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Due idee per sposare Sport e Cultura: MilanoAnticheMura e MilanoSestieri
Ogni anno la Stramilano chiama a raccolta tanti appassionati dello sport. Nata come iniziativa per corridori esperti desiderosi di cimentarsi in una mezza maratona (21 km), con il passare del tempo la Stramilano ha accresciuto il numero delle sue iniziative. Com’è noto, oltre alla mezza maratona da 21 chilometri, vengono allestite anche le corse di 10 e di 5 km. L’evento è divenuto ormai una vera e propria istituzione, una tradizione cittadina.
I corridori partirebbero dall’Arena Civica per affrontare un percorso ad anelli concentrici.
via Legnano, Bastioni di Porta Volta, viale Francesco Crispi, Bastioni di Porta Nuova, viale Monte Santo, Viale Città di Fiume, Bastioni di Porta Venezia, viale Luigi Majno, Viale Bianca Maria, viale Regina Margherita, viale Emilio Caldara, viale Beatrice d’Este, viale Gabriele D’Annunzio, viale Papiniano, viale di Porta Vercellina, piazza Conciliazione, via Giovanni Boccaccio fino a piazzale Cadorna.
via Carducci, via De Amicis, via Molino delle Armi, via Santa Sofia, via Francesco Sforza, via Visconti di Modrone, via Senato, via Fatebenefratelli, via Pontaccio, via Tivoli.
Passando per un tratto del foro Bonaparte, i corridori della “Milano antiche mura” giungerebbero infine in piazza Cairoli per percorrere l’ultimo anello, quello più piccolo coincidente in via tendenziale con il tracciato delle antiche mura romane di epoca massimianea:
via Cusani, via dell’Orso, via Monte di Pietà, via Monte Napoleone, piazza San Babila, via Durini, largo Augusto, via Larga, piazza Velasca, corso di Porta Romana, via Maddalena, corso Italia, via Disciplini, via San Vito, Carrobbio, via del Torchio, via Circo, via Cappuccio, via Luini, corso Magenta, via San Giovanni sul Muro.
Al traguardo, in piazza Duomo, i partecipanti arriverebbero passando per via Dante, Piazza Cordusio e via Mercanti.
La seconda idea è una gara di corsa a metà strada tra la corsa veloce e la corsa di resistenza. Limitata ai primi sei atleti che abbiano vinto la “Stramilano Antiche Mura”, tale iniziativa si svolgerebbe in sei percorsi (di una lunghezza tra 1.65 e 2 chilometri) lungo i viali e i corsi che si trovano al centro dei Sestieri Milanesi: gli antichi quartieri cittadini che traevano la loro denominazione dalle antiche porte urbane (Porta Orientale, Porta Romana, Porta Ticinese, Porta Vercellina, Porta Comasina, Porta Nuova). Anche questa iniziativa consentirebbe a mio parere un prezioso recupero della cultura milanese valorizzando la storia cittadina. La gara sarebbe vinta dall’atleta che avesse totalizzato il minor tempo di percorrenza lungo i sei tracciati. Ogni percorso avrebbe inizio da una porta o piazza lungo la cinta dei Bastioni. Il traguardo sarebbe fissato invece in piazza dei Mercanti, antico cuore di Milano, il punto ove convergevano i sei assi stradali di ciascun quartiere.
Corsa nel Sestiere di Porta Orientale: Porta Venezia, corso Venezia, piazza San Babila, corso Vittorio Emanuele, piazza Duomo, via Mercanti, piazza dei Mercanti.
Corsa nel Sestiere di Porta Romana: piazza Medaglie d’Oro, corso di Porta Romana, piazza Missori, via Mazzini, piazza Duomo, via Mercanti, piazza dei Mercanti.
Corsa nel Sestiere di Porta Ticinese: piazza 24 Maggio, corso di Porta Ticinese, via Torino, via Orefici, passaggio degli Osii, piazza dei Mercanti.
Corsa nel Sestiere di Porta Vercellina: piazza Baracca, corso Magenta, via Meravigli, piazza Cordusio, via Orefici, passaggio delle Scuole Palatine, piazza dei Mercanti.
Corsa nel Sestiere di Porta Comasina: piazza 25 aprile, corso Garibaldi, via Mercato, via Ponte Vetero, via Broletto, piazza Cordusio, via dei Mercanti, piazza dei Mercanti.
Corsa nel Sestiere di Porta Nuova: piazzale Principessa Clotilde, corso di Porta Nuova, via Fatebenefratelli, via Manzoni, via Santa Margherita, passaggio di Santa Margherita, piazza dei Mercanti.
Cosa ne pensate?
La messa natalizia di mezzanotte nella vecchia Milano
E’ assai probabile che non fossero in molti i milanesi dei secoli passati che andavano alla messa di mezzanotte. La funzione religiosa veniva celebrata in poche chiese del centro: il Duomo, San Fedele, l’antica (oggi scomparsa) Santa Maria Segreta.
Nella basilica di Sant’Angelo, un tempo sussidiaria di San Marco nel sestiere di Porta Nuova, venivano addirittura distribuiti bigliettini d’invito per evitare che la chiesa fosse frequentata unicamente da compagnie chiassose di nottambuli, il che la dice lunga sulla scarsa partecipazione dei milanesi alla messa di mezzanotte.
Non dobbiamo pensare tuttavia che si trattasse di scarsa devozione. Occorre tener presente che un tempo gli edifici di culto non venivano riscaldati. Risultava quindi difficile ai milanesi uscire di casa per assistere alla messa immersi nel freddo. I membri delle classi abbienti entravano in chiesa ben coperti da cappotti o pellicce. I meno fortunati assistevano probabilmente alla celebrazione con lo stesso spirito di chi, entrato in un frigidaire, non vede l’ora di uscirne per tornarsene al calduccio in casa propria.
C’erano poi le allegre brigate di amici che, terminata la messa di mezzanotte, si recavano dal Nava in via Bocchetto o dal Bouthou in contrada dei Due Muri (via oggi scomparsa, si trovava pressappoco tra via Mengoni e piazza del Duomo): erano alcuni dei pochi locali che restavano aperti fino a notte fonda. I fedeli, usciti dalle chiese intirizziti dal freddo, non esitavano ad entrare in queste botteghe per ordinare cioccolate calde o quella che è passata alla storia con il nome di “barbaiada”: una bevanda fatta con caffé e cacao che l’impresario teatrale Domenico Barbaja, giunto a Milano nel 1826 dopo aver lavorato per un certo tempo a Napoli, aveva contribuito a far conoscere ai milanesi.
Più complessa la situazione nelle famiglie più ricche. Se le padrone assistevano alla messa di mezzanotte, le domestiche eran costrette a rinunciarvi, impegnate com’erano nella preparazione del pranzo natalizio. La servitù si accontentava della benedizione impartita dai preti. I cuochi preparavano i ravioli fin dal giorno della vigilia, ovviamente sorvegliati dalle padrone di casa che non esitavano a rimproverarli con inviti più o meno cortesi a metterci meno sale, più salsiccia, poco pepe…..
E il panettone? Non si pensi che la sua forma fosse quella di oggi, simile a una sfera o a un cilindro. Il panettone era semisferico e questo spiega molto bene l’origine del complimento che i corteggiatori un po’ disinibiti rivolgevano alle signore mentre ammiravano il loro fondoschiena: “Che bel panetton!”.
Nella Milano ottocentesca il vero panettone era sfornato dal Baj, un pasticciere il cui negozio si trovava sotto la Madonnina, in piazza del Duomo all’angolo di via Santa Radegonda. I panettoni che avanzavano erano ceduti a poco prezzo ai “fregujatt”, i “venditori di briciole” che provvedevano a rivenderli raffermi nei borghi o alle fiere. Perché non tutti avevano la possibilità di mangiare il panettone fresco, appena sfornato.
Auguro agli affezionati lettori di questo blog un sereno Natale.
Un misterioso omicidio nei chiostri della Passione
[P. Verri, Orazione panegirica sulla Giurisprudenza milanese, 1763]
Belle milanesi e truci impiccagioni nel diario di un celebre turista tedesco
Johann Kaspar Goethe (1710-1782), giurista, uomo di lettere, appassionato bibliofilo e collezionista di opere d’arte, è ricordato per essere il padre del famoso poeta Johann Wolfgang. Anticipando il figlio di quarant’anni, anche Johann Kaspar visitò l’Italia. Fece un breve soggiorno a Milano ai primi di agosto del 1740. Gli appunti riguardanti i suoi viaggi vennero pubblicati in Italia con il titolo Viaggio in Italia nel 1932. Si tratta di un’opera pressoché introvabile nelle librerie. Andrebbe ristampata, non foss’altro che per le preziose riflessioni sui costumi e sugli stili di vita delle popolazioni negli Stati italiani preunitari.
Lo scrittore tedesco forniva un ritratto significativo su Milano. Nelle pagine dedicate alla città del Duomo, in un italiano un po’ rude come poteva essere quello appreso da un tedesco dei primi decenni del Settecento, Johann Kaspar descriveva le principali chiese cittadine quali Sant’Ambrogio, Sant’Eustorgio, San Lorenzo. Del Duomo riconosceva la mole grandiosa anche se a quel tempo la facciata era incompiuta. In realtà, le sue riflessioni meritano di essere commentate e riportate per almeno due ragioni. Anzitutto perché forniva alcune interessanti descrizioni sullo stato della città. Ad esempio rilevava stupito come nei palazzi ci fossero “finestre di carta” mettendo in evidenza come tale realtà fosse del tutto inadeguata per una città importante come Milano, che era a quei tempi – non va dimenticato – capitale di uno Stato nel Nord Italia particolarmente importante sia da un punto di vista economico che geopolitico. Varrà la pena ricordare che l’uso dei vetri nelle abitazioni domestiche si imporrà molto lentamente in età moderna, affermandosi su scala generale solo nel corso del XIX secolo. Johann Kaspar ricordava inoltre come fosse diffusa la convinzione che le donne milanesi fossero particolarmente belle. A suo giudizio il grado di libertà di cui disponeva il gentil sesso sotto la Madonnina era assai maggiore rispetto a quanto avveniva in altri Stati italiani come il Regno di Napoli o la Repubblica di Venezia. Unico difetto delle milanesi risiedeva nella parlata: la pronuncia, l’inflessione della lingua meneghina “è peccato che non sia uguale allo spirito di cui sono dotate”.
Scriveva il padre di Goethe nei suoi appunti di viaggio:
“E’ vero che le sue strade [di Milano, Ndr] sono storte e strette e le case, come anche i palazzi provveduti di finestre di carta, il che fa un cattivo aspetto in una gran città, la cui grandezza va fino a dieci miglia italiane di circuito; oltre che è popolatissima, contenendo più di 30.000 anime (in realtà la popolazione doveva attestarsi in quegli anni sulle 80-100.000 persone), tra le quali il sesso donnesco circa l’esteriore vien stimato il più bello di tutte le altre, poiché, giusta il calcolo d’uno molto intendente in questa materia e buon aritmetico, vi debbono essere cinque belle contro una brutta, calcolo ch’io né voglio né posso sottoscrivere. Gli abitanti in genere, per le differenti viste degli Spagnoli, Francesi e Tedeschi, hanno acquistato differenti maniere di vivere. Non v’è in uso quella soggezione delle donne, e non sono così rigorosamente osservate ed accompagnate dai cicisbei, e le ragazze restano nelle case paterne, sinché siano maritate, senza rinchiuderle tra le mura d’un oscuro chiostro, come fanno principalmente i gelosi Veneziani o Napoletani. Insomma, donne e zitelle godono gran libertà, ed è peccato che la loro pronunzia non sia uguale allo spirito con cui sono dotate”.
La seconda ragione per la quale gli appunti di Johann Kaspar meritano di essere ricordati verte a mio parere su alcune descrizioni di vita quotidiana milanese che oggi stenteremmo a credere proprie di questa terra. A cogliere l’attenzione del nostro visitatore erano le truci esecuzioni capitali. Comminate dai tribunali dello Stato potevano essere confermate in ultima istanza dal Senato, la suprema istituzione giuridico amministrativa del ducato composta, come ricordava Johann Kaspar: “di un presidente e venti dottori nobili, tutti indipendenti dal governo generale”.
Tali sentenze, decise dai giudici d’ancien régime, da un lato si uniformavano alla comunis opinio, dall’altro potevano dipendere dal potere equitativo del giudice. Esse si informavano in particolar modo alle consuetudini secolari vigenti nello Stato, consuetudini che affondavano le loro radici nelle antiche normative locali: le Novae Constitutiones del 1541, gli Statuti del Comune, il diritto romano. L’impiccagione di due delinquenti viene descritta all’interno di una lugubre cerimonia i cui effetti teatrali dovevano colpire nel profondo la folla. Lo scrittore tedesco ricordava la confraternita della carità in San Giovanni alle Case Rotte (la chiesa si trovava nella via omonima, a pochi metri di distanza da palazzo Marino), una corporazione composta in larga parte di nobili la cui funzione consisteva nell’accompagnare i condannati sul patibolo fornendo un supporto religioso e provvedendo, al termine dell’esecuzione, alla loro sepoltura nel cimitero della chiesa.
Scriveva Johann Kaspar:
“Vidi ieri impiccare due birbi. Vi furono osservate tante solennità e circostanze che altrove non si usano. La confraternita della carità, che consiste di nobili ed altri cittadini, si radunava innanzi la prigione coll’abito del loro ordine che copre tutto il corpo, eccetto gli occhi, avendo in una mano una candela accesa, nell’altra una corona di stupenda grandezza. Messi in ordine, camminano a paio a paio, col crocifisso nel fronte, ed i loro servitori a canto [sic!], poi segue il delinquente, condotto tra un padre francescano ed uno della confraternita, che porge la mano al condannato vacillante, per pura carità; dietro di questo viene il boia”. “In tal guisa, con urli, canzoni e preghiere s’avvicinano verso la forca, per questa volta dirizzata in piazza del Duomo [normalmente le impiccaggioni avvenivano in piazza Vetra, NdR]. Quando i malefici furono giunti, si confessarono, e poi in su la scala tirati; dall’altra parte ascende uno de’ confrati [confratelli], a cui tocca, mostrando a quell’infelice il crocifisso, sino che il boia lo getta abbasso, tenendo due corde lunghe; l’una lo soffoca l’altra [sarebbe usata] se quella si rompesse; sospeso così in aria, il boia gli salta sul collo in cui resta, ballando sinché quell’infelice è morto, poi l’abbandona. Indi uno della confraternita monta in su battendo [tagliando] le corde, intanto che gli altri in terra l’aiutano, i quali insieme mettono il corpo levato dalla forca in una cassa, portandolo al cimitero della chiesa di San Giovanni delle Case Rotte; ed ivi vien seppellito. In quanto alle corde, servite a questo uso, vengono abbruciate, per non essere impiegate a qualche stragaria [sic!]. Non ho lasciato in questa relazione pur la minima circostanza, per essere molto differente dal nostro paese”. Evidentemente le esecuzioni a Francoforte avevano una dinamica assai più semplice e spedita.
Il turista tedesco concludeva le sue notazioni con un curioso appunto sulle persone che frequentavano piazza del Duomo. Qui si soffermava sui cicisbei – gentiluomini addetti all’accompagnamento delle dame – nonché sulla moda curiosa dei preti e dei padri di famiglia. A tal proposito, annotava stupito come fossero soliti portare in pubblico gli occhiali sul naso, usanza che in Germania era inconcepibile. A Milano invece questi uomini potevano farlo perché: “la moda li libera dalle risa”. Varrà la pena ricordare che la piazza del Duomo, nella Milano del Settecento, aveva un’estensione assai più ristretta dell’attuale. Ma diamo la parola, per l’ultima volta, al nostro turista:
20 aprile 1814: la rivoluzione dei lombardi per uno Stato indipendente nella valle padana
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| 20 aprile 1814: il palazzo del ministro Prina saccheggiato dai milanesi. |
Nella valle padana il Regno d’Italia napoleonico costituì il tentativo di costituire una nazione lombardo-italica in ideale continuità con l’antico Regnum ItaliaeLangobardorum. Questo non significa che mancassero a Milano patrioti sensibili al tema dell’unità della penisola. Basti ricordare, per fare alcuni esempi, alle poesie di Ugo Foscolo oppure ai progetti editoriali finanziati dal governo: indicativi in proposito i volumi degli Scrittori classici italiani di economia politica (1803-1816) diretti dal giacobino Pietro Custodi ove erano raccolte le opere di famosi economisti italiani vissuti in ogni parte d’Italia. Pensiamo ancora ai patrioti napoletani che operarono a Milano durante la repubblica e il regno d’Italia e fornirono un contributo importante al rinnovamento culturale della città: Vincenzo Cuoco, Francesco Lomonaco, Francesco Saverio Salfi per citarne solo alcuni. L’ideale di uno Stato nazionale italiano esteso a tutta la penisola, sulla cui formazione i patrioti meridionali esuli a Milano ebbero un ruolo importante, rimase tuttavia limitato a una ristretta minoranza della classe dirigente italica.
Milano tra megalopoli padana e “megistopoli” europea
- 1 un’area densamente urbanizzata ove la maggioranza degli abitanti adotta stili di vita urbani;
- 2. una popolazione compresa tra i 20 e i 25 milioni di abitanti;
- 3. l’esistenza di larghi spazi non urbanizzati costituiti da campi agricoli, boschi o zone montuose;
- 4. una struttura “polinucleare” o “a nebulosa” tale da renderla un grande mosaico con un certo numero di zone differenti;
- 5. un livello di comunicazioni-informazioni altamente sviluppato basato sui mass media
- 6. un’alta mobilità degli abitanti
“Il fatto geografico fondamentale consiste in ciò: che Milano è sul grande asse trasversale dell’Alta Italia; e nel tempo stesso è sul grande asse commune della penisola italiana, dei due mari e delle isole; il quale si continua e si ripete nella gran valle del Reno, lungo la linea di contatto d’altre due grandi nazioni; e di là si connette pei Paesi Bassi alle Isole Britanniche, come dall’opposta estremità si prolunga verso la Grecia, l’Asia Minore, la Siria, l’Egitto. Può dirsi questa la via maestra dell’antico e moderno commercio, dell’antico e moderno incivilimento.
Roma è il centro di posizione e di gravità di tutto il sistema italiano; ma se si considera solo l’Alta Italia e quella popolazione di quattordici o quindici milioni che stanzia tra Roma e le Alpi, si vede che circa un terzo di essa vive a levante di Milano, un terzo a ponente, un terzo a mezzodì. La Svizzera, nella direzione del suo centro e di Basilea, compie la crociera”. CARLO CATTANEO, La ferrovia di Como in “Il Politecnico”, VIII, fasc.XLIII, 1860, pp.34-43.
L’indole dei Milanesi secondo Carlo Cattaneo
Carlo Cattaneo fu autore di un’interessante guida di Milano rimasta purtroppo incompiuta. Mentre leggevo la sua opera, scritta nella prima metà dell’Ottocento, mi son imbattuto in una descrizione dei milanesi che sembra esser fatta da un contemporaneo. Un ritratto straordinariamente moderno se consideriamo che venne scritto nella prima metà dell’Ottocento, nella piccola Milano austriaca popolata da soli 125.000 abitanti:
“In confronto alle altre città d’Italia, Milano ha minor numero di cruscanti, di puristi, di periodisti, di parolaj d’ogni razza e d’ogni partito. Qui le persone studiose si ingegnano di essere contemporanei del loro secolo e non s’affannano di ritardare, per quanto è lor possibile, i progressi dell’intellettuale perfezionamento ne’ loro concittadini distraendoli dallo studio delle cose a quello di una insetata verbosità”. Appunti per una guida di Milano: un manoscritto inedito di Carlo Cattaneo in «Il Risorgimento», anno XLI (ottobre 1989), fasc. n.3, pp.226-227.



