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Dall’Università Statale quattro progetti di business sui beni sequestrati alla mafia

Restituire alla legalità i beni sequestrati alla mafia mediante la realizzazione di progetti tesi ad avviare imprese autosufficienti, che siano in grado di reggersi sulle proprie gambe creando valore in zone dominate un tempo dal malaffare e dalla criminalità organizzata. Questa la mission che i docenti dell’Università Statale di Milano e del Politecnico hanno affidato agli studenti del corso di Laurea in Management dell’innovazione e dell’imprenditorialità, chiamandoli a partecipare al Laboratorio “riuso beni confiscati alla mafia”.

L’iniziativa, promossa dal Centro Studi Grande Milano (CSGM), dalla Città metropolitana di Milano, dalla Scuola di Design del Politecnico, dallo Studio Legale Sutti, è stata presentata ieri mattina nella sala lauree dell’Università Statale di Milano, in via Conservatorio 7, alla presenza di Daniela Mainini, consigliere in Regione Lombardia e presidente del CSGM, Arianna Censi, vicesindaco della Città metropolitana di Milano, Gian Antonio Girelli, presidente della Commissione regionale antimafia. Presenti i sindaci dei Comuni metropolitani nel cui territorio si trovano le proprietà confiscate alla criminalità: Giambattista Maiorano, sindaco di Buccinasco; Yuri Santagostino, sindaco di Cornaredo; Sergio Perfetti, sindaco di Gaggiano; Barbara Agogliati, sindaco di Rozzano.

Il professor Mario Benassi, che ha seguito da vicino i lavori degli studenti del corso di laurea, ha spiegato il senso dell’iniziativa, ricordando che “si è lavorato su idee che potessero produrre utilità”, stimolando la creatività dei giovani nell’immaginare “attività autosufficienti sul piano economico”, imprese di successo che possano abbattere il degrado di alcune zone della periferia metropolitana. “In Italia e in Lombardia ci sono asset (ville, palazzi, terreni imprese) che sono stati sottratti alla mafia e sono nella disponibilità dei comuni. Gran parte di questi beni è inutilizzato: noi abbiamo sviluppato progetti di business che possano generare ricchezza per la cittadinanza”.

Gli studenti, divisi in quattro gruppi, sono stati assistiti nel lavoro da un team di designers, architetti, avvocati, giuristi. I progetti sono stati coordinati da Roberto Poli (Centro Studi Grande Milano), dall’avvocato Simona Cazzaniga (Studio Legale Sutti), dalla Professoressa Ada Cattaneo (IULM), dal professor Luigi Bandini Buti (Polimi) e dal dottor Stefano Balzarotti (consigliere comunale di Abbiategrasso).

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Il progetto di Gaggiano con l’indicazione delle tre zone.

Il primo lavoro si è concentrato su un terreno di 4 ettari sito nel Comune di Gaggiano, località San Vito. Il terreno fa parte del Bosco dei 100 passi, un’area già sottratta in passato alla criminalità organizzata, trasformata in un vasto parco di 17 ettari con 1500 alberi piantumati, un laghetto, un percorso ciclopedonale. Gli studenti hanno chiamato questo terreno il “Giardino del primo passo”, il primo da percorrere per entrare nel più ampio bosco dei cento passi. La proposta ha preso a modello i Prinzessinnengarten di Berlino, un’area che in Germania si è riusciti a sottrarre al degrado mediante la realizzazione di un orto urbano con caffetteria e ristorante. Il progetto prevede di dividere il giardino di Gaggiano in tre zone: una “zona parco” a sua volta articolata in quattro aree (area relax con tavoli da gioco e piste da bocce; area cani; area sport con la disponibilità di attrezzature per l’attività ginnica e percorsi salute;  area bambini); una “zona orti” che, sul modello dei già citati prinzessinengarten, affidi le aree agricole ad associazioni che facciano coltivare la terra a persone in difficoltà, ma anche a ragazzi, studenti, anziani del posto; infine una “zona eventi” per l’esposizione e la vendita dei prodotti degli orti. Gli studenti ritengono che i costi di avviamento del progetto, previsti intorno ai 100.000 euro, possano essere sostenuti mediante il ricorso a bandi di finanziamento della Fondazione Ticino Olona o della Fondazione Cariplo.

Il secondo gruppo si è occupato invece di una villa situata nel territorio del Comune di Buccinasco, in via Odessa, confiscata alla famiglia Sergi. Gli studenti hanno pensato di valorizzare questi spazi con attività in campo economico e sociale: un’ortofrutta al piano terra per la vendita dei prodotti del territorio ed ecosostenibili (latticini e marmellate) con servizio di delivery via bike e furgone; al primo piano un bar, un locale di ritrovo per giovani aperto anche di sera per gli aperitivi e una stanza per incontri di associazioni o presentazioni di attività culturali; la mansarda dovrebbe fungere da ufficio per il personale. Questo progetto, come gli altri tre, sono il risultato di una serie di incontri tra gli studenti e gli operatori del territorio, aziende interessate ad investire e a partecipare a tali iniziative.

Il terzo gruppo ha lavorato a un progetto di riuso centrato su un immobile nel Comune di Cornaredo, in via Vanzago. Appartenuto al boss dell’ndrangheta Costantino Mangeruca, è stato confiscato e da anni attende un intervento che possa restituirlo alla cittadinanza. Si tratta di un vasto edificio con una superficie complessiva di 1500 metri quadrati diviso in una parte seminterrata con garage, in un primo piano e in un sottotetto con piccola terrazza. Gli studenti hanno pensato di costituire al primo piano un laboratorio Wood Lab per il restyling e il restauro di motociclette o biciclette; gli spazi dell’immobile verrebbero gestiti da un’impresa, Do It, la cui tessera associativa consentirebbe l’accesso ai cinque spazi nello stabile per persone che intendono lavorare all’interno dello stabile nell’attività di restauro dei motocicli. Nel seminterrato dovrebbe essere collocato un magazzino e nel garage uno spazio per i macchinari di falegnameria. Nel sottotetto e nella terrazza si è pensato invece a un’area relax e ristoro con servizio bar, spazio per l’esposizione di mostre e la presentazione di libri.

Una villa risalente agli anni Settanta del secolo scorso, situata nel Comune di Rozzano, è stata al centro del progetto del quarto gruppo. L’immobile, situato in via Molise, si trova in un contesto di grande interesse culturale e paesaggistico, non molto distante dal castello visconteo di Cassino Scanasio. Gli studenti hanno pensato di utilizzare gli spazi della villa per due tipi di attività: al pianterreno un centro diurno per anziani, al primo piano un asilo nido. Il giardino potrebbe essere valorizzato mediante la creazione di spazi di ritrovo per gli anziani e di spazi giochi per i bimbi. La realizzazione di un’attività destinata ad unire, facendole dialogare, due fasce di età tanto distanti tra loro si ispira ad alcuni casi come ad esempio Providence Mount St. Vincent a Seattle, Anziani e Bambini insieme a Piacenza. Con la formazione di un asilo nido e di un centro per anziani gli studenti hanno voluto avvicinare queste due generazioni. L’obiettivo è restituire una funzione agli anziani troppo spesso soli ed emarginati: quella di adulti responsabili a contatto con i bimbi. I costi di avviamento, pari a 200.000 euro, sono alquanto elevati a causa dello stato di decadimento in cui versa la villa, da anni in stato di abbandono.

 

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Da sinistra a destra: Arianna Censi, Mario Benassi, Daniela Mainini, Gian Antonio Girelli

Daniela Mainini, nel commentare i lavori degli studenti, ha elogiato il contenuto dei progetti il cui merito non consiste soltanto nel voler restituire valore ai beni confiscati alla mafia – simbolo di una lotta per la legalità che ha avuto successo – ma anche nel proporre soluzioni di business che possano offrire ai giovani spazi per crescere e realizzarsi professionalmente. “Nei beni confiscati alla mafia c’è una lotta di successo, nel restituire alla legalità un bene che è stato per anni nel buio dell’illegalità. E’ una gioia premiare la creatività di studenti che si sono impegnati in progetti credibili e concreti”.

Le Memorie di Caroli: un prezioso album di ritratti

Il libro di Flavio Caroli, Memorie di artisti e di bastardi (Torino, Utet libri, 2017) è una collezione di brevi ricordi, memorie di incontri raccolte quasi a voler costituire un album di ritratti dedicati agli artisti che l’autore ha incontrato nel corso della sua vita di studioso.

Il volume è stato presentato ieri sera a Palazzo Reale in un interessante incontro organizzato dal Centro Studi Grande Milano (CSGM) nel quale sono intervenuti Filippo Del Corno, assessore alla cultura del Comune di Milano, l’avvocato Daniela Mainini, consigliere in Regione Lombardia e Presidente del CSGM; Domenico Piraina, Direttore del Palazzo Reale; Gian Arturo Ferrari, Vice Presidente Mondadori Libri; Carlo Tognoli, ex Sindaco di Milano.

Il libro, come Caroli ha ricordato nel suo discorso di presentazione dinanzi a un folto pubblico di appassionati, presenta episodi di vita reale che hanno fatto la storia dell’arte contemporanea: una materia alquanto difficile da “far digerire” perché accolta da un atteggiamento generale di sospetto per le opere eccentriche degli artisti. Eppure, come ci ricorda il professor Caroli con la sua rigorosa analisi di “scienziato dell’arte”, anche tali opere sono legate tra loro da un filo rosso che spiega la loro genesi nel contesto storico in cui sono nate: “non hanno sempre prodotto successi pari alle intenzioni degli artisti che le avevano create” ricorda l’autore, “ma l’opera c’è stata segnando nel bene e nel male un intero periodo storico”.

In fondo, nelle memorie dei suoi incontri, Caroli non solo ha ricordato un periodo della sua vita, ma ha saputo ritrarre l’anima dell’artista nella sua tormentata esistenza. Nel libro risaltano così preziosi spaccati di vita quotidiana che spiegano la genesi di capolavori dell’arte contemporanea, compreso il mondo del cinema.

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Monica Vitti in Deserto Rosso di Michelangelo Antonioni, 1964

E’ il caso di Michelangelo Antonioni. Caroli ricorda di aver assistito a Roma, nel 1963, a una parte delle riprese di Deserto Rosso ove una Monica Vitti, assonnata, non truccata, compariva a lato di un carretto di frutta e verdura dietro il quale si intravedeva un vecchio ambulante. Caroli ricorda l’insoddisfazione di Antonioni per i colori naturali della frutta: “lì, quando vidi che il regista faceva colorare la frutta e perfino gli abiti del vecchio perché apparissero nel film in tinte cromatiche più scure, iniziai a capire la peculiare concezione che Antonioni aveva del paesaggio, paesaggio come stato d’animo; uno stile che si coglie in modo ancor più incisivo nel film Il Mistero di Oberwald ove Antonioni, sempre all’avanguardia nel saper sfruttare gli ultimi ritrovati della tecnologia, colorò le scene con tecniche digitali”.

Un evento ricordato nel libro è la Biennale di Venezia del 1964, quando in un’Europa immersa nella guerra fredda, “quasi congelata dalle opere della tradizione artistica informale, sbarcarono, tirati giù dai barconi approdati al lido, i colossi americani della Pop Art”.

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Gino De Dominicis, “Tentativo di far formare dei quadrati invece che dei cerchi attorno ad un sasso che cade nell’acqua”, 1969.

Molti gli incontri ricordati da Caroli negli anni Settanta. Val la pena ricordare a tal proposito quello con Gino De Dominicis (1947-1998). In un periodo ove per la prima volta gli artisti ricorrevano a spezzoni di filmati per la creazione dell’opera d’arte, un episodio bizzarro fu la preparazione del video che De Dominicis intendeva dedicare al tema della “trasmutazione dei pesci in colombe”. Per le riprese romane sulle rive del Tevere, Caroli ricorda che l’artista aveva portato due stie di colombe bianche, adagiandole sull’acqua. Il programma era questo: aperte le stie, le colombe avrebbero offerto all’artista l’attimo decisivo per filmare il loro spiccare in volo. Le cose andarono però in tutt’altro modo. Le colombe, le cui ali erano inzuppate dalle acque, non ebbero la forza di levarsi in volo e furono raccolte fortunosamente da alcuni colleghi nel corso di una faticosa opera di recupero. Deluso per la dura lezione che i fatti avevano impartito alla sua facile immaginazione, De Dominicis si limitò – più prosaicamente – a girare un filmato in cui compariva lui stesso, ripreso di spalle. Titolo dell’opera “Tentativo di far formare dei quadrati invece che dei cerchi attorno ad un sasso che cade nell’acqua”.

Un altro artista è Lucio Dalla (1943-2012). “Ci vedevamo a Roma, a tarda sera, in un bar della Stazione Termini verso l’una di notte” ricorda il professore “Io e lui avevamo in comune l’abitudine di prendere un cappuccino nello stesso bar alle ore piccole. In uno di quegli incontri ricordo che mi disse: ‘Sai, Roma nelle notti di primavera mi sembra un’astronave che parte per viaggi misteriosi’. Alcuni anni dopo, nel 1980, Lucia Dalla cantò uno dei suoi capolavori, La Sera dei Miracoli: una canzone in cui ‘i vicoli di Roma’ prendevano vita assumendo i caratteri che lui mi aveva descritto in quel nostro conversare notturno in stazione”.

Un altro incontro che ha segnato i ricordi del professor Caroli è quello con Andy Warhol (1928-1987) avvenuto alla metà degli anni Settanta nella casa newyorkese dell’artista. “Un uomo freddo agli inizi, circondato dai macabri e bizzarri oggetti della sua abitazione, tra teschi e falli. Era ossessionato dalla morte ma si illuminò improvvisamente quando gli parlai di Pasolini: fu allora che si sciolse e mi raccontò del legame che aveva avuto con lui. Warhol, da freddo qual era, diventò in quell’attimo umanissimo”.

Questi sono solo alcuni degli artisti contemporanei ricordati da Caroli nel suo libro di memorie. In fondo, il filo rosso che lega questi incontri è la loro capacità di cogliere l’attimo perfetto in cui la bellezza si compie.

La varietà dei dialetti lombardi nell’Italia padana

Il titolo IV della legge regionale 7 ottobre 2016 n.25 si intitola “Salvaguardia della Lingua Lombarda”. Gli articoli 24 e 25 riguardano le misure con cui i Comuni, anche in forma associata, possono promuovere la “lingua lombarda nelle sue varietà locali”. La consigliera Daniela Mainini ed altri membri dell’opposizione in Regione Lombardia hanno contestato il termine “lingua lombarda” sostenendo che non si tratta di lingua, bensì di dialetti lombardi. A suffragare la loro posizione, oltre agli istituti linguistici dell’Università degli Studi di Milano e di Pavia, è l’interessante relazione del professor Paolo D’Achille, membro dell’Accademia della Crusca, che si può leggere qui.

Qual è la differenza tra lingua e dialetto? In Italia con lingua intendiamo un insieme di convenzioni (fonetiche, morfologiche, sintattiche e lessicali) valide sia nella comunicazione orale che in quella scritta esistenti in una comunità etnica, politica, sociale, consacrate dalla storia, dal prestigio degli autori, dal consenso dei cittadini. La lingua acquisisce una sua dignità quando viene utilizzata da un regime politico (Stato o altre forme di potere pubblico) nella redazione di atti aventi valore giuridico. Dialetto è invece un sistema linguistico geograficamente delimitato, avente una sua letteratura, privo tuttavia di un uso politico da parte dei poteri pubblici storici.

Ma torniamo al caso in questione. E’ esistita storicamente una “lingua lombarda” utilizzata in via ufficiale da un potere pubblico nella formazione di atti giuridici e amministrativi? La risposta è no. I governanti di quelle parti del territorio che oggi chiamiamo Lombardia si servirono, nella stesura di editti, gride, patenti ed altre normative, del latino o del volgare fiorentino trecentesco (divenuto poi l’italiano). Il dialetto locale non fu mai utilizzato nella redazione di atti pubblici. Allo stato attuale delle ricerche – che io sappia – non si è trovato nei documenti archivistici, un solo atto pubblico scritto in “lingua lombarda”. La differenza con la Catalogna è qui radicale. Questo è un dato importante di cui tenere conto. A partire dal Tre-Quattrocento, negli Stati italiani il volgare fiorentino acquisì un prestigio enorme in tutta Italia (dal Nord al Sud) grazie alla diffusione delle opere delle Tre Corone (Dante, Petrarca e Boccaccio).

Occorre inoltre ricordare che, nei secoli del Medioevo e nell’Età Moderna non esisteva la Lombardia come la intendiamo oggi. Fino alla metà del Settecento, con questo termine si indicava un’area geografica corrispondente all’incirca alla pianura padana. Montesquieu, ai primi del Settecento, la descrisse molto bene:

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Charles-Luis de Secondat , barone di Montesquieu (1689-1755)

La Lombardia è tutta quella pianura che si stende fra le Alpi e l’Appennino: queste due catene di montagne, unite all’inizio del Piemonte, divergono, formando un triangolo con il mare Adriatico che ne è come la base, e racchiudendo la più deliziosa pianura del mondo che comprende il Piemonte, il Milanese, lo Stato veneto, Parma, Modena, il Bolognese e il Ferrarese”.

La Lombardia attuale ebbe origine in un periodo storico compreso tra il trattato di Campoformio (1797) e i tredici mesi di amministrazione austriaca lombardo-veneta nel 1799/1800, quando i confini tra Lombardia e Veneto furono fissati in sostanza tra il Lago di Garda e il fiume Mincio. Essi furono ripristinati dopo il crollo del Regno d’Italia napoleonico, all’interno dell’amministrazione del Regno Lombardo Veneto asburgico.

Come si è visto nel passo di Montesquieu, la Lombardia antica era divisa al contrario in molti Stati, il che finì con l’influenzare l’evoluzione dei dialetti padano veneti. Si capisce allora che, a voler restringere l’indagine ai dialetti parlati entro i confini della Regione attuale, questi non si possono definire unitariamente “lingua lombarda”. I dialetti lombardi occidentali, esistenti nel territorio compreso tra il Ticino e l’Adda, gravitano sul milanese ma sono parlati anche in aree che non si trovano nella Regione Lombardia: pensiamo all’alto e al basso novarese o al Canton Ticino. Tali dialetti sono diversi dai dialetti lombardi orientali parlati nel bergamasco, nel bresciano, nel cremasco, i quali risentono tuttora dell’antica divisione politico amministrativa tra il Ducato di Milano e la Repubblica di San Marco. Un’ulteriore distinzione va fatta per il dialetto mantovano, più vicino ai dialetti emiliani.

In realtà, i dialetti gallo-italici sono tuttora parlati – se si tolgono le aree urbane più densamente popolate ove domina un ottimo italiano – in gran parte della pianura padana. Per un periodo di tempo limitato vi fu una lingua letteraria lombarda o padana: alcuni scrittori scrissero testi in prosa ispirati ai modelli cortesi dei prosatori in lingua d’oil (francese). Gli specialisti definiscono questa lingua come “franco italiana” presente in alcune opere tra il XIII e il XIV secolo. Questa lingua fu però adottata da un’esigua minoranza di scrittori nel Medioevo, mai usata dai poteri pubblici dell’Italia del Nord. Negli atti giuridici e amministrativi si preferì ricorrere al latino, destinato ad essere soppiantato dall’italiano nel corso dell’Età Moderna. E’ oltremodo significativo che Dante, quando scrisse il De vulgari eloquentia un trattato in latino composto tra il 1302 e il 1306 sull’arte di scrivere in volgare  – non avesse fatto alcuna menzione di questa  “lingua lombarda”. Il che è significativo se poniamo mente al fatto che l’autore della Divina Commedia soggiornò da esule in centri padani importanti quali Bologna, Verona o Ravenna. Com’è fin troppo noto, fu il veneziano Pietro Bembo nelle Prose della volgar lingua (1525) a proporre con successo il fiorentino trecentesco di Dante, Petrarca e Boccaccio quale lingua letteraria valida per l’Italia intera, da Nord a Sud.

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San Carlo Borromeo (1538-1584)

Un’altra istituzione che adottò l’italiano, affiancandolo al latino come lingua ufficiale nei testi scritti, fu la Chiesa cattolica dopo il Concilio di Trento. Le prediche dei sacerdoti, i catechismi, le opere rivolte ai laici e alle monache furono scritti in italiano. Nella Milano di San Carlo Borromeo (1564-1584), 1478 insegnanti attivi nelle scuole delle confraternite laicali assicurarono un’istruzione gratuita a 12.455 scolari su una popolazione complessiva di 113.875 abitanti: un esempio di alfabetizzazione e di catechismo in italiano secoli prima dell’unificazione in una popolazione che parlava abitualmente in dialetto milanese. A partire del Cinquecento il volgare fiorentino (italiano) si affermò sempre più, a fianco del latino, quale lingua ufficiale usata dagli Stati italiani e dalla Chiesa cattolica.

Per queste ragioni, ritengo fondate le critiche dell’opposizione alla legge regionale sulla “lingua lombarda”. Condivido la proposta della consigliera Mainini di definire “dialetti lombardi” i sistemi linguistici esistenti entro i confini della Regione: un’espressione valida per il complesso dei dialetti parlati nell’Italia settentrionale.

Credo che la Regione Lombardia – assieme alle Regioni Piemonte, Liguria, Emilia-Romagna, Veneto – debba valorizzare i dialetti gallo-italici o padani che sono certo diversi dal toscano e dall’italiano centro-meridionale.

Inoltre si potrebbero intraprendere iniziative tese a valorizzare la toponomastica locale, magari integrando i nomi italiani con l’indicazione degli antichi toponimi ove questi fossero stati deformati o completamente soppressi dopo l’Unità. Pensiamo ad esempio al Comune di “Capovalle” in provincia di Brescia, così denominato dal regio decreto 27 ottobre 1907 n.464 perché l’antico nome del paese, “Hano”, venne  giudicato dal legislatore “trasparente e volgare”. Un provvedimento centralistico, deciso dall’alto, che non mostrò alcun rispetto per la storia del territorio.

I Comuni italiani (al Nord come al Sud) potrebbero condurre d’altra parte un’altra operazione importante. Dopo l’Unità in molti municipi si scelse di sopprimere le antiche denominazioni delle vie e delle piazze sostituendole con i nomi di eroi o di battaglie risorgimentali. Per promuovere la conoscenza storica dei luoghi, si potrebbe aggiungere una targa che riporti l’antica denominazione della via a fianco di quella esistente. A Milano per esempio via Torino, istituita dopo l’Unità d’Italia con delibera comunale del 12 settembre 1865, unificò ben quattro antiche strade: la contrada di San Giorgio al Palazzo, la contrada della Palla, la contrada della Lupa e la contrada dei Pennacchiari. Forse, in questo come in altri casi, si potrebbero aggiungere alcune targhe aggiuntive come avviene a Firenze o in altre città italiane.

La solitudine dell’eroismo civile

Venerdì scorso, presso il Palazzo delle Stelline in Corso Magenta, ho assistito alla presentazione dell’ultimo libro di Umberto Ambrosoli: Ostinazione civile. Idee e storie di una rigenerazione civica (Guerini e Associati, Milano 2016). L’autore è stato intervistato da Daniela Mainini, presidente del Centro Studi Grande Milano, una istituzione che opera da anni mettendo in campo iniziative di grande spessore culturale.

ostinazione civileAl centro del libro di Ambrosoli sono i valori fondanti di una comunità politica. In primo luogo, la legalità, il rispetto delle regole che ha senso nella misura in cui risponde all’utilità sociale, al senso profondo di una comunità. Il titolo del volume, Ostinazione civile, esprime la passione per la buona politica che deve orientare l’agire quotidiano di chi è chiamato a ruoli di responsabilità pubblica. L’uomo pubblico deve agire per il bene comune nell’interesse esclusivo dei cittadini contro la prepotenza dei più forti, che tendono a prevaricare violando le regole per i loro interessi personali. La vera politica è tale nella misura in cui si fa umile servizio, praticata con coerenza per migliorare il benessere della comunità. Ascolto Ambrosoli e mi rendo conto che la sua ostinazione civile è un convincimento profondo, che solleva inevitabilmente il tema del rapporto di ciascuna persona con gli altri.

In un Paese come l’Italia, venato da secolari pulsioni individualiste e corporative contrarie al civismo, Ambrosoli rilancia la missione di educare i cittadini perché lo spirito pubblico prevalga sempre sull’interesse privato. Nell’ascoltare il suo discorso appassionato, il pensiero corre al fondamento dell’obbligo politico e alla cultura anglosassone della rule of law, che non è solo rispetto della legalità formale, ma ancor più il senso di appartenenza a una comunità politica fondata sui valori della libertà e del bene comune. Mi è venuta in mente la lezione di alcuni filosofi politici, in particolar modo di Alessandro Passerin d’Entrèves (1902-1985), il quale non si stancava di sottolineare l’importanza cruciale che in una democrazia liberale ha il nesso legalità-legittimità. Il fondamento di una comunità non può reggersi soltanto sulla legalità, sul rispetto esteriore delle regole; occorre che vi sia la legittimità, vale a dire il consenso dei governati sulla bontà delle leggi e sul diritto dello Stato. Un consenso che si ottiene nella misura in cui i cittadini vengono coinvolti nel funzionamento delle istituzioni politiche mediante gli istituti di democrazia diretta e rappresentativa.

Lo Stato liberaldemocratico non è un sistema di potere basato esclusivamente sul “monopolio della forza”: occorre che quella forza – per riprendere una bella espressione di Max Weber – sia “legittima”. La legittimità riposa sull’autorità dell’ordinamento costituito: i cittadini prestano obbedienza perché si riconoscono nei suoi valori fondanti. Uno Stato liberaldemocratico, uno Stato di diritto e sociale è tale non solo quando garantisce ai cittadini la “libertà positiva” – partecipazione alla vita della comunità mediante l’esercizio della democrazia diretta e della democrazia rappresentativa – ma ancor più quando si erge a salvaguardia della libertà negativa dei cittadini, quando rende operanti i diritti dell’uomo e del cittadino presenti nelle costituzioni moderne.

Oggi siamo in una situazione a dir poco allarmante: il divorzio dei cittadini dalla politica, dall’esercizio dei diritti di libertà positiva è evidente nell’astensionismo dilagante. Un fenomeno dovuto certamente alla mancanza di credibilità di una classe politica corrotta e inefficiente, ma anche all’incapacità dei partiti di intercettare il malcontento per una riforma delle istituzioni che assicuri il miglioramento della governabilità e la piena partecipazione dei cittadini alle istituzioni repubblicane.

Ricordo tuttavia che alle ultime elezioni amministrative le liste civiche hanno coinvolto strati importanti della società civile sulla base di programmi e obiettivi concreti, sia a destra che a sinistra. Un risultato certamente positivo, che tuttavia non è bastato a coinvolgere gli elettori: in un Comune come Milano, l’affluenza alle urne si è fermata al 54,67%. Insomma, per recuperare consenso la politica deve tornare ad essere credibile.

Umberto Ambrosoli ha appreso in famiglia il senso dello Stato e la passione per la buona politica. Il padre Giorgio, commissario liquidatore delle banche di Michele Sindona, sacrificò con la vita la sua dedizione alla causa della legalità. “L’insegnamento di mio padre” – avverte Umberto – “non è l’unico caso di persone che sono morte per il bene comune, che hanno anteposto il bene collettivo agli interessi individuali”. Umberto non torna sulla storia del padre, un tema che scava nel profondo della sua storia familiare. Si limita a commentare con umiltà: “Mio padre non ha sacrificato la sua vita, ha vissuto l’unica vita che avrebbe voluto vivere”.

Nell’incontro organizzato dal Centro Studi Grande Milano, Ambrosoli si sofferma soprattutto sulla sua esperienza politica. Ricorda un episodio della campagna elettorale per la corsa alla presidenza della Regione Lombardia nel 2013; un episodio che gli fece capire il senso della buona politica:

“Ricordo una giornata di lavoro intensissimo. Eravamo nel pieno della campagna elettorale per la corsa al Pirellone. Partiti da Lecco, andammo a Colico, a Sondalo e in altri comuni dell’alta Lombardia. Tornati a Lecco a notte fonda, verso le 2.30 mi chiesero un’intervista sui valori del civismo. Decisi di rilasciare l’intervista nonostante l’ora tarda. In quell’occasione, nel momento in cui occorreva essere svegli nonostante il fisico stesse per cedere alla stanchezza dopo una giornata intensa fatta di comizi e incontri elettorali, ebbi la forza d’insistere consapevole del legame profondo che ci unisce agli altri; nei comportamenti deve guidarci costantemente lo spirito di servizio perché noi politici e amministratori pubblici, rappresentando i cittadini che ci hanno eletto, dobbiamo essere d’esempio”. Il fine di un politico onesto e competente  – ricorda – “non è la vittoria ma vivere in coerenza con le sue motivazioni”.

Il libro è incentrato su questo valore civico: lo spirito di servizio, la dedizione al bene comune. Ambrosoli porta l’esempio di quanti, operando in uffici pubblici di responsabilità, hanno mostrato di non volersi piegare alla prepotenza dei forti, battendosi con coraggio fino a sacrificarsi per la legalità, per il rispetto delle regole.

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Renata Fonte (1951-1984)

Uno dei personaggi citati nel libro è ad esempio Renata Fonte, assessore del partito repubblicano a Nardò in provincia di Lecce, uccisa dalla criminalità organizzata nel 1984 per non essersi piegata alle lobby dei costruttori che intendevano edificare nelle coste salentine in violazione delle leggi sul patrimonio naturalistico. Un delitto reso ancor più vile perché macchiato dal tradimento di un collega venduto alle mafie, ansioso di succedere alla Fonte nell’ufficio ch’ella rivestiva in Comune. Questo caso – come gli altri riportati nel libro – dimostra l’immensa solitudine che comporta l’eroismo. Chi esercita funzioni pubbliche è chiamato non solo a lavorare con probità e onestà, ma ad agire con coraggio dimostrando sul campo di avere la forza di amministrare la cosa pubblica nell’esclusivo interesse dei cittadini. Questo è il senso nobile della politica, questa deve essere l’ostinazione civile di chi è chiamato ad amministrare per il bene della comunità. Per conseguire tale traguardo occorre però una selezione nei partiti che porti ad escludere i profittatori, gli arrivisti, gli incompetenti  e – quel che più conta – i tanti Don Abbondio pronti a chinare il capo davanti alle prepotenze, vasi di terracotta in mezzo a tanti vasi di ferro.

Quando il falso è figlio del vero che si brama…

“Chi deve falsificare documenti deve sempre documentarsi, ed ecco perché frequentavo le biblioteche”: così confessava candidamente l’agente segreto Simone Simonini, il protagonista del romanzo Il Cimitero di Praga, mentre raccontava le circostanze che lo avevano portato a “fabbricare” il falso dei Protocolli dei Savi Anziani di Sion destinato ad avere una sinistra influenza nella storia europea.

L’altro ieri, mentre assistevo all’interessante convegno del “Centro Studi Grande Milano” su “La storia dell’arte vera: la bellezza dell’autentico”, il mio pensiero è corso al compianto Umberto Eco, il quale ha dedicato al falso pagine indimenticabili nei suoi romanzi: da Il pendolo di Foucault  all’appena citato Cimitero di Praga.

All’incontro di giovedì, tenuto a Palazzo Turati presso la Camera di Commercio di Milano, hanno partecipato gli ex sindaci di Milano Piero Borghini e Carlo Tognoli, l’assessore al lavoro, sviluppo economico, università e ricerca Cristina Tajani, il presidente di Confindustria Anie Claudio Andrea Gemme ed Enrico Valdani, professore ordinario di economia e gestione delle imprese presso l’Università Bocconi.

Un folto pubblico di appassionati ha seguito la lezione dei due relatori: l’avvocato Daniela Mainini e il professor Flavio Caroli.

Daniela Mainini, esperta di diritto penale industriale, presidente del Centro Studi Grande Milano e del Centro Studi Anticontraffazione, oggi consigliere regionale nel Patto civico con Umberto Ambrosoli, ha tenuto un’interessante relazione sul falso nella storia dell’arte, mostrando con efficacia il ruolo per nulla marginale che questa realtà ha avuto nella storia.

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Daniela Mainini, Presidente del Centro Studi Grande Milano

“Nel 1990 – ricorda Mainini – “mi recai a Londra ove al British Museum era stata allestita una provocatoria mostra sul falso curata dal celebre studioso Sir Mark Jones e dai suoi assistenti. L’obiettivo di quella esposizione era stato di rendere consapevole il pubblico di una verità elementare: ogni società falsifica ciò che brama. Fu una mostra di grande valore storico perché gli oggetti e le opere d’arte esposte fecero capire ai visitatori il mutamento dei gusti culturali che avviene nella società nel corso dei secoli”.

In realtà, come ha precisato la relatrice, l’opera d’arte non è falsa in sé. Lo diviene nel momento in cui viene attribuita. La copia di manufatti di pregio era praticata già nella civiltà greco-romana. Plinio il Vecchio, nella Naturalis Historia, raccontava come un oggetto venisse falsificato in molti modi (adulteratur multis modis). I romani distinguevano tra l’imitatio e l’emulatio: la prima consisteva in una pedestre attività tesa alla copia meccanica di un modello, la seconda in un’opera di alto rilievo artistico.

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Due collezionisti “stregati” dalla Cena di Emmaus

La storia della contraffazione non può farsi tuttavia nell’alto Medioevo, quando gli artisti non avevano ancora una loro individualità. L’identità degli autori di opere d’arte si affermò nel basso Medioevo e in età rinascimentale. I primi casi di contraffazione avvennero soprattutto nel corso del Settecento, in seguito alla scoperta di Ercolano e Pompei. Uno dei primi falsificatori fu il napoletano Giuseppe Guerra (morto nel 1761), pittore e restauratore, che riprodusse alcune pitture pompeiane con tale maestria da ingannare famosi collezionisti europei. La Mainini ha saputo catturare l’attenzione del pubblico nell’esposizione ragionata di tanti casi di opere adulterate. La storia fu un continuo susseguirsi di falsari fino al secolo scorso: da Icilio Federico Joni (1866-1944) ad Alceo Dossena (1878-1937) fino al celebre Han Van Meegeren (1889-1947): questi, seguendo una tecnica esposta in un vecchio trattato di pittura, dipinse su una tela del Seicento la Cena di Emmaus: opera destinata ad essere clamorosamente attribuita al celebre pittore olandese Jan Vermeer (1632-1675).

Flavio Caroli
Il Professor Flavio Caroli

All’intervento della Mainini è seguita la lezione magistrale del critico d’arte Flavio Caroli che, commentando le immagini di celebri dipinti dal Rinascimento al Novecento, ha mostrato la bellezza dell’autentico nel corso dei secoli: da Masaccio a Piero della Francesca, da Ludovico Carracci a Giuseppe Maria Crespi, da Turner a Monet fino a Morandi.

Resta da spiegare la ragione della straordinaria fortuna che il falso ha avuto nella storia dell’arte e più in generale nella storia della cultura. Forse, richiamandoci a Umberto Eco, questo si spiega perché l’immaginazione, satura di iper-realtà, pretende la cosa vera e, per ottenerla, fabbrica il falso assoluto.

L’ambiguità del decreto Renzi sulle popolari

La riforma delle banche popolari compiuta dal governo Renzi continua a far discutere. Il tema è stato al centro di un interessante incontro  tenuto mercoledì alla Camera di Commercio di Milano nel corso della presentazione del libro di Franco De Benedetti e Gianfranco Fabi Popolari addio? Il futuro dopo l’abolizione del voto capitario (Guerini e Associati, Milano 2015).

Al dibattito, organizzato dal Centro Studi Grande Milano (CSGM) –  fucina di cultura a stretto contatto con il mondo delle imprese – hanno partecipato, assieme agli autori, Daniela Mainini, presidente del CSGM, Ugo Finetti, vicepresidente del CSGM, il professor Giulio Sapelli, ordinario di storia economica all’Università Statale di Milano, l’europarlamentare ed ex sindacalista Antonio Panzeri, Carlo Fratta Pasini, presidente del Banco Popolare ed altri esponenti del mondo politico.

Il dibattito, che in alcuni tratti ha assunto una certa animosità, si può riassumere sostanzialmente in questa domanda: il decreto Renzi (decreto legge n.3 del 20 gennaio 2015, convertito nella legge n.33 del 24 marzo) ha migliorato l’assetto delle banche popolari?

Luigi Luzzatti
Luigi Luzzatti

Di cosa stiamo parlando? Vediamo di capirci qualcosa. Nell’Italia dell’Otto-Novecento le banche popolari assunsero un ruolo fondamentale nel sostenere i bisogni delle famiglie e delle comunità locali. Luigi Luzzatti (1841-1927), uomo politico appartenente alla Destra storica, presidente del consiglio per breve tempo tra il 1910-11, si impegnò con forza a sostegno delle cooperative di credito e delle banche popolari. Animato da un vivo desiderio di migliorare le condizioni delle classi disagiate, riteneva che le famiglie, gli operai, tanti lavoratori che non avevano ingenti patrimoni, dovessero disporre di istituti di credito adeguati ai loro bisogni. Inoltre, la vita di queste persone era resa ancor più difficile dal proliferare degli usurai.

Luzzatti, che ammirava il sistema delle banche popolari tedesche, propose di introdurre istituti di credito analoghi nel nostro Paese. Nel volume La diffusione del credito e le banche popolari, pubblicato nel 1863, egli tesseva le lodi della banca popolare tedesca. Caldeggiava la fondazione di istituti analoghi in Italia, anche se riteneva che potessero servire soprattutto a una ristretta fascia di operai agiati oppure ai lavoratori in possesso di piccoli risparmi:

Una banca che abbraccia il principio dell’associazione e cambia l’operaio in capitalista quante verità non può insegnargli? Una buona lezione teorica di economia gli è certamente molto utile, ma quale maggior vantaggio di questa lezione di economia applicata? Gli operai agiati, i lavoranti indipendenti, come la molteplice famiglia dei muratori, legniaiuoli, minutanti, sono invitati dalla loro stessa condizione a riprodurre in Italia il tipo delle unioni tedesche. Si aboliscano le leggi dell’usura perché l’interesse del denaro segua il corso naturale del mercato, ma sorgano nello stesso tempo le fratellanze di credito popolano onde i poveri si affranchino finalmente dal gravoso intervento di quei sordidi prestatori…

Luzzatti fondò, com’è noto, la Banca Popolare di Milano due anni dopo, il 23 dicembre 1865. La forza di questi istituti di credito risiedeva nella loro capacità di essere a stretto contatto con i bisogni del territorio.

Fratta Pasini
Carlo Fratta Pasini, presidente del Banco Popolare.

Sorte come istituti di credito di area cattolica e socialista, le banche popolari si sono rette fino ad oggi su una forma di governo autenticamente democratica: ciascun azionista, indipendentemente dal numero di azioni che detiene, ha pari diritto di voto nell’assemblea dei soci. Questo è il senso del “voto capitario”. Si tratta, com’è facilmente intuibile, di una governance assai diversa dalle Società per azioni, ove decidono al contrario i maggiori proprietari.

Le banche popolari italiane hanno rivestito un ruolo importante nel favorire lo sviluppo economico del Paese. Ciò è avvenuto anche in forza del loro peculiare modello di governance.

Nell’incontro organizzato dal Centro Studi Grande Milano, gran parte dei relatori ha bocciato la riforma delle banche popolari approvata dal governo Renzi. La scelta di intervenire con decreto in un settore che non richiedeva l’urgenza di un intervento pubblico, è stata a dir poco azzardata perché, secondo Fabi, non sussistevano i requisiti di necessità e di urgenza richiesti dalla Costituzione per l’emanazione di una normativa tanto radicale. La legge, imponendo alle banche popolari con attivi superiori agli 8 miliardi di euro di trasformarsi in Società per Azioni, finisce con l’affidare le risorse dei risparmiatori più al grande capitale che all’economia di mercato. Il risultato è la negazione della finalità originaria per la quale erano sorti questi istituti di credito.

De BenedettiIn difesa della legge si è schierato, unico tra i presenti, il senatore Franco De Benedetti, presidente della Fondazione Istituto Bruno Leoni. Secondo De Benedetti la legge non interessa il vasto mondo delle popolari perché gli istituti di credito colpiti dal decreto sono appena dieci. Ha poi criticato l’assetto di queste banche facendo osservare che in molti istituti la cooperazione si è trasformata spesso in un “banale controllo sull’ufficio del personale”.

In effetti, come ha fatto notare il senatore De Benedetti, l’intervento del governo Renzi è seguito alla riforma sulla vigilanza bancaria avvenuta a partire dal 2 novembre 2014, quando la Banca Centrale Europea si è sostituita alla Banca d’Italia nella funzione di controllo sui quindici maggiori istituti di credito italiani. Otto di questi sono banche popolari: UBI, Banco Popolare, Banca Popolare di Milano, Banca Popolare dell’Emilia Romagna, Banca Popolare di Vicenza, Veneto Banca, Banca Popolare di Sondrio, Credito Valtellinese.

Secondo i dati della European Banking Authority, tali banche rivelano un assetto patrimoniale eccessivamente ridotto perchè possano reggere in futuro una situazione avversa dei mercati finanziari: se si esclude UBI, gli stress test hanno mostrato che il patrimonio delle popolari potrebbe ridursi sotto la soglia critica del 5,5% del capitale. Il governo Renzi è quindi intervenuto per irrobustire il patrimonio di questi istituti favorendo l’ingresso di grandi capitali.

Mainini: Milano sia sede di una corte Ue sui brevetti

Ieri pomeriggio, all’Urban Center di Milano, il Centro Studi Anticontraffazione ha presentato al pubblico le ultime novità sull’adesione dell’Italia all’istituto del brevetto unico europeo.

L'assessore Franco D'Alfonso, la presidente del Centro Studi Anticontraffazione Daniela Mainini, il professor Cesare Galli
L’assessore Franco D’Alfonso, la presidente del Centro Studi Anticontraffazione Daniela Mainini, il professor Cesare Galli

L’incontro, presieduto e moderato dalla presidente del Centro Studi Grande Milano Daniela Mainini, ha visto la partecipazione di molte personalità appartenenti al mondo imprenditoriale, accademico, politico. Tra gli intervenuti il professor Cesare Galli ordinario di diritto industrale all’Università di Parma, Pier Giovanni Giannesi direttore proprietà industriale in Pirelli, Francesco Macchetta direttore proprietà intellettuale Bracco, Aldo Buratti presidente di Confapi (Unione nazionale della piccola e media industria nel settore tessile, abbigliamento, calzaturiero, pelli, cuoio), Franco D’Alfonso assessore al commercio e alle attività produttive del Comune di Milano.

Il tema della lotta alla contraffazione è molto importante per l’economia italiana. Me ne sono già occupato in un articolo pubblicato a febbraio (clicca qui). Oggi le imprese devono spendere molte risorse per registrare i brevetti, la cui validità è ristretta ai confini nazionali e non consente una tutela efficace nella lotta alla contraffazione. Nel 2014 le aziende italiane hanno depositato 9.382 brevetti: di questi 2.708 – pari al 28,8% – provenivano da ditte lombarde.

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L’assessore al Comune di Milano Franco D’Alfonso

Elevato è anche il costo delle cause nella lotta contro il falso. Se restiamo a Milano, il fenomeno ha raggiunto soglie allarmanti nei campi più svariati: dai cosmetici all’alimentare, dai giocattoli al farmaceutico. Secondo i dati riportati dall’assessore D’Alfonso, tra il 2011 e il 2014 sono stati individuati più di 34 milioni di pezzi contraffatti, cui sono seguiti 54.175 sequestri (penali e amministrativi).

Di fronte a un problema di tali dimensioni i tribunali italiani non possono più condurre da soli la battaglia per la difesa delle aziende dai danni della contraffazione. La scelta di non aderire alla cooperazione rafforzata in tema di brevetti fu un errore clamoroso del governo italiano, che alcuni anni fa si oppose a una gestione europea della giurisdizione. Il risultato è che oggi un’azienda intenzionata a difendere il marchio a livello europeo deve recarsi all’Epo di Monaco per registrare i brevetti con costi non indifferenti. Se consideriamo che le piccole e medie imprese – che sono la spina dorsale dell’Italia – vivono soprattutto sulle esportazioni dei loro prodotti, non è difficile capire quanto sia importante tutelare i brevetti potendo contare su un’autorità sovranazionale che abbia sede in Italia.

Oggi l’ingresso del nostro paese nel sistema del brevetto unitario, annunciata dal sottosegretario agli affari europei Sandro Gozi, costituisce una tappa importante per consentire alle aziende di operare in questo campo alle stesse condizioni dei maggiori Paesi europei: Francia e Germania.

La prossima tappa sarà la scelta di una città ove aprire la sede locale europea per la giurisdizione sul brevetto unico. L’Italia ha due anni di tempo per decidere. Come ha sostenuto la presidente Mainini, l’apertura di una corte a Milano sarebbe un’ottima soluzione per il dopo Expo. Milano è la candidata naturale, se si considera che in questa città viene depositato ogni anno un quarto dei brevetti italiani.

E’ stato stimato che l’adesione del nostro Paese al brevetto unitario europeo e l’apertura della sede locale consentirà alle imprese di risparmiare 400 milioni di euro all’anno. Un riduzione dei costi che permetterà alle aziende di investire maggiormente nella ricerca e accrescere la competitività sul mercato mondiale.

Expo 2015: lotta alla contraffazione prioritaria

L’imminente apertura di Expo ha rimesso al centro dell’attenzione un tema cruciale nella difesa del Made in Italy: la contraffazione. Sono troppi i prodotti contraffatti, venduti sul mercato a prezzi assai più bassi rispetto agli originali. L’elenco degli articoli interessati è sterminato: dall’olio ai pomodori cinesi venduti come italiani. A produrli sono organizzazioni criminali che spesso hanno sede all’estero. L’Italia purtroppo è uno dei paesi europei più colpiti dal fenomeno.

Confessiamolo: quante volte abbiamo acquistato un prodotto alimentare spinti unicamente dalla sua convenienza, senza controllare la provenienza e le “informazioni nutrizionali”? Il guaio è che questi prodotti, che sembrano fatti apposta per attirare la nostra attenzione, son fatti spesso con sostanze dannose per la salute. Oggi la contraffazione colpisce i più svariati settori del Made in Italy, dall’agroalimentare alla moda. Un fenomeno allarmante se consideriamo che si tratta di un mercato che vale quasi 7 miliardi di euro all’anno.

Il tema è stato al centro dell’interessante convegno organizzato lunedì dal Centro Studi Anticontraffazione presso la Camera di Commercio di Milano alla presenza di un vasto parterre composto da esperti del ramo, rappresentanti del mondo imprenditoriale, membri della guardia di finanza e della polizia di Stato. Ai lavori è intervenuta l’onorevole Susanna Cenni, capogruppo Pd in materia anticontraffazione.

Dai lavori è emerso lo scarso impegno mostrato finora dallo Stato nel disciplinare questa materia. La legge delega 67/2014, cui è seguito da parte del governo uno schema di decreto legislativo risalente al primo novembre scorso, ha compreso la contraffazione all’interno dei reati perseguibili con pene fino a cinque anni per la tenuità dell’offesa. Il principio della non punibilità per la tenuità del fatto rischia di imporsi in via definitiva nella giurisprudenza, mettendo la contraffazione sullo stesso piano di un reato quale ad esempio il maltrattamento di animali. Occorre invece aggravare le pene perché – come ha ricordato Daniela Mainini presidente del Centro Studi Anticontraffazione e grande esperta della materia – “il principio della lieve entità non può far parte dei reati anticontraffazione”.

E’ stato inoltre lamentato il ritardo degli organi legislativi (Parlamento e Governo) nel preparare quella legge speciale su Expo al cui interno le norme anticontraffazione non potranno che rivestire un’importanza cruciale. La questione è prioritaria se si considera che molti paesi (dalla Cina ad alcuni Stati americani) non conoscono una tutela giuridica sull’autenticità dei prodotti paragonabile a quella esistente da noi in relazione ai marchi DOP o DOCG.

L’aumento delle imitazioni del Made in Italy è sotto gli occhi di tutti: ha fatto scuola il caso del falso Grana Padano presentato da un’azienda della Lettonia alla fiera di Parigi. L’Italia è il paese più colpito dalla contraffazione agroalimentare. Questo tuttavia – come ha sottolineato il professor Cesare Galli, uno dei maggiori specialisti nella difesa della proprietà industriale – è dipeso dal fatto che lo Stato ha concentrato finora le sue energie nella disciplina del mercato interno, mettendo in secondo piano la tutela dei nostri prodotti nei mercati internazionali.

Su questi temi è intervenuta anche l’attrice Tiziana Di Masi, che da anni lavora per rendere consapevoli i cittadini sui danni che la contraffazione reca non solo all’economia italiana ma anche alla salute. Lo spettacolo Tutto quello che sto per dirvi è falso, interpretato dall’attrice con grande abilità narrativa, sta riscuotendo un grande successo nei teatri italiani.

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Rilanciare la manifattura per far decollare l’Italia

Come può l’Italia tornare a crescere in questo 2015? Nell’interessante convegno organizzato ieri dal Centro Studi Grande Milano presso il Palazzo dei Giureconsulti di via Mercanti è emersa la convinzione che il Paese può ripartire puntando sul manifatturiero.

Ford Electric Car Plant Builds Electric Focus And Hybrid VehiclesSpesso sentiamo dire che l’Italia potrà riprendersi agendo a sostegno della cultura o del turismo. Vero. Ma pensiamoci bene: cosa rende il nostro Paese una delle economie più avanzate al mondo nonostante la crisi? Un ruolo importante è rivestito dalle piccole e medie imprese del manifatturiero, che in questo settore fanno ancora guadagnare all’Italia il secondo posto nella classifica europea dopo la Germania. Tale patrimonio imprenditoriale non può essere disperso, deve essere posto nelle condizioni di crescere. Oggi la manifattura costituisce nel complesso il 15% del Pil.  Gli imprenditori italiani, presenti in gran numero alla convention, hanno sostenuto l’esigenza di portare il manifatturiero al 20% del Pil. Un compito assai difficile. Sappiamo infatti che le condizioni per fare impresa in Italia sono oggi difficili. Il livello di tassazione resta eccessivamente elevato. Come uscirne? Interessanti le relazioni presentate al convegno presieduto da Daniela Mainini.

I relatori hanno sostenuto che il rilancio del manifatturiero sarà possibile solo quando gli imprenditori saranno messi nelle condizioni di riportare in Italia le fabbriche che hanno delocalizzato all’estero, nei paesi dell’Europa dell’Est o in Cina. La necessità di riportare le fabbriche in Italia è dovuta al fatto che oggi i costi del lavoro e della logistica stanno salendo progressivamente in quei paesi. Riportare in patria gli stabilimenti, oltre a creare nuovi posti di lavoro, può assicurare un rapporto diretto con i centri di ricerca dell’azienda e fare in modo che la produzione sia soggetta a un controllo di qualità più stringente ed efficace di quanto oggi non sia possibile all’estero.

D’altra parte, in questi ultimi anni il ritorno delle fabbriche in patria (re-shoring) è già avvenuto negli Stati Uniti con effetti positivi per l’economia. Prima la situazione era diversa: tra il 1998 e il 2012 gli imprenditori americani delocalizzarono la produzione industriale con un’intensità pari al 4% del Pil, il che finì per provocare la perdita di quasi sei milioni di posti di lavoro. Negli ultimi anni il re-shoring ha consentito invece agli imprenditori di riportare in patria gli stabilimenti grazie alla politica industriale dell’amministrazione Obama. Questo, insieme a politiche non austere, ha permesso agli Stati Uniti non solo di reagire alla crisi, ma di tornare a crescere a ritmi impensabili fino a pochi anni fa.

In Italia occorre seguire quell’esempio, ma questo può avvenire se gli imprenditori e il governo faranno ciascuno la loro parte.

Claudio Gemme,  presidente del Comitato Strategico del Centro Studi Grande Milano, presidente di Anie
Claudio Gemme, presidente del Comitato Strategico del Centro Studi Grande Milano, presidente di ANIE

Claudio Gemme, presidente della Federazione Nazionale Imprese Elettrotecniche ed Elettroniche (ANIE), rappresenta 1.250 imprese per un totale di 400.000 addetti, pari al 20% del comparto manifatturiero. Nel suo intervento ha sottolineato come la metà del fatturato di queste aziende sia realizzato all’estero. Il caso di Fincantieri, che produce manufatti nel settore navale, è impressionante: la produzione è indirizzata prevalentemente all’estero ma il 70% della componentistica viene comprato fuori dai confini nazionali.

Si capisce allora come sia importante, per rilanciare l’occupazione in questo Paese, riportare l’intera filiera di produzione in Italia. Questo sarà possibile quando le condizioni per fare impresa torneranno ad essere favorevoli. Qui il governo deve fare la sua parte. Oltre a ridurre la pressione fiscale sulle imprese, è necessario detassare gli utili reinvestiti nella ricerca e nell’innovazione.

Anche gli imprenditori devono fare la loro parte, il che è tanto più importante se si tiene presente che il progresso tecnologico nel campo della comunicazione via internet ha reso immediato il rapporto tra imprenditori e clienti. Lo ha rilevato Alberto Caprari, presidente delle Associazioni Nazionali dell’Industria Meccanica Varia ed Affini dove si contano 1.000 aziende per un totale di 200.000 addetti. Il modello di gestione dell’impresa – ha sottolineato Caprari – è cambiato radicalmente negli ultimi anni riflettendo il rapido progresso nelle comunicazioni: rispetto a pochi anni fa, un imprenditore segue con difficoltà il lancio di un prodotto perché i clienti, attivi in rete, cambiano di continuo nel bene e nel male.

Filippo Taddei, responsabile nazionale Dipartimento Economia e Lavoro del PD
Filippo Taddei, Responsabile Nazionale Dipartimento Economia e Lavoro del PD

Cosa hanno risposto i politici? Di particolare interesse è stato l’intervento del responsabile economico del Partito Democratico, Filippo Taddei.  Taddei, molto vicino a Matteo Renzi, ha messo in evidenza i due obiettivi che stanno informando l’azione del governo nella politica industriale: a) l’abbassamento della tassazione sul lavoro e sulle imprese per una percentuale pari al 2% del Pil affinché l’imposizione fiscale torni ad essere ai livelli dei maggiori paesi europei; b) investire nel lavoro stabile perché le imprese che crescono sono quelle ove i dipendenti dispongono di un nutrito bagaglio di competenze formatosi nel tempo. L’azione del governo sarà diretta a premiare le piccole e medie imprese che assumeranno sulla base del nuovo contratto di lavoro introdotto dalla riforma Poletti.