Il falso federalismo di destra e sinistra (Lega inclusa)

Questo articolo è uscito sul quotidiano online: L’Indipendenza

Le riforme costituzionali approvate nel corso degli ultimi quindici anni dal centro sinistra e dal centro destra non possono definirsi federali, quantunque vengano spacciate come tali dalla classe politica attualmente al potere. In questo intervento si cercherà di mostrare per sommi capi le principali innovazioni in tema di autonomia locale approvate dai due schieramenti.

Cominciamo dal centro sinistra. Le maggioranze parlamentari che appoggiarono i governi guidati da Romano Prodi, Massimo D’Alema e Giuliano Amato (1996-2001) si sforzarono di far fronte alla crisi del sistema politico muovendosi sostanzialmente in due direzioni. La Commissione bicamerale presieduta dall’onorevole D’Alema dal febbraio 1997 al giugno 1998 si fondava su un accordo con il centrodestra di Silvio Berlusconi per realizzare una riforma costituzionale limitatamente alla seconda parte della Carta. L’onorevole Berlusconi, dopo alcuni mesi, ruppe quell’accordo per ragioni di convenienza politica, facendo naufragare un lavoro che aveva l’ambizione di mutare in profondità la forma di Stato e di governo della Repubblica italiana.


A pochi mesi dalla fine della XIII legislatura il centro sinistra, nel disperato tentativo di recuperare consensi nel Nord Italia, approvò una riforma costituzionale che riprendeva il Titolo V della seconda parte della Costituzione messo a punto dalla commissione D’Alema: ad essere modificati erano gli articoli riguardanti le autonomie di Regioni, Province e Comuni che, nel nuovo articolo 114, venivano posti sullo stesso piano dello Stato assieme alle Città metropolitane che comparivano per la prima volta nella Carta costituzionale.  Occorre riconoscere che questa riforma, approvata dal Parlamento e confermata dagli italiani con referendum costituzionale il 7 ottobre 2001, ha introdotto nell’ordinamento repubblicano un maggiore decentramento amministrativo e un più ampio margine di autonomia per gli enti locali. Il nuovo Titolo V non istituisce tuttavia un ordinamento federale per le seguenti ragioni. In primo luogo perché la riforma, strettamente limitata alla seconda parte della Costituzione, non ha minimanente intaccato il principio dell’unitarietà dello Stato sancito nell’articolo quinto della prima parte. Il che si trova sideralmente agli antipodi del federalismo, il quale presuppone per converso una pluralità di Comunità riconosciute come enti quasi sovrani in rappresentanza dei popoli che esse rappresentano. In un vero ordinamento federale non esiste la nazione “una e indivisibile” definita nella sua dogmatica razionalità sul modello delle Carte rivoluzionarie francesi; i popoli sono invece riconosciuti in base a criteri storici ed etno-linguistici. Come ci insegnava Gianfranco Miglio il vero federalismo, lungi dal fondare l’Unità, è fatto per salvaguardare, tutelare e gestire le diverse comunità di lingua e di tradizioni presenti in un determinato territorio.


Non v’è chi non veda come una vera riforma federale dovrebbe quindi portare alla riscrittura dell’articolo quinto mediante il riconoscimento delle diverse Italie esistenti nella penisola: fatte salve le cinque Regioni a Statuto speciale (Valle d’Aosta, Sardegna, Sicilia, Friuli Venezia Giulia, Trentino Altro Adige /Sud Tirol), un’Italia padano veneta al Nord, un’Italia toscana, un’Italia centro-meridionale. Ma, a ben vedere, la modifica costituzionale dovrebbe riguardare anche l’articolo sesto in cui, in via del tutto generica, è scritto che “la Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche”. Difatti, se togliamo le cinque Regioni a Statuto speciale che godono condizioni particolari di autonomia per ragioni geopolitiche, quell’articolo è rimasto in larga parte lettera morta. Il che non sorprende, se si considera che la Carta italiana non chiarisce quali siano tali minoranze. Se confrontato con l’articolo terzo della Costituzione spagnola o con l’articolo 70 della Costituzione svizzera, l’articolo sesto si dimostra palesemente inadeguato. La sua riscrittura dovrebbe basarsi sul riconoscimento dell’italiano come lingua ufficiale della Repubblica federale e sull’elencazione (con espressa tutela) delle lingue che per storia e tradizione appartengono alle diverse comunità esistenti nella penisola: le lingue romanze padane (gallo-italiche e venete), le lingue italo romanze dell’appennino centrale (toscano, marchigiano, umbro, laziale), le lingue italo romanze dell’appennino meridionale e del Sud Italia (meridionale, salentino, calabrese, siciliano), il sardo, il friulano, il romando (detto anche franco-provenzale) diffuso in alcune vallate del Piemonte e della Val d’Aosta, il ladino, il tedesco sud-tirolese, il mòcheno (presente nella valle del Fèrsina- Bersntol) e il cimbro parlato in alcune zone del Veneto e del Trentino. Una riforma autenticamente federale, sulla base del riconoscimento di tali comunità etno-linguistiche, dovrebbe consentire alle diverse popolazioni di costituirsi in Repubbliche autonome attraverso l’unione degli enti territoriali esistenti o la formazione di nuovi soggetti istituzionali. Occorre infatti ricordare che le Regioni attuali non corrispondono in alcun modo alla realtà etno-linguistica e geo-economica della penisola. Inoltre, territori ristretti e scarsamente popolati come le Marche, l’Abruzzo, l’Umbria, la Liguria, la Basilicata o il Molise non sarebbero in grado di gestire efficacemente le accresciute funzioni di uno Stato regionale provvisto di poteri incisivi all’interno di una Confederazione.


Tornando al centrosinistra, quando fu approvato il nuovo Titolo V, fu fatto credere agli italiani che quella fosse la riforma federale che tutti desideravano, destinata finalmente a mutare l’ordinamento repubblicano in base ai nuovi principi dell’autogoverno. Nulla di tutto questo è accaduto. Gran parte delle competenze in materie importanti come l’ordine pubblico e la sicurezza, l’istruzione, lo sviluppo economico, l’agricoltura, il sistema tributario, vengono esercitate in larghissima parte dallo Stato centrale, il quale – nella persona del Presidente della Repubblica – può addirittura sciogliere il consiglio di una Regione e rimuoverne il Governatore per “motivi di sicurezza nazionale” (art.126, secondo comma): un articolo in cui traspare evidente l’ampio margine discrezionale lasciato al potere centrale e, specularmente, la completa assenza di sovranità dell’ente regionale.


Ma torniamo alle false riforme federali realizzate dai partiti italiani. Nel 2001 Silvio Berlusconi vinse le elezioni politiche con un’alleanza di partiti denominata “Casa della Libertà”, composta principalmente da Forza Italia, Lega Nord, Alleanza Nazionale e i gruppi democristiani guidati da Pier Ferdinando Casini e da Rocco Buttiglione. La XIV legislatura vide all’opera due governi: il Berlusconi II (2001-2005) e il Berlusconi III (2005-2006). In questo arco temporale si lavorò effettivamente a un progetto di riforma costituzionale. Confezionato nella baita di Lorenzago dai “saggi” del centrodestra, approvato in via definitiva dal Parlamento il 16 novembre 2005, fu bocciato clamorosamente dagli italiani nel referendum costituzionale del 25/26 giugno dell’anno seguente. Per fortuna! Se fosse passato, esso avrebbe soffocato quei pochi semi di autonomia presenti nell’attuale ordinamento costituzionale.


La riforma dei “saggi” limitava infatti a tre le competenze in cui le Regioni avrebbero esercitato una legislazione esclusiva: polizia locale, sanità e scuola professionale. Lo Stato centrale, oltre a conservare le sue funzioni, sarebbe rientrato in possesso di competenze decisive come l’energia, le grandi reti di trasporto e le telecomunicazioni che la riforma del centrosinistra – tuttora vigente – vuole gestite in via concorrente con le Regioni. Non basta. La clausola dell’ ‘interesse nazionale’ avrebbe consentito allo Stato di intervenire in via amministrativa nei confronti degli enti territoriali, configurando un sistema centralistico assai vicino a quello della cosiddetta “Prima Repubblica”. Il rafforzamento del governo con l’attribuzione al premier del potere di sciogliere le camere, previsto dalla riforma senza adeguati contrappesi, avrebbe avvicinato il nostro ordinamento alla Quinta Repubblica francese, un paese come noto che non può certamente essere citato come esempio di federalismo. E’ lecito domandarsi come abbia potuto un partito come la Lega Nord accettare e addirittura condividere una riforma che, se approvata dagli italiani, avrebbe reso il Paese certamente più governabile, ma a grave scapito delle libertà locali. Misteri della cattiva politica.


Andiamo avanti. Conclusa la breve parentesi del secondo governo Prodi, il centrodestra ha vinto le elezioni nel 2008 con un programma che non presentava mutamenti significativi in materia costituzionale, salvo riprendere le riforme del 2005 già bocciate dagli italiani. Ci si è limitati – con il tacito consenso del centrosinistra – a dare attuazione all’articolo 119 della Costituzione realizzando per via legislativa un intervento, denominato subdolamente “federalismo fiscale”, teso a migliorare la gestione delle risorse finanziarie da parte degli enti locali lasciando inalterata la struttura unitaria dello Stato. Se il vero federalismo dovrebbe consentire ai maggiori enti territoriali di trattenere sul territorio una parte cospicua delle ricchezze prodotte dai cittadini, la riforma del centrodestra – muovendosi entro il solco dell’art.119 della Costituzione – non fa nulla di tutto questo. Difatti con questa riforma il livello di tassazione a carico dei cittadini viene addirittura aumentato, non foss’altro perché la parte cospicua delle imposte dirette e indirette continua ad essere gestita dallo Stato centrale. E’ significativo che il cosiddetto “federalismo fiscale” abbia confermato il principio in base al quale le imposte non sono dei territori, bensì dello Stato: è lo Stato nazionale a redistribuire dall’alto le risorse prelevate dai cittadini in base a un criterio di equità sociale tipico di un potere pubblico unitario, non federale.


Titolari di una parte significativa del potere impositivo come avviene nella Confederazione elvetica, le Comunità territoriali in un ordinamento federale avrebbero invece gli strumenti per amministrare la cosa pubblica fornendo servizi ai cittadini in un regime di piena concorrenza istituzionale. Tutto l’opposto del “federalismo fiscale” approvato dal centrodestra che, basandosi sul principio dell’unitarietà dello Stato sancito dall’articolo quinto della Costituzione, lascia al potere centrale la gestione di tutte le imposte. Agli enti locali è concessa una compartecipazione al gettito dei tributi erariali, un’addizionale alle imposte dirette/indirette o l’introduzione di nuovi tributi. Quando tale riforma entrerà a regime, il risultato non potrà che essere un aumento della tassazione, il che porterà immancabilmente a un nuovo record della pressione fiscale, ovviamente in negativo.

Il Leviatano inglese pronto a sabotare la Tobin Tax europea

Per contrastare la speculazione finanziaria che minaccia di far saltare la moneta unica, la Francia di Sarkozy propone una Tobin Tax europea sulle transazioni finanziarie. Berlino dissente nel merito ma non si oppone. L’Italia, come al solito, è la cortigiana un po’ malmessa che va a letto con Francia e Germania pur di tirare a campare.

La Gran Bretagna è un paese anfibio, con un piede in terra europea e un altro nell’oceano della globalizzazione. Chiusa nel suo orgoglio insulare, mossa da una politica spesso sensibile alle logiche dei pirati, ha sempre fatto di testa sua; non ha esitato nel corso dei secoli a trasformarsi nel Leviatano marino, sicuro e imprevedibile, pronto a tendere micidiali insidie ai Behemoth terrestri, alimentati da un dispotismo burocratico il cui governo sulla terra  era pianificato con la razionale ed efficiente opera degli Stati-macchina assoluti. A voler uscire da metafore e similitudini, Londra è riuscita (quasi sempre) a rompere le uova nel paniere dei governanti continentali, dall’Europa di Napoleone a quella di Hitler.

Ora la Gran Bretagna si oppone alla Tobin tax europea, quasi proclamandosi unico guardiano della libertà di commercio sul continente. Chissà che anche oggi, come allora, essa non abbia anche una buona ragione, al di là dei suoi interessi particolari.

Il dilemma originato da una bella riflessione di Keynes

“Le idee degli economisti e dei filosofi, giuste o sbagliate che siano, sono molto più potenti di quanto comunemente si pensi. In realtà il mondo è governato praticamente solo da queste. Nel bene o nel male sono le idee a guidare il mondo e non gli interessi materiali”. John Mainard Keynes.

Confesso di nutrire simpatia per l’autore di questa riflessione, dalla quale traspare un certo romanticismo idealistico tipico di un’epoca in cui gli Stati erano dominati dai valori “generali” della politica. Ho tuttavia qualche dubbio sulla sua fondatezza nel mondo attuale, dove i poteri pubblici tendono a perdere la loro politicità soggetti come sono ai poteri economico finanziari che ormai decidono le sorti dei popoli.

L’etologo Konrad Lorenz ha dimostrato che l’uomo – come ogni essere vivente – è guidato nelle sue azioni cognitive dall’istinto tutto materiale per la sopravvivenza e la conservazione. Sorge spontanea la domanda: sono le idee a governare  il mondo o non piuttosto gli individui che nascondono gli interessi materiali mascherandoli con idee altruistiche? In fondo, si tratta di un dilemma dal quale non verremo mai a capo perché investe quel misto di bene e di male che è la natura umana.  

In politica, ad esempio, le idee generali, travestite sotto forma di valori e racchiuse in parole magiche come “democrazia”, “giustizia sociale”, “uguaglianza”  sono spesso servite ai governanti per guadagnare il consenso dei cittadini mascherando i rudi interessi materiali da cui dipendono loro stessi e i loro aiutanti. Il fine di tali azioni risiede in questo caso nell’autoconservazione, nella sopravvivenza raggiunta attraverso la subordinazione dei governati costretti a tributo.

E’ peraltro innegabile che senza la classe politica che ha retto lo Stato di diritto e sociale del XX secolo non avremmo il suffragio universale, le scuole e le università aperte al merito, i diritti dei lavoratori, i sussidi di disoccupazione, le pensioni e tanti altri interventi a sostegno dell’economia volti a correggere un capitalismo altrimenti spietato.

Oggi il quadro sembra nuovamente e radicalmente mutato.

Un consiglio a Monti: tenga lontano i politici dal governo

Il presidente del consiglio incaricato, Mario Monti, ha dichiarato ieri sera di voler formare un governo composto non solo di tecnici ma anche di politici. A suo giudizio, la grave crisi che il Paese sta attraversando richiederebbe uno sforzo comune d’intenti che coinvolga le forze politiche decise ad imboccare un sentiero costruttivo per la crescita economica dell’Italia.

Non condivido questa scelta e temo che Monti, se riuscisse a fare entrare i politici nel governo, compirebbe un passo falso clamoroso. Un governo aperto ad esponenti della politica finirebbe con lo screditare  l’Italia agli occhi degli investitori internazionali,  senza contare la scarsa credibilità di fronte a un’opinione pubblica ostile ai professionisti della politica. Non va inoltre dimenticato che i gravi problemi dell’Italia in campo finanziario sono stati prodotti dal malgoverno partitocratico che inquina le istituzioni da almeno quarant’anni. Se i partiti di centrodestra e di centrosinistra avessero fatto negli anni passati  le riforme economiche e istituzionali che servono al Paese, oggi non saremmo costretti a recitare la parte di sorvegliati speciali nei consessi internazionali.

E’ quindi decisivo che il governo sia composto esclusivamente di “tecnici” che godano del più ampio prestigio in Italia e all’estero. Ovviamente, come in tutti i regimi parlamentari che funzionano, l’esecutivo Monti si sottoporrà alla fiducia delle Camere: in quella sede i partiti faranno le scelte che crederanno più opportune, assumendosi la responsabilità di appoggiare o far cadere il governo.

Vedremo nelle prossime ore quale sarà la composizione dell’esecutivo. Ha ragione Monti quando afferma di voler formare un governo che sia in grado di durare per tutta la legislatura realizzando incisive riforme istituzionali ed economiche. Non riesco a capire tuttavia come possa  farlo se rinuncia a quel profilo eminentemente tecnico – quindi ‘super partes’ – che solo può guadagnare alla sua squadra la fiducia dei mercati e, quel che più conta, il sostegno degli italiani chiamati a fare sacrifici.

Le amare ricette di Monti per ridare un futuro agli italiani

Mario Monti sembra l’uomo giusto per salvare l’Italia dalla crisi. L’economista lombardo gode di un notevole prestigio in Italia e all’estero. Le sue prese di posizione sono sempre state equilibrate e responsabili. L’uomo ha le competenze e la credibilità per fare le riforme che consentano al paese di tornare a crescere.

Non sappiamo se Monti riuscirà a formare un governo che abbia la maggioranza parlamentare. Nel gorgo della crisi finanziaria che sta risucchiando l’Italia verso il baratro l’economista bocconiano sembra essere l’unica persona in grado di far fronte alla tempesta dei mercati traghettando l’Italia fuori dalla crisi.

Ieri, intervenendo a margine di un convegno a Berlino, Monti ha affermato che servono all’Italia riforme strutturali dirette a rimuovere gli ostacoli che frenano e inceppano la crescita dell’economia. Un lavoro immane per qualunque governo sia chiamato a guidare il Paese nelle prossime settimane.

Condivido tali riflessioni, anche se le riforme richiederanno senza dubbio sacrifici e risulteranno in larga parte impopolari. Credo tuttavia che i paesi migliori siano quelli che non temono di mettersi in discussione, di reinventarsi per vivere da protagonisti in un mondo, come quello attuale, dominato dalla velocità impressionante del progresso tecnologico e dalla fittissima rete di relazioni economiche e culturali tra i diversi paesi. Non possiamo più permetterci di perdere tempo.

Il direttore del “Giornale Italiano” Vincenzo Cuoco, recensendo nel gennaio del 1804 la Discussione economica sul Dipartimento d’Olona dell’economista Melchiorre Gioia, scrisse una riflessione che mi sembra di straordinaria attualità nella difficile congiuntura che stiamo vivendo:

“Il male che si soffre è l’effetto delle inevitabili vicende che affliggono tutti gli uomini e tutte le nazioni. Ma il peggiore dei mali, dopo tali vicende, è quello di non volerne soffrire il rimedio. Il maggior numero dei popoli è perito miseramente non per i mali che avea sofferti, ma per l’aborrimento a quelli rimedj che l’avrebbero incomodati per un momento, ma li avrebbero sicuramente guarito“.

[Il passo è tratto da VINCENZO CUOCO, Pagine giornalistiche, Roma-Bari, Laterza 2011, pp.38-39].

Quando Milano era un cantiere di beneficenza

Nei secoli passati la benificenza a Milano era assai più diffusa di quanto non lo sia oggi. Le iniziative a sostegno dei malati, degli infermi, degli anziani, delle ragazze povere, furono intraprese da  istituzioni assistenziali che agivano con il sostegno del potere pubblico, della chiesa ambrosiana e delle famiglie nobili milanesi.

Sotto il Regno d’Italia napoleonico tali iniziative ricevettero largo impulso ad opera del governo. Si trattava di una forma di “carità sociale”  assai vicina a quella in vigore nei territori europei governati dalla casa d’Austria nella seconda metà del Settecento. Una carità autenticamente produttiva perché, se assegnava allo Stato il dovere di assistere i sudditi  bisognosi, imponeva  a questi ultimi il dovere di rendersi utili alla società migliorando se possibile la loro condizione.

Nello Stato italico, di cui Milano fu capitale dal 1802 al 1814, il divieto della mendicità, l’introduzione di case d’industria per i poveri vagabondi e di case di ricovero per i poveri invalidi erano atti che derivavano da questa peculiare concezione di “carità sociale”, figlia del più genuinoWohlfahrtsstaat germanico. In fondo, sotto il profilo amministrativo, il regime napoleonico costituì il perfezionamento dello Stato asburgico introdotto in Lombardia da Giuseppe II d’Austria.
  
I decreti napoleonici del 5 settembre e del 21 dicembre 1807 istituirono congregazioni di carità i cui membri, nominati dal viceré Eugenio Beauharnais, esercitavano un’attività tesa alla promozione dell’assistenza nei confronti delle classi disagiate. Si trattava in fondo di una forma di welfare a metà strada tra il privato e il pubblico: se le risorse erano garantite grazie alle donazioni delle famiglie abbienti, il controllo sull’utilizzo di quei fondi era competenza del ministero dell’interno che operava mediante appositi ispettori. In realtà, le opere a sostegno dei più bisognosi furono realizzate grazie all’impegno dei milanesi, in particolar modo della classe dirigente appartenente per lo più alla nobiltà cittadina.

A Milano la congregazione, presieduta dal prefetto, era composta di 15 membri nominati dal viceré tra i possidenti, i commercianti o gli uomini di legge. La congregazione di carità, la cui sede si trovava nei locali dell’Ospedale Maggiore (oggi Università degli Studi di Milano) era articolata in tre sezioni: la prima rivolta agli ospedali, la seconda ad altre strutture di ricovero, la terza agli enti elemosinieri e ai monti di pietà.

Il canonico Mantovani, sotto il giorno 1 ottobre 1807, annotava nel suo Diario politico ecclesiastico alcune notizie significative che riguardavano i provvedimenti intrapresi dal governo e dalla società civile a sostegno della pubblica assistenza.

1 ottobre 1807.

“Con decreto del Viceré [Eugenio di Beauharnais, viceré del Regno italico dal 1805 al 1814, NdR] si è pubblicata jeri la istituzione di un Conservatorio di 24 allievi gratuiti, diciotto maschi e sei femmine, nel locale della Passione, per imparare la Musica, aperto a tutti i giovanetti della città per questa scienza.

Alcuni ricchi e virtuosi cavalieri della nostra città, di cui capo è il signor Marchese Arconati, hanno fatto disegno, e coll’opera e direzione dell’ottimo Barnabita P. De Vecchi, stanno riducendolo in pratica, di fissare, per quanto sarà possibile, in ogni parrocchia di Milano, una casa di scuola ed educazione per le povere figlie della città, in cui saranno ricevute giornalmente ed assistite con carità e larghezza tutte quelle le di cui famiglie sono incapaci di farle ben educare dagli anni primi sino alli 19 ecc., coll’intenzione anche di coadjuvarle o nel loro collocamento, o d’impiegarle in servizio decente e sicuro per ogni pericolo.

Sonsi già stabilite 9 case, per 9 parrocchie, e destinate due saggie (sic!) maestre per ogni casa, colla soprintendenza di alcune virtuose dame e matrone, che di tempo in tempo visiteranno queste case per invigilare, e provvedere ai bisogni. Se questo stabilimento prenderà consistenza, con ragione di spera di vedere alcun poco minorati gli scandali tanto frequenti nelle famiglie, e i bordelli meno numerosi nelle contrade della città colla rovina della povera gioventù”.  
  

I padri Felice e Gaetano De Vecchi, barnabiti, assunsero un ruolo importante nell’istituzione di case per la carità in collaborazione con la nobiltà. Felice De Vecchi era parroco in quegli anni a Sant’Alessandro (Porta Ticinese).

Il marchese Carlo Arconati (1750-1816), membro del consiglio comunale di Milano, faceva parte della Congregazione di Carità di Milano. Deteneva in quegli anni un ingente patrimonio immobiliare, il che lo portava a figurare tra i maggiori contribuenti dell’imposta diretta sui terreni. Il cancelliere guardasigilli Francesco Melzi d’Eril, in una lettera al viceré, ne proponeva la nomina al Senato descrivendolo in questi termini: “Quant à l’Olona…j’observerai seulement que parmi les premiers imposès se trouve Arconati Charles”.   La moglie del marchese, Teresa Trotti (1765-1805), aveva fondato con alcune donne della nobiltà la “Società del Biscottino” per dare assistenza alimentare e spirituale ai malati dell’Ospedale Maggiore. I milanesi la definivano ‘congrega del Suss’ o ‘damm del bescottin’.   

Bozzetti satirici da frammenti di storia/3

“La differenza tra l’alzarsi ogni mattino alle 6 o alle 8, nel corso di 40 anni, ascende a 20.200 ore, ossia a 3 anni, 121 giorno (sic!) e 16 ore; il che fa 8 ore al giorno per dieci anni. Onde chi per 40 anni s’alza alle 6 invece delle 8, può dire d’aver nel corso della vita una decina d’anni, nei quali gli sono aggiunte 8 ore di vita al giorno; tempo ragguardevole per coltivare il proprio ingegno, moltiplicare il numero degli affari, arricchirsi, e beneficare insomma maggiormente sé stesso e altrui.

Ma per lo stesso motivo che raccomandiamo l’alzarsi di buon’ora a quegli uomini che possono giovare colla mente o col cuore alla società, desideriamo che poltriscano lungamente nelle piume tutti coloro che la natura o l’educazione o l’ignoranza hanno reso malefici. Quanto maggior numero di tirannie avrebbe esercitato Nerone se si fosse alzato ogni giorno due ore più presto che non fu solito! Perciò Seneca sarebbe stato benemerito dell’impero se, vedendo in quel principe un’irresistibile inclinazione al mal fare, nulla avesse bramosamente cercato quanto d’ispirargli l’amore dell’inerzia e del sonno”.

Silvio Pellico, Il Conciliatore, 13 settembre 1818.

Consigliamo vivamente a Marcello Pera di tornare a fare il filosofo. Sarebbe benemerito dell’Italia quando, constatando in B. un’irresistibile inclinazione a mal fare, impiegasse tutte le sue energie ad ispirargli l’amore per l’inerzia e per il sonno.

In assenza della perversa operosità di B. ci risparmieremmo i continui capricci di belle donnine generosamente aiutate, avremmo in Parlamento una maggioranza diversa da quella spettrale che ci perseguita, diremmo finalmente addio al “governo del fare” e il Capo dello Stato riuscirebbe a formare un governo i cui membri siano provvisti degli attributi per fare uscire il Paese dal baratro in cui si trova, ad ogni costo.

La manovra dei sotterfugi e il paese nel tunnel della crisi

Mentre in Parlamento si continua a discutere sui “miglioramenti” da apportare alla manovra, il governo arranca sotto la sferza implacabile della speculazione internazionale. I vertici incessanti tra i ministri della maggioranza dimostrano che la classe politica ha le idee confuse. Il 18 agosto, sotto l’infuriare dei mercati, il governo aveva approvato all’unanimità un decreto-legge “lacrime e sangue”, un decreto redatto da Tremonti per conseguire un solo obiettivo:  guadagnarsi la prima scialuppa di salvataggio europea, convincere la Banca centrale ad acquistare  titoli di Stato italiani. Era una manovra certamente ingiusta in alcune parti perché chiedeva sacrifici a chi già ne faceva pagando le tasse e le imposte alla luce del sole. La sua approvazione a tempi di record convinse però l’Europa –  compresi i tedeschi – che il governo intendeva perseguire finalmente la strada del risanamento e delle riforme strutturali. Arrivò la prima scialuppa di salvataggio.

Poi è venuta la penosa manifestazione di fine agosto: sindaci e presidenti di province, animati da istanze schiettamente conservatrici, hanno sfilato per il centro di Milano in polemica con la manovra di Tremonti. Risultato? Il governo si è calato le brache ritirando quei (pochi) provvedimenti che avrebbero consentito di risparmiare sul fronte della spesa improduttiva negli enti locali. Addio soppressione delle province e accorpamento dei piccoli comuni.

Non basta. La marcia indietro del governo è continuata quando si è saputo che dalla manovra, approvata in Senato con voto di fiducia, i tagli alla politica sono stati fortemente ridimensionati.  Ricordate gli stipendi dei parlamentari che la prima bozza della manovra – quella del 23 giugno – voleva rapportati alla media di quelli europei? Qualcuno in Parlamento ha introdotto un emendamento con cui si stabilisce che l’indennità deve essere pari alla media dei sei maggiori paesi del Vecchio Continente. Escludendo gli Stati ove i costi della politica sono più bassi, i politici son riusciti ad evitare un taglio di almeno 1.000 euro sui loro stipendi. E le incompatibilità? Sparita la norma che estendeva a tutti gli amministratori locali il divieto di cumulo delle cariche, il divieto di ricoprire il seggio parlamentare è rimasto solo per i titolari di cariche monocratiche negli enti locali e nei comuni con popolazione superiore ai 5.000 abitanti: presidenti di provincia e sindaci. Quindi? Assessori, consiglieri comunali e provinciali potranno ricoprire il seggio di deputato o di senatore cumulando due stipendi pagati ovviamente dalla collettività. L’elenco dei privilegi, soppressi dalla manovra di Tremonti e ristabiliti di nascosto in Parlamento, potrebbe continuare.      

Insomma, quel che è rimasto in questa manovra dalle mille correzioni è la scure – pesante – sui ceti produttivi.  Il regime attuale poggiante su una serie interminabile di burocrazie improduttive è ancora in piedi. E i partiti dell’opposizione che fanno? Abbaiano nel tentativo di conservare la poca credibilità di cui ancora dispongono presso l’opinione pubblica addebitando a Berlusconi e alla sua maggioranza il disastro in cui ci troviamo. Il guaio è che non è colpa (solo) di Berlusconi. E’ il sistema Italia che sta arrivando al collasso. Secondo gli economisti di Citygroup il nostro paese chiuderà il prossimo anno con un arretramento dello 0,3%. Certo, possono sbagliarsi ma il rischio di entrare in recessione è dietro l’angolo.

Nel febbraio 1994, accennando all’irriducibile ostilità della classe politica e burocratica nei confronti delle riforme strutturali del sistema politico economico, il professor Miglio diceva:

La reazione rabbiosa che abbiamo dovuto fronteggiare è dipesa dal fatto che coloro i quali sanno per quali canali più o meno oscuri finiscono nelle loro tasche i danari che godono, la ricchezza che godono, sono prontissimi a capire quando c’è un taglio di quei canali. La costituzione federale è la classica costituzione fatta contro i parassiti. Non c’è nella storia del mondo un paese a regime federale che presenti il grado di corruttela di cui siamo oberati noi oggi. D’altra parte la reazione dei politici è anche comprensibile. Perché sono centralisti e anti-federalisti e tirano fuori le icone come la Patria che piange perché viene minacciata nella sua integrità. Perché centralismo e parassitismo sono due facce della stessa medaglia. Io devo scusarmi con voi se uso il termine “pidocchi” ma cosa volete farci…. il paese che siamo chiamati a cercar di cambiare è fatto così. E’ un paese ammalato da un esercito di pidocchi“.

Il professore venne deriso, attaccato da più parti con l’accusa di razzismo se non addirittura di demenza senile.Colpisce invece l’attualità di quel discorso. Il guaio è che, ora come nel 1994, l’Italia manca di una classe politica responsabile disposta a riforme radicali e impopolari per il bene del Paese: riforme che portino a una riforma integrale della Costituzione repubblicana in senso confederale e semipresidenziale. Berlusconi e Bossi hanno fallito. Il centro sinistra ha fallito. Non occorre stupirsi: quale politico di professione metterebbe a rischio la carriera politica limitando un sistema da cui trae tanti privilegi?

E’ di poche ore la notizia che il rappresentante tedesco del comitato esecutivo della Banca centrale europea, Jurgen Stark, ha rassegnato le dimissioni perché non condivide la politica di Francoforte a sostegno dei paesi in difficoltà: Grecia, Spagna e Italia. I tedeschi si chiedono perché dovrebbero aiutare paesi le cui burocrazie continuano a dilapidare i loro aiuti nella spesa pubblica improduttiva.

E’ un bel guaio. Senza scialuppe di salvataggio, è probabile che il Titanic Italia affonderà sotto le onde implacabili della speculazione internazionale. Qualora si configurasse tale scenario, sarebbe la fine dell’Euro o, a dir meglio, arriverebbe al capolinea l’Europa monetaria allargata ai Paesi più esposti alla speculazione internazionale (Spagna, Italia, Grecia, Portogallo).

Non è detto che questo sia un male per gli italiani: lasciati soli nel tunnel di questa crisi economica e politica, obbligati a resistere dalla dura lotta per l’esistenza, forse sapremo trovare con determinazione la via d’uscita fondando un nuovo regime vaccinato da ogni parassitismo.

Usciremo dal tunnel della crisi solo se avremo il coraggio di metterci radicalmente in discussione.

Il “Piemontesino”, un giovane annegato in un ‘gorgo’ del naviglio e due fittabili derubati all’osteria

Sotto la data 2 agosto 1821 il canonico Luigi Mantovani riportava nel suo diario alcune notizie della Milano austriaca che potremmo ricondurre ai fatti di cronaca.


Un ‘famoso’ malvivente, conosciuto come “Piemontesino”, venne arrestato dai gendarmi nel “casotto” dell’Ospedale Maggiore. Il Mantovani si riferiva al “cassinotto” della Cà Granda, un edificio assai rustico che occupava una parte dell’attuale largo Richini, davanti all’Università Statale nel sestiere di Porta Romana. Il “cassinotto” venne demolito nel 1848 dagli insorti delle cinque giornate di Milano, che ne utilizzarono il materiale per costruire le barriccate.

Il secondo avvenimento della giornata riguardava l’annegamento di un giovane nelle acque del Naviglio nel sestiere di Porta Ticinese, il che mostra assai bene come le acque dei navigli fossero un tempo assai profonde.

La terza notizia era la più curiosa. Riguardava due fittabili che furono derubati da un ladro il quale poté agire ‘indisturbato’ grazie alla complicità di un oste. I fittabili erano imprenditori agricoli che gestivano proprietà terriere di dimensioni spesso notevoli. Nei territori della bassa pianura padana erano legati ai proprietari da un contratto di affitto di durata novennale. La gestione dei terreni con metodi imprenditoriali consentì ai fittabili di costituire autentiche aziende agricole dalle quali ricavare elevati margini di guadagno. Non stupisce che fossero presi di mira da ladri e malfattori.

“2 agosto 1821

Ieri mattina al così detto casotto vicino all’ospitale fu preso da travestiti giandarmi (sic!)  un ladro detto il Piemontesino, che aveva sotto un abito assai pulito due pistole ed un coltello.

Ieri dopo pranzo alla Madonna fuori Porta Ticinese, di tre giovinotti che nuotavano nel Naviglio uno fu involto in un gorgo, e non si è potuto aiutare. Egli ha 20 anni ed è impiegato del governo.

Al mezzogiorno due fittabili, che in vista d’un birbante avevano venduto del frumento [qui il Mantovani intende dire che il birbante li vide mentre vendevano il frumento, NdR], entrarono in un bettolino per bevere (sic!) un boccale di vino. L’oste disse: “Per dargli del meglio vado a cavarlo”. Lo sparire dell’oste, e entrare un birbante fu un momento. Questi con pistola alla mano investì i due seduti fittabili, e non comparendo mai l’oste, dovettero dare al birbante alcuni scudi. Fu arrestato l’oste, perché creduto connivente, non essendo rinvenuto dalla cantina, se non dopo sparito il birbante”.


L. MANTOVANI, Diario politico ecclesiastico, a cura di Paola Zanoli, Roma, Istituto storico italiano per l’età moderna e contemporanea, vol.V, pag. 265.

Le mani nelle tasche degli italiani e i cattivi della finanza internazionale

I nostri politici promettono riforme epocali con progetti di mutamento costituzionale che si rivelano per quello che sono: penosi ritocchi a un sistema che continuerà a fare acqua da tutte le parti.

Fino a poche settimane fa Berlusconi assicurava che non avrebbe messo le mani nelle tasche degli italiani. La manovra finanziaria approvata dal Parlamento in tempi di record non solo autorizza lo Stato a metterle quelle mani, ma sembra perfino strappare ai cittadini  le tasche in cui ripongono i loro risparmi. E Berlusconi che fa? Tace.

Nel frattempo la classe politica attestata in Parlamento (di centro-destra e di centro-sinistra) non riesce a staccarsi da un sistema che consente i vergognosi privilegi di cui gode.
Il progetto costituzionale presentato da Calderoli è insufficiente perché costituisce in buona parte la riesumazione della riforma approvata dal centro-destra nel 2005 e bocciata dagli italiani con referendum nel 2006.

A quanto sembra, “i cattivi ragazzi della finanza internazionale”- come li ha ben definiti Giuseppe Turani in un suo interessante editoriale – dovranno bastonare ulteriormente l’Italia per far rinsavire i nostri politici.

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