La famiglia nella Milano ancien régime

Il tema della famiglia è tornato al centro dell’attenzione. Oggi tenterò di svolgere alcune riflessioni sulla famiglia nella Milano d’ancien régime. Qual era il suo significato nella società milanese e più in generale nella società europea dei secoli passati? Di certo la famiglia era a quei tempi qualcosa di diverso. Oggi siamo alle prese con due dati su cui riflettere. Da un lato la presenza dei single, che costituisce a Milano un dato assai più elevato rispetto alla media nazionale. Dall’altro la precarietà delle famiglie: il legame matrimoniale molte volte si spezza dopo pochi anni per le ragioni più svariate.

In età medievale e in età moderna (almeno fino al Settecento avanzato) la famiglia era un’istituzione stabile che rivestiva un ruolo assai più importante nella comunità cristiana. Per comprenderne le complesse dinamiche, dobbiamo pensare che in quel periodo non esisteva la separazione tra pubblico / privato tipica delle società borghesi dell’Otto-Novecento.

A quei tempi non esisteva neppure la moderna separazione tra Stato e Società, tra area ove si esplicano le istituzioni pubbliche culminanti nello Stato e area ove si confrontano i cittadini e le associazioni private in un regime di libera competizione soggetto alle norme del diritto civile. Potremmo dire in altri termini che nel Medioevo e nella prima età moderna queste due aree erano confuse. Solo a seguito del costituzionalismo rivoluzionario di ascendenza francese, a partire dalla fine del Settecento, iniziò ad affermarsi sul continente – quindi anche a Milano – un nuovo sistema che, con l’abolizione degli ordini e delle corporazioni, segnò la divisione tra cittadini titolari di diritti soggettivi e lo Stato di diritto fondato sui principi dell’eguaglianza e dell’impersonalità della legge. Nella società milanese d’ancien régime, almeno fino alla metà del Settecento, non era così. Non esisteva mobilità sociale che non fosse inquadrata all’interno di un ordine cui gli individui appartenevano fin dalla nascita.

Le famiglie patrizie traevano legittimazione dalla secolare presenza dei loro esponenti nelle istituzioni pubbliche del ducato e della città di Milano. Era assente quindi una sfera privata distinta da una sfera pubblica perché la famiglia non era relegata a una dimensione privata come tende ad avvenire nelle società contemporanee. La famiglia patrizia era una vera e propria istituzione, la cui appartenenza costituiva per i giovani una delle condizioni irrinunciabili per accedere al Collegio dei Nobili Giureconsulti in piazza Mercanti. Si trattava del celebre vivaio di dottori in legge chiamati a rivestire uffici importanti nella pubblica amministrazione dello Stato di Milano tra Cinque e Settecento. Scriveva il giureconsulto Bartolomeo Taegio nell’opera Il Liceo pubblicata nel 1571 che al Collegio non si poteva accedere

senza legittima prova della chiarezza e antiquità del sangue, della eccellenza della dottrina e della bontà dei costumi, così del candidato come del padre suo. Onde per la grande diligenza e sottile investigazione ch’usano i protettori dell’ordine nostro per sostegno e diffesa dell’onore del Collegio, si può concludere ch’el domandar il Collegio di Melano [Milano] non sia altro che sottoporsi voluntariamente ad un sindicato di grandissima importanza, dal quale chi ne riesce con lode, passando per li debiti mezzi, si può dire veramente nobile.

[B. Taegio, Il Liceo. Dove si ragiona dell’ordine delle accademie e della nobiltà, Tini, Milano, 1571, pag.57].

In una comunità per ceti fondata non sulla ricchezza ottenuta nel libero gioco del mercato di beni materiali, bensì sulla funzione sociale svolta da ciascun ordine e corporazione, le famiglie contavano nella misura in cui erano inserite in una fitta trama di relazioni che, salendo per gradi, investiva le supreme funzioni pubbliche.

La regola in base alla quale la vita familiare dei sentimenti deve essere confinata entro le mura domestiche e va rigidamente separata dalla vita lavorativa condotta fuori dalla casa, nel “libero” gioco del mercato, nasce e si afferma nelle società otto-novecentesche quando la famiglia ha ormai perso quella funzione pubblica che aveva rivestito per secoli. Nel Medioevo e nell’ancien régime tale norma di condotta non esisteva. A ben vedere essa è sconosciuta tuttora nel mondo delle aziende di famiglia.

Se questa era la struttura della famiglia nella Milano dell’antico regime, si capisce come i rapporti tra i suoi membri fossero alquanto diversi rispetto ad oggi. La sfera dei sentimenti aveva meno spazio. Le famiglie erano costituite da una prole numerosa per far fronte ai danni della mortalità infantile; erano composte non solo dai figli e dai nipoti, ma anche dai servi le cui famiglie avevano lavorato per generazioni nei possedimenti dei padroni.  A dominare era la figura del pater familias, del padre di famiglia, il quale reggeva il governo della casa. Nelle famiglie nobili e in quelle dell’alta borghesia, l’educazione dei figli era affidata a precettori privati. Il più delle volte si ricorreva tuttavia agli ordini religiosi: i rampolli della nobiltà frequentavano i prestigiosi collegi diretti dai Gesuiti; per le altre famiglie si ricorreva all’insegnamento di altri ordini, come ad esempio i Barnabiti. Alla donna era assegnata la cura della casa e il compito primario di generare i figli. Questa era la natura delle famiglie, ove potremmo dire che il ruolo pubblico assorbisse in larga parte la sfera privata dei sentimenti, quasi inesistenti.

A Milano tale situazione cambiò nel corso del Settecento ad opera delle riforme illuminate di Maria Teresa e Giuseppe II: le riforme accentrarono progressivamente nello Stato assoluto burocratico le funzioni pubbliche che le famiglie del patriziato avevano esercitato per secoli nelle tradizionali istituzioni della città e del ducato. Di qui ebbe inizio quella tendenza che vide la famiglia restringersi sempre più in un privato fondato unicamente sul benessere e sulla felicità individuale, mentre l’attività lavorativa in capo ai singoli individui, staccati dai corpi di appartenenza, fu chiamata ad agire sempre più in un libero mercato sottoposto alla vigilanza dello Stato assoluto.

La mentalità era molto diversa rispetto ai nostri tempi. I celibatari, coloro che restavano single – diremmo oggi – per un calcolo di autosufficienza, non a seguito di una vocazione religiosa, venivano spesso fatti oggetto di riprovazione sociale.

Del tutto indicativa la posizione di Cesare Beccaria. Nelle lezioni di economia pubblica tenute tra il 1769 e il 1773 presso le Scuole Palatine di Milano, l’illuminista lombardo tesseva una lode nei confronti delle famiglie numerose. I suoi elogi andavano a quanti lavoravano per rendersi utili alla collettività. Una famiglia numerosa era ben vista da Beccaria perché rientrava in un piano teso a rafforzare la potenza dello Stato mediante l’aumento di una popolazione la cui forza lavoro sarebbe andata a beneficio della monarchia. Il che, beninteso, era in linea con analoghe teorie diffuse dai mercantilisti e dagli economisti europei tra Sei e Settecento. Al contrario, il nobile rimasto celibe era da riprovare perché viveva nell’ozio della sua rendita terriera senza produrre alcunché di concreto per la comunità.

Assai efficace il commosso ritratto che Beccaria tracciava dell’umile famiglia di un artigiano:

Oh umile padre di famiglia; oh, artigiano incallito nell’affumicata tua officina, io rispetto il tuo rozzo abituro: egli è il tempio dell’innocenza e dell’onestà. Quando, tergendo il sudore della fronte, dividi un ruvido pane a’ tuoi figli, ai figli dell’industria e della patria, che levano le tenere loro mani per ricercartelo; quando io contemplo l’amorosa sollecitudine della tua fedele compagna, acciò la semplicità del governo tuo domestico ti sia leggera ed utile, allora io mi risveglio dall’ammirazione che in me destava la contemplazione del sequestrato cenobita, che ha saputo trionfare della natura e della società, che con sì potenti inviti a sé lo richiamavano.

[Cesare Beccaria, Scritti economici, a cura di Gianmarco Gaspari, Edizione Nazionale delle Opere di Cesare Beccaria, vol.III, Milano, Mediobanca 2014, pp.140-141]

 

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