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Un medico dimenticato: Giovanni Battista Monteggia

Il Policlinico di Milano, come ho accennato in un altro intervento, può essere considerato uno degli ospedali meglio gestiti della città. L’ingresso in via Francesco Sforza si apre su un vasto cortile all’aperto ove una strada consente l’accesso alle varie palazzine. Il padiglione Monteggia è dedicato all’assistenza di pazienti i cui casi sono riconducibili al campo delle neuroscienze. So già cosa state per dirmi:

Gabriele, vuoi forse farci una lezioncina sul reparto di neurochirurgia del Padiglione Monteggia?”.

Me ne guardo bene, anche perché non sono un medico né tantomeno un chirurgo. Desidero ricordare il Padiglione Monteggia perché si tratta, al giorno d’oggi, dell’unica struttura il cui nome ricorda un grande medico lombardo oggi praticamente sconosciuto: Giovanni Battista Monteggia. Ieri – guarda un po’ che coincidenza! – ricorreva il bicentenario della morte, avvenuta il 17 gennaio 1815.

Pietro Moscati
Pietro Moscati, primo direttore dell’Ospedale Maggiore (1785-1788)

Nato a Laveno sul Lago Maggiore nel 1762, Monteggia venne iscritto per volontà del padre alla scuola di chirurgia dell’Ospedale Maggiore di Milano, scuola che in quegli anni era stata inserita nel nuovo piano degli studi predisposto dal governo austriaco. In questo antico edificio Giovanni Battista svolse l’apprendistato sotto la guida di maestri come Pietro Moscati, che fu primo direttore della Cà Granda.

In quegli anni le professioni mediche – come tante altre professioni liberali – erano state oggetto di un vasto piano di riforma ad opera dello Stato austriaco. Prima di questi interventi, le professioni afferenti alla salute erano divise in “maggiori” e “minori” segnando una divaricazione tra professioni teoriche e professioni pratiche: le prime riservate ai nobili, le seconde a persone non nobili. Alle prime appartenevano i “medici fisici” o “medici filosofi”: formati nei collegi e nelle università, questi avevano ricevuto una formazione classica di tipo speculativo. Compiuta l’abilitazione presso medici anziani, erano chiamati a svolgere la professione in ambito per lo più privato, chiamati da famiglie nobili o da enti religiosi. Le loro teorie afferenti alla medicina interna restavano appunto teorie, legittimate da una tradizione secolare di studi secondo principi filosofici totalizzanti. Chiamati al capezzale dei loro illustri malati, i “medici fisici” non erano tenuti affatto a “sporcarsi le mani” perché l’intervento chirurgico era riservato alle professioni vili e meccaniche. Si limitavano a scrivere ricette o consulti la cui esecuzione spettava ai colleghi “minori”: chirurghi o farmacisti.

Gli speziali e i chirurghi appartenevano invece alle professioni “minori”: sprovvisti della formazione filosofica che i collegi riservavano alla nobiltà, il loro tirocinio si svolgeva sotto il controllo della rispettiva corporazione, a diretto contatto con i malati negli ospedali. In fondo, la loro figura assomigliava più a un infermiere che a un medico. Qualcuno potrebbe chiedersi per quale motivo vi fosse una tale separazione tra professioni maggiori e minori. Questo era dovuto ai principi della società d’ancien régime: la chiesa proibiva l’uso del ferro e del fuoco sul corpo umano, nonché la dissezione dei cadaveri; la nobiltà rifiutava invece di praticare lavori che implicassero l’uso delle mani, riconducendoli alle “arti vili e meccaniche”.

A metà Settecento la situazione era quindi la seguente: i nobili “medici fisici” pontificavano sulla scienza medica astenendosi dalle operazioni manuali e svolgendo un tirocinio limitato ai ristretti circoli del loro ceto; i chirurghi e i farmacisti operavano a diretto contatto con i malati, ma erano sprovvisti di una solida formazione teorica. A questa situazione il governo austriaco, negli ultimi anni di regno dell’imperatrice Maria Teresa, aveva posto rimedio con il piano del 29 ottobre 1770 in cui fu costituita una facoltà medica aperta ai non nobili, specializzata nelle varie discipline; nel 1774 venne emanato un Regolamento per la medicina e la chirurgia che, nel segnare la fine della divisione tra professioni maggiori e minori, sottoponeva gli istituti ospedalieri e assistenziali al controllo dello Stato. A un “regio direttorio” istituito dal governo spettava la funzione di abilitare medici, chirurghi e speziali. Le tre professioni erano poste ora sullo stesso piano. Grazie alla riforma nacque il modello della nuova professione medica: a una formazione teorica condotta sulla base degli studi più avanzati e aggiornati, essa univa una pratica sperimentale a diretto contatto con i malati. Nasceva la figura del medico-chirurgo cui apparteneva Monteggia.

Giovanni Battista Monteggia
Giovanni Battista Monteggia

Monteggia si specializzò non solo nell’anatomia, ma anche nella botanica e nelle scienze chimico-farmaceutiche. Nel 1781 superò l’esame di “libera pratica in chirurgia” all’Università di Pavia. Poco dopo conseguì la laurea in medicina. La sua prima pubblicazione scientifica risale al 1789: si tratta dei Fasciculi Pathologici, un’opera in latino che gli consentì di essere conosciuto presso il pubblico specialistico. Nominato nel 1790 chirurgo aiutante e incisore anatomico all’Ospedale Maggiore, Monteggia fu nominato l’anno successivo primo chirurgo nelle regie carceri.

Nel 1794 uscì la sua seconda pubblicazione: Annotazioni pratiche sulle malattie veneree. Era un’opera che, basandosi sul Compendio sopra le malattie veneree del tedesco Johann Friedrich Fritze, conteneva una casistica dei morbi che il Monteggia aveva potuto diagnosticare come medico a contatto con i carcerati. L’opera conteneva una netta presa di posizione a favore del “metodo browniano”, un sistema di cura assai discusso all’epoca. John Brown (1735-1788) riteneva che l’organismo, soggetto alla continua stimolazione dell’ambiente, si fondasse su un equilibrio tra eccitamento ed eccitabilità. La maggior parte delle malattie, rientrando nell’astenia, vale a dire nell’esaurimento delle forze, richiedeva secondo il Brown una cura a base di forti stimoli. Monteggia, aderendo alle teorie del Brown, riteneva che anche le malattie veneree rientrassero nei casi di astenia: nelle Annotazioni consigliava quindi di curare i pazienti con una pianta medicinale conosciuta per i suoi effetti particolarmente stimolanti: la “salsapariglia”. Il metodo di Brown fu poco diffuso nell’Inghilterra di fine Settecento e del primo Ottocento. Sollevò invece entusiasti ammiratori nel continente europeo. In realtà, ben presto fu dimostrato che quel sistema non solo era incapace di guarire i pazienti, ma si risolveva spesso in un peggioramento delle condizioni di salute con terapie intensive che, provocando disturbi nel sistema nervoso, causavano spesso la morte. Pochi anni dopo le Annotazioni del Monteggia, un canonico della cattedrale di Como, Giulio Cesare Gattoni, in un racconto pubblicato nel 1801 (Sogno nella notte vigesima sesta di Giugno poco prima dell’Aurora l’Anno mille ottocento uno dell’Era Cristiana, 1801) forniva un parere a dir poco negativo sul sistema di Brown: “Il solo sistema Browniano quante vittime non ha già sagrificato? Domandatelo a’ Becchini di Londra, che da soli muscoli del viso rattratti san distinguere que’ che finirono la vita per mano de’ Brownisti”.

Nel periodo rivoluzionario e napoleonico il Monteggia conseguì il vertice della sua carriera: in quegli anni insegnò Istituzioni di chirurgia all’Ospedale Maggiore. Tra le sue maggiori iniziative si ricordano le scuole speciali mediche che, attivate presso gli ospedali dello Stato napoleonico, furono decisive nella formazione di una equipe di giovani preparati. La sua simpatia per il regime napoleonico è provata dalle cure che fu chiamato a prestare a uno dei massimi esponenti del governo: Francesco Melzi d’Eril.

Istituzini chirurgiche
Le Istituzioni chirurgiche di Giovanni Battista Monteggia. Prima edizione del 1805

A quegli anni risale l’opera più importante, quella che lo rese celebre nell’ambiente scientifico. Tra il 1802 e il 1805 venne pubblicata la prima edizione delle Istituzioni chirurgiche, un testo che aveva scritto per i suoi studenti. Nella seconda edizione dell’opera, i cui otto volumi vennero pubblicati tra il 1813 e il 1816, l’autore si rivolse invece a un pubblico specialistico. In questo testo il Monteggia riservava largo spazio ai casi che aveva seguito negli anni come medico chirurgo. Le Istituzioni, se confermavano la predilezione dell’autore per la farmacologia, contenevano analisi per quei tempi assai avanzate: i lettori ad esempio avevano a disposizione uno dei primi studi clinici sulla poliomelite. Monteggia intendeva pubblicare una nuova edizione in latino affinché le sue analisi fossero conosciute in campo internazionale. Contava inoltre di pubblicare un nono volume per esporre i suoi risultati nel campo delle vaccinazioni e della farmacopea. La morte troncò però i suoi progetti. I milanesi gli dedicarono una lapide all’ingresso dell’Ospedale Maggiore – oggi Università degli Studi di Milano – andata purtroppo dispersa. Il poeta Carlo Porta lo ricordò in un bel sonetto in lingua milanese ove, nel rendere omaggio all’uomo di scienza, concludeva ironicamente che il pronto soccorso, sia pure condotto con mezzi a dir poco arcaici, restava il solo mezzo utile a salvare le vite dei malati:

Remirava con tutta devozion
vuna de sti mattinn in l’Ospedaa
el ritratt de Monteggia e l’iscrizion
che dis con pocch paroll tanc veritaa;
quan on tricch e tritracch sott al porton
el me presenta on asen mezz spellaa
ch’el fava on vòlt real cont el firon
per rampà sora in cort on ammalaa.
A sto pont tutt l’amor per la virtù
ch’el me ispirava quell dottor de sass
l’è andaa in fond di calcagn lu de per lu.
E ho vist infin che i sciori no gh’han tort
quand se disen tra lor per confortass
che var pù on asen viv che on dottor mort.

Traduzione:

“Rimiravo con tutta devozione, una di queste mattine all’Ospedale Maggiore, il ritratto del Monteggia e l’iscrizione che dice in poche parole tante verità; quando un tricch e tritracch sotto il portone d’ingresso mi presenta un asino mezzo spellato che con le reni faceva una volta reale per salire la ripida rampa e portare in cortile un ammalato. A questo punto tutto l’amore per la virtù che m’ispirava quel dottore ricordato nella lapide di pietra, è andato da solo sotto i piedi. E ho visto alla fine che i ricchi signori non hanno torto quando dicono tra di loro, così per confortarsi, che vale più un asino vivo che un dottore morto”.