazie a questa normativa Milano poté disporre di un istituto che per la prima volta somigliava a una università. Com’è noto, dal 1361 l’università di Pavia era la più antica istituzione accademica esistente in Lombardia. Milano si trovava quindi in una posizione d’inferiorità.

Milano aveva una sua tradizione di studi più frammentata ma non meno importante. Nella seconda metà del Settecento, sotto il governo dell’imperatrice Maria Teresa e di Giuseppe II di Asburgo Lorena, l’innalzamento qualitativo degli insegnamenti era stato ottenuto mediante una riforma incisiva degli studi superiori: dal rinnovamento delle Scuole Palatine alla fondazione della Società Patriottica, avvenuta nel 1776, per la promozione dell’agricoltura e delle arti.  Le riforme asburgiche avevano quindi innalzato il livello dell’alta formazione a Milano, facendone una città della cultura e del sapere utile. La Società Patriottica, specializzata nello studio delle scienze agronomiche,  Basti ricordare, per restare al caso delle Scuole Palatine (situate in piazza dei Mercanti, poi trasferite nel palazzo ex gesuitico di Brera) che dal 1768 al 1773 Cesare Beccaria vi tenne i suoi celebri corsi di economia pubblica; in quegli stessi anni Giuseppe Parini vi insegnò eloquenza e belle lettere, Paolo Frisi meccanica, idrostatica e idraulica.

Si faceva sentire tuttavia la mancanza di una vera e propria Università. La ricordata legge Casati tentò di colmare questo vuoto operando in due direzioni. Anzitutto istituì l’Accademia scientifico letteraria mediante il trasferimento di alcuni insegnanti dall’ateneo pavese. Furono poi concentrate nel nuovo istituto alcune discipline presenti in istituti diversi della città: ad esempio la paleografia e la diplomatica insegnate negli archivi regi o l’astronomia attiva presso il celebre Osservatorio di Brera. I primi locali di quella che può essere considerata l’antesignana dell’Università degli Studi di Milano, furono stabiliti nel palazzo di fronte al naviglio interno di via Senato, ove oggi ha sede l’Archivio di Stato.

I primi anni furono però tormentati. Difatti il trasferimento a Milano degli insegnamenti nelle discipline letterarie finì per provocare le proteste degli studenti: questi si lamentavano delle elevate tasse d’iscrizione, cui si aggiungevano le spese di viaggio perr venire a Milano in un’epoca in cui gli spostamenti non erano certo veloci come quelli odierni. Alcuni studenti preferirono iscriversi nelle università emiliane, ove le tasse d’iscrizione erano abbordabili e gli esami più facili da superare. Per evitare un drastico calo di iscritti, nell’anno accademico 1861-62 i vertici dell’ateneo ticinese decisero di richiamare a Pavia quattro insegnanti. La situazione era critica e tutto faceva pensare che l’accademia fosse destinata a chiudere.

Giuseppe Ferrari
Giuseppe Ferrari (1812-1876)

Le autorità locali e l’opinione pubblica milanese protestarono contro i provvedimenti dell’ateneo pavese. Scrissero al ministro dell’istruzione chiedendo la conservazione dell’Accademia scientifico letteraria. Il ministro Amari acconsentì alle richieste dei milanesi. Con regio decreto 8 novembre 1863, egli riformò in profondità l’amministrazione di questo istituto educativo. La normativa stabiliva l’apertura di una “scuola normale” per la formazione degli insegnanti delle scuole secondarie superiori nelle materie classiche di storia e filosofia. Inoltre fu istituita una scuola di alta cultura specializzata nelle scienze storiche e filosofiche. L’accademia divenne quindi un luogo in cui si affrontavano i problemi della didattica e le esigenze della ricerca scientifica in campo umanistico. Tra gli insegnanti più celebri nell’istituto di via Senato varrà la pena ricordare il deputato federalista Giuseppe Ferrari, docente di filosofia della storia e il celebre filologo Graziadio Ascoli.

Brioschi
Francesco Brioschi (1824-1897)

Nello stesso palazzo di via Senato ebbe sede in quegli stessi anni un’altra importante istituzione di alta formazione, specializzata nelle materie scientifiche applicative. Sulla scia della lezione cattaneana incentrata sul sapere produttivo, sul sapere utile all’economia, sul sapere teso al miglioramento delle vita sociale, la legge Casati, all’articolo 310, stabilì che a Milano fosse aperto un istituto tecnico superiore (il futuro Politecnico) per la formazione di ingegneri e architetti. Il regio decreto 13 novembre 1862 scendeva ancor più nel dettaglio, chiarendo che nell’istituto sarebbe stata attivata una Scuola d’applicazione per ingegneri meccanici e ingegneri agronomici. Il primo direttore fu il professor Francesco Brioschi, celebre patriota milanese che aveva partecipato alle Cinque Giornate di Milano. Negli anni Cinquanta Brioschi aveva tenuto gli insegnamenti di matematica applicata, idraulica e analisi superiore all’ateneo di Pavia. Nel 1851 si era recato all’estero in un viaggio di studio per conoscere la condizione di alcuni atenei, acquisendo una conoscenza approfondita del livello delle istituzioni scientifiche europee. Nominato direttore con decreto 12 febbraio 1863, Brioschi ebbe un ruolo fondamentale nel portare il Politecnico a livelli di eccellenza, il che fece di Milano una città leader nella formazione tecnico-industriale.

Occorre precisare che queste istituzioni di alta formazione, l’Accademia scientifico letteraria e l’Istituto tecnico superiore, ebbero sede nel palazzo di via Senato solo nei primi anni Sessanta dell’Ottocento. Già nell’anno accademico 1865-66 il Politecnico fu trasferito nel palazzo della canonica in piazza Cavour ove sarebbe rimasto fino al 1927. Lo stesso era avvenuto per l’Accademia.

Abbiamo accennato alla storia di queste istituzioni di alta formazione.  Delle due, quella destinata a maggior successo era certamente il Politecnico.

In una rassegna degli istituti d’istruzione esistenti a Milano nell’anno della Esposizione Nazionale del 1881, l’erudito Isaiah Ghiron scriveva a proposito dell’Istituto tecnico:

Apertosi nel 1863 coll’insegnamento della Meccanica razionale e industriale, della Geodesia, della Geologia e Mineralogia applicata, della Topografia, della Geometria descrittiva, della Fisica tecnologica, della Scienza delle costruzioni, della Chimica analitica dell’Idraulica e delle Costruzioni Idrauliche, dell’Agronomia e dell’Economia rurale, vi fu aggiunto nel 1865 quello di architettura e quindi la facoltà di conferire anche il diploma di architetto civile. Più tardi vi s’introdusse l’insegnamento di chimica tecnologica e di metallurgia e gli fu data la facoltà di concedere la laurea d’ingegnere industriale.

Il numero crescente degli alunni d’ogni parte d’Italia e gli uffici che occupano con onore gli allievi che ne sono usciti, rivelano tutta la valentia dei professori e la bontà dell’insegnamento di questo istituto”.

Diverso il commento a proposito dell’Accademia scientifico letteraria, la cui modesta attività era messa in relazione alla deprecata decadenza degli studi classici in una Milano ormai dominata dal clima positivista:

L’età nostra non corre favorevole agli studi classici, e Milano, che più delle altre città italiane rivolse il pensiero alle industrie, deve forse deplorarne maggiormente l’abbandono, desiderare più delle altre che non vadano perdute tutte le antiche tradizioni nazionali, e si conservi tra noi il culto di quelle discipline in cui essa fu maestra al mondo.

Milano e la fitta rete delle sue associazioni

In età medievale e moderna le associazioni assunsero un ruolo importante nel fare di Milano una metropoli animata dai valori sociali dell’assistenza e della carità.

Milano e le sue associazioni
L. Aiello, M. Bascapé, D. Zardin, Milano e le sue associazioni. Cinque secoli di storia cittadina (XVI-XX secolo), Scalpendi Editore, Milano 2014.

Da alcuni anni il Dipartimento di Storia dell’Economia, della Società e di Scienze del territorio “Mario Romani” dell’Università Cattolica del Sacro Cuore e l’Archivio e Beni Culturali dell’Azienda per i Servizi alla Persona Golgi Redaelli svolgono un’opera di ricerca e mappatura delle associazioni che furono attive nei sestieri cittadini dal Medioevo all’Età Moderna. Il progetto, diretto dal professor Danilo Zardin, dal dottor Marco Bascapé e dalla dottoressa Lucia Aiello, ha reso possibile l’attivazione di un sito internet, Milano e le sue associazioni, i cui contenuti sono di notevole interesse per gli studiosi di Milano. Questo sito, facilmente accessibile e consultabile nelle varie sezioni, ha il merito di rivolgersi anche a un pubblico non specialistico. Per gli studiosi consiglio il bel volume, curato da Zardin, Bascapé, Aiello, Milano e le sue associazioni. Cinque secoli di storia cittadina (XVI-XX secolo), Scalpendi Editore, Milano 2014, 179pp. Arricchito da molte immagini, il libro contiene alcuni saggi dedicati alla città ambrosiana dall’età medievale all’Otto-Novecento.

Quello delle corporazioni è un tema importante perché la crescita economica, civile e culturale della città non fu possibile senza il disciplinamento e il concreto operare di queste associazioni per il bene della comunità. Val la pena ricordare che la battaglia contro le corporazioni, accusate di ostacolare lo sviluppo economico della società, iniziò a manifestarsi solo nella seconda metà del Settecento, vale a dire nel periodo delle riforme dell’assolutismo illuminato che tesero a ridurre progressivamente le autonomie dei corpi sociali concentrando le funzioni pubbliche – anche quelle in campo caritativo e assistenziale – negli apparati burocratici dello Stato assoluto.

La società milanese del medioevo e dell’ancien régime – almeno fino alla metà del Settecento – era invece profondamente innervata di associazioni e corporazioni.  Le persone contavano nella misura in cui facevano parte di una schola, di una universitas che, riconosciuta e legittimata dal potere pubblico, consentiva alle persone di svolgere una funzione in una societas cristiana strutturata in modo organico. Senza la trama di confraternite laicali e religiose, senza quel fitto reticolo di corporazioni che si inseriva fin nei più remoti interstizi della società, Milano non avrebbe sviluppato quello spirito di comunità che fu un tratto distintivo della metropoli almeno fino al primo Novecento. Oggi la nostra società è divisa per classi in una economia di mercato in cui l’influenza dei gruppi, confinata nel diritto privato, risiede nella loro capacità di produrre e vendere beni generando ricchezza per sé e per uno Stato separato dalla Società.

Nella società medievale e in quella d’ancien régime non esisteva la divisione pubblico/privato tipica del costituzionalismo “borghese”. La comunità era divisa in “ordini” o “stati” ove i gruppi, rigidamente gerarchizzati, traevano la loro legittimazione dalla funzione sociale che esercitavano in base a valori quali l’onore, la stima, la dignità, la fede religiosa, l’assistenza verso i deboli.

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Tiziano Vecellio, Incoronazione di spine, 1540-1542, Parigi, Musée du Louvre

D’altra parte, per ridurre la questione all’attualità, senza questo tipo di istituzioni corporative noi non avremmo opere d’arte di straordinario valore artistico e culturale: ad esempio il meraviglioso dipinto della Vergine delle Rocce, commissionato a  Leonardo da Vinci nel 1483 dalla confraternita dell’Immacolata Concezione attiva presso la chiesa di San Francesco Grande in Porta Vercellina (chiesa oggi scomparsa, si trovava ove oggi è la Caserma Garibaldi); oppure l’Incoronazione di Spine di Tiziano, opera eseguita tra il 1540 e il 1542 per volontà del Luogo Pio di Santa Corona che svolgeva un’attività che potremmo ricondurre al campo medico e farmaceutico.

Le corporazioni si legavano non solo alle attività lavorative praticate dai soci nell’esercizio di un’arte, ma si riconducevano a finalità di tipo devozionale in forme di religiosità cristiana diffuse nel Medioevo e nell’Età Moderna. Era il caso della corporazione dei muratori e lavoranti nell’edilizia milanese denominata con i termini “paraticus”, “schola paratici”, “magistri a muro et a lignamine ac ingenierii”, che nel 1480 chiedeva al duca di Milano di affittare la chiesa di Santa Maria de Ceppis in Porta Vercellina per svolgere le proprie riunioni e praticare gli uffici divini.

A rendere possibile l’esistenza e il concreto operare di questo tipo di associazioni era la tipica divisione della città in vicinie, dall’unione delle quali erano formati i distretti parrocchiali; le parrocchie erano ordinate a loro volta all’interno dei sestieri milanesi. Le vicinie erano per lo più tratti di contrade e piazze ove si trovavano più abitazioni. Nelle vicinie erano attive molte confraternite di laici: il Consorzio della Pagnottella, di cui facevano parte quanti abitavano nel vicinato della Porta Vercellina sul naviglio, distribuiva pane ai poveri della zona. Un’altra schola di vicinato era dedita alla manutenzione delle immagini sacre: da quella attiva presso la chiesa di San Satiro nel 1480 alla confraternita operante nel vicinato della chiesa di Santa Maria Segreta nel 1516 (chiesa oggi scomparsa).

In altri casi vi furono confraternite attive in opere di assistenza i cui membri appartenevano al ceto patrizio e nobiliare. Indicativa ad esempio la composizione elitaria dei consorzi elemosinieri che formavano il capitolo dell’Ospedale Maggiore di Milano fondato dal duca Francesco Sforza; un altro caso emblematico era la Società dei Protettori dei Carcerati, istituita nel 1466 per assistere i detenuti nelle prigioni della Malastalla (vicino a Piazza Mercanti) svolgendo un servizio che giungeva sino alla protezione legale nei confronti di quanti erano arrestati ingiustamente. Tra i membri di questa Società figurava Giovanni Arcimboldi, maestro delle entrate straordinarie del ducato di Milano, divenuto poi arcivescovo della città.

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Agostino Santagostino, Conforto del condannato, 1660-1665, Como, Pinacoteca Civica. L’opera fa parte di un ciclo di dipinti eseguiti su committenza della “nobile Compagnia” di San Giovanni Decollato.

Un’altra potente corporazione a netta composizione nobiliare furono i Disciplinati di Santa Maria della Morte attivi nella contrada delle Case Rotte nel sestiere di Porta Nuova. Il peso di questa confraternita nella vita cittadina era ben indicato dalle disposizioni emanate dal duca Gian Galeazzo Visconti nel 1395; disposizioni in base alle quali il 29 agosto, giorno della decollazione di San Giovanni Battista, i rappresentanti delle istituzioni cittadine erano tenuti a recarsi in processione nella chiesa di Santa Maria della Morte per farvi un’offerta di 75 lire imperiali. Tra le istituzioni milanesi che partecipavano a questa solenne iniziativa erano il podestà, il vicario e i XII di Provvisione (corrispondenti all’incirca alla nostra giunta comunale) e i paratici con i loro gonfaloni (ossia le varie corporazioni e le confraternite).

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La preziosa banca dati nel sito “Milano e le sue associazioni”. La città è divisa nei suoi antichi sestieri.

Milano e le sue associazioni merita di essere segnalato per un’altra ragione importante, che si ricollega  a quel principio della “eterogenesi dei fini” assai familiare agli storici nello studio dei documenti. Questo sito ha un interesse che oltrepassa il mondo delle associazioni milanesi. Difatti, nella sezione “Banca Dati”, il visitatore dispone di un atlante storico ad alta risoluzione della Milano articolata nei suoi tradizionali sestieri: Porta Orientale, Romana, Ticinese, Vercellina, Comasina, Nuova. Le fonti sono la mappa del catasto teresiano (1751) e le piante edite da Vallardi nel 1884 e nel 1928: strumenti preziosi per chi desidera conoscere non solo il fitto mondo delle associazioni dall’età medievale all’età contemporanea ma anche l’evoluzione urbanistica della città, passata tra Otto e Novecento a una radicale trasformazione del suo tessuto viario in molti quartieri del centro. L’integrazione di queste vecchie piante con la mappa di Milano elaborata da Google Maps consente una percezione immediata dei cambiamenti urbanistici intervenuti nel corso del tempo. Occorre infine ricordare che sulle tre mappe è possibile individuare l’ubicazione delle chiese e degli edifici che furono sedi delle corporazioni, confraternite, associazioni dall’età medievale alla Milano otto-novecentesca.

Una sfida da vincere: il buongoverno della città

Il rapporto tra politica e amministrazione è sempre stato complesso nella storia delle istituzioni. II problema cruciale è tuttora quello di assicurare il buongoverno conciliando l’intervento pubblico con le istanze di rinnovamento che provengono dalla società. Oggi, quando si parla di buongoverno al livello del Comune, della Regione o dello Stato, si fa riferimento a una classe politica che sia in grado di dialogare con le diverse anime della comunità, facendo una sintesi che abbia come fine ultimo il bene comune. Il guaio è che gli interessi di partito e l’insorgere della lotta politica finiscono spesso con il minare alle fondamenta la coerenza dei migliori programmi amministrativi. Programmi la cui attuazione può essere assicurata solo dalla continuità di una classe politica e amministrativa che sia allenata nella corretta gestione delle funzioni pubbliche. La buona amministrazione non è di destra né di sinistra. E’ semplicemente buona amministrazione. Accecati dai bagliori della lotta politica, noi spesso ci dimentichiamo questa palese realtà.

Non si tratta di una cosa nuova. Nella Milano medievale la lotta tra fazioni, ancor più dura e radicale, minò alle fondamenta la costituzione pluralistica del Comune quale si era formata nei secoli successivi all’eclissi del potere vescovile. Per risolvere questa drammatica situazione, il 30 dicembre 1214 il podestà di Milano, il bolognese Uberto da Vialta, emanò alcune disposizioni tese a regolare il governo della città, funestata a quei tempi dalle feroci discordie tra la nobiltà e i ceti popolari. Il suo fu un gesto generoso perché il governo del Comune, affidato per tradizione ai consoli in cui si rispecchiavano le diverse anime della comunità, era passato sotto la sua autorità. L’instabilità politica aveva spinto i cittadini a chiamare un tecnico forestiero, un giureconsulto incaricato di governare assumendo l’ufficio di “podestà” a tempo limitato.

Eppure il podestà Uberto si sforzò di riportare la pace a Milano ricostituendo a grandi linee quel modello di governo misto, diviso tra nobiltà e “corporazioni di mestiere” che, basato sull’istituto consolare, aveva consentito per lungo tempo l’esercizio pacifico delle funzioni pubbliche. Egli riteneva che solo in tal modo fosse possibile conciliare gli interessi dei nobili con quelli dei ceti produttivi: abituandoli al governo condiviso, all’assunzione comune di posti chiave nell’amministrazione cittadina per il bene della comunità. Tali disposizioni stabilirono che il governo fosse formato dai rappresentanti dei quattro ceti milanesi: in prima linea c’erano i capitani e i valvassori, appartenenti alla grande e alla piccola nobiltà. Gli altri ceti erano formati dalla Motta e dalla Credenza di Sant’Ambrogio. Alla prima appartenevano i mercanti, ma anche le famiglie della nobiltà minore che, abbandonata la funzione militare del ceto di origine, si erano arricchite con il commercio. La Credenza di Sant’Ambrogio era composta per converso dai proprietari di botteghe specializzate nell’arte manifatturiera.

Il buon funzionamento di qualsiasi governo pluralistico è l’esistenza di un forte senso civico, di uno spirito di comunità dinanzi al quale gli interessi di parte siano messi in secondo piano. Nella Milano del Duecento questo senso civico non esisteva più.

L’opposizione tra nobiltà e ceti produttivi fu sociale e culturale prima ancora che politica. I nobili fondavano la loro identità nella professione militare: in battaglia erano loro a rischiare la pelle. In seguito alla nascita del Comune anche i ceti popolari furono chiamati ad armarsi e a partire per la guerra. L’arte militare continuò però ad essere materia di spettanza essenzialmente nobiliare. Il nobile viveva con le rendite dei suoi feudi, da cui ricavava le risorse per partire in guerra portandosi dietro i cavalli e i servitori. L’esercizio del mestiere delle armi era un dovere del suo ceto. Per questa ragione i nobili, i bellatores secondo il diritto medievale, godevano di diritti corporativi, come ad esempio i poteri signorili di giustizia nei loro feudi. Un altro dovere del nobile, oltre ad affrontare il nemico in battaglia, era di essere cortese, buono con i deboli, generoso.

I mercanti e i maestri artigiani, che si erano arricchiti nei secoli precedenti, erano animati da valori diversi. Anzitutto vedevano nel lavoro un mezzo di promozione sociale. I mercanti della Motta si specializzarono in una ricchezza che non era immobiliare, bensì mobiliare, finanziaria. Furono loro a gestire i commerci, a far decollare l’economia tessendo i rapporti con i mercanti del Nord Europa, ma anche con quelli delle repubbliche di Genova e di Venezia.

Tra la fine del XII e i primi anni del XIII secolo i ceti popolari divennero talmente forti da costituire una seria minaccia per l’egemonia nobiliare. I rapporti si fecero tesi. Certo, in queste lotte, era la nobiltà a prevalere, non foss’altro che per la sua esperienza nell’uso delle armi. Tuttavia, nella prima metà del XIII secolo, il popolo degli artigiani e dei mercanti mostrò in più occasioni la sua forza ed ebbe la meglio sui nobili.

Ce lo ricorda Pietro Verri nella celebre Storia di Milano quando riporta un episodio tratto dall’opera del cronista medievale Galvano Fiamma [P. Verri, Storia di Milano, a cura di Renato Pasta, Volume IV della Edizione Nazionale delle Opere di Pietro Verri, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma 2009, pag.224]. Si trattava di una lite per debiti insorta tra il nobile Landriani e il cittadino Guglielmo da Salvo residente nel sestiere di Porta Vercellina. Ad essere nel torto era il nobile, che si era indebitato per una somma cospicua che non intendeva restituire. Dal momento che il creditore faceva pressioni per essere pagato, il Landriani decise di “tagliare la testa al toro”. Invitò il cittadino di Porta Vercellina nella sua villa di Marnate, nel contado del Seprio. Fattolo entrare, lo uccise senza esitazioni. Alcuni conoscenti di Gugliemo, che erano stati informati del suo viaggio a Marnate, non avendo più ricevuto notizie, si recarono nel contado del Seprio. Giunti nella villa del nobile, fatti alcuni scavi nel terreno, trovarono il cadavere. Il corpo fu portato a Milano perché i cittadini fossero consapevoli del crimine efferato commesso dal nobile. Il popolo reagì bruciando le case dei Landriani. Il Fiamma sostiene che tale delitto fu all’origine di una delle tante espulsioni dei nobili da Milano. Non sappiamo quanto fosse vera questa vicenda, dal momento che mancano riscontri nelle altre fonti documentarie. Essa tuttavia ci dà un’idea abbastanza chiara del clima di tensione che si respirava in una città divisa dalle lotte politiche di fazione. Ci mostra anche il grado di maturità politica cui era giunto il popolo milanese.

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Palazzo della Ragione, sede del Consiglio in epoca medievale, in una incisione settecentesca di Marc’Antonio Dal Re. L’edificio fu costruito nel 1233

Fu per sanare in via definitiva tali discordie che il podestà Uberto da Vialta emanò le celebri disposizioni che abbiamo citato all’inizio. In sostanza, gli affari della giustizia e del governo cittadino dovevano essere gestiti assieme dai rappresentanti dei quattro ceti. Pochi anni dopo, gli ordinamenti milanesi del 1241 sancirono che il Consiglio Generale di Milano – il Consiglio degli 800 organo del Comune chiamato ad intervenire nelle materie più importanti – fosse composto per metà da rappresentanti dei Capitani e Valvalssori e per metà da delegati della Motta e della Credenza. Inoltre, ciascuno dei quattro ceti era chiamato a designare una quota di consoli che formavano il governo della città di Milano. Tali disposizioni non bastarono tuttavia a sanare le discordie. La lotta tra fazioni si riaccese e finì con il segnare la vittoria definitiva del governo monocratico: dapprima nella persona del Podestà forestiero chiamato a governare la città a tempo limitato, quindi nell’istituzione autoritaria della Signoria (prima nella famiglia dei Torriani, poi in quella dei Visconti).

Le disposizioni di Uberto da Vialta e quelle dei suoi successori nella Milano della prima metà del Ducento meritano tuttavia di essere ricordate come un tipo emblematico di governo medievale: il governo misto composto dalla nobiltà e dalle “gilde o corporazioni del lavoro” teso a far convergere gli interessi di parte per la promozione del bene comune. Una soluzione che si affermò con maggior fortuna in molte città della Svizzera e dell’Impero germanico tra Medioevo ed Età Moderna. Basti pensare a Zurigo, Basilea, Sciaffusa, Spira, Friburgo, Ulma, Vienna.