Questo articolo è uscito sul quotidiano online: L’Indipendenza
Questo articolo è uscito sul quotidiano online: L’Indipendenza
Per contrastare la speculazione finanziaria che minaccia di far saltare la moneta unica, la Francia di Sarkozy propone una Tobin Tax europea sulle transazioni finanziarie. Berlino dissente nel merito ma non si oppone. L’Italia, come al solito, è la cortigiana un po’ malmessa che va a letto con Francia e Germania pur di tirare a campare.
La Gran Bretagna è un paese anfibio, con un piede in terra europea e un altro nell’oceano della globalizzazione. Chiusa nel suo orgoglio insulare, mossa da una politica spesso sensibile alle logiche dei pirati, ha sempre fatto di testa sua; non ha esitato nel corso dei secoli a trasformarsi nel Leviatano marino, sicuro e imprevedibile, pronto a tendere micidiali insidie ai Behemoth terrestri, alimentati da un dispotismo burocratico il cui governo sulla terra era pianificato con la razionale ed efficiente opera degli Stati-macchina assoluti. A voler uscire da metafore e similitudini, Londra è riuscita (quasi sempre) a rompere le uova nel paniere dei governanti continentali, dall’Europa di Napoleone a quella di Hitler.
Ora la Gran Bretagna si oppone alla Tobin tax europea, quasi proclamandosi unico guardiano della libertà di commercio sul continente. Chissà che anche oggi, come allora, essa non abbia anche una buona ragione, al di là dei suoi interessi particolari.
“Le idee degli economisti e dei filosofi, giuste o sbagliate che siano, sono molto più potenti di quanto comunemente si pensi. In realtà il mondo è governato praticamente solo da queste. Nel bene o nel male sono le idee a guidare il mondo e non gli interessi materiali”. John Mainard Keynes.
Confesso di nutrire simpatia per l’autore di questa riflessione, dalla quale traspare un certo romanticismo idealistico tipico di un’epoca in cui gli Stati erano dominati dai valori “generali” della politica. Ho tuttavia qualche dubbio sulla sua fondatezza nel mondo attuale, dove i poteri pubblici tendono a perdere la loro politicità soggetti come sono ai poteri economico finanziari che ormai decidono le sorti dei popoli.
L’etologo Konrad Lorenz ha dimostrato che l’uomo – come ogni essere vivente – è guidato nelle sue azioni cognitive dall’istinto tutto materiale per la sopravvivenza e la conservazione. Sorge spontanea la domanda: sono le idee a governare il mondo o non piuttosto gli individui che nascondono gli interessi materiali mascherandoli con idee altruistiche? In fondo, si tratta di un dilemma dal quale non verremo mai a capo perché investe quel misto di bene e di male che è la natura umana.
In politica, ad esempio, le idee generali, travestite sotto forma di valori e racchiuse in parole magiche come “democrazia”, “giustizia sociale”, “uguaglianza” sono spesso servite ai governanti per guadagnare il consenso dei cittadini mascherando i rudi interessi materiali da cui dipendono loro stessi e i loro aiutanti. Il fine di tali azioni risiede in questo caso nell’autoconservazione, nella sopravvivenza raggiunta attraverso la subordinazione dei governati costretti a tributo.
E’ peraltro innegabile che senza la classe politica che ha retto lo Stato di diritto e sociale del XX secolo non avremmo il suffragio universale, le scuole e le università aperte al merito, i diritti dei lavoratori, i sussidi di disoccupazione, le pensioni e tanti altri interventi a sostegno dell’economia volti a correggere un capitalismo altrimenti spietato.
Oggi il quadro sembra nuovamente e radicalmente mutato.
Il presidente del consiglio incaricato, Mario Monti, ha dichiarato ieri sera di voler formare un governo composto non solo di tecnici ma anche di politici. A suo giudizio, la grave crisi che il Paese sta attraversando richiederebbe uno sforzo comune d’intenti che coinvolga le forze politiche decise ad imboccare un sentiero costruttivo per la crescita economica dell’Italia.
Non condivido questa scelta e temo che Monti, se riuscisse a fare entrare i politici nel governo, compirebbe un passo falso clamoroso. Un governo aperto ad esponenti della politica finirebbe con lo screditare l’Italia agli occhi degli investitori internazionali, senza contare la scarsa credibilità di fronte a un’opinione pubblica ostile ai professionisti della politica. Non va inoltre dimenticato che i gravi problemi dell’Italia in campo finanziario sono stati prodotti dal malgoverno partitocratico che inquina le istituzioni da almeno quarant’anni. Se i partiti di centrodestra e di centrosinistra avessero fatto negli anni passati le riforme economiche e istituzionali che servono al Paese, oggi non saremmo costretti a recitare la parte di sorvegliati speciali nei consessi internazionali.
E’ quindi decisivo che il governo sia composto esclusivamente di “tecnici” che godano del più ampio prestigio in Italia e all’estero. Ovviamente, come in tutti i regimi parlamentari che funzionano, l’esecutivo Monti si sottoporrà alla fiducia delle Camere: in quella sede i partiti faranno le scelte che crederanno più opportune, assumendosi la responsabilità di appoggiare o far cadere il governo.
Vedremo nelle prossime ore quale sarà la composizione dell’esecutivo. Ha ragione Monti quando afferma di voler formare un governo che sia in grado di durare per tutta la legislatura realizzando incisive riforme istituzionali ed economiche. Non riesco a capire tuttavia come possa farlo se rinuncia a quel profilo eminentemente tecnico – quindi ‘super partes’ – che solo può guadagnare alla sua squadra la fiducia dei mercati e, quel che più conta, il sostegno degli italiani chiamati a fare sacrifici.
Mario Monti sembra l’uomo giusto per salvare l’Italia dalla crisi. L’economista lombardo gode di un notevole prestigio in Italia e all’estero. Le sue prese di posizione sono sempre state equilibrate e responsabili. L’uomo ha le competenze e la credibilità per fare le riforme che consentano al paese di tornare a crescere.
Non sappiamo se Monti riuscirà a formare un governo che abbia la maggioranza parlamentare. Nel gorgo della crisi finanziaria che sta risucchiando l’Italia verso il baratro l’economista bocconiano sembra essere l’unica persona in grado di far fronte alla tempesta dei mercati traghettando l’Italia fuori dalla crisi.
Ieri, intervenendo a margine di un convegno a Berlino, Monti ha affermato che servono all’Italia riforme strutturali dirette a rimuovere gli ostacoli che frenano e inceppano la crescita dell’economia. Un lavoro immane per qualunque governo sia chiamato a guidare il Paese nelle prossime settimane.
Condivido tali riflessioni, anche se le riforme richiederanno senza dubbio sacrifici e risulteranno in larga parte impopolari. Credo tuttavia che i paesi migliori siano quelli che non temono di mettersi in discussione, di reinventarsi per vivere da protagonisti in un mondo, come quello attuale, dominato dalla velocità impressionante del progresso tecnologico e dalla fittissima rete di relazioni economiche e culturali tra i diversi paesi. Non possiamo più permetterci di perdere tempo.
Il direttore del “Giornale Italiano” Vincenzo Cuoco, recensendo nel gennaio del 1804 la Discussione economica sul Dipartimento d’Olona dell’economista Melchiorre Gioia, scrisse una riflessione che mi sembra di straordinaria attualità nella difficile congiuntura che stiamo vivendo:
“Il male che si soffre è l’effetto delle inevitabili vicende che affliggono tutti gli uomini e tutte le nazioni. Ma il peggiore dei mali, dopo tali vicende, è quello di non volerne soffrire il rimedio. Il maggior numero dei popoli è perito miseramente non per i mali che avea sofferti, ma per l’aborrimento a quelli rimedj che l’avrebbero incomodati per un momento, ma li avrebbero sicuramente guarito“.
[Il passo è tratto da VINCENZO CUOCO, Pagine giornalistiche, Roma-Bari, Laterza 2011, pp.38-39].
“La differenza tra l’alzarsi ogni mattino alle 6 o alle 8, nel corso di 40 anni, ascende a 20.200 ore, ossia a 3 anni, 121 giorno (sic!) e 16 ore; il che fa 8 ore al giorno per dieci anni. Onde chi per 40 anni s’alza alle 6 invece delle 8, può dire d’aver nel corso della vita una decina d’anni, nei quali gli sono aggiunte 8 ore di vita al giorno; tempo ragguardevole per coltivare il proprio ingegno, moltiplicare il numero degli affari, arricchirsi, e beneficare insomma maggiormente sé stesso e altrui.
Ma per lo stesso motivo che raccomandiamo l’alzarsi di buon’ora a quegli uomini che possono giovare colla mente o col cuore alla società, desideriamo che poltriscano lungamente nelle piume tutti coloro che la natura o l’educazione o l’ignoranza hanno reso malefici. Quanto maggior numero di tirannie avrebbe esercitato Nerone se si fosse alzato ogni giorno due ore più presto che non fu solito! Perciò Seneca sarebbe stato benemerito dell’impero se, vedendo in quel principe un’irresistibile inclinazione al mal fare, nulla avesse bramosamente cercato quanto d’ispirargli l’amore dell’inerzia e del sonno”.
Silvio Pellico, Il Conciliatore, 13 settembre 1818.
Consigliamo vivamente a Marcello Pera di tornare a fare il filosofo. Sarebbe benemerito dell’Italia quando, constatando in B. un’irresistibile inclinazione a mal fare, impiegasse tutte le sue energie ad ispirargli l’amore per l’inerzia e per il sonno.
In assenza della perversa operosità di B. ci risparmieremmo i continui capricci di belle donnine generosamente aiutate, avremmo in Parlamento una maggioranza diversa da quella spettrale che ci perseguita, diremmo finalmente addio al “governo del fare” e il Capo dello Stato riuscirebbe a formare un governo i cui membri siano provvisti degli attributi per fare uscire il Paese dal baratro in cui si trova, ad ogni costo.
Mentre in Parlamento si continua a discutere sui “miglioramenti” da apportare alla manovra, il governo arranca sotto la sferza implacabile della speculazione internazionale. I vertici incessanti tra i ministri della maggioranza dimostrano che la classe politica ha le idee confuse. Il 18 agosto, sotto l’infuriare dei mercati, il governo aveva approvato all’unanimità un decreto-legge “lacrime e sangue”, un decreto redatto da Tremonti per conseguire un solo obiettivo: guadagnarsi la prima scialuppa di salvataggio europea, convincere la Banca centrale ad acquistare titoli di Stato italiani. Era una manovra certamente ingiusta in alcune parti perché chiedeva sacrifici a chi già ne faceva pagando le tasse e le imposte alla luce del sole. La sua approvazione a tempi di record convinse però l’Europa – compresi i tedeschi – che il governo intendeva perseguire finalmente la strada del risanamento e delle riforme strutturali. Arrivò la prima scialuppa di salvataggio.
Poi è venuta la penosa manifestazione di fine agosto: sindaci e presidenti di province, animati da istanze schiettamente conservatrici, hanno sfilato per il centro di Milano in polemica con la manovra di Tremonti. Risultato? Il governo si è calato le brache ritirando quei (pochi) provvedimenti che avrebbero consentito di risparmiare sul fronte della spesa improduttiva negli enti locali. Addio soppressione delle province e accorpamento dei piccoli comuni.
Non basta. La marcia indietro del governo è continuata quando si è saputo che dalla manovra, approvata in Senato con voto di fiducia, i tagli alla politica sono stati fortemente ridimensionati. Ricordate gli stipendi dei parlamentari che la prima bozza della manovra – quella del 23 giugno – voleva rapportati alla media di quelli europei? Qualcuno in Parlamento ha introdotto un emendamento con cui si stabilisce che l’indennità deve essere pari alla media dei sei maggiori paesi del Vecchio Continente. Escludendo gli Stati ove i costi della politica sono più bassi, i politici son riusciti ad evitare un taglio di almeno 1.000 euro sui loro stipendi. E le incompatibilità? Sparita la norma che estendeva a tutti gli amministratori locali il divieto di cumulo delle cariche, il divieto di ricoprire il seggio parlamentare è rimasto solo per i titolari di cariche monocratiche negli enti locali e nei comuni con popolazione superiore ai 5.000 abitanti: presidenti di provincia e sindaci. Quindi? Assessori, consiglieri comunali e provinciali potranno ricoprire il seggio di deputato o di senatore cumulando due stipendi pagati ovviamente dalla collettività. L’elenco dei privilegi, soppressi dalla manovra di Tremonti e ristabiliti di nascosto in Parlamento, potrebbe continuare.
Insomma, quel che è rimasto in questa manovra dalle mille correzioni è la scure – pesante – sui ceti produttivi. Il regime attuale poggiante su una serie interminabile di burocrazie improduttive è ancora in piedi. E i partiti dell’opposizione che fanno? Abbaiano nel tentativo di conservare la poca credibilità di cui ancora dispongono presso l’opinione pubblica addebitando a Berlusconi e alla sua maggioranza il disastro in cui ci troviamo. Il guaio è che non è colpa (solo) di Berlusconi. E’ il sistema Italia che sta arrivando al collasso. Secondo gli economisti di Citygroup il nostro paese chiuderà il prossimo anno con un arretramento dello 0,3%. Certo, possono sbagliarsi ma il rischio di entrare in recessione è dietro l’angolo.
Nel febbraio 1994, accennando all’irriducibile ostilità della classe politica e burocratica nei confronti delle riforme strutturali del sistema politico economico, il professor Miglio diceva:
“La reazione rabbiosa che abbiamo dovuto fronteggiare è dipesa dal fatto che coloro i quali sanno per quali canali più o meno oscuri finiscono nelle loro tasche i danari che godono, la ricchezza che godono, sono prontissimi a capire quando c’è un taglio di quei canali. La costituzione federale è la classica costituzione fatta contro i parassiti. Non c’è nella storia del mondo un paese a regime federale che presenti il grado di corruttela di cui siamo oberati noi oggi. D’altra parte la reazione dei politici è anche comprensibile. Perché sono centralisti e anti-federalisti e tirano fuori le icone come la Patria che piange perché viene minacciata nella sua integrità. Perché centralismo e parassitismo sono due facce della stessa medaglia. Io devo scusarmi con voi se uso il termine “pidocchi” ma cosa volete farci…. il paese che siamo chiamati a cercar di cambiare è fatto così. E’ un paese ammalato da un esercito di pidocchi“.
Il professore venne deriso, attaccato da più parti con l’accusa di razzismo se non addirittura di demenza senile.Colpisce invece l’attualità di quel discorso. Il guaio è che, ora come nel 1994, l’Italia manca di una classe politica responsabile disposta a riforme radicali e impopolari per il bene del Paese: riforme che portino a una riforma integrale della Costituzione repubblicana in senso confederale e semipresidenziale. Berlusconi e Bossi hanno fallito. Il centro sinistra ha fallito. Non occorre stupirsi: quale politico di professione metterebbe a rischio la carriera politica limitando un sistema da cui trae tanti privilegi?
E’ di poche ore la notizia che il rappresentante tedesco del comitato esecutivo della Banca centrale europea, Jurgen Stark, ha rassegnato le dimissioni perché non condivide la politica di Francoforte a sostegno dei paesi in difficoltà: Grecia, Spagna e Italia. I tedeschi si chiedono perché dovrebbero aiutare paesi le cui burocrazie continuano a dilapidare i loro aiuti nella spesa pubblica improduttiva.
E’ un bel guaio. Senza scialuppe di salvataggio, è probabile che il Titanic Italia affonderà sotto le onde implacabili della speculazione internazionale. Qualora si configurasse tale scenario, sarebbe la fine dell’Euro o, a dir meglio, arriverebbe al capolinea l’Europa monetaria allargata ai Paesi più esposti alla speculazione internazionale (Spagna, Italia, Grecia, Portogallo).
Non è detto che questo sia un male per gli italiani: lasciati soli nel tunnel di questa crisi economica e politica, obbligati a resistere dalla dura lotta per l’esistenza, forse sapremo trovare con determinazione la via d’uscita fondando un nuovo regime vaccinato da ogni parassitismo.
Usciremo dal tunnel della crisi solo se avremo il coraggio di metterci radicalmente in discussione.
Sotto la data 2 agosto 1821 il canonico Luigi Mantovani riportava nel suo diario alcune notizie della Milano austriaca che potremmo ricondurre ai fatti di cronaca.
I nostri politici promettono riforme epocali con progetti di mutamento costituzionale che si rivelano per quello che sono: penosi ritocchi a un sistema che continuerà a fare acqua da tutte le parti.
Fino a poche settimane fa Berlusconi assicurava che non avrebbe messo le mani nelle tasche degli italiani. La manovra finanziaria approvata dal Parlamento in tempi di record non solo autorizza lo Stato a metterle quelle mani, ma sembra perfino strappare ai cittadini le tasche in cui ripongono i loro risparmi. E Berlusconi che fa? Tace.
Nel frattempo la classe politica attestata in Parlamento (di centro-destra e di centro-sinistra) non riesce a staccarsi da un sistema che consente i vergognosi privilegi di cui gode.
Il progetto costituzionale presentato da Calderoli è insufficiente perché costituisce in buona parte la riesumazione della riforma approvata dal centro-destra nel 2005 e bocciata dagli italiani con referendum nel 2006.
A quanto sembra, “i cattivi ragazzi della finanza internazionale”- come li ha ben definiti Giuseppe Turani in un suo interessante editoriale – dovranno bastonare ulteriormente l’Italia per far rinsavire i nostri politici.
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