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Un viceré mancato: l’arciduca Ferdinando Massimiliano

Il 6 settembre 1857, pochi mesi dopo la nomina a governatore del regno Lombardo Veneto, Ferdinando Massimiliano, fratello dell’imperatore d’Austria Francesco Giuseppe, fece un solenne ingresso a Milano. L’arciduca fu chiamato a sostituire l’anziano feldmaresciallo Radetzky, che aveva cumulato negli anni precedenti i poteri civili e militari impersonando, tra il 1849 e il 1853, il volto più truce e spietato della dominazione austriaca.

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Ritratto di Ferdinando Massimiliano governatore del regno Lombardo Veneto (1832-1867). Dipinto di E. Heinrich

Massimiliano entrò in città accompagnato dalla moglie Carlotta di Sassonia Coburgo Saalfeld. I due sposi erano giovanissimi: l’arciduca aveva solo venticinque anni, la moglie diciassette. Il clima che si respirava in città non era tale da suscitare entusiasmi. La repressione militare di Radetzky seguita alla rivoluzione del 1848 era rimasta nella coscienza di molti come il duro segno dell’oppressione.

La nomina di Massimiliano a governatore fu l’estremo tentativo compiuto dall’Austria per ristabilire un dialogo con la società lombarda. Per la verità altri provvedimenti erano stati emanati negli anni precedenti per rasserenare il clima nel rapporto con i sudditi italiani. Varrà la pena ricordare la ricostituzione nel dicembre 1856 delle congregazioni centrali di Milano e Venezia: organi collegiali di rappresentanza a carattere per lo più consultivo che, previsti dall’ordinamento lombardo veneto fin dal 1815, erano stati aboliti dopo il 1848. Un’altra misura adottata dal governo imperiale nel segno della pacificazione era stata la cessazione dello stato d’assedio che Radetzky aveva introdotto durante la repressione militare: a partire dal primo maggio 1854 si era deciso il ripristino dei codici ordinari in sostituzione del giudizio statario (militare). Altri provvedimenti avevano avuto l’effetto di limitare il governo dell’anziano maresciallo. A confermare una netta svolta nella politica dell’Austria verso il Lombardo Veneto era stato inoltre l’annullamento del sequestro dei beni appartenenti ai patrioti italiani emigrati in Piemonte, sequestro che era stato deciso da Radetzky nel 1853 e aveva suscitato grande scalpore nell’opinione pubblica internazionale.

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Carlotta Maria Clementina Amalia, moglie di Ferdinando Massimiliano e figlia di Leopoldo I del Belgio (1840-1927)

Si capisce quindi come l’arrivo di Massimiliano nella città del Duomo fosse accolto con cauta benevolenza. La missione affidata all’arciduca dal governo di Vienna consisteva nel favorire il ristabilimento di quel clima di simpatia verso le istituzioni imperiali che la dura amministrazione della cricca militare aveva dissolto negli anni precedenti. Il governatore, che rilevava da Radetzky le sole funzioni civili mentre quelle militari restavano al generale ungherese Ferencz Gyulai, ebbe successo per un certo periodo. Le sale del palazzo reale di Milano e della Villa Reale di Monza furono aperte alle élites della società lombardo veneta senza distinzioni di sangue. Massimiliano chiamò inoltre a collaborare con le autorità esponenti della borghesia intellettuale che avevano partecipato alla stagione rivoluzionaria del ’48 o erano noti per il loro liberalismo. Allo storico e letterato Cesare Cantù, che dopo l’Unità sarebbe divenuto il primo direttore dell’Archivio di Stato di Milano, affidò la stesura di un ambizioso progetto di riforma degli studi commisurato alla realtà italiana, volto a ridurre gli elementi di germanizzazione allora esistenti nei programmi educativi. Valentino Pasini, uno degli uomini più rappresentativi della Venezia insorta nel 1848-49, fu chiamato ad elaborare uno studio sulle finanze lombardo venete; a Stefano Jacini, esponente della corrente lombarda liberal moderata, fu dato incarico di studiare la situazione in cui versava la Vatellina perché il governo austriaco potesse adottare provvedimenti adeguati onde risollevare l’economia di quel territorio. Seguirono provvedimenti importanti che portarono al potenziamento delle Accademie di Belle Arti  di Milano e Venezia; entrò in vigore una riforma dei medici condotti che permise un miglioramento delle condizioni in cui erano chiamati ad operare.

Nel breve periodo in cui fu governatore del Lombardo Veneto (aprile 1857-aprile 1859) Massimiliano però si spinse oltre e, violando le istruzioni ricevute dal fratello, elaborò un progetto di riforma costituzionale che avrebbe garantito al regno un’autonomia amministrativa fino ad allora sconosciuta. L’arciduca ambiva a divenire viceré di uno Stato il cui governo avesse poteri incisivi. Si trattava di un piano che si poneva verosimilmente all’interno di una riforma federale che Massimiliano caldeggiava per la monarchia austriaca nel suo complesso, ove gli Asburgo avrebbe potuto regnare lasciando alle comunità larghe autonomie territoriali. In tal modo l’arciduca contava di recuperare il consenso dei sudditi lombardo veneti, guadagnando all’Austria un sostegno nell’opinione pubblica che fino a quel momento era impensabile.

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L’imperatore d’Austria Francesco Giuseppe (1830-1916) in un ritratto risalente al 1850.

Le speranze di Massimiliano andarono deluse. I suoi progetti furono respinti dall’imperatore Francesco Giuseppe, che restava legato a un modello di Stato assolutista e accentratore che riscuoteva larghi consensi nella corte di Vienna. L’arciduca si vide rifiutare dal fratello anche i poteri militari nel Lombardo Veneto, poteri di cui invece era stato investito il suo predecessore Radetzky. In una lettera del 26 dicembre 1858, ove era facile intuire un acceso confronto tra i due, Francesco Giuseppe scriveva al fratello:

Non posso esigere che tu sia d’accordo su tutto ciò che decido, ma devo essere sicuro che ciò che ho deciso venga eseguito con zelo, e che l’opposizione che tale decisione può suscitare non sia incoraggiata dalla credenza che tu pure non sei d’accordo colla direttiva mia. Ciò non esclude naturalmente il tuo diritto di farmi delle obiezioni su quel che non ti sembra atto allo scopo a cui si mira…

L’arciduca fece ritorno in Lombardia consapevole del fallimento del suo ambizioso programma riformatore. In realtà dietro la sconfitta di Massimiliano c’era la sconfitta politica dell’Austria, che nel Lombardo Veneto perdeva irrimediabilmente il sostegno di settori importanti della società. L’altra sconfitta, quella militare, sarebbe giunta di lì a poco nella seconda guerra d’indipendenza (maggio-luglio 1859).

Il Piemonte, ove il governo di Cavour aveva promosso in quegli stessi anni un imponente sviluppo economico, costituiva l’unica alternativa credibile per i liberali delusi dall’Austria. Il fallimento della politica di Massimiliano spianò la strada al programma nazionale del Piemonte sabaudo.

“A comodo e ornamento” di Milano: la Galleria De Cristoforis

Nella prima metà dell’Ottocento le gallerie coperte, caratterizzate da eleganti soffitti in vetro, divennero frequenti in molte città europee. Erano passaggi che collegavano almeno due vie, al cui interno si affacciavano negozi, ristoranti, caffè, hotel. Milano, come ricorderò fra poco, non mancò di brillare con un’opera architettonica oggi purtroppo scomparsa.

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Burlington Arcade a Londra in una stampa ottocentesca

La prima galleria in vetro ad essere costruita fu la Burlington Arcade di Londra, opera dell’architetto Samuel Ware, tuttora esistente tra Piccadilly e Burlington Gardens, non molto distante da Buckingham Palace e Piccadilly Circus. Si tratta di un passaggio coperto che aprì al pubblico nel 1819 per iniziativa di Lord George Cavendish che aveva ereditato i terreni e le case della zona. Costruita per la vendita di gioielli e articoli esclusivi afferenti alla moda, la galleria è lunga 161 metri. In origine era costituita da 72 negozi distribuiti in due piani.

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Galierie Vivienne a Parigi

Pochi anni dopo, nel 1823, l’architetto Francois Jean Delannoy ricevette l’incarico di costruire una galleria vetrata nel centro di Parigi, a pochi passi dalla Borsa, dal Palazzo Reale e dai Grand Boulevards. Anche qui la finalità risiedeva essenzialmente nell’offrire alla nobiltà e alla ricca borghesia cittadina un punto esclusivo di ritrovo su cui si affacciassero negozi, ristoranti e i caffè più esclusivi. Anche questa galleria esiste ancora oggi. Gli ingressi sono da rue des Petit-Champs, rue de la Banque e rue Vivienne. La Galerie Marchoux, denominata poi Vivienne, è lunga 176 metri e larga appena tre.

La prima galleria coperta costruita a Milano, la Galleria De Cristoforis, presentava nella sua struttura alcune caratteristiche presenti nei casi appena richiamati; fu aperta nel 1832 su iniziativa dei fratelli Giovanni Battista e Vitaliano De Cristoforis che, acquistate le case poste tra gli isolati dell’ultimo tratto della corsia dei Servi (oggi corso Vittorio Emanuele II) e di via Monte Napoleone, intendevano donare alla città un monumento – come recitava l’iscrizione posta in uno dei tre ingressi – “a comodo ed ornamento della patria”. I lavori, affidati all’architetto Andrea Pizzala, furono condotti da 450 operai che li portarono a compimento entro l’anno. La galleria somigliava alla Galerie Vivienne di Parigi: lunga 110,67 metri, larga poco più di 4, aveva un ingresso da corsia dei Servi ove il passaggio si allungava in un lungo rettilineo fino a dividersi in due bracci: a sinistra verso via San Pietro all’Orto, a destra verso via Monte Napoleone. Come la londinese Burlington Arcade, anche la Galleria De Cristoforis ospitava una settantina di negozi.

L’estensore di una guida di Milano pubblicata nel 1838 informava i turisti che nella Galleria si trovavano un caffè, un lussuoso albergo, trenta appartamenti, alcuni spazi espositivi di porcellane e bronzi dorati:

DeCristoforis4Fu di recente eretta la Galleria e Cristoforis e porta il nome di una benemerita famiglia milanese, che distinta già nelle lettere e nelle scienze aggiunse con questo edificio nuovo lustro a Milano…settanta botteghe ed altrettanti magazzini superiori compongono la galleria oltre una spaziosa bottega da caffè al punto centrico dei bracci. Rimarchevoli sono i depositi delle porcellane lombarde del nobile Tinelli, e dei bronzi dorati di Aubry e Ronchi. Il fabbricato interno unito alla galleria comprende circa trenta appartamenti oltre il nuovo albergo Elvetico che gareggia nel lusso cogli altri primari, ma di fresca data, non ha ancora quella rinomanza che giustamente merita. [Guida di Milano in otto passeggiate, 1838. Nuova edizione Milano, Il Polifilo, 2005, pp.27-28].

La “spaziosa bottega” menzionata nella guida era il caffè del signor Teodoro Gottardi, la cui proprietà sarebbe passata alla metà dell’Ottocento a Baldassarre Gnocchi. In un album dal titolo Milano illustrata, risalente al 1850, il caffè Gnocchi era così descritto:

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Il Caffé Gnocchi in Galleria De Cristoforis in una stampa ottocentesca

Taluni siedono su gli scranni dell’elegante caffè che si affaccia di prospetto alla Galleria ed abbraccia tutte le sale dell’ala che mette alla contrada del Monte. Un tempo questo caffè era quasi deserto; ma ora mercé l’ottimo e decoroso servigio che somministra il Gnocchi, fa sì che da alcuni anni vedesi assai frequentato…le sale del caffè sono bene addobbate…qui crocchi di vecchi che parlano d’affari e d’antiche reminiscenze, là giovani che discorrono di novità, di avventure galanti, di matrimoni,di teatri, di cantanti, di ballerine…

Al Caffè Gnocchi si ritrovarono, negli anni immediatamente successivi all’Unità d’Italia, i poeti del celebre sodalizio letterario della Scapigliatura: Emilio Praga, Eugenio Bermani, Luigi Conconi, Iginio Ugo Tarchetti.

Nei cento anni della sua esistenza (la galleria venne demolita negli anni Trenta del XIX secolo), molti negozi aprirono in questo elegante e riservato salottino milanese. Varrà la pena ricordare la profumeria Dunant, che attirava i visitatori con un’abile disposizione di specchi tesi a produrre riflessi bizzarri. Inoltre, tra la fine dell’Ottocento e il primo Novecento, nella galleria aprì la famosa libreria fondata da Ulrico Hoepli. A quell’epoca c’era anche un cinematografo, il Volta.

Cesare Cantù
Cesare Cantù (1804-1895)

Tornando alle origini della galleria De Cristoforis, occorre tener presente che la sua posizione, vicino a piazza San Babila, suscitò alcune perplessità nei contemporanei. Alcuni ritenevano opportuno costruire una galleria in posizione più centrale. Nei volumi Milano e il suo territorio pubblicati nel 1844 in occasione del congresso degli scienziati italiani, il celebre storico Cesare Cantù riteneva ad esempio che un passaggio coperto tra piazza del Duomo, via Santa Margherita e piazza San Fedele avrebbe attirato un maggior numero di visitatori rispetto alla galleria De Cristoforis, che appariva troppo defilata. Cantù espresse comunque i suoi apprezzamenti verso la nuova opera, simbolo di una Milano ricca e intraprendente:

Capitali, industria, coraggio sono tre elementi della prosperità materiale di un paese: e tutt’e tre potrebbero dirsi simboleggiati nella Galleria De Cristoforis, primo di tal genere in Italia, che una privata famiglia osò intraprendere a comodo ed ornamento della patria…

Avrebbe incontrato miglior fortuna se si fosse potuto collocare allato al Duomo, sicché mettesse in Santa Margherita con un braccio, coll’altro a San Fedele; ma la scelta dei luoghi non è sempre in arbitrio deg’intraprenditori, come la destinazione delle fabbriche fa dagli architetti sagrificar parte del bello.

Esternamente presentasi come un’ampia casa a tre piani, colla facciata adorna di stipiti marmorei, e di ferro fuso sì i fregi che il parapetto dei terrazzini, tre porte introducono ad un vestibolo quadrilungo, adornato dalle statue di Marco Polo, Flavio Gioia, Colombo e Vespucci, lavoro di Puttinati. Ne parte la via vetriata…che all’estremo dilatasi in un atrio ottagono, di fronte al quale s’apre un ben inteso caffè.

Ventitre anni dopo, il 15 settembre 1867, veniva inaugurata la Galleria Vittorio Emanuele II tra piazza Duomo e piazza della Scala: non era propriamente l’idea del Cantù ma l’opera architettonica, a pochi passi dalle vie che  aveva suggerito, sarebbe stata destinata a miglior fortuna. In breve tempo i negozi più esclusivi fecero a gara per stabilirsi nella nuova galleria mentre la vecchia decadeva lentamente ma inesorabilmente. E’ significativo che la guida in francese del 1906, pubblicata dal Comune per i turisti stranieri che accorrevano a Milano per l’Esposizione internazionale di quell’anno, dedicasse largo spazio alla nuova opera architettonica mentre era assente qualsiasi riferimento alla galleria De Cristoforis.

La nuova Galleria si discostava sensibilmente dalla sua “progenitrice” per le dimensioni imponenti della struttura, il cui stile obbediva a una finalità educativa tesa ad esaltare gli ideali politici dello Stato nazionale monarchico costituito nel 1861.  Questo sarà argomento per un altro articolo del Monitore.

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Il Freyung Passage a Vienna

Più semplice e dimesso, legato ai fini commerciali di una borghesia lombarda sensibile al decoro pubblico, era stato per converso lo spirito informatore con cui i fratelli De Cristoforis avevano costruito la loro galleria trent’anni prima. Un’opera che divenne in breve tempo uno degli esempi più significativi di passaggi coperti. Essa continuò ad influenzare in modi diversi l’architettura europea del XIX secolo: dalle Galeries Royales Saint Hubert di Bruxelles (1846) al Passage sulla Nevsky Prospekt di San Pietroburgo (1848). Occorre ricordare infine il Freyung Passage di Vienna, costruito nel 1860.