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Da 150 anni in difesa del patrimonio storico locale

L’Annale 2024 dell’”Archivio Storico Lombardo” presenta saggi di notevole interesse tra storia e storiografia.

L’Archivio Storico Lombardo (d’ora innanzi “ASL”), il periodico annuale della Società Storica Lombarda, costituisce uno dei punti di riferimento più importanti nel campo delle scienze storiche. 

In attesa dell’annale 2025 ci si sofferma in questa sede su una rapida disamina dell’ultimo volume pubblicato nel dicembre 2024: vi sono raccolti svariati contributi, molti dei quali scritti in occasione del centocinquantesimo anniversario dalla fondazione della Società Storica Lombarda (1873-2023). Gli interventi della prima parte sono centrati in prevalenza sui primi trent’anni di attività del sodalizio fondato da Cesare Cantù. Tra i vari saggi, tutti di notevole interesse perché afferenti ai più svariati campi dell’indagine storica, in questa sede ci si limiterà a recensirne tre.

Maria Luisa Betri, nell’intervento di apertura – “La città che sale”. Milano tra fine Ottocento e primo Novecento – prende in esame i cambiamenti economici e sociali dell’area urbana in un periodo compreso tra le giunte dei moderati, dei radicali e dei socialisti (1861-1920). Grande rilievo è dato al concetto di dualismo, cui l’autrice ricorre più volte per descrivere realtà distinte. Il primo di natura economica: da un lato si assisté all’espansione della grande industria milanese metalmeccanica nel circondario esterno ai bastioni, in particolar modo nel quadrante settentrionale (si pensi agli stabilimenti Pirelli nel 1872 in via Ponte Seveso, vicino alla stazione ferroviaria); dall’altro continuò a sussistere un pulviscolo di opifici, di piccole attività operanti nei cortili delle case ove il lavoro a domicilio si fondava sul largo impiego di manodopera femminile e minorile. Indicativa in proposito la realtà delle “piscinine”, apprendiste adolescenti il cui lavoro fu oggetto di sfruttamento: ragazze impiegate nelle sartorie, nei laboratori delle modiste come addette alle consegne ai clienti.

Luigi Rossi, Una via di Milano nel 1881

A questo dualismo riguardante le attività produttive a carattere manifatturiero, Maria Luisa Betri ne aggiunge un altro di tipo sociale: da una parte una nobiltà e una borghesia in crescita poderosa nelle zone centrali e semicentrali della città, salde nelle loro posizioni di potere; dall’altra i ceti meno abbienti sospinti progressivamente verso le periferie. La Milano degli anni Ottanta del XIX secolo, ingrandita con l’annessione del Comune dei Corpi Santi fino a raggiungere i 321.839 abitanti nel 1881, fu una città in cui vasta era la schiera degli emarginati, dei poveri cui bastava pochissimo per scivolare nella miseria. Era la Milano dei locch, della teppa, degli abissi plebei ben descritta da Paolo Valera e da Ludovico Corio.

Dopo il dramma dei moti popolari del 1898 contro il carovita, repressi duramente dal generale Bava Beccaris, nella Milano del primo Novecento si ebbero lenti miglioramenti nella condizione delle classi disagiate. L’autrice prende in esame gli interventi di carattere sociale e assistenziale realizzati dalle amministrazioni milanesi di sinistra (giunte radicali, liberali-cattoliche, socialiste) nei primi vent’anni del Novecento. 

Al lavoro della storica Betri segue il saggio di Gianmarco Gaspari, L’Archivio Storico Lombardo e il contesto culturale, in cui è descritto molto bene il contesto politico in cui si formarono le deputazioni e le società storiche regionali negli anni immediatamente successivi all’Unità: la loro fondazione fu il mezzo con cui le classi dirigenti locali si opposero all’accentramento, al “piemontesismo”, all’unificazione amministrativa su modello franco-belga con cui il Piemonte aveva esteso le sue leggi ai territori della penisola entrati a far parte del regno sabaudo. Tale accentramento portò alla soppressione degli ordinamenti pre-unitari, molti dei quali erano più avanzati di quelli piemontesi, come ben sapevano Cavour, Farini e Minghetti propugnatori di un diverso tipo di unificazione basato sulle regioni, sulle autonomie e sull’importanza di conservare alcune istituzioni amministrative degli ex Stati regionali. Il fallimento del loro progetto (fatale la morte di Cavour) spianò la strada ai fautori del centralismo amministrativo (Ricasoli in testa): come noto, gli ordinamenti piemontesi furono estesi a tutta Italia con i decreti regi del 1865.

L’Archivio Storico Lombardo fin dall’inizio ebbe l’obiettivo di pubblicare con rigore critico erudito i documenti e le fonti archivistiche affinché gli storici potessero servirsene per i loro studi. Questo fu uno degli obiettivi più importanti fissati da Cesare Cantù, fondatore della Società Storica Lombarda, direttore della stessa e dell’Archivio di Stato di Milano dal 1874 al 1894, sovrintendente degli Archivi della Lombardia per volontà di Quintino Sella. L’idea era di pubblicare un “Giornale” – così era definito l’Archivio Storico Lombardo – in cui gli studiosi potessero trovare la trascrizione dei documenti originali conservati in Archivio. L’accesso alla fonte nella sua lingua originale era ritenuto fondamentale da Cantù, perché consentiva allo storico di accedere direttamente ad essa, senza mediazioni come traduzioni o sintesi che avrebbero annullato il valore della fonte, falsandone il significato e le valenze storiche ch’esso poteva avere. Scriveva Cantù:

Ed ecco poi che la fonte ha i suoi pregi eterni confrontata al materiale giù elaborato. Anzitutto, essa offre il fatto puro, sì che siamo noi per primi a dover conoscere che cosa se ne possa trarre, mentre l’elaborato ci toglie in precedenza quest’ultimo compito e riproduce il fatto già valorizzato, cioè inscritto in una concatenazione ignota e spesso falsa.

Gli studi di quegli anni di fine Ottocento si concentrarono anche su altre fonti storiche: ad esempio, i dialetti, le poesie e canzoni popolari, le fiabe, un tipo di letteratura diffuso tra il popolo che rispecchiava, assai più delle vite dei grandi uomini illustri, le usanze e i modi di vivere della massa. Occorre ricordare che proprio alla fine del XIX secolo il termine “massa” venne usato in riferimento a una realtà che gli storici andavano studiando nelle sue dinamiche psico-sociali.

Nei primi numeri di ASL gli studi storici riguardarono soprattutto il Medioevo e il Rinascimento, il che non stupisce: l’interesse del pubblico verteva allora per quei periodi in cui la nazione italiana era retta su forme di potere autonome o indipendenti dai potentati stranieri; gli interventi riguardarono in prevalenza la società, la cultura e le istituzioni vigenti all’epoca dei Comuni lombardi e del ducato di Milano sotto i Visconti e gli Sforza. Solo dalla direzione di Francesco Novati (1899-1915) furono pubblicati con maggiore sistematicità lavori storici sull’Età Moderna. Occorre ricordare in proposito il Carteggio di Pietro e Alessandro Verri curato dallo stesso Novati, da Emanuele Greppi e da Alessandro Giulini: senza dubbio una delle fonti più preziose del Settecento milanese, italiano e ed europeo.

Gaspari si sofferma inoltre sul respiro internazionale che gli studi pubblicati in ASL acquisirono in quei trent’anni di fine Ottocento: i contatti con le istituzioni culturali europee dedite a ricerche erudite erano ben presenti ed è significativo in proposito il gemellaggio della Società Storica Lombarda con la “Société d’Histoire de la Suisse Romande” di Losanna, la cui notizia era riportata nell’ultimo fascicolo della prima annata 1874.

Un altro saggio di notevole interesse nell’annuario 2024 è Amedeo Bellini, Luca Beltrami e il rapporto con la storia. L’autore si sofferma sul metodo scientifico seguito dal celebre architetto nei suoi studi di storia dell’arte. Beltrami fu notevolmente influenzato dalla corrente positivista allora dominante nel campo degli studi storici; riteneva che gli stili architettonici fossero influenzati dalla cultura artistica dei tempi cui appartenevano: l’originalità dell’artista era a suo giudizio pochissima cosa rispetto alla tradizione culturale dei luoghi. In un saggio del 1887 sulla facciata del Duomo, Beltrami così descriveva il suo pensiero:

Luca Beltrami

La selezione naturale è particolarmente basata su quel principio di concorrenza vitale che Darwin, con frase evidente, definì: la lotta per l’esistenza. Ebbene ogni forma architettonica è soggetta a questa legge: non è libera fantasia dell’uomo che ne governa le modificazioni, sibbene le esigenze dell’ambiente in cui queste forme si svolgono. […] L’intervento diretto della mente umana è secondario, si riduce a prendere atto delle trasformazioni che subisce la forma per improntarle del soffio dell’arte. 

La funzione della storia aveva per l’autore uno scopo didattico: il restauro dell’opera architettonica, la conservazione dei monumenti, la loro cura e salvaguardia dovevano obbedire a uno scopo culturale e politico nel senso più alto del termine: era importante che i cittadini – e il pubblico più in generale – fossero posti nelle condizioni di comprendere il lento stratificarsi dei processi storici che avevano determinato il formarsi di una comunità, di capire i rapporti di causa/effetto dal cui esito discendeva la fisionomia di una città.

Professore all’Accademia di Brera dal 1880, membro della Società Storica Lombarda dal 1890, Beltrami prese in esame la storia del Castello Sforzesco e avversò strenuamente il progetto urbanistico della Giunta Belinzaghi che puntava alla demolizione del fortilizio per costruire una vasta area residenziale. La sua posizione su questo tema ebbe l’effetto di sensibilizzare la classe dirigente più illuminata, guadagnando il sostegno dell’opinione pubblica milanese. Grazie ad essa Beltrami riuscì a fermare quel progetto.

Varrà la pena ricordare che molti anni dopo egli sarebbe tornato a prendere posizione contro i piani di un’altra amministrazione – questa volta fascista – decisa a realizzare cambiamenti altrettanto radicali nel tessuto urbanistico.

Copertura del Naviglio in via Senato

Beltrami si oppose alla chiusura del Naviglio in centro città, un’opera realizzata dal podestà Giuseppe De Capitani d’Arzago nel 1929/30; la sua battaglia per la conservazione del Naviglio – una infrastruttura che era stata fondamentale per lo sviluppo economico di Milano – lo vide in una posizione isolata, condivisa da una ristretta minoranza: il suo intervento fu inascoltato.  Scriveva Beltrami in un articolo dal titolo La mostra del Naviglio e la Conca di Leonardo pubblicato su “Il Marzocco”; XXXIV, n.21, 26 maggio 1929:

Così, fra la pubblica indifferenza, si sta compiendo un’opera [la copertura del Naviglio] destinata a modificare il tradizionale aspetto estetico e storico di una larga zona della città; vedremo gradatamente ridotta la visione di quel poco di verde che ancora rimane nell’ambito delle vecchie mura, e non lontano ci sembra il giorno in cui l’unico albero superstite del recinto di Azzone Visconti sarà considerato una rarità, una specie di albero sacro nella città dei giardini e degli ariosi cortili e porticati, quale vide Stendhal, ora di cemento ed a pavimentazione granitica, come la può trovare un pronipote del “milanese” Beyle.

Il cuore pulsante di Milano

Un libro ripercorre la storia della città ambrosiana dalle origini fino ai tempi presenti, individuandone i tratti peculiari e le costanti nel tempo.

Negli ultimi anni la formula “modello Milano” viene costantemente ripetuta da politici, esponenti della classe dirigente e da imprenditori per descrivere un tipo di convivenza civile – quella milanese – che mette al centro la solidarietà e l’operosità dei suoi membri, i quali lavorano al servizio della comunità facendo ciascuno la sua parte. E’ un termine spesso abusato, che trova però un suo fondamento storico: nel corso dei secoli, dalla tarda antichità al Medioevo, dall’Età Moderna ad oggi, la città di Ambrogio ha saputo crescere e progredire grazie alla capacità dei milanesi di rispondere concretamente alle sfide dei tempi: le fratture e le violente divisioni interne – che pure vi furono tra le diverse comunità e famiglie – vennero di volta in volta ricomposte in nome del bene comune. In particolar modo a partire dal Medioevo, la società milanese nelle sue articolazioni cetuali riuscì a intessere con i reggitori del potere un dialogo costruttivo per la tutela dei suoi interessi economici e politici.

“The Milan’s Heart. Identity and History of a European Metropolis”, edited by Danilo Zardin, Milano, Scalpendi editore, 2019, pp.207, 15 euro.

Questa caratteristica di lungo periodo nella storia di Milano è al centro del bel libro The Milan’s heart. Identity and history of a European metropolis (Scalpendi Editore, Milano 2019, 207 p.): si tratta della nuova edizione in inglese, corredata da un elegante apparato di immagini, di un volume curato dal professor Danilo Zardin nel 2012 avente per titolo Il Cuore di Milano. Identità e storia di una “capitale morale” (Rizzoli editore). Vi sono raccolti saggi di storici che hanno posto al centro della loro analisi scientifica il ruolo di Milano nella civiltà europea e i tratti distintivi della sua costituzione interna.

Quali sono gli elementi di lunga durata che caratterizzano il senso di appartenenza alla comunità milanese? In primo luogo, il civismo e una operosa solidarietà, la capacità di accettare il diverso raccogliendo le sfide dei tempi per un modello innovativo di convivenza. Questo avvenne ad esempio nella Milano capitale dell’Impero Romano d’Occidente, quando nel 313 d.C. l’imperatore Costantino vi pubblicò il celebre editto di tolleranza che consentiva ai cattolici di praticare liberamente il loro culto non diversamente da quanto i Romani avevano permesso fino a quel momento alle altre confessioni religiose. Nasce qui la prima forma di quel “modello Milano” cui si è fatto cenno poco sopra, esempio di convivenza tra diversi che si rispettano, vivono e lavorano nell’obbedienza alle leggi.

Agostino Comerio, “Ritratto dell’imperatrice Maria Teresa di Asburgo”, 1834, Milano, Biblioteca Nazionale Braidense, Salone Maria Teresa.

Un secondo tratto distintivo di Milano risiede nel suo spirito riformatore, nella capacità di aprirsi al nuovo, di adattare le istituzioni e le politiche di governo ai bisogni della società. Un caso per certi versi emblematico è costituito dal riformismo settecentesco che svecchiò l’amministrazione del Ducato di Milano avvicinandola a quella di uno Stato moderno. In effetti, come ha dimostrato Carlo Capra, in Lombardia le riforme absburgiche furono portate avanti per volontà dei governanti austriaci (l’imperatrice Maria Teresa di Asburgo, l’imperatore Giuseppe II) e videro l’attivo coinvolgimento di funzionari provenienti da altri territori della monarchia (basti pensare al cancelliere di Stato, il viennese di origini morave Anton Wenzel von Kaunitz Rittberg, al trentino Carlo Giuseppe di Firmian, all’istriano Gian Rinaldo Carli, al toscano Pompeo Neri); non va tuttavia sottovalutato il contributo di un patriziato milanese aperto al nuovo, tra i cui esponenti più noti val la pena ricordare Cesare Beccaria e Pietro Verri: dapprima quali intellettuali attivi nel celebre periodico “Il Caffè”, poi nel ruolo di funzionari pubblici al servizio della monarchia austriaca, essi parteciparono attivamente all’attuazione delle riforme illuminate nei campi della giustizia, dell’economia, dell’agricoltura, del commercio. Le riforme del Settecento illuminato in Lombardia (ricordiamo ad esempio quella sull’autoamministrazione delle comunità locali del 1755 o del catasto particellare del 1760), costituirono il primo stadio di un rinnovamento istituzionale che toccherà il vertice negli anni della Repubblica Italiana e del Regno italico (1802-1814), quando il governo napoleonico avrebbe contribuito in modo decisivo a rinnovare le strutture della società. Le riforme absburgiche e napoleoniche fecero di Milano un vero e proprio laboratorio della modernità e questo nonostante le resistenze conservatrici che pure vi furono.

Filippo Abbiati, Solenne ingresso di San Carlo Borromeo a Milano, 1670-1680, Milano, Duomo.

Un altro esempio di riformismo autenticamente milanese riguarda il governo della chiesa ambrosiana. Esso è costituito dall’azione incisiva dell’arcivescovo di Milano, Carlo Borromeo, il quale negli anni del suo ministero al vertice della curia milanese (1564-1584) fece della diocesi un territorio all’avanguardia nell’applicazione rigorosa dei canoni della Riforma Cattolica fissati dal Concilio di Trento. Il riformismo borromaico si radicò in profondità: le articolazioni cetuali della società milanese furono informate allo spirito di una devotio vissuta con appassionato fervore. Il coinvolgimento del fitto tessuto delle confraternite laicali, la fondazione di seminari e collegi per la formazione del clero, le Scuole della Dottrina Cristiana per l’educazione dei giovani, la pubblicazione di opuscoli e libri in italiano per aiutare i laici ad affrontare le difficoltà della vita orientando le opere allo spirito cristiano, furono interventi che segnarono profondamente l’identità milanese. A tal proposito, facendo stampare in italiano catechismi, testi contenenti istruzioni morali, libri spirituali e pedagogici per ciascun ordine o categoria della società (militari, padri e madri di famiglia, capi di bottega), il Borromeo diede un contributo di primo piano alla diffusione dell’alfabetismo in Lombardia già alla fine del XVI secolo. Questo riformismo ambrosiano venne continuato, con accenti e strategie diverse, dal nipote Federico Borromeo (arcivescovo dal 1595 al 1631) e dal successore di questi, il cardinale Cesare Monti (1631-1650). Come ha messo in evidenza il professor Danilo Zardin nel saggio Da Carlo a Federico Borromeo: alle origini di una nuova identità “ambrosiana” (nella edizione inglese From Carlo to Federico Borromeo: at the Origins of a new “ambrosian identity”, pp.95-102), alla battagliera opera di San Carlo per un riforma della società che lo portò a scontrarsi in più occasioni con le istituzioni civili del Ducato di Milano, i due presuli sostituirono una più prudente azione pastorale che puntò soprattutto a rafforzare le istituzioni culturali nella diocesi per una discreta ma non meno profonda formazione degli spiriti: basti pensare alla Biblioteca Ambrosiana aperta dal cardinal Federico nel 1609 per chiunque avesse desiderato leggere ed istruirsi.

Purtroppo non è possibile soffermarsi sui tanti temi che sono affrontati in questo libro. Avviandomi alla conclusione, credo che un terzo tratto distintivo di Milano risieda nella sua natura internazionale, nell’apertura al mondo, al diverso. La città ambrosiana è infatti una metropoli profondamente europea per stili di vita, costumi, economia, cultura. Credo che la naturale disposizione a vivere e operare entrando in stretta relazione con ambienti internazionali vada ricercata – come notò acutamente Giorgio Rumi in un interessante saggio del 1993 (G. Rumi, Milano e l’Europa in AA.VV., Ottocento romantico e civile. Studi in memoria di Ettore Passerin d’Entrèves. Milano, Vita e Pensiero 1993, pp.343-350) – nei secoli in cui il Ducato di Milano venne incorporato entro la sfera di governo di poteri pubblici plurinazionali: la monarchia absburgica spagnola dalla metà del XVI secolo al 1706, i domini degli Asburgo di Vienna dal 1706 al 1796. In questi vasti imperi, composti da territori con tradizioni giuridico amministrative assai diverse, i milanesi riuscirono per secoli a tutelare i loro interessi economici e politici grazie alla distanza che li separava dai centri di potere entro il cui dominio pure si trovavano. Persa l’indipendenza politica nel 1499, il Ducato di Milano ebbe riconosciute dai Francesi , dagli Asburgo di Spagna e per buona parte del Settecento anche dagli Asburgo di Vienna le sue storiche autonomie giuridico-amministrative risalenti al periodo visconteo-sforzesco. I milanesi dovettero però accettare la sovranità di monarchi le cui corti si trovavano oltralpe, assai distanti dall’Italia cisalpina. Eppure non sembra azzardato ritenere che la natura internazionale di Milano – già presente nell’Età antica e nel Medioevo – si sia rafforzata ancor più in questo periodo, quando i milanesi furono obbligati a confrontarsi con burocrazie europee (spagnola prima, austriaca poi) in un dialogo costruttivo con i sovrani absburgici: questo permise loro di intervenire negli organi consiliari (a Madrid come a Vienna), che garantivano la rappresentanza dei diversi territori al centro della monarchia. Di qui un’apertura costante al diverso e un’attitudine a confrontarsi con politiche pubbliche che superavano la sfera regionale, poste com’erano in una dimensione internazionale.