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Da 150 anni in difesa del patrimonio storico locale

L’Annale 2024 dell’”Archivio Storico Lombardo” presenta saggi di notevole interesse tra storia e storiografia.

L’Archivio Storico Lombardo (d’ora innanzi “ASL”), il periodico annuale della Società Storica Lombarda, costituisce uno dei punti di riferimento più importanti nel campo delle scienze storiche. 

In attesa dell’annale 2025 ci si sofferma in questa sede su una rapida disamina dell’ultimo volume pubblicato nel dicembre 2024: vi sono raccolti svariati contributi, molti dei quali scritti in occasione del centocinquantesimo anniversario dalla fondazione della Società Storica Lombarda (1873-2023). Gli interventi della prima parte sono centrati in prevalenza sui primi trent’anni di attività del sodalizio fondato da Cesare Cantù. Tra i vari saggi, tutti di notevole interesse perché afferenti ai più svariati campi dell’indagine storica, in questa sede ci si limiterà a recensirne tre.

Maria Luisa Betri, nell’intervento di apertura – “La città che sale”. Milano tra fine Ottocento e primo Novecento – prende in esame i cambiamenti economici e sociali dell’area urbana in un periodo compreso tra le giunte dei moderati, dei radicali e dei socialisti (1861-1920). Grande rilievo è dato al concetto di dualismo, cui l’autrice ricorre più volte per descrivere realtà distinte. Il primo di natura economica: da un lato si assisté all’espansione della grande industria milanese metalmeccanica nel circondario esterno ai bastioni, in particolar modo nel quadrante settentrionale (si pensi agli stabilimenti Pirelli nel 1872 in via Ponte Seveso, vicino alla stazione ferroviaria); dall’altro continuò a sussistere un pulviscolo di opifici, di piccole attività operanti nei cortili delle case ove il lavoro a domicilio si fondava sul largo impiego di manodopera femminile e minorile. Indicativa in proposito la realtà delle “piscinine”, apprendiste adolescenti il cui lavoro fu oggetto di sfruttamento: ragazze impiegate nelle sartorie, nei laboratori delle modiste come addette alle consegne ai clienti.

Luigi Rossi, Una via di Milano nel 1881

A questo dualismo riguardante le attività produttive a carattere manifatturiero, Maria Luisa Betri ne aggiunge un altro di tipo sociale: da una parte una nobiltà e una borghesia in crescita poderosa nelle zone centrali e semicentrali della città, salde nelle loro posizioni di potere; dall’altra i ceti meno abbienti sospinti progressivamente verso le periferie. La Milano degli anni Ottanta del XIX secolo, ingrandita con l’annessione del Comune dei Corpi Santi fino a raggiungere i 321.839 abitanti nel 1881, fu una città in cui vasta era la schiera degli emarginati, dei poveri cui bastava pochissimo per scivolare nella miseria. Era la Milano dei locch, della teppa, degli abissi plebei ben descritta da Paolo Valera e da Ludovico Corio.

Dopo il dramma dei moti popolari del 1898 contro il carovita, repressi duramente dal generale Bava Beccaris, nella Milano del primo Novecento si ebbero lenti miglioramenti nella condizione delle classi disagiate. L’autrice prende in esame gli interventi di carattere sociale e assistenziale realizzati dalle amministrazioni milanesi di sinistra (giunte radicali, liberali-cattoliche, socialiste) nei primi vent’anni del Novecento. 

Al lavoro della storica Betri segue il saggio di Gianmarco Gaspari, L’Archivio Storico Lombardo e il contesto culturale, in cui è descritto molto bene il contesto politico in cui si formarono le deputazioni e le società storiche regionali negli anni immediatamente successivi all’Unità: la loro fondazione fu il mezzo con cui le classi dirigenti locali si opposero all’accentramento, al “piemontesismo”, all’unificazione amministrativa su modello franco-belga con cui il Piemonte aveva esteso le sue leggi ai territori della penisola entrati a far parte del regno sabaudo. Tale accentramento portò alla soppressione degli ordinamenti pre-unitari, molti dei quali erano più avanzati di quelli piemontesi, come ben sapevano Cavour, Farini e Minghetti propugnatori di un diverso tipo di unificazione basato sulle regioni, sulle autonomie e sull’importanza di conservare alcune istituzioni amministrative degli ex Stati regionali. Il fallimento del loro progetto (fatale la morte di Cavour) spianò la strada ai fautori del centralismo amministrativo (Ricasoli in testa): come noto, gli ordinamenti piemontesi furono estesi a tutta Italia con i decreti regi del 1865.

L’Archivio Storico Lombardo fin dall’inizio ebbe l’obiettivo di pubblicare con rigore critico erudito i documenti e le fonti archivistiche affinché gli storici potessero servirsene per i loro studi. Questo fu uno degli obiettivi più importanti fissati da Cesare Cantù, fondatore della Società Storica Lombarda, direttore della stessa e dell’Archivio di Stato di Milano dal 1874 al 1894, sovrintendente degli Archivi della Lombardia per volontà di Quintino Sella. L’idea era di pubblicare un “Giornale” – così era definito l’Archivio Storico Lombardo – in cui gli studiosi potessero trovare la trascrizione dei documenti originali conservati in Archivio. L’accesso alla fonte nella sua lingua originale era ritenuto fondamentale da Cantù, perché consentiva allo storico di accedere direttamente ad essa, senza mediazioni come traduzioni o sintesi che avrebbero annullato il valore della fonte, falsandone il significato e le valenze storiche ch’esso poteva avere. Scriveva Cantù:

Ed ecco poi che la fonte ha i suoi pregi eterni confrontata al materiale giù elaborato. Anzitutto, essa offre il fatto puro, sì che siamo noi per primi a dover conoscere che cosa se ne possa trarre, mentre l’elaborato ci toglie in precedenza quest’ultimo compito e riproduce il fatto già valorizzato, cioè inscritto in una concatenazione ignota e spesso falsa.

Gli studi di quegli anni di fine Ottocento si concentrarono anche su altre fonti storiche: ad esempio, i dialetti, le poesie e canzoni popolari, le fiabe, un tipo di letteratura diffuso tra il popolo che rispecchiava, assai più delle vite dei grandi uomini illustri, le usanze e i modi di vivere della massa. Occorre ricordare che proprio alla fine del XIX secolo il termine “massa” venne usato in riferimento a una realtà che gli storici andavano studiando nelle sue dinamiche psico-sociali.

Nei primi numeri di ASL gli studi storici riguardarono soprattutto il Medioevo e il Rinascimento, il che non stupisce: l’interesse del pubblico verteva allora per quei periodi in cui la nazione italiana era retta su forme di potere autonome o indipendenti dai potentati stranieri; gli interventi riguardarono in prevalenza la società, la cultura e le istituzioni vigenti all’epoca dei Comuni lombardi e del ducato di Milano sotto i Visconti e gli Sforza. Solo dalla direzione di Francesco Novati (1899-1915) furono pubblicati con maggiore sistematicità lavori storici sull’Età Moderna. Occorre ricordare in proposito il Carteggio di Pietro e Alessandro Verri curato dallo stesso Novati, da Emanuele Greppi e da Alessandro Giulini: senza dubbio una delle fonti più preziose del Settecento milanese, italiano e ed europeo.

Gaspari si sofferma inoltre sul respiro internazionale che gli studi pubblicati in ASL acquisirono in quei trent’anni di fine Ottocento: i contatti con le istituzioni culturali europee dedite a ricerche erudite erano ben presenti ed è significativo in proposito il gemellaggio della Società Storica Lombarda con la “Société d’Histoire de la Suisse Romande” di Losanna, la cui notizia era riportata nell’ultimo fascicolo della prima annata 1874.

Un altro saggio di notevole interesse nell’annuario 2024 è Amedeo Bellini, Luca Beltrami e il rapporto con la storia. L’autore si sofferma sul metodo scientifico seguito dal celebre architetto nei suoi studi di storia dell’arte. Beltrami fu notevolmente influenzato dalla corrente positivista allora dominante nel campo degli studi storici; riteneva che gli stili architettonici fossero influenzati dalla cultura artistica dei tempi cui appartenevano: l’originalità dell’artista era a suo giudizio pochissima cosa rispetto alla tradizione culturale dei luoghi. In un saggio del 1887 sulla facciata del Duomo, Beltrami così descriveva il suo pensiero:

Luca Beltrami

La selezione naturale è particolarmente basata su quel principio di concorrenza vitale che Darwin, con frase evidente, definì: la lotta per l’esistenza. Ebbene ogni forma architettonica è soggetta a questa legge: non è libera fantasia dell’uomo che ne governa le modificazioni, sibbene le esigenze dell’ambiente in cui queste forme si svolgono. […] L’intervento diretto della mente umana è secondario, si riduce a prendere atto delle trasformazioni che subisce la forma per improntarle del soffio dell’arte. 

La funzione della storia aveva per l’autore uno scopo didattico: il restauro dell’opera architettonica, la conservazione dei monumenti, la loro cura e salvaguardia dovevano obbedire a uno scopo culturale e politico nel senso più alto del termine: era importante che i cittadini – e il pubblico più in generale – fossero posti nelle condizioni di comprendere il lento stratificarsi dei processi storici che avevano determinato il formarsi di una comunità, di capire i rapporti di causa/effetto dal cui esito discendeva la fisionomia di una città.

Professore all’Accademia di Brera dal 1880, membro della Società Storica Lombarda dal 1890, Beltrami prese in esame la storia del Castello Sforzesco e avversò strenuamente il progetto urbanistico della Giunta Belinzaghi che puntava alla demolizione del fortilizio per costruire una vasta area residenziale. La sua posizione su questo tema ebbe l’effetto di sensibilizzare la classe dirigente più illuminata, guadagnando il sostegno dell’opinione pubblica milanese. Grazie ad essa Beltrami riuscì a fermare quel progetto.

Varrà la pena ricordare che molti anni dopo egli sarebbe tornato a prendere posizione contro i piani di un’altra amministrazione – questa volta fascista – decisa a realizzare cambiamenti altrettanto radicali nel tessuto urbanistico.

Copertura del Naviglio in via Senato

Beltrami si oppose alla chiusura del Naviglio in centro città, un’opera realizzata dal podestà Giuseppe De Capitani d’Arzago nel 1929/30; la sua battaglia per la conservazione del Naviglio – una infrastruttura che era stata fondamentale per lo sviluppo economico di Milano – lo vide in una posizione isolata, condivisa da una ristretta minoranza: il suo intervento fu inascoltato.  Scriveva Beltrami in un articolo dal titolo La mostra del Naviglio e la Conca di Leonardo pubblicato su “Il Marzocco”; XXXIV, n.21, 26 maggio 1929:

Così, fra la pubblica indifferenza, si sta compiendo un’opera [la copertura del Naviglio] destinata a modificare il tradizionale aspetto estetico e storico di una larga zona della città; vedremo gradatamente ridotta la visione di quel poco di verde che ancora rimane nell’ambito delle vecchie mura, e non lontano ci sembra il giorno in cui l’unico albero superstite del recinto di Azzone Visconti sarà considerato una rarità, una specie di albero sacro nella città dei giardini e degli ariosi cortili e porticati, quale vide Stendhal, ora di cemento ed a pavimentazione granitica, come la può trovare un pronipote del “milanese” Beyle.

Un viceré mancato: l’arciduca Ferdinando Massimiliano

Il 6 settembre 1857, pochi mesi dopo la nomina a governatore del regno Lombardo Veneto, Ferdinando Massimiliano, fratello dell’imperatore d’Austria Francesco Giuseppe, fece un solenne ingresso a Milano. L’arciduca fu chiamato a sostituire l’anziano feldmaresciallo Radetzky, che aveva cumulato negli anni precedenti i poteri civili e militari impersonando, tra il 1849 e il 1853, il volto più truce e spietato della dominazione austriaca.

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Ritratto di Ferdinando Massimiliano governatore del regno Lombardo Veneto (1832-1867). Dipinto di E. Heinrich

Massimiliano entrò in città accompagnato dalla moglie Carlotta di Sassonia Coburgo Saalfeld. I due sposi erano giovanissimi: l’arciduca aveva solo venticinque anni, la moglie diciassette. Il clima che si respirava in città non era tale da suscitare entusiasmi. La repressione militare di Radetzky seguita alla rivoluzione del 1848 era rimasta nella coscienza di molti come il duro segno dell’oppressione.

La nomina di Massimiliano a governatore fu l’estremo tentativo compiuto dall’Austria per ristabilire un dialogo con la società lombarda. Per la verità altri provvedimenti erano stati emanati negli anni precedenti per rasserenare il clima nel rapporto con i sudditi italiani. Varrà la pena ricordare la ricostituzione nel dicembre 1856 delle congregazioni centrali di Milano e Venezia: organi collegiali di rappresentanza a carattere per lo più consultivo che, previsti dall’ordinamento lombardo veneto fin dal 1815, erano stati aboliti dopo il 1848. Un’altra misura adottata dal governo imperiale nel segno della pacificazione era stata la cessazione dello stato d’assedio che Radetzky aveva introdotto durante la repressione militare: a partire dal primo maggio 1854 si era deciso il ripristino dei codici ordinari in sostituzione del giudizio statario (militare). Altri provvedimenti avevano avuto l’effetto di limitare il governo dell’anziano maresciallo. A confermare una netta svolta nella politica dell’Austria verso il Lombardo Veneto era stato inoltre l’annullamento del sequestro dei beni appartenenti ai patrioti italiani emigrati in Piemonte, sequestro che era stato deciso da Radetzky nel 1853 e aveva suscitato grande scalpore nell’opinione pubblica internazionale.

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Carlotta Maria Clementina Amalia, moglie di Ferdinando Massimiliano e figlia di Leopoldo I del Belgio (1840-1927)

Si capisce quindi come l’arrivo di Massimiliano nella città del Duomo fosse accolto con cauta benevolenza. La missione affidata all’arciduca dal governo di Vienna consisteva nel favorire il ristabilimento di quel clima di simpatia verso le istituzioni imperiali che la dura amministrazione della cricca militare aveva dissolto negli anni precedenti. Il governatore, che rilevava da Radetzky le sole funzioni civili mentre quelle militari restavano al generale ungherese Ferencz Gyulai, ebbe successo per un certo periodo. Le sale del palazzo reale di Milano e della Villa Reale di Monza furono aperte alle élites della società lombardo veneta senza distinzioni di sangue. Massimiliano chiamò inoltre a collaborare con le autorità esponenti della borghesia intellettuale che avevano partecipato alla stagione rivoluzionaria del ’48 o erano noti per il loro liberalismo. Allo storico e letterato Cesare Cantù, che dopo l’Unità sarebbe divenuto il primo direttore dell’Archivio di Stato di Milano, affidò la stesura di un ambizioso progetto di riforma degli studi commisurato alla realtà italiana, volto a ridurre gli elementi di germanizzazione allora esistenti nei programmi educativi. Valentino Pasini, uno degli uomini più rappresentativi della Venezia insorta nel 1848-49, fu chiamato ad elaborare uno studio sulle finanze lombardo venete; a Stefano Jacini, esponente della corrente lombarda liberal moderata, fu dato incarico di studiare la situazione in cui versava la Vatellina perché il governo austriaco potesse adottare provvedimenti adeguati onde risollevare l’economia di quel territorio. Seguirono provvedimenti importanti che portarono al potenziamento delle Accademie di Belle Arti  di Milano e Venezia; entrò in vigore una riforma dei medici condotti che permise un miglioramento delle condizioni in cui erano chiamati ad operare.

Nel breve periodo in cui fu governatore del Lombardo Veneto (aprile 1857-aprile 1859) Massimiliano però si spinse oltre e, violando le istruzioni ricevute dal fratello, elaborò un progetto di riforma costituzionale che avrebbe garantito al regno un’autonomia amministrativa fino ad allora sconosciuta. L’arciduca ambiva a divenire viceré di uno Stato il cui governo avesse poteri incisivi. Si trattava di un piano che si poneva verosimilmente all’interno di una riforma federale che Massimiliano caldeggiava per la monarchia austriaca nel suo complesso, ove gli Asburgo avrebbe potuto regnare lasciando alle comunità larghe autonomie territoriali. In tal modo l’arciduca contava di recuperare il consenso dei sudditi lombardo veneti, guadagnando all’Austria un sostegno nell’opinione pubblica che fino a quel momento era impensabile.

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L’imperatore d’Austria Francesco Giuseppe (1830-1916) in un ritratto risalente al 1850.

Le speranze di Massimiliano andarono deluse. I suoi progetti furono respinti dall’imperatore Francesco Giuseppe, che restava legato a un modello di Stato assolutista e accentratore che riscuoteva larghi consensi nella corte di Vienna. L’arciduca si vide rifiutare dal fratello anche i poteri militari nel Lombardo Veneto, poteri di cui invece era stato investito il suo predecessore Radetzky. In una lettera del 26 dicembre 1858, ove era facile intuire un acceso confronto tra i due, Francesco Giuseppe scriveva al fratello:

Non posso esigere che tu sia d’accordo su tutto ciò che decido, ma devo essere sicuro che ciò che ho deciso venga eseguito con zelo, e che l’opposizione che tale decisione può suscitare non sia incoraggiata dalla credenza che tu pure non sei d’accordo colla direttiva mia. Ciò non esclude naturalmente il tuo diritto di farmi delle obiezioni su quel che non ti sembra atto allo scopo a cui si mira…

L’arciduca fece ritorno in Lombardia consapevole del fallimento del suo ambizioso programma riformatore. In realtà dietro la sconfitta di Massimiliano c’era la sconfitta politica dell’Austria, che nel Lombardo Veneto perdeva irrimediabilmente il sostegno di settori importanti della società. L’altra sconfitta, quella militare, sarebbe giunta di lì a poco nella seconda guerra d’indipendenza (maggio-luglio 1859).

Il Piemonte, ove il governo di Cavour aveva promosso in quegli stessi anni un imponente sviluppo economico, costituiva l’unica alternativa credibile per i liberali delusi dall’Austria. Il fallimento della politica di Massimiliano spianò la strada al programma nazionale del Piemonte sabaudo.

“A comodo e ornamento” di Milano: la Galleria De Cristoforis

Nella prima metà dell’Ottocento le gallerie coperte, caratterizzate da eleganti soffitti in vetro, divennero frequenti in molte città europee. Erano passaggi che collegavano almeno due vie, al cui interno si affacciavano negozi, ristoranti, caffè, hotel. Milano, come ricorderò fra poco, non mancò di brillare con un’opera architettonica oggi purtroppo scomparsa.

Burlington Arcade
Burlington Arcade a Londra in una stampa ottocentesca

La prima galleria in vetro ad essere costruita fu la Burlington Arcade di Londra, opera dell’architetto Samuel Ware, tuttora esistente tra Piccadilly e Burlington Gardens, non molto distante da Buckingham Palace e Piccadilly Circus. Si tratta di un passaggio coperto che aprì al pubblico nel 1819 per iniziativa di Lord George Cavendish che aveva ereditato i terreni e le case della zona. Costruita per la vendita di gioielli e articoli esclusivi afferenti alla moda, la galleria è lunga 161 metri. In origine era costituita da 72 negozi distribuiti in due piani.

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Galierie Vivienne a Parigi

Pochi anni dopo, nel 1823, l’architetto Francois Jean Delannoy ricevette l’incarico di costruire una galleria vetrata nel centro di Parigi, a pochi passi dalla Borsa, dal Palazzo Reale e dai Grand Boulevards. Anche qui la finalità risiedeva essenzialmente nell’offrire alla nobiltà e alla ricca borghesia cittadina un punto esclusivo di ritrovo su cui si affacciassero negozi, ristoranti e i caffè più esclusivi. Anche questa galleria esiste ancora oggi. Gli ingressi sono da rue des Petit-Champs, rue de la Banque e rue Vivienne. La Galerie Marchoux, denominata poi Vivienne, è lunga 176 metri e larga appena tre.

La prima galleria coperta costruita a Milano, la Galleria De Cristoforis, presentava nella sua struttura alcune caratteristiche presenti nei casi appena richiamati; fu aperta nel 1832 su iniziativa dei fratelli Giovanni Battista e Vitaliano De Cristoforis che, acquistate le case poste tra gli isolati dell’ultimo tratto della corsia dei Servi (oggi corso Vittorio Emanuele II) e di via Monte Napoleone, intendevano donare alla città un monumento – come recitava l’iscrizione posta in uno dei tre ingressi – “a comodo ed ornamento della patria”. I lavori, affidati all’architetto Andrea Pizzala, furono condotti da 450 operai che li portarono a compimento entro l’anno. La galleria somigliava alla Galerie Vivienne di Parigi: lunga 110,67 metri, larga poco più di 4, aveva un ingresso da corsia dei Servi ove il passaggio si allungava in un lungo rettilineo fino a dividersi in due bracci: a sinistra verso via San Pietro all’Orto, a destra verso via Monte Napoleone. Come la londinese Burlington Arcade, anche la Galleria De Cristoforis ospitava una settantina di negozi.

L’estensore di una guida di Milano pubblicata nel 1838 informava i turisti che nella Galleria si trovavano un caffè, un lussuoso albergo, trenta appartamenti, alcuni spazi espositivi di porcellane e bronzi dorati:

DeCristoforis4Fu di recente eretta la Galleria e Cristoforis e porta il nome di una benemerita famiglia milanese, che distinta già nelle lettere e nelle scienze aggiunse con questo edificio nuovo lustro a Milano…settanta botteghe ed altrettanti magazzini superiori compongono la galleria oltre una spaziosa bottega da caffè al punto centrico dei bracci. Rimarchevoli sono i depositi delle porcellane lombarde del nobile Tinelli, e dei bronzi dorati di Aubry e Ronchi. Il fabbricato interno unito alla galleria comprende circa trenta appartamenti oltre il nuovo albergo Elvetico che gareggia nel lusso cogli altri primari, ma di fresca data, non ha ancora quella rinomanza che giustamente merita. [Guida di Milano in otto passeggiate, 1838. Nuova edizione Milano, Il Polifilo, 2005, pp.27-28].

La “spaziosa bottega” menzionata nella guida era il caffè del signor Teodoro Gottardi, la cui proprietà sarebbe passata alla metà dell’Ottocento a Baldassarre Gnocchi. In un album dal titolo Milano illustrata, risalente al 1850, il caffè Gnocchi era così descritto:

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Il Caffé Gnocchi in Galleria De Cristoforis in una stampa ottocentesca

Taluni siedono su gli scranni dell’elegante caffè che si affaccia di prospetto alla Galleria ed abbraccia tutte le sale dell’ala che mette alla contrada del Monte. Un tempo questo caffè era quasi deserto; ma ora mercé l’ottimo e decoroso servigio che somministra il Gnocchi, fa sì che da alcuni anni vedesi assai frequentato…le sale del caffè sono bene addobbate…qui crocchi di vecchi che parlano d’affari e d’antiche reminiscenze, là giovani che discorrono di novità, di avventure galanti, di matrimoni,di teatri, di cantanti, di ballerine…

Al Caffè Gnocchi si ritrovarono, negli anni immediatamente successivi all’Unità d’Italia, i poeti del celebre sodalizio letterario della Scapigliatura: Emilio Praga, Eugenio Bermani, Luigi Conconi, Iginio Ugo Tarchetti.

Nei cento anni della sua esistenza (la galleria venne demolita negli anni Trenta del XIX secolo), molti negozi aprirono in questo elegante e riservato salottino milanese. Varrà la pena ricordare la profumeria Dunant, che attirava i visitatori con un’abile disposizione di specchi tesi a produrre riflessi bizzarri. Inoltre, tra la fine dell’Ottocento e il primo Novecento, nella galleria aprì la famosa libreria fondata da Ulrico Hoepli. A quell’epoca c’era anche un cinematografo, il Volta.

Cesare Cantù
Cesare Cantù (1804-1895)

Tornando alle origini della galleria De Cristoforis, occorre tener presente che la sua posizione, vicino a piazza San Babila, suscitò alcune perplessità nei contemporanei. Alcuni ritenevano opportuno costruire una galleria in posizione più centrale. Nei volumi Milano e il suo territorio pubblicati nel 1844 in occasione del congresso degli scienziati italiani, il celebre storico Cesare Cantù riteneva ad esempio che un passaggio coperto tra piazza del Duomo, via Santa Margherita e piazza San Fedele avrebbe attirato un maggior numero di visitatori rispetto alla galleria De Cristoforis, che appariva troppo defilata. Cantù espresse comunque i suoi apprezzamenti verso la nuova opera, simbolo di una Milano ricca e intraprendente:

Capitali, industria, coraggio sono tre elementi della prosperità materiale di un paese: e tutt’e tre potrebbero dirsi simboleggiati nella Galleria De Cristoforis, primo di tal genere in Italia, che una privata famiglia osò intraprendere a comodo ed ornamento della patria…

Avrebbe incontrato miglior fortuna se si fosse potuto collocare allato al Duomo, sicché mettesse in Santa Margherita con un braccio, coll’altro a San Fedele; ma la scelta dei luoghi non è sempre in arbitrio deg’intraprenditori, come la destinazione delle fabbriche fa dagli architetti sagrificar parte del bello.

Esternamente presentasi come un’ampia casa a tre piani, colla facciata adorna di stipiti marmorei, e di ferro fuso sì i fregi che il parapetto dei terrazzini, tre porte introducono ad un vestibolo quadrilungo, adornato dalle statue di Marco Polo, Flavio Gioia, Colombo e Vespucci, lavoro di Puttinati. Ne parte la via vetriata…che all’estremo dilatasi in un atrio ottagono, di fronte al quale s’apre un ben inteso caffè.

Ventitre anni dopo, il 15 settembre 1867, veniva inaugurata la Galleria Vittorio Emanuele II tra piazza Duomo e piazza della Scala: non era propriamente l’idea del Cantù ma l’opera architettonica, a pochi passi dalle vie che  aveva suggerito, sarebbe stata destinata a miglior fortuna. In breve tempo i negozi più esclusivi fecero a gara per stabilirsi nella nuova galleria mentre la vecchia decadeva lentamente ma inesorabilmente. E’ significativo che la guida in francese del 1906, pubblicata dal Comune per i turisti stranieri che accorrevano a Milano per l’Esposizione internazionale di quell’anno, dedicasse largo spazio alla nuova opera architettonica mentre era assente qualsiasi riferimento alla galleria De Cristoforis.

La nuova Galleria si discostava sensibilmente dalla sua “progenitrice” per le dimensioni imponenti della struttura, il cui stile obbediva a una finalità educativa tesa ad esaltare gli ideali politici dello Stato nazionale monarchico costituito nel 1861.  Questo sarà argomento per un altro articolo del Monitore.

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Il Freyung Passage a Vienna

Più semplice e dimesso, legato ai fini commerciali di una borghesia lombarda sensibile al decoro pubblico, era stato per converso lo spirito informatore con cui i fratelli De Cristoforis avevano costruito la loro galleria trent’anni prima. Un’opera che divenne in breve tempo uno degli esempi più significativi di passaggi coperti. Essa continuò ad influenzare in modi diversi l’architettura europea del XIX secolo: dalle Galeries Royales Saint Hubert di Bruxelles (1846) al Passage sulla Nevsky Prospekt di San Pietroburgo (1848). Occorre ricordare infine il Freyung Passage di Vienna, costruito nel 1860.