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Capire chi siamo: online una Enciclopedia storica

Un’interessante iniziativa avviata dalla Società Storica Lombarda riguarda la compilazione della Enciclopedia delle famiglie lombarde: si tratta di una piattaforma informatica, già in parte accessibile in rete, i cui contenuti saranno accresciuti nei prossimi mesi. L’obiettivo – come ha ricordato Ottavio De Carli in un incontro organizzato il 22 novembre presso l’Archivio di Stato di Milano – è di mettere a disposizione del pubblico uno strumento di conoscenza storica rivolto non solo a specialisti, ma anche a persone appassionate di storia locale che desiderano disporre su Internet di una piattaforma d’immediata consultazione come avviene con Wikipedia; per quanto concerne la qualità dei contenuti disponibili, il modello sarà invece quello delle garzantine: il lavoro è gestito da una commissione scientifica di storici e specialisti: ricordo il direttore Stefano Levati (Università degli Studi di Milano), il coordinatore Ottavio De Carli, Fabrizio Alemani, Saverio Almini, Paolo Galimberti, Gabriele Medolago e Giovanni Necchi della Silva.

L’opera insisterà su un’area territoriale – la Lombardia – di dimensioni regionali o addirittura macroregionali a seconda del significato che si vorrà dare a questo termine: gli storici hanno infatti dimostrato che il nome “Lombardia” non si riferisce soltanto alla Regione attuale, la cui formazione risale alla fine del Settecento e ai primi anni dell’Ottocento. Occorre tener presente anche la “Lombardia storica”, l’antica area geografica ricordata da Montesquieu, estesa alla pianura padana centro-occidentale, comprendente parte del Piemonte, del Veneto e dell’Emilia Romagna. D’altra parte, non sarà fuori luogo ricordare che lo stesso Ducato di Milano in Età Moderna fu esteso fino ai primi del Settecento a territori che oggi fanno parte della Regione Piemonte: è il caso dell’alto e basso novarese, dell’alessandrino o del tortonese.

L’Enciclopedia è dedicata allo studio delle famiglie lombarde dal Medioevo all’età moderna e contemporanea. Ad essere analizzati, sulla base dei documenti conservati negli archivi pubblici e privati, saranno gli stili di vita, le abitudini, i ruoli politico istituzionali rivestiti dalle persone oggetto d’indagine.

Una parte importante di questo lavoro riguarderà le famiglie nobili, il cui studio consentirà di comprendere meglio la società d’antico regime focalizzando l’attenzione sulla vita del tempo, sulle relazioni e sul ruolo pubblico dei matrimoni tra famiglie di pari rango; matrimoni che portavano spesso all’accrescimento del patrimonio immobiliare e finanziario del casato.

Federico Confalonieri
Federico Confalonieri (1785-1846)

La storia delle famiglie nobili lombarde consentirà inoltre di cogliere – meglio di quanto si sia fatto finora – il significato di comportamenti e di istituzioni assai diffuse nell’Europa d’ancien régime; situazioni difficilmente comprensibili al giorno d’oggi nelle loro dinamiche interne. Del tutto emblematica, a tal proposito, la figura del “cavalier servente”. Come ha rilevato lo storico Roberto Bizzocchi nell’incontro citato sopra, un esame del carteggio tra il conte Federico Confalonieri e la moglie Teresa Casati, risalente ai primi anni dell’Ottocento, ha consentito di cogliere la crisi del “matrimonio a tre” tipico della società settecentesca; un matrimonio in cui la figura del “cavalier servente”, scelto dal marito affinché la moglie potesse frequentare i salotti culturali al di fuori delle mura domestiche, svolgeva un ruolo importante. L’amore di Teresa per il marito, evidente nelle lettere che gli scriveva, lasciava trasparire una sfera di affetti già compresa nell’amore romantico di coppia formatosi nel XIX secolo. A Federico, assente da Milano, impegnato in un viaggio politico-diplomatico in Francia e in Gran Bretagna, Teresa scriveva affermando di non voler frequentare i teatri milanesi assieme agli accompagnatori che lui stesso le aveva scelto per la vita in società. La donna sentiva fortemente la mancanza del marito, il che lasciava trasparire un forte legame sentimentale tra i due, un affetto di coppia che tendeva ad essere meno presente nella società aristocratica del Settecento.

Per capire la distanza di un tale legame di natura già romantica rispetto ai formali rapporti di coppia dell’antico regime è utile ricordare il ben più saldo “matrimonio a tre” che caratterizzò la relazione settecentesca tra Laura Cotta, il marito Antonio Greppi e il cavalier servente Stefano Lottinger scelto dal marito per accompagnare la donna in società. Diversamente dai Casati e dai Confalonieri, Greppi apparteneva a una famiglia borghese originaria della bergamasca specializzata nel commercio all’ingrosso di lana e tessuti. L’ascesa sociale della famiglia avvenne a metà Settecento, quando Antonio ricevette dal ministro plenipotenziario della Lombardia austriaca, Gian Luca Pallavicini, l’incarico di gestire con altri soci l’appalto di riscossione delle tasse per conto del governo (la Ferma generale). Arricchitosi considerevolmente grazie all’impegno profuso in questa attività, il Greppi si trasferì a Milano ove acquistò una casa in via Sant’Antonio (sestiere di Porta Romana) che fece ristrutturare e ingrandire perché acquisisse i caratteri di una residenza elegante e fastosa. Negli anni Settanta, grazie ai servigi prestati all’imperatrice Maria Teresa, ottenne la nobilitazione della sua famiglia. Dal matrimonio con Laura Cotta aveva avuto sei figli maschi.

Le lettere della donna al marito, impegnato in alcuni viaggi all’estero, mostravano il rapporto d’interesse e di socialità mondana che la univa al Lottinger, importante funzionario asburgico di origine lorenese che ricoprì uffici di rilievo nella Lombardia austriaca: consigliere del Supremo Consiglio di Economia, membro della Giunta interina incaricata di amministrare le finanze, membro della Camera dei conti, dal 1780 al 1796 fu intendente generale di finanza nella Lombardia austriaca. La frequentazione con il Lottinger consentiva alla nobildonna di avere notizie aggiornate sulla politica del governo asburgico nel settore delle finanze; una messe d’informazioni assai utile al marito per il ruolo che questi, assieme ad altri soci, aveva rivestito per molti anni (dal 1750 al 1770) nella gestione della Ferma e per l’ufficio di consigliere nella Camera dei Conti dal 1770 al 1779.

Un’altra riflessione importante sulla storia delle famiglie lombarde nei secoli dell’Età Medievale e Moderna investe la sfera dei sentimenti tra genitori e figli. L’elevata mortalità infantile unita all’alto tasso di natalità rendeva tenue il legame di affetto dei padri verso i piccoli; un sentimento che tendeva a privilegiare per lo più i maschi primogeniti, sui quali si appuntavano i progetti di discendenza e di trasmissione patrimoniale del casato. Non stupisce a tal proposito, come fa notare ancora Bizzocchi, che nel diario compilato da un nobile lucchese (appartenente alla famiglia Bracci Cambini) la notazione più struggente sia quella riguardante la morte di un figlio di pochi anni, mentre la scomparsa della sorellina sia ricordata in modo quasi anonimo.

L’Enciclopedia sarà anche dedicata allo studio di famiglie borghesi che, soprattutto negli ultimi secoli dell’Età Moderna, hanno contribuito alla crescita culturale ed economica della società lombarda. Le carte conservate negli archivi riguardano non solo uomini, ma anche donne che hanno reso grande Milano in campi di grande attualità quali la moda, il design, l’architettura. Come ha sottolineato la storica Maria Canella, l’opera di valorizzazione di queste “carte politecniche” consentirà di dare voce “a persone che la storiografia ha trascurato finora”.

Un altro terreno d’indagine sarà dedicato alla storia di famiglie i cui membri si distinsero nell’atletica agonistica tra Otto e Novecento.

L’Enciclopedia della Famiglie Lombarde è liberamente accessibile a questo indirizzo.

La Grande Milano dei Promessi Sposi

Il libro di Empio Malara, I paesaggi dei Promessi Sposi. Le bellezze della Grande Milano svelate da Alessandro Manzoni (Chimera Editrice, Milano 2014) costituisce uno studio di grande interesse. L’analisi dei capitoli del romanzo relativi al paesaggio e alla natura è accompagnata da una verifica puntuale degli stessi luoghi quali si presentavano nel primo Seicento (il periodo in cui è ambientata la storia del romanzo) e nel primo Ottocento (gli anni della stesura). Paesaggi e luoghi che Malara prende in esame con l’occhio dello studioso contemporaneo il quale sa individuare con disincanto le trasformazioni urbanistiche che hanno alterato in profondità l’ambiente caro a Manzoni.

Lo studio, i cui testi sono scritti in versione bilingue (italiano e inglese), si caratterizza per un vasto apparato iconografico che aiuta il lettore ad orientarsi tra i passi del romanzo che riguardano ambientazioni quali laghi, fiumi, navigli, chiese, città come Monza e Milano. A ben vedere, si tratta di una vera e propria analisi del paesaggio – urbano e rurale – che ha quale tema centrale la Grande Milano, quell’area metropolitana in cui i cittadini vivono e lavorano entrando a diretto contatto con la natura del luogo mediante le sue infrastrutture.

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Empio Malara

A proposito del famoso incipit, quel ramo del lago di Como…Malara riconosce in Manzoni la veste di geografo-storico nella descrizione dell’ambiente e del paesaggio, quasi ad anticipare la lezione dello storico francese Fernand Braudel. La navigazione del lago costituì per secoli l’unico modo di raggiungere la sponda orientale ove si trova Lecco, piccolo paese il cui impianto urbanistico venne completamente sconvolto nel Novecento dall’espansione immobiliare. Eppure, come Malara fa notare argutamente, già negli anni in cui Manzoni scriveva la prima stesura del romanzo (1821-24), il governo lombardo andava costruendo la strada che, mediante una lunga serie di gallerie, avrebbe consentito di lì a pochi anni di raggiungere il piccolo comune senza passare per il lago. Fu l’inizio di una lunga serie di opere pubbliche, anche ferroviarie, che segnarono il declino irreversibile della navigazione merci e passeggeri lungo l’Adda.

Eppure, ancora nella prima metà dell’Ottocento, la navigazione sui primi battelli a vapore in un paesaggio che restava in larga parte silvestre, dominato dalle catene dei monti e da una vegetazione rigogliosa, costituiva una risorsa culturale di immenso valore, tale da fare innamorare scrittori e poeti europei. Le barche che solcavano le acque del lago furono chiamate “Lucie” in omaggio al Manzoni: erano costituite da uno scafo piatto e da una struttura sormontata da tre cerchi di legno. Fu una di queste, nella mente di Manzoni, a traghettare Renzo, Agnese e Lucia dalla riva orientale a quella occidentale nella fuga dal paese in subbuglio nella notte degli imbrogli. Il passo del romanzo che Malara prende in esame descrive assai bene la natura del lago, la sua superficie quasi piatta, il cui ondeggiare è appena tradito dal riflesso tremolante della luna sulle acque. C’è poi l’attività del barcaiolo: i remi calati ripetutamente nell’acqua con moto lento e cadenzato son tratteggiati da Manzoni in un quadro narrativo in cui troviamo una raffigurazione memorabile del paesaggio lacustre, tutta giocata sul silenzio dei protagonisti e sui lievi rumori delle acque che si frangono nel lido e nei piloni del molo, rumori sui quali domina il tonfo dei remi:

Essi s’avviarono zitti zitti alla riva ch’era stata loro indicata; videro il battello pronto, e data e barattata la parola, c’entrarono. Il barcaiolo, puntando un remo alla proda, se ne staccò; afferrato poi l’altro remo, e vogando a due braccia, prese il largo, verso la spiaggia opposta. Non tirava un alito di vento; il lago giaceva liscio e piano, e sarebbe parso immobile, se non fosse stato il tremolare e l’ondeggiar leggero della luna, che vi si specchiava da mezzo il cielo. S’udiva soltanto il fiotto morto e lento frangersi sulle ghiaie del lido, il gorgoglio più lontano dell’acqua rotta tra le pile del ponte, e il tonfo misurato di que’ due remi, che tagliavano la superficie azzurra del lago, uscivano a un colpo grondanti, e si rituffavano.

[A. Manzoni, I Promessi Sposi, Milano, Meridiani Mondadori 2002, Vol.II, Tomo II, pag.162]

Un’altra imbarcazione, come Malara non manca di rilevare, era costituita dai combaj, barche assai più grandi che alla poppa non avevano il timone, ma erano governate da un lungo remo (chiamato pala in dialetto milanese) che consentiva ai barcaioli di superare le diverse pendenze tra il fiume Adda e il Naviglio Martesana: il tragitto di queste imbarcazioni poteva spingersi sino a Milano, ove raggiungevano la Darsena di Porta Ticinese attraverso quel canale interno che portando le acque della Martesana in centro città era conosciuto dai milanesi come “il Naviglio”.

A Milano Malara dedica ben quattro capitoli dei dieci in cui si articola il suo studio sul paesaggio manzoniano. La città quale si presentava all’epoca del dominio spagnolo e nel periodo austriaco non mutò granché della sua struttura urbanistica, rimasta all’incirca quella di epoca medievale.

Gli interventi radicali sarebbero intervenuti a partire dalla seconda metà dell’Ottocento. Eppure, già nel 1857, quando la Lombardia si trovava ancora sotto il dominio austriaco, fu realizzato un progetto che fu il primo attacco al patrimonio storico artistico e storico culturale della città manzoniana. Esso collegava la stazione ferroviaria di piazza della Repubblica con le linee verso Magenta mediante la costruzione di un lungo ponte ad arcate all’interno del Lazzaretto; tale intervento finì per compromettere l’esistenza di un edificio risalente alla fine del Quattrocento. Pochi anni dopo la morte di Manzoni, l’immobile, venduto alla Banca di Credito Italiano, fu demolito per costruire un quartiere residenziale senza alcun rispetto per il paesaggio circostante. Si trattò, come nota Malara, del “primo episodio di speculazione edilizia dopo l’Unità d’Italia”. Oggi, per chi si aggiri nel vasto quadrilatero compreso entro le vie Vittorio Veneto, Buenos Aires, San Gregorio e Lazzaretto, non resta che visitare la piccola chiesa di San Carlo, la cappella del Lazzaretto in cui Manzoni ambientò gli ultimi capitoli del romanzo. Oggi, al di là del tempio e di un piccolo frammento di porticato del Lazzaretto miracolosamente conservato all’interno dello stabile in via San Gregorio 5, non è più possibile avere una percezione fisica dell’antico edificio quattrocentesco il cui stile architettonico riprendeva la forme dell’Ospedale Maggiore.

Malara ricostruisce il tragitto di Renzo a Milano. Individua l’antica conformazione del paesaggio urbano articolato, a partire dalla metà del Cinquecento, in due zone: la prima – dominata in gran parte da orti, conventi e campi tra la Cerchia dei Bastioni e il Naviglio – era attraversata dai corsi principali; la seconda, contraddistinta dal fitto reticolo di vie e piazze nella parte di città all’interno del canale, costituiva invece il cuore della Milano medievale che, inglobata l’antica urbe romana, aveva i suoi cuori pulsanti nel Duomo e nella Piazza dei Tribunali.

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Il canale detto il Naviglio nel punto in cui aveva inizio in via Fatebenefratelli, tra il ponte di San Marco e il ponte Marcellino. Riceveva le sue acque dalla Martesana che scorreva lungo via San Marco.

Merita infine di essere ricordato il capitolo dedicato al “canale detto Il Naviglio”, una vera e propria infrastruttura per il trasporto merci e passeggeri che, attraversando il centro cittadino, mise in collegamento per più di quattro secoli il Naviglio Martesana con la Darsena di Porta Ticinese facendo di Milano una città porto, punto di arrivo delle imbarcazioni provenienti dal Lago Maggiore (via Naviglio Grande) e dal Lago di Como. Manzoni era nato in una casa che si affacciava sulla riva esterna del Naviglio, tuttora esistente nel sestiere di Porta Orientale, in via Visconti di Modrone al civico 16. Un giorno, forse nel corso di una passeggiata lungo il Naviglio di San Gerolamo (oggi via Carducci), trasse l’ispirazione per due versi memorabili ove seppe descrivere il singolare riflesso della luce del sole nell’onda opaca del naviglio: del sole il puro raggio/ rotto dall’onda impura, /sulle vetuste mura /gibigianando va. Le mura “vetuste” erano quelle medievali racchiuse dal canale, costruite nel XII secolo e rinforzate nel XIV secolo da Azzone Visconti. Con il termine “gibigianna” il dialetto milanese indicava il riflesso del sole su superfici lucide o chiare come l’acqua, gli specchi e i vetri. “Gibigianando va” è una locuzione onomatopeica che consente quasi di percepire il riverbero sfuggente della luce sulle acque scure del naviglio. Uno spaccato di paesaggio milanese che ispirò pittori e vedutisti.

I cicisbei nella Milano del ‘700

In un passo dell’ode Il Mattino, all’interno della nota critica alla vita oziosa del nobile signore, Giuseppe Parini prendeva in esame il vincolo del matrimonio, osteggiato dal ricco rampollo cui è rivolta la satira del poeta. Seguiva, poche righe più avanti, un chiaro riferimento all’istituzione tipicamente settecentesca del cicisbeismo, vale a dire alla pratica con cui le donne della nobiltà italiana erano solite frequentare i salotti culturali accompagnate da un uomo cui erano legate da sentimenti di affetto e – in alcuni casi – di amore.

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Giuseppe Parini (1729-1799)

Assai pensasti a te medesimo: or volgi

Le tue cure per poco ad altro obbietto

Non indegno di te. Sai che compagna,

con cui divider possa il lungo peso

di quest’inerte vita, il ciel destina

Al giovane signore. Impallidisci?

No, non parlo di nozze: antiquo e vieto

Dottor sarei, se così folle io dessi

A te consiglio. Di tant’altre doti

Tu non orni così lo spirto e i membri

Perché in mezzo alla tuo nobil carriera

Sospender debbi ’l corso, e fuora uscendo

Di cotesto a ragion detto Bel Mondo,

Intra i severi di famiglia padri

Relegato ti giacci, a un nodo avvinto

Di giorno in giorno più penoso e fatto

Stallone ignobil della razza umana. […]

Pera dunque chi a te nozze consiglia,

Ma non però senza compagna andrai,

Che fia giovane dama e d’altrui sposa;

Poiché si vuole inviolabil rito

Del Bel Mondo onde tu se’ cittadino.

 

[Hai pensato molto a te stesso: ora concentra un poco la tua attenzione ad un altro tema degno di te. Tu sai il cielo assegna al giovin signore una compagna con cui possa dividere questa vita inoperosa. Impallidisci? No, non parlo di matrimonio: sarei un poeta vecchio e inutile se dessi a te un consiglio così folle. Il tuo spirito e le tue membra non sono così provviste di tante doti perché tu debba sospendere a metà il corso della tua carriera nobile e, lasciando quel che a ragione si dice “bel mondo”, tu finisca relegato tra i severi padri di famiglia, avvinto a un nodo che ogni giorno diviene più penoso, ridotto a stallone ignobile della razza umana. […] Muoia dunque chi a te consiglia il matrimonio, ma non per questo andrai senza compagna, la quale sarà una giovane donna e maritata con un altro uomo; perché così vuole il rito inviolabile del bel mondo di cui sei cittadino].

 [G. Parini, Il Mattino in G. Parini, Poesie, a cura di Guido Mazzoni, Istituto Editoriale Italiano, Classici Italiani Novissima Biblioteca diretta da Ferdinando Martini, Milano, s.d., pp.38-39].

Il quadro della società milanese settecentesca che Parini tratteggiava in questi versi era assai diffuso tra la nobiltà. Occorre ricordare che nei secoli precedenti, tra il Cinquecento e il Seicento, la vita sociale della donna si era svolta per lo più all’interno delle mura domestiche, in una condizione di completa sottomissione al marito. La nobildonna si trovava al suo fianco nei momenti per così dire istituzionali della famiglia, ad esempio nelle riunioni dei casati nobiliari con i quali si era imparentati: pochi momenti di apparizione “in pubblico” in un’esistenza che si svolgeva entro le spesse mura del palazzo nobiliare.

Alla fine del Seicento e nel corso del Settecento la moda francese imposta dalla vita di corte di Versailles si diffuse progressivamente in Europa, il che contribuì a mutare la condizione della donna nobile cui fu consentita una maggiore libertà di movimento. Le conversazioni nei salotti culturali, spesso tenuti dalle nobildonne nei palazzi ove vivevano, contribuirono a una certa emancipazione. Varrà la pena ricordare, a tal proposito, il celebre salotto milanese della contessa Clelia Borromeo del Grillo che si tenne nella prima metà del Settecento nel palazzo Borromeo di via Rugabella.

Il permanere di logiche tradizionali in base alle quali i matrimoni erano combinati dalle famiglie nobili in base ad interessi cetuali, patrimoniali e finanziari senza alcuna importanza alle inclinazioni delle persone, finì con il favorire, nell’Italia del Settecento, l’instaurarsi di legami affettivi esterni al vincolo coniugale, legami stretti dalle nobildonne con uomini di pari ceto spesso con il consenso dei mariti. Si trattava in fondo di una forma di compensazione nella sfera degli affetti per una donna che veniva spesso unita a un marito assai più anziano, sprovvisto di bellezza fisica e di doti intellettuali.

E’ opportuno chiedersi per quale motivo il fenomeno del cicisbeismo fosse più diffuso in Italia e meno in Francia, nei principati e città del Sacro Romano Impero Germanico e più in generale dell’Europa del Nord. Credo che la risposta sia da ricercare nella maggiore libertà di movimento consentita alla donna europea del Settecento, mentre in Italia si sentì l’esigenza di controllare le sue uscite in pubblico accompagnandola ad un uomo che potesse garantire la sua onorabilità e sicurezza. Nelle città italiane il potere delle famiglie patrizie, radicato nelle istituzioni degli antichi Stati, contava ancora molto, tanto nelle repubbliche quanto nei regni informati alla vita di corte dei sovrani illuminati.

A Milano credo che il fenomeno riguardasse in molti casi i cadetti dell’aristocrazia: questi, non potendo fruire delle pingui rendite patrimoniali riservate al primogenito, educati alle lettere e alle armi più che al lavoro per l’appartenenza all’ordine nobiliare, dovevano accontentarsi di una piccola rendita che era però insufficiente a mantenere una famiglia. Di qui la vita celibe di modesti redditieri, allietata dall’affetto che li legava alle dame di pari ceto in forza del ruolo di cicisbei o di cavalier serventi che accettavano di ricoprire.

Per molti si trattava di una condizione sicuramente preferibile rispetto a quella degli altri cadetti economicamente meno fortunati: alcuni di questi nobili erano costretti ad entrare nell’ordine ecclesiastico rinunciando al mondo secolare per vivere nel celibato religioso, protetti dalla sicurezza economica che conferiva loro il beneficio. Altri invece si arruolavano nell’esercito dedicandosi – com’era tradizione – a una carriera militare che, nel Settecento, li costringeva a lunghe campagne lontano dalla patria di origine.

Cesare Beccaria, nelle Lezioni di economia pubblica tenute nelle Scuole Palatine di Milano dal 1769 al 1773, non esitò ad esprimere tutta la sua avversione per questi celibi: essi erano colpevoli di assumere comportamenti libertini e di mancare ai doveri della procreazione legati alla formazione e al mantenimento della famiglia. Le sue critiche erano mosse all’utilizzo infruttuoso delle piccole rendite di posizione, ristrette al puro e semplice mantenimento del nobile, non impiegate ai fini della ricchezza e della prosperità della nazione. Non faceva un’esplicita menzione dei cicisbei ma non era difficile capire a quali persone si riferisse quando condannava il celibato dei nobili. L’illuminista lombardo mostrava invece un profondo rispetto per il celibato religioso e la dura vita dei soldati.

Cesare Beccaria (1738-1794)
Cesare Beccaria (1738-1794)

Se questo stato (il celibato) si diffonde di troppo, egli diventa piuttosto apparente che reale; le facili e tenebrose risorse del libertinaggio compensano una privazione, e la natura si rivendica, ma a carico altrui, e senza raccoglierne alcun frutto. Non parlo di quel sacro celibato che nelle più auguste funzioni della religione si occupa; non parlo di quello che lontano dal tumulto seducente della frequenza si conserva, incontaminato, fra gli appartati ritiri d’una mesta solitudine; ma parlo di quello che, usurpando la considerazione dovuta al vero celibato religioso, grandeggia nella società soltanto per la scelta calcolatrice d’interesse, non per intima superiore spinta di motivi sovraumani. Dico che in questo caso il celibato o è religioso affatto, e le distinzioni mondane e i premi sociali sono alieni del tutto dal suo scopo, o è secolare e realmente profano, e allora dovrebbe cedere in tutte le occasioni alla classe perpetuatrice [la famiglia unita in matrimonio finalizzata alla procreazione NdR]. […]

Oltre a ciò è necessario che questo stato perpetuatore del genere umano [la famiglia] sia…sopra ogn’altro onorato. Perché abbandonarlo totalmente ai sentimenti della natura o alla calcolatrice indagine dell’interesse, mentre taluni, senza i gravi e più sublimi motivi, per un volubile entusiasmo o per una libertina avversione ad ogni legame, osano sottrarre una serie di generazioni che aspettano di respirar aura vitale dagli oscuri recessi dell’insensibilità ed inazione, carpiscono le distinzioni le più lusinghiere, mentre dovrebbono sovente a quella oscurità condannarsi, cui condannano una numerosa posterità?

[C. Beccaria, Elementi di economia pubblica in ID., Scritti economici, vol.III dell’Edizione Nazionale delle Opere di Cesare Beccaria, Milano, Mediobanca 2014, pp.139-140]

Una sfida da non perdere: il recupero degli scali Fs

Il recupero degli ex scali merci è al centro del dibattito tra maggioranza e opposizione in Consiglio Comunale da diversi anni. Il primo accordo di programma con Ferrovie dello Stato (FS) venne realizzato dalla giunta Moratti nel 2009: esso prevedeva un alto indice di edificabilità che avrebbe reso gli ex Scali delle aree fittamente urbanizzate con pochi spazi verdi. Su una superficie complessiva di 1.200.000 metri quadrati, l’area edificabile sarebbe stata pari a 822.000 metri quadrati. Per fortuna quel progetto non fu realizzato.

Negli anni della giunta Pisapia, la vice sindaca De Cesaris riprese in mano il dossier sugli ex scali merci in via di dismissione: nuovi incontri con i vertici di FS consentirono al Comune di pervenire a un accordo di programma nettamente migliore. Oltre a prevedere un indice di spazi riservati al verde pari al 53%, il nuovo accordo riduceva l’edificabilità a 676.578 metri quadrati, il che consentiva di mettere in sicurezza il parco agricolo Sud Milano scongiurando nuove cementificazioni. Ciononostante questo tema fu occasione di aspri dibattiti in seno alla stessa maggioranza di centro sinistra. Alla fine il Consiglio Comunale respinse la delibera che avrebbe dato il via libera all’accordo di programma messo a punto dalla vicesindaca De Cesaris. Risultato: due amministrazioni di colore diverso, centrodestra e centrosinistra, non son riuscite a pervenire a una soluzione su un tema di cui si discute ormai da un decennio.

In queste settimane si è tornati a parlare degli scali ferroviari in numerosi incontri pubblici che hanno riscosso un notevole interesse tra i cittadini. Gli scali ferroviari sono un’infrastruttura nevralgica, che sarà fondamentale per i milanesi e per quanti, spostandosi nell’area metropolitana, avranno bisogno di una rete di trasporti sempre più capillare.

Lunedì il Sindaco Beppe Sala ha esortato la maggioranza a sostenere compatta il lavoro della giunta affinché l’assessore all’urbanistica, Pierfrancesco Maran, possa disporre entro l’estate 2017 di un mandato forte del Consiglio Comunale; un mandato che gli consenta di trattare un nuovo accordo di programma con Ferrovie dello Stato che preveda ulteriori miglioramenti rispetto al piano della ex vicesindaca De Cesaris.

mappa__scali-jpgGli ex scali merci sono sette: le aree Greco/Breda (superficie totale 73.536 metri quadrati), Lambrate (70.187 metri quadrati), Scalo Romana (216.614 metri quadrati), Rogoredo, Porta Genova (89.137 metri quadrati), San Cristoforo (158.276 metri quadrati), Farini (618.733 metri quadrati).

Il loro recupero consentirà di attivare una nuova linea di superficie che sarà a metà strada tra un tram e una metropolitana. La realizzazione di nuove fermate (Milano Tibaldi, Milano Stephenson), il recupero di quelle negli scali di Porta Romana, San Cristoforo, Greco Pirelli, Romolo e Rogoredo avverrà mediante la loro connessione con il Passante ferroviario. La nuova linea renderà possibile il collegamento degli scali con le linee di superficie e le metropolitane con tempi di attesa, nelle aree del Passante, che si conta di ridurre a 3 minuti e 45 secondi dai 6 attuali.

D’altra parte, la conversione delle aree dismesse in zone di edilizia sociale, in residenze universitarie, in spazi destinati a verde permetterà di ricucire quartieri della città separati per lungo tempo da questi vecchi scali merci. Oggi gli scali sono grossi corridoi fatti di rotaie, di case officine abbandonate, ove dominano erbacce e numerosi alberi abbandonati. Questi vasti corridoi sono delimitati da barriere in cemento che tagliano interi quartieri in quella che un tempo era la cintura dei Corpi Santi di Milano, un’area a metà strada tra il centro e le più remote periferie.

Un interessante progetto elaborato grazie al supporto di Fondazione Cariplo, WWF, Comune di Milano, Rete Ferroviaria Italiana e Cooperativa Eliante è stato presentato la scorsa settimana all’Urban Center. Si tratta di Rotaie Verdi: gli spazi dei tre scali di San Cristoforo, Porta Genova e Porta Romana verrebbero convertiti in un parco ove sarebbero ricavate oasi naturalistiche per la tutela degli ecosistemi della campagna lombarda. Gli scali a Sud di Milano diverrebbero a tutti gli effetti una vasta area verde messa in collegamento con le aree limitrofe, tra cui spiccano la Fondazione Prada e il distretto Smart Symbiosis .

Sarà interessante seguire i prossimi incontri sul recupero degli scali situati in altre zone della città. Merita di essere ricordato un recente intervento di Sala, il quale ha proposto di utilizzare l’ex scalo Farini per costruire una nuova “cittadella del Comune” ove siano concentrati gli uffici che oggi si trovano in via Larga. Un trasloco che consentirebbe di vendere l’edificio in via Larga con grandi profitti per il Comune. Un’idea, questa della nuova cittadella nell’ex scalo Farini, che ha convinto anche l’assessore Maran, secondo il quale si potrebbero trasferire nella nuova sede anche gli uffici che si trovano in Largo Treves, in via Pirelli, in piazza Beccaria. Sono idee che si aggiungono alle tante avanzate in questi mesi.

Stefano Boeri ha proposto d’innalzare l’indice di verde negli scali fino al 80-85% facendo di essi un grande “fiume verde”, un immenso parco che potrebbe attraversare la città da nord a sud. Questa idea ha riscosso un certo interesse presso la cittadinanza e in alcuni esponenti del centrosinistra. Restano alcune perplessità sui costi di manutenzione di un’area così vasta.

Altre proposte verranno presentate nei prossimi mesi al fine di arricchire il nuovo accordo di programma con Ferrovie dello Stato. Si spera che questa volta, alla scadenza dell’estate 2017, il Consiglio Comunale darà l’ok definitivo alla realizzazione di una infrastruttura rimasta bloccata per troppo tempo.

La varietà dei dialetti lombardi nell’Italia padana

Il titolo IV della legge regionale 7 ottobre 2016 n.25 si intitola “Salvaguardia della Lingua Lombarda”. Gli articoli 24 e 25 riguardano le misure con cui i Comuni, anche in forma associata, possono promuovere la “lingua lombarda nelle sue varietà locali”. La consigliera Daniela Mainini ed altri membri dell’opposizione in Regione Lombardia hanno contestato il termine “lingua lombarda” sostenendo che non si tratta di lingua, bensì di dialetti lombardi. A suffragare la loro posizione, oltre agli istituti linguistici dell’Università degli Studi di Milano e di Pavia, è l’interessante relazione del professor Paolo D’Achille, membro dell’Accademia della Crusca, che si può leggere qui.

Qual è la differenza tra lingua e dialetto? In Italia con lingua intendiamo un insieme di convenzioni (fonetiche, morfologiche, sintattiche e lessicali) valide sia nella comunicazione orale che in quella scritta esistenti in una comunità etnica, politica, sociale, consacrate dalla storia, dal prestigio degli autori, dal consenso dei cittadini. La lingua acquisisce una sua dignità quando viene utilizzata da un regime politico (Stato o altre forme di potere pubblico) nella redazione di atti aventi valore giuridico. Dialetto è invece un sistema linguistico geograficamente delimitato, avente una sua letteratura, privo tuttavia di un uso politico da parte dei poteri pubblici storici.

Ma torniamo al caso in questione. E’ esistita storicamente una “lingua lombarda” utilizzata in via ufficiale da un potere pubblico nella formazione di atti giuridici e amministrativi? La risposta è no. I governanti di quelle parti del territorio che oggi chiamiamo Lombardia si servirono, nella stesura di editti, gride, patenti ed altre normative, del latino o del volgare fiorentino trecentesco (divenuto poi l’italiano). Il dialetto locale non fu mai utilizzato nella redazione di atti pubblici. Allo stato attuale delle ricerche – che io sappia – non si è trovato nei documenti archivistici, un solo atto pubblico scritto in “lingua lombarda”. La differenza con la Catalogna è qui radicale. Questo è un dato importante di cui tenere conto. A partire dal Tre-Quattrocento, negli Stati italiani il volgare fiorentino acquisì un prestigio enorme in tutta Italia (dal Nord al Sud) grazie alla diffusione delle opere delle Tre Corone (Dante, Petrarca e Boccaccio).

Occorre inoltre ricordare che, nei secoli del Medioevo e nell’Età Moderna non esisteva la Lombardia come la intendiamo oggi. Fino alla metà del Settecento, con questo termine si indicava un’area geografica corrispondente all’incirca alla pianura padana. Montesquieu, ai primi del Settecento, la descrisse molto bene:

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Charles-Luis de Secondat , barone di Montesquieu (1689-1755)

La Lombardia è tutta quella pianura che si stende fra le Alpi e l’Appennino: queste due catene di montagne, unite all’inizio del Piemonte, divergono, formando un triangolo con il mare Adriatico che ne è come la base, e racchiudendo la più deliziosa pianura del mondo che comprende il Piemonte, il Milanese, lo Stato veneto, Parma, Modena, il Bolognese e il Ferrarese”.

La Lombardia attuale ebbe origine in un periodo storico compreso tra il trattato di Campoformio (1797) e i tredici mesi di amministrazione austriaca lombardo-veneta nel 1799/1800, quando i confini tra Lombardia e Veneto furono fissati in sostanza tra il Lago di Garda e il fiume Mincio. Essi furono ripristinati dopo il crollo del Regno d’Italia napoleonico, all’interno dell’amministrazione del Regno Lombardo Veneto asburgico.

Come si è visto nel passo di Montesquieu, la Lombardia antica era divisa al contrario in molti Stati, il che finì con l’influenzare l’evoluzione dei dialetti padano veneti. Si capisce allora che, a voler restringere l’indagine ai dialetti parlati entro i confini della Regione attuale, questi non si possono definire unitariamente “lingua lombarda”. I dialetti lombardi occidentali, esistenti nel territorio compreso tra il Ticino e l’Adda, gravitano sul milanese ma sono parlati anche in aree che non si trovano nella Regione Lombardia: pensiamo all’alto e al basso novarese o al Canton Ticino. Tali dialetti sono diversi dai dialetti lombardi orientali parlati nel bergamasco, nel bresciano, nel cremasco, i quali risentono tuttora dell’antica divisione politico amministrativa tra il Ducato di Milano e la Repubblica di San Marco. Un’ulteriore distinzione va fatta per il dialetto mantovano, più vicino ai dialetti emiliani.

In realtà, i dialetti gallo-italici sono tuttora parlati – se si tolgono le aree urbane più densamente popolate ove domina un ottimo italiano – in gran parte della pianura padana. Per un periodo di tempo limitato vi fu una lingua letteraria lombarda o padana: alcuni scrittori scrissero testi in prosa ispirati ai modelli cortesi dei prosatori in lingua d’oil (francese). Gli specialisti definiscono questa lingua come “franco italiana” presente in alcune opere tra il XIII e il XIV secolo. Questa lingua fu però adottata da un’esigua minoranza di scrittori nel Medioevo, mai usata dai poteri pubblici dell’Italia del Nord. Negli atti giuridici e amministrativi si preferì ricorrere al latino, destinato ad essere soppiantato dall’italiano nel corso dell’Età Moderna. E’ oltremodo significativo che Dante, quando scrisse il De vulgari eloquentia un trattato in latino composto tra il 1302 e il 1306 sull’arte di scrivere in volgare  – non avesse fatto alcuna menzione di questa  “lingua lombarda”. Il che è significativo se poniamo mente al fatto che l’autore della Divina Commedia soggiornò da esule in centri padani importanti quali Bologna, Verona o Ravenna. Com’è fin troppo noto, fu il veneziano Pietro Bembo nelle Prose della volgar lingua (1525) a proporre con successo il fiorentino trecentesco di Dante, Petrarca e Boccaccio quale lingua letteraria valida per l’Italia intera, da Nord a Sud.

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San Carlo Borromeo (1538-1584)

Un’altra istituzione che adottò l’italiano, affiancandolo al latino come lingua ufficiale nei testi scritti, fu la Chiesa cattolica dopo il Concilio di Trento. Le prediche dei sacerdoti, i catechismi, le opere rivolte ai laici e alle monache furono scritti in italiano. Nella Milano di San Carlo Borromeo (1564-1584), 1478 insegnanti attivi nelle scuole delle confraternite laicali assicurarono un’istruzione gratuita a 12.455 scolari su una popolazione complessiva di 113.875 abitanti: un esempio di alfabetizzazione e di catechismo in italiano secoli prima dell’unificazione in una popolazione che parlava abitualmente in dialetto milanese. A partire del Cinquecento il volgare fiorentino (italiano) si affermò sempre più, a fianco del latino, quale lingua ufficiale usata dagli Stati italiani e dalla Chiesa cattolica.

Per queste ragioni, ritengo fondate le critiche dell’opposizione alla legge regionale sulla “lingua lombarda”. Condivido la proposta della consigliera Mainini di definire “dialetti lombardi” i sistemi linguistici esistenti entro i confini della Regione: un’espressione valida per il complesso dei dialetti parlati nell’Italia settentrionale.

Credo che la Regione Lombardia – assieme alle Regioni Piemonte, Liguria, Emilia-Romagna, Veneto – debba valorizzare i dialetti gallo-italici o padani che sono certo diversi dal toscano e dall’italiano centro-meridionale.

Inoltre si potrebbero intraprendere iniziative tese a valorizzare la toponomastica locale, magari integrando i nomi italiani con l’indicazione degli antichi toponimi ove questi fossero stati deformati o completamente soppressi dopo l’Unità. Pensiamo ad esempio al Comune di “Capovalle” in provincia di Brescia, così denominato dal regio decreto 27 ottobre 1907 n.464 perché l’antico nome del paese, “Hano”, venne  giudicato dal legislatore “trasparente e volgare”. Un provvedimento centralistico, deciso dall’alto, che non mostrò alcun rispetto per la storia del territorio.

I Comuni italiani (al Nord come al Sud) potrebbero condurre d’altra parte un’altra operazione importante. Dopo l’Unità in molti municipi si scelse di sopprimere le antiche denominazioni delle vie e delle piazze sostituendole con i nomi di eroi o di battaglie risorgimentali. Per promuovere la conoscenza storica dei luoghi, si potrebbe aggiungere una targa che riporti l’antica denominazione della via a fianco di quella esistente. A Milano per esempio via Torino, istituita dopo l’Unità d’Italia con delibera comunale del 12 settembre 1865, unificò ben quattro antiche strade: la contrada di San Giorgio al Palazzo, la contrada della Palla, la contrada della Lupa e la contrada dei Pennacchiari. Forse, in questo come in altri casi, si potrebbero aggiungere alcune targhe aggiuntive come avviene a Firenze o in altre città italiane.

Un turista russo a Milano sulle orme di Stendhal

Uno dei turisti russi che nel secolo scorso visitò Milano ricavandone un’impressione indelebile è lo storico dell’arte Pavel Muratov (1881-1950). Dopo aver soggiornato a Roma nel novembre 1911, Muratov si spostò nell’Italia settentrionale ove visitò Venezia e Milano. Nella città del Duomo trascorse alcuni mesi del 1912. Le sue riflessioni su quel viaggio furono pubblicate molti anni dopo, in un volume, Obrazy Italii, pubblicato nel 1924. In effetti, non è la prima volta che mi occupo di un turista russo in visita a Milano. In un post di un anno fa ho descritto ad esempio il soggiorno del pittore Vladimir Jacovlev avvenuto nel 1847.

Torniamo allo storico Muratov. Quando giunse a Milano, questi fu colpito da un certa aria di modernità. Rispetto alle città d’arte che aveva visitato nei mesi precedenti – Roma e Venezia – la città ambrosiana gli appariva animata da uno spirito d’intraprendenza, da un dinamismo tipico delle grandi metropoli europee. Al turista che amasse l’Italia per le sue antichità, per le sue maestose rovine segno di un grande passato, il primo contatto con Milano avrebbe destato una certa delusione.

Al viaggiatore, di ritorno da Roma o da Venezia, Milano appare come una città europea qualsiasi, situata oltre i confini dell’Italia vera e propria, cui la unisce soltanto un tenue legame. Non senza sforzo egli si impone di soffermarsi sul passato artistico milanese, mentre inevitabilmente i suoi pensieri e i suoi sentimenti lo riportano a ciò che ha appena lasciato.

[Per questi e altri passi dell’opera di Muratov si veda la traduzione in italiano a cura di Patrizia Deotto pubblicata in “Storia in Lombardia”, anno XXXIII, n.1., 2013, pp.59-94]

Queste tuttavia – si affrettava a chiarire Muratov – erano impressioni superficiali che potevano cogliere il turista che ad esempio avesse prenotato un albergo vicino alla Stazione Centrale, che si trovava a quei tempi in piazza della Repubblica. Per chi invece avesse voluto visitare attentamente la città ambrosiana, entrando in contatto con il vero spirito milanese, il suggerimento era di pernottare nel centro cittadino, magari a Piazza Fontana dove – sono parole di Muratov – “gorgoglia l’acqua delle Sirene e fino al mattino risuonano i canti e le arie dei concittadini della Scala, che rientrano a casa dai teatri e dai caffè senza pretese”. Le sirene sono le statue in marmo di Carrara della fontana disegnata dal Piermarini e realizzata da Giuseppe Franchi nel 1782.

La Milano che visitò Muratov nel 1912 era un città che si andava urbanizzando: la costruzione di nuovi edifici varcò la tradizionale cerchia dei bastioni fino a lambire i Comuni limitrofi. Ricordiamo che l’annessione del vasto Comune anulare dei Corpi Santi era avvenuta nel 1873; pochi anni dopo, nel 1923, altri Comuni sarebbero stati uniti a Milano fino a farle raggiungere l’estensione attuale.

Nel descrivere la città, Muratov oscillava tra due posizioni. Da un lato traspariva la sua ammirazione per la capitale morale del Paese, la città simbolo dell’Italia che guarda al futuro, dell’Italia industriosa che vive nella modernità differenziandosi nettamente da un’Italia “museo” immersa nel culto delle sue rovine e dei suoi monumenti.

Milano rimane una grande città, dove la modernità prevale su tutto il resto. […] Il soggiorno a Milano, probabilmente, ci insegnerà a riconciliarci con l’Italia di oggi. Tutti noi, ospiti di questo paese, avremmo dovuto da tempo considerare come un nostro dovere tale atteggiamento. Guardare alle città italiane soltanto come a musei, a cimiteri o a rovine romantiche, dove gli abitanti di oggi non sempre sono le degne comparse, significa mostrarsi irriconoscenti verso l’ospitalità che il paese e la nazione ci riservano. Questa nazione vive, respira, esiste; ha non soltanto un passato, ma anche un presente.

D’altra parte Muratov era affascinato dal tessuto medievale della vecchia Milano, che nei primi anni del Novecento era possibile cogliere ancora in modo significativo. Egli pareva bocciare gli interventi radicali della seconda metà dell’Ottocento che avevano compromesso l’unità del nucleo urbanistico originario.

Muratov ricordava il viaggio che Stendhal aveva compiuto quasi un secolo prima. In una delle sue celebri passeggiate per il centro, lo scrittore francese era partito dal Teatro alla Scala e, dopo aver attraversato la contrada di Santa Margherita, era giunto alla piazza dei mercanti per terminare il suo giro in piazza del Duomo. Muratov decise di ripercorrere l’itinerario di Stendhal, ma non mancò di rilevare le grandi differenze tra la città che aveva visto lo scrittore francese (che nel primo Ottocento contava 120.000-150.000 abitanti) e la città da lui visitata. Una Milano popolata ai primi del Novecento da più di 700.000 abitanti.

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Caseggiati demoliti per l’apertura di Via Dante. Foto del 1886.

La demolizione dell’antica piazza dei Tribunali con le sue cinque porte storiche ove convergevano i principali corsi cittadini era ricordata dallo storico russo come esempio imperdonabile di cancellazione dell’antico isolato medievale: sulle loro macerie furono costruite via Mercanti e via Dante per collegare il Duomo al Castello Sforzesco. A proposito di via Dante, Muratov non esitò a bocciarla con un giudizio netto. Ricordava poi la demolizione degli isolati antistanti al Duomo, che furono abbattuti per far luogo alla piazza immensa esistente oggi:

La Piazza dei Mercanti, un tempo pittoresca, che si affacciava con le sue cinque porte sulle vie attigue, è attraversata da una nuova strada che poco più avanti assume un aspetto respingente, nonostante porti il nome di via Dante. Nel 1859 la piazza del Duomo ha perso i suoi antichi portici, che risalivano all’epoca di Gian Galeazzo Visconti. Innumerevoli tram compiono il loro eterno giro della piazza, accompagnati dal fastidioso stridere delle ruote e dal suono del campanello. La folla accorre a frotte all’imbocco della Galleria – prototipo di tutti i passages a vetrate.

Sugli “antichi portici” Muratov commetteva un errore. Il Coperto dei Figini era un  edificio quattrocentesco che non risaliva al governo di Gian Galeazzo Visconti, bensì al periodo sforzesco essendo stato edificato tra il 1467 e il 1480 su disegno di Guiniforte Solari:

In fondo la Milano più cara a Muratov era quella secolare risalente alla tarda romanità, al medioevo, all’antico regime fino a Napoleone, la cui cifra urbanistica egli era in grado di cogliere nelle antiche contrade che portavano verso l’Ospedale Maggiore, verso Sant’Eustorgio o il palazzo Borromeo nell’omonima piazza:

Lasciamo ora il Duomo e la Scala e inoltriamoci nell’intrico di vie che conducono verso l’Ospedale Maggiore, il Palazzo Borromeo, la Chiesa di Sant’Eustorgio. Qui non c’è quasi nulla della Milano moderna, mentre molto si conserva della Milano antica, costruita con impeccabile buongusto e discrezione nel Cinquecento, nel Seicento e persino nel Settecento fino all’epoca napoleonica. Questa Milano è rimasta, almeno per tre quarti, intatta….

A me pare che oggi sia molto difficile cogliere nella sua interezza il vecchio tessuto urbanistico della città. Qualcosa è possibile ancora vedere nel quartiere vicino al palazzo Borromeo, dove si trovano le Cinque Vie e i resti della Milano romana ma anche lì ci sono stati interventi radicali come ad esempio nella zona attorno alla Borsa e alla piazza degli Affari. Molto meno si è conservato in Porta Ticinese o verso l’Università degli Studi: qui gli interventi di epoca fascista hanno sconvolto ancor più in profondità l’antica impronta medievale. Gli isolati del Bottonuto furono demoliti – com’è noto – negli anni Trenta per costruire piazza Diaz. Considerazioni non molto dissimili possono essere fatte per la zona intorno a piazza della Vetra in Porta Ticinese. Il vecchio tessuto urbanistico riemerge qua e là, quasi a macchia di leopardo. Il turista attento, che possa contare su una buona guida, è ancora in grado di vedere gli edifici del tempo antico, spesso nascosti dietro i palazzi moderni.

In fondo, le memorie di Muratov sono importanti perché ci consentono di individuare i segni materiali, gli elementi tipici di questa Milano vecchia: dalle case nobili, che presentavano cortili interni articolati in colonne di granito secondo il disegno delle case patrizie dell’antica Roma, alle strade in pietra, agli stessi campanili delle chiese.

Queste antiche vie milanesi sono eleganti con le loro facciate dei palazzi in ombra, con le due caratteristiche strisce di listoni di pietra che corrono parallele al centro dell’acciottolato. Spesso alla fine di queste strade svettano tipici campanili lombardi quadrangolari, in laterizio, segnalando la presenza di alcune chiese storiche di Milano: Sant’Ambrogio, Sant’Eustorgio, San Sepolcro, San Gottardo. Molte di esse erano situate ad anello intorno alla vecchia Milano, lungo il “Naviglio”, lo stretto canale che circondava la città.

Questo, il Naviglio Interno, era un altro prezioso elemento della Milano di Stendhal che la Milano del 1912 ancora conservava. Una infrastruttura secolare che consentiva la navigazione dai laghi alla città. Elemento distintivo dell’identità milanese, il Naviglio interno fu costruito alla fine del Quattrocento. Com’è fin troppo noto, esso venne chiuso dai fascisti pochi anni dopo la visita di Muratov, nel 1929/30.

Lo storico russo osservava come il Naviglio cingesse ancora gran parte del centro storico, attraversando da un lato i quartieri di Porta Ticinese e di Porta Romana, popolati da un’operosa borghesia di artigiani, commercianti e impiegati, dall’altro i quartieri aristocratici di Porta Orientale e Porta Nuova, ove si trovavano gli eleganti giardini dei palazzi nobiliari, luoghi d’incantevole bellezza.

Sul Naviglio, che spesso lambiva non le rive, ma le facciate stesse delle case oppure i recinti dei giardini e dei cortili, si possono scorgere i lati più pittoreschi della vita milanese: quella popolare nei dintorni di San Nazaro e di San Lorenzo e quella signorile dalle parti della Chiesa di Santa Maria della Passione, famosa per l’iscrizione incisa sul suo portale: “Amori et dolori sacrum”.

Sulla riva del Naviglio si affaccia il Palazzo Visconti di Modrone, [tuttora esistente nella via omonima], che ispirò ad André Suarez queste righe per il suo Voyage du condottière:

Il giardino Visconti di Modrone sul Naviglio Interno di Porta Orientale, foto di Arnaldo Chierichetti risalente ai primi del Novecento,
Il giardino Visconti di Modrone sul Naviglio Interno di Porta Orientale, foto di Arnaldo Chierichetti risalente ai primi del Novecento,

“Sembra fatto apposta per offrire un rifugio agli amori segreti e forse peccaminosi. Un giardino di alberi secolari, pieno di gelsomini e di rose, cade a picco sullo specchio delle acque morte; è delimitato da una balaustrata di pietra, pomposa e un po’ pesante, e pur tuttavia elegante. Il verde e i fiori animano il silenzio, e la loro presenza appassionata è l’unica festa in questo quartiere miserabile della città. Degli amorini sorreggono uno stemma…la giovane vite e i rami degli alberi carezzano lievi ogni voluta, ogni riccio della balaustrata. Tra le foglie si delinea un loggiato a sei archi che separa le due ali del palazzo. Dolce giardino segreto, incantevole riparo! Lo zampillo di una fontana lancia il suo getto cangiante nel sole. Il canale riflette i rami degli alberi, lasciando galleggiare le foglie sulle sue acque meste. A Milano non c’è altro rifugio per il sogno, l’amore e la malinconia”.

Confalonieri e le scuole di mutuo insegnamento

In un post pubblicato nel gennaio del 2015, ho preso in esame il mondo dell’associazionismo nella Milano dei primi anni della Restaurazione. Oggi desidero ricordare una interessante iniziativa, poco conosciuta, che il conte Federico Confalonieri  intraprese negli anni precedenti ai moti del 1820-21.

Nel campo dell’istruzione elementare, Confalonieri fondò una società il cui fine risiedeva nell’istituire in Lombardia le scuole di “mutuo insegnamento”, istituti già operanti a quei tempi in Stati europei quali l’Inghilterra, la Francia, l’Austria, la Toscana, il Regno di Napoli. In Lombardia l’insegnamento elementare obbligatorio – “normale” come si diceva a quei tempi – era stato introdotto fin dagli anni Ottanta del Settecento sotto il regno di Giuseppe II. Qual era pertanto la novità delle scuole che il patrizio milanese intendeva costituire in Lombardia?

mutuo-insegnamento-2Gli istituti di Confalonieri avrebbero seguito il metodo sperimentato in Inghilterra da Andrea Bell e Joseph Lancaster che consisteva nell’educare i bambini all’impegno nello studio assegnando come premio ai più meritevoli la responsabilità di insegnare agli alunni delle classi inferiori. Un metodo quindi ove la disciplina e l’obbedienza ai maestri era premiata con l’assegnazione di ruoli di responsabilità in campo didattico agli scolari più diligenti. Questo metodo presentava il vantaggio d’impiegare pochi maestri e di risparmiare le spese per la gestione dei corsi. La scuola cui pensava Confalonieri era una scuola cattolica che sembrava ispirata più ai metodi del cappellano Bell che a quelli aconfessionali del quacchero Lancaster. Alle scuole di mutuo insegnamento potevano essere iscritti gratuitamente bambini di un’età non inferiore ai sei anni, ai quali sarebbe stato insegnato a leggere, a scrivere e a svolgere le operazioni aritmetiche mediante l’ausilio di apposite tavole.

Per reperire i fondi con cui aprire queste scuole, Confalonieri ricorse principalmente all’aiuto delle famiglie nobili con cui aveva rapporti. I primi azionisti furono in tutto 31, che accettarono di versare 80 lire all’anno per quattro anni affinché la società potesse aprire i suoi istituti educativi. Molti di loro appartenevano alle famiglie dell’antica nobiltà ed erano amici di lunga data: ad esempio Luigi Porro Lambertenghi, Giulio Beccaria (figlio del famoso Cesare), Alessandro Visconti d’Aragona, Gian Battista Litta Modigliani. La prima scuola di mutuo insegnamento, riconosciuta dalle autorità, fu aperta a Milano l’11 marzo 1820 nell’oratorio di Santa Caterina, una cappella – oggi visitabile – interna alla chiesa di San Nazzaro, nel sestiere di Porta Romana.  Vi furono iscritti 300 alunni. In realtà, un’altra scuola era stata aperta fin dal primo ottobre 1818, quasi due anni prima, nell’antico monastero di Sant’Agostino in via Monte di Pietà nel sestiere di Porta Nuova, vicino alla casa di Confalonieri: gli iscritti erano 200. Il costo delle singole azioni, già alquanto ridotto se rapportato ad altre associazioni costituite dal patrizio milanese in quegli anni, venne abbassato nel regolamento del 1819 a 20 lire ciascuna. L’acquisto di un’azione conferiva il diritto d’iscrivere gratuitamente tre bambini.

I fondi così ottenuti consentirono di pagare i maestri, l’affitto dei locali, i materiali per l’insegnamento e , come scritto nel regolamento della Società “piccoli premi d’incoraggiamento mensili ed annuali da darsi a quegli allievi che colla loro condotta avranno meglio meritato”.

In quale modo sarebbe avvenuto concretamente l’esercizio dell’attività didattica? Scriveva Confalonieri:

Federico Confalonieri
Federico Confalonieri (1785-1846)

Gi allievi non potranno essere ammessi prima degli anni 6 compiti e dovranno presentarsi muniti dell’attestato di vaccinazione. Essi saranno ogni mese visitati nella scuola da un medico delegato a sopravvegliare alla salubrità del locale, allo stato di loro salute, ed a prevenire e a riparare a quegli inconvenienti cui possono essere specialmente esposte le numerose riunioni di fanciulli.

Le pene corporali d’ogni genere saranno escluse, ed i castighi s’aggireranno sul perno dell’emulazione che saggiamente e moderatamente impiegata forma la base principale del sistema.

Si daranno nella giornata circa cinque ore di insegnamento, diversamente distribuite secondo le varie stagioni. La preghiera precederà e chiuderà gli esercizi giornalieri, e la domenica sarà divisa tra gli atti della religione ed un’utile ricreazione propria a sollevare l’animo della gioventù ed a meglio prepararla al successivo studio.

Quantunque non abbiano queste scuole per iscopo l’addottrinamento religioso, pure essendo interessantissima cosa l’istillare nel cuore dei fanciulli coi primi elementi dell’istruzione i principi della religione e della morale, le tabelle che dovranno servire d’esempio per la scrittura, e di esercizio per la letteratura conterranno per lo più massime e precetti religiosi e morali, e per le classi più avanzate il catechismo e gli elementi della storia sacra e profana. Tutte queste tabelle stampate ed uniformi saranno sottoposte alla approvazione dell’autorità superiore.

[Società fondatrice delle scuole gratuite di mutuo insegnamento formatasi in Milano il 1° gennaio 1819 in F. Confalonieri, Memorie e lettere, a cura di Gabrio Casati, Milano Hoepli, 1889, vol.I., pp.277-279].

Il governo austriaco riconobbe inizialmente la bontà di queste scuole. L’autorizzazione arrivò con decreto del Viceré Ranieri del 13 marzo 1819. Altre scuole furono aperte in Lombardia. Quantunque le autorità avessero i mezzi per esercitare un ferreo controllo sui contenuti dell’insegnamento – come previsto dallo stesso Confalonieri nel regolamento che si è appena citato – le scuole di mutuo insegnamento furono chiuse pochi mesi dopo, fra l’autunno del 1820 e l’inverno del 1821. Le paure legate allo scoppio delle rivoluzioni liberali a Napoli e a Torino spinsero gradualmente i governi europei a cessare questo esperimento e a tornare al metodo tradizionale delle scuole “normali”: metodo fondato sul ruolo del maestro, unico titolare dell’attività didattica senza alcun coinvolgimento dei discenti. Scriveva sconsolato Confalonieri in una lettera all’amico Gino Capponi del 25 settembre 1820:

Le scuole di mutuo insegnamento furono tutte fulminate in Lombardia, meno le due nostre in Milano perché venturatamente sacramentate con superiore decreto nel loro nascere. Non è peraltro consentita la loro conservazione che fino alla completa attivazione del precellente (sic!) metodo austriaco.

[Dalla lettera di Federico Confalonieri all’amico fiorentino Gino Capponi, 25 settembre 1820, in F. Confalonieri, Memorie e lettere, a cura di Gabrio Casati, Milano Hoepli, 1889, vol.II., pag.92]

Un coraggioso impiccato nella Milano del ‘700

In questi giorni ricorre l’anniversario di uno strano caso di condanna a morte che ebbe per protagonista un ex religioso, Carlo Sala. Originario dell’antico comune di Casletto – oggi frazione di Rogeno – non molto lontano da Erba in Brianza, Sala proveniva da un’agiata famiglia di proprietari terrieri della zona. Dopo la morte del padre Fermo, fu costretto a farsi frate dallo zio Giuseppe, che riuscì a concentrare nelle sue mani il patrimonio del fratello defunto escludendone i nipoti.

Il suo noviziato avvenne a Milano nell’ordine francescano. Acquisito il suddiaconato con il nome di frate Bonaventura, nel 1756 fu trasferito a Domodossola, il cui territorio da pochi anni, in seguito alla guerra di successione austriaca, era stato staccato dal Ducato di Milano e aggregato al Regno di Sardegna. Lì rimase fino al 1764, quando fuggì dal convento facendo perdere le sue tracce.

In realtà, noi sappiamo che Sala rientrò poco tempo dopo nel Ducato di Milano e, tornato al suo paese, rubò 2665 lire dalla cassa di famiglia per avere la parte di patrimonio che reclamava. In una lettera allo zio riportata da Giovanni Biancardi nell’Introduzione a un bel libro ove sono pubblicate le lettere dei fratelli Verri sul caso Sala, il religioso così giustificava il furto dei soldi:

Ricordatevi…che io non ho preso della vostra robba, ma della mia, e che tant’altra me l’avete fatta gettar a male voi per soddisfare a’ vostri Capricci di volerci tutti Fratti [sic!], quando né tutti son fatti per fare il Frate, né tutti per fare il Prete, e di tanti, che ne sono nelle Religioni nemeno la metà si è fatto volontariamente, ma tutti chi per un motivo, chi per un altro.

[Pietro e Alessandro Verri, Un illustre impiccato, Il Muro di Tessa, Milano 2007, dall’Introduzione a cura di Giovanni Biancardi, pp.12-13].

Sala si trasferì quindi a Cremona dove, gettata la tonaca alle ortiche, si sposò, ebbe dei figli e lavorò come commerciante di libri aprendo una bottega sotto il falso nome di Alessandro Barni. Arriviamo così ai primi anni Settanta, quando possiamo dire che l’ex religioso conducesse due vite parallele, entrambe fuorilegge: la prima perché contestava apertamente la religione cattolica, che a quei tempi era protetta dalle autorità del Ducato di Milano come avveniva nell’Europa cristiana d’ancien régime; la seconda vita era parimenti fuorilegge perché caratterizzata da furti ai danni del prossimo.

Oltre a vendere libri proibiti, Sala teneva discorsi in pubblico per convincere amici e colleghi ad allontanarsi dalla religione cattolica. L’ostilità verso i preti e i frati si era formata in lui con ogni probabilità all’epoca in cui era stato costretto ad entrare nell’ordine francescano. Rubò suppellettili e arredi sacri in molte parrocchie del Ducato: ad esempio a Lambrate, a Castellanza, a Usmate, a Tradate, a Villa Pizzone. Il suo odio per la religione si spinse fino alla profanazione delle ostia consacrate.

L’arresto avvenne a Brescia, che si trovava a quei tempi nella Repubblica di Venezia, nella primavera del 1774. Incapace di fornire alle autorità una spiegazione credibile sulla provenienza della merce che portava con sé, Sala fu detenuto in quella città per alcuni mesi. Consegnato alle autorità milanesi il primo maggio 1774, confessò di aver compiuto trentotto furti.

Il libraio brianzolo venne condannato a morte con sentenza del Senato di Milano il 23 settembre 1775: la pena capitale consisteva – com’era consuetudine per i ladri –  nell’impiccagione, preceduta da tre colpi di tenaglia rovente e dall’amputazione della mano.

Vetra nel primo Ottocento
La Vetra in un dipinto del primo Ottocento. A sinistra la basilica di San Lorenzo.

L’esecuzione avvenne due giorni dopo. Lungo il percorso dalle regie carceri alla piazza della Vetra – uno dei luoghi abituali ove erano eseguite le condanne a morte – Sala fu trasportato su un carro e qui torturato dal boia con le tenaglie infuocate.

Lo spettacolo era certamente truce ma è probabile che i milanesi non fossero granché scossi, essendo abituati da secoli alla vista delle torture e dei cadaveri dei condannati esposti in pubblico. La pena di morte era ancora assai diffusa nella Milano settecentesca, segno che i fiochi lumi della ragione accesi dai fratelli Verri, da Beccaria e dagli altri membri dell’Accademia dei Pugni, avrebbero allontanato le tenebre della barbarie solo dopo molti anni.

In un vecchio ma ancora fondamentale studio di alcuni anni fa, Italo Mereu ha dimostrato come dal 1700 al 1767 il numero delle condanne a morte fu di 643, con una media di quasi 10 esecuzioni all’anno (I. Mereu, La pena di morte a Milano nel secolo di Beccaria, Vicenza, Neri Pozza 1988). Nel 1765 – anno della pubblicazione del celebre trattatello Dei delitti e delle pene scritto da Cesare Beccaria – le sentenze capitali furono ben 23, uno dei numeri più alti, al quarto posto dopo le esecuzioni del 1745 (25), del 1750 (34), del 1755 (32).

Eppure, nell’assistere a quella condanna a morte, destò meraviglia nei milanesi la fermezza, il coraggio, quasi l’estraneità al dolore che l’ex religioso Carlo Sala seppe mostrare in quelle ore durissime.

In una lettera del 27 settembre 1775 al fratello Alessandro, Pietro Verri così descriveva la stupefacente esecuzione della condanna a morte.

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Pietro Verri (1728-1797)

Venne l’ora del supplizio, discese e montò sul carro senza il minimo segno di timore; aveva quattro sacerdoti, il carnefice, il fuoco…non aveva il Crocifisso alla faccia, né in mano; con faccia severa e ferma osservava le finestre e l’immenso popolo attonito a segno che non s’udiva una voce per dove passava. La pietà ragionata degli ecclesiastici credo che disponesse perché i colpi di tenaglia rovente fossero dati fortemente. Così fu eseguito: si vedeva un globo di fumo alzarsi, si vedeva il carnefice stringersi nelle spalle e alzar le mani per lo stupore; e non s’udiva un grido, un sospiro del Sala, che poté essere padrone de’ suoi muscoli a segno di non fare il minimo movimento, come se nemmeno lo toccassero. Gridavano i buoni ministri che quello era un minimo ricordo del fuoco eterno a cui si andava a immergere a momenti, che si confessasse e quell’indurato, sempre con un funesto sorriso, diceva di lasciarlo in pace dopo tutte le dispute e non era persuaso. I sacerdoti sul carro erano attoniti e non osavano quasi parlargli, anche per non scomparire in faccia alla moltitudine. Il carnefice credeva o che il Sala fosse un negromante, ovvero che il demonio dovesse comparire alla esecuzione e tremava più assai che il paziente.

Giunto dopo un lungo cammino alla Vetra, scese francamente e con serenità dal carro, contemplò placidamente la forca, si sbarazzò degli ecclesiastici; andò spontaneamente a riporre la mano sul tronco di legno, indicò al carnefice il sito preciso dove si doveva collocare il ferro: non volle che alcuno gli tenesse la mano, osservò come si faceva a tagliarla, si abbassò coll’altra mano per raccogliere la caduta, non diè moto o grido di dolore, osservò attentamente il braccio mozzato, sorrise perché la gallina che se gli doveva applicare era sfuggita alle mani del carnefice; finalmente impaziente ascese da sé la scala e al carnefice stesso, che più volte nel porgli il capestro gli diceva che ancora era a tempo, terminò col dire che si sbrigasse a fare il suo mestiere, diè un’occhiata abbasso e da sé si scagliò. Il carnefice tremava e non poté resistere alla paura di essere portato via dal demonio insieme all’infelice Sala e lo abbandonò che ancora si dibatteva.[…]

Io compiango il destino di un uomo il quale aveva l’anima certamente non volgare e capace del più sublime eroismo: lo compiango, dico, di averla così malamente impiegata. E’ comune agl’inglesi affrontare la morte con coraggio; ma affrontare con eguale coraggio e soffrire con immobilità il dolore, non so se si trovi frequentemente.

Va ricordato che nel Ducato di Milano la tortura fu abolita nel 1784. Negli anni Ottanta cessarono le condanne a morte, sostituite dai lavori alle fortezze (Pizzighettone) o da altri tipi di condanne durissime come ad esempio l’alaggio, che consisteva nel traino delle imbarcazioni lungo le rive dei fiumi in marce forzate che provocavano il decesso per sfinimento.

La pena di morte tornò alla carica in Francia alla fine del secolo, quando la ghigliottina, nei pochi anni del Terrore, uccise tra le 30.000 e le 40.000 persone. Tornò in Italia nella prima metà dell’Ottocento, ben presente negli ordinamenti degli Stati napoleonici e in quelli preunitari. Faceva eccezione il Granducato di Toscana, ove la condanna a morte fu abolita da Pietro Leopoldo di Asburgo Lorena nel 1786.

Dalle ‘vaganti latrine’ agli smart bins di Amsa

Il rapporto dei milanesi con la spazzatura è sempre stato controverso. In età moderna la condizione delle strade era a dir poco misera se considerata con gli standard di pulizia cui siamo abituati oggi. Chi camminava nel XVI o nel XVII secolo per le vie del centro, perfino lungo i corsi principali, doveva fare i conti con una situazione ambientale assai misera: strade lordate da escrementi di ogni tipo, il suolo bagnato dell’urina dei vasi da notte che venivano svuotati dalle finestre.

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Il poeta Giuseppe Parini (1729-1799)

Ancora in pieno Settecento, nel periodo in cui il riformismo illuminato accendeva i suoi “lumi” e si adoperavano le prime misure tese a conferire pubblico decoro alla città, poteva capitare che la sporcizia restasse per giorni ai bordi delle vie. I rifiuti restavano per giorni in strada, tanto che in milanese la radice del lemma che indicava la spazzatura (ruera) era lo stesso di strada (ruga….da cui via Rugabella: bella strada): la competenza del “rüè”, dello spazzino, consisteva nel raccogliere questi rifiuti nella grande gerla che reggeva sulle spalle e nel portarli fuori dalle mura, in aperta campagna. Questo però non avveniva regolarmente, il che finiva con il rendere l’aria irrespirabile. L’abate Giuseppe Parini fu uno dei primi a denunciare, in una famosa ode del 1754, il misero stato in cui versavano le strade milanesi. Nello scritto Sulla salubrità dell’aria il poeta non esitava a preferire l’aria della sua Brianza ai fetori immondi di Milano:

Ma al pié de’ gran palagi/ Là il fimo alto fermenta;/ E di sali malvagi/ Ammorba l’aria lenta,/ che a stagnar si rimase/ tra le sublimi case./ Quivi i lari plebei/ Da le spregiate crete/ D’umor fracidi e rei/ Versan fonti indiscrete;/ Onde il vapor s’aggira,/ e col fiato s’inspira./ Spenti animai, ridotti/ Per le frequenti vie,/ De gli aliti corrotti/ Empion l’estivo die:/ Spettacol deforme/ Del cittadin sull’orme./ Né a pena cadde il Sole,/ che vaganti latrine/ con spalancate gole/ lustran ogni confine/ De la città, che desta/ Beve l’aura molesta.

  “Ma ai piedi dei grandi palazzi fermenta il tanto letame. E di odori nocivi ammorba l’aria fetida, che rimase a stagnare tra queste case sublimi. Qui gli abitanti delle case popolari gettano in strada le acque sporche dei vasi da notte (le spregiate crete) per cui i miasmi si aggirano per l’aria e si respirano dai passanti. Animali morti, che giacciono sulle vie frequentate, riempiono l’aria estiva del puzzo della carcasse in decomposizione: informe spettacolo ai piedi del cittadino. E poco prima del tramonto i carri dei rifiuti spinti dagli spazzini (latrine vaganti) con i loro coperchi spalancati puliscono ogni lato della città, che al risveglio si deve ancora sorbire quell’aria fetida”.

 

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Eugenio Beauharnais (1781-1824), vicerè del Regno Italico dal 1805 al 1814

Nel 1781 il magistrato di sanità, l’istituzione del ducato incaricata di vigilare sulla salute pubblica, emanò disposizioni precise sulla pulizia delle strade. La cura dell’igiene pubblica restò però inefficace per molti anni perché i milanesi violavano i regolamenti. I primi provvedimenti incisivi arrivarono quando Milano fu capitale del Regno d’Italia napoleonico. Un decreto del viceré Eugenio Beauharnais, firmato dal Palazzo Reale l’8 gennaio 1811, nel denunciare la pessima abitudine di depositare nelle cantine o nei cortili domestici il letame delle stalle e ogni specie di rifiuti, vietava tali pratiche sotto pena di una multa di 200 lire italiane, che saliva a 300 lire in caso di recidiva. Pochi mesi dopo, un’ordinanza del prefetto di polizia dell’Olona, Villa, obbligava i cittadini a trasportare l’immondizia fuori città assicurandosi che il luogo prescelto si trovasse a una distanza dalla strada e dall’abitato non inferiore ai 100 metri.

Da allora è passata molta acqua sotto i ponti. Oggi Milano si trova all’avanguardia nella pulizia delle strade e nella gestione dell’immondizia. La raccolta differenziata, pari al 54% del totale, seconda in Europa solo a quella di Vienna, consente di produrre fonti di calore per 24.000 famiglie ed energia elettrica per 130.000 nuclei familiari. In un interessante incontro tenuto tre giorni fa all’Urban Center in Galleria Vittorio Emanuele, una delegazione di operatori ecologici di New York si è incontrata con gli amministratori del Comune, di A2A e di Amsa per scambiarsi il proprio know-how e condividere obiettivi ambiziosi. Nella Grande Mela il sindaco De Blasio ha dichiarato di voler raggiungere entro il 2030 l’azzeramento della produzione di immondizia indifferenziata. La giunta Sala, che intende portare nei prossimi anni la raccolta differenziata al 65%, si pone lo stesso traguardo potendo contare su un servizio di gestione dei rifiuti – quello di Amsa, dal 2008 controllata da A2A – tra i più avanzati in Europa.

 

Dennis Diggins, First Deputy Commissioner del New York City Department of Sanitation, ha mostrato come raggiungere l’obiettivo del “zero waste” sia un obiettivo difficile ma non impossibile se l’amministrazione riesce a gestire bene i processi di smaltimento per ogni tipologia di rifiuto come avviene in larga parte già a Milano.

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Marco Granelli, assessore all’ambiente del Comune di Milano

D’altra parte, “prendendo ad esempio l’esperienza di New York” ha spiegato l’assessore all’ambiente del Comune di Milano, Marco Granelli – crediamo che Milano possa puntare ancor più in alto recuperando una componente importante come i tessuti che oggi vanno nell’indifferenziato. Siamo poi consapevoli che l’attività educativa nelle scuole è fondamentale: applicare la differenziata nei cestini pubblici in strada – come è stato fatto ad Expo 2015 – richiede un’educazione civica diffusa sul territorio. A Milano è poi cruciale coinvolgere maggiormente i condomini mettendo in atto misure  – come ad esempio sconti sulla Tari – atte a premiare chi dimostrerà di prendersi cura dello spazio comune”.

Valerio Camerano, amministratore delegato di A2A, ha confermato come anche per Milano l’obiettivo sia di arrivare al 100% della raccolta differenziata entro il 2030. Investimenti significativi sono previsti per nuovi impianti tesi allo smaltimento del vetro, carta, plastica e organico. Il servizio si estenderà nei prossimi anni all’area metropolitana garantendo ai Comuni dell’hinterland un servizio che sia allo stesso livello di quello presente a Milano. Il responsabile operativo di Amsa, Mauro De Cillis, ha annunciato che dal 2017 verranno introdotti in città gli smart bins, i cestini intelligenti: dotati di un chip elettronico, invieranno alla centrale informazioni sui rifiuti accumulati consentendo agli operatori di tracciare la produzione storica per ogni isolato. Entro il 2018 quindicimila cestoni saranno smart sui ventiquattromila complessivi.

Tra le novità dei prossimi anni vi sarà il rinnovamento ecologico del parco mezzi con una flotta che sarà pienamente ecocompatibile entro il 2018; l’unione del cartone alla carta a seguito dell’elevata diffusione degli acquisti via internet; la riduzione della raccolta indifferenziata ad una volta alla settimana per indurre i cittadini ad impegnarsi maggiormente nella separazione dei vari tipi di rifiuti.

Perché Guenzati deve restare dov’è

In una vecchia guida di Milano pubblicata nel 1838 si consigliava una passeggiata con partenza dal lato nord della piazza dei Mercanti, nel punto in cui si dipartiva l’antica contrada dei Fustagnari, uno dei vicoli del centro che consentiva a quei tempi di raggiungere il Cordusio. Contrada dei Fustagnari: “nome applicabilissimo anche ai giorni nostri” scriveva l’anonimo estensore del libretto “per la preponderante quantità di fustagni che vi si vende” [Guida di Milano in otto passeggiate, Milano 1838, ristampa a cura de Il Polifilo, 2005, pag.131].

Quando ho saputo che la ditta Guenzati è soggetta a una procedura di sfratto perché le Assicurazioni Generali non intendono rinnovare l’affitto, il pensiero è corso subito alla storia di questo piccolo isolato compreso tra le vie Orefici, piazza Cordusio e via Mercanti; una zona ove operò fin dal Medioevo una borghesia mercantile specializzata nella vendita dei tessuti. Guenzati costituisce l’ultima preziosa testimonianza di quella storia milanese. Il Fai ha organizzato una raccolta firme affinché l’azienda non sia costretta a lasciare la sua storica sede. L’assessore alle politiche del lavoro, attività produttive, commercio e risorse umane, Cristina Tajani, ha visitato il negozio mostrando l’attenzione della giunta Sala al tema della salvaguardia dei negozi storici.

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Progetto del 1878 relativo alla demolizione di una parte del fabbricato Guenzati tra via Mercanti e via Fustagnari per i lavori della nuova Via Mercanti. Ringrazio Luigi Ragno per avermi permesso di fotografare questo documento.

Oggi Guenzati è una ditta di alta qualità, particolarmente apprezzata da una raffinata clientela composta non solo da milanesi, ma anche da tanti cittadini italiani e stranieri che da anni apprezzano la vasta scelta degli articoli e l’attenzione premurosa di un personale esperto, pronto a soddisfare con discrezione i bisogni del cliente.

In realtà, se guardiamo a questo negozio con la lente della storia, ci accorgiamo che tali qualità non sono per nulla casuali o improvvisate. Sono il risultato di un fenomeno di “lunga durata”,  frutto di un patrimonio di competenze che in quella bottega si è trasmesso per due secoli e mezzo. La storia della ditta Guenzati costituisce un esempio di successo ottenuto in forza di un autentico spirito di corpo tra i dipendenti. Spirito di corpo che ha consentito alla ditta di durare nei secoli nonostante l’estinguersi delle famiglie. Il marchio Guenzati si è fuso da tempo con la storia di Milano, in particolar modo con quella del quartiere di piazza dei Mercanti. Traslocare Guenzati significherebbe privare il centro di un pezzo importante della sua storia; una storia risalente alla borghesia milanese del basso Medioevo.

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L’imperatrice Maria Teresa di Asburgo (1717-1780)

Risaliamo alle origini, al 1768, anno di nascita della ditta Guenzati nel commercio dei tessuti. Siamo nel periodo delle riforme asburgiche condotte da Maria Teresa d’Austria e dai suoi funzionari: grazie all’impulso del governo austriaco, è iniziata per Milano una stagione di rinnovamento nella società, nei costumi, nelle istituzioni politico amministrative del Ducato. In quell’anno Giuseppe Guenzati assunse la direzione della ditta sita in contrada dei Fustagnari al civico 1677, conferendole il nome “Ditta Giuseppe Guenzati”. Possiamo dire che la nascita del negozio avvenne nel segno della continuità con un modo di lavorare che avrebbe dato frutti duraturi. Giuseppe infatti non era nuovo del mestiere. Con la sorella Giuseppa aveva lavorato per anni alle dipendenze di Giovanni Bertani, la cui famiglia era proprietaria di quel fondaco fin dai primi del Settecento. Il matrimonio tra Giovanni e Giuseppa legò strettamente la famiglia Guenzati ai proprietari, la cui attività verteva principalmente sul commercio dei tessuti di seta. Alla morte di Bertani, Giuseppe subentrò nella gestione.

A quell’epoca, nel periodo compreso tra la fine del Settecento e i primi anni dell’Ottocento, il patrimonio della ditta non doveva essere cospicuo. Sappiamo però che negli anni Quaranta del XIX secolo il nipote Giuseppe Guenzati “junior” non era soltanto un commerciante di tessuti, ma si era specializzato come intermediario nelle operazioni di vendita e acquisto della seta. Era divenuto, come si diceva allora, un  “sensale” e questa fu un’attività che Giuseppe junior seppe svolgere da solo, senza l’aiuto di alcun membro della famiglia.  Difatti, se controlliamo gli almanacchi napoleonici del 1808 e del 1812, non troviamo il nome dei Guenzati tra i principali “sensali di seta” attivi a Milano, segno che Agostino, padre di Giuseppe junior, era rimasto in quel periodo un semplice commerciante di tessuti.

Il “sensale” era un mediatore la cui attività consisteva nel fare in modo che le parti avessero i mezzi per fare affari rappresentandole se necessario nella firma dei contratti. I sensali di mercanzia operavano nel commercio di prodotti agricoli, agendo come intermediari tra i venditori e i compratori della merce.  I primi guadagni considerevoli furono quindi opera di Giuseppe “junior”, figlio di Agostino, il cui nome compariva nella Guida di Milano per l’anno 1844 all’interno dei 24 sensali di seta operanti in città. Giuseppe – che abitava nel sestiere di Porta Comasina dapprima nella contrada del Rovello al civico 2304, poi in contrada Cusani al civico 2287  –  raggiungeva a piedi, in pochi minuti, il suo fondaco che si trovava all’interno del sestiere ove abitava, alla fine del vicolo Fustagnari, a pochi metri dall’ingresso sul lato settentrionale della piazza dei Mercanti.

Oltre ad essere un ottimo commerciante, Guenzati fu un intellettuale operoso che riscosse una certa fama nella Milano asburgica. Nel “Giornale dell’Imperial Regio Istituto Lombardo di Scienze, Lettere ed arti e Biblioteca Italiana dell’anno 1847”, tra i testi di cui si raccomandava la lettura, due erano scritti da Giuseppe. Il primo, pubblicato nel 1846, si intitolava Manuale del cultore della seta; il secondo verteva sulla coltivazione delle patate (Il cultore dei pomi da terra, Milano, Valentini 1847).

Il primo libro era dedicato alla coltivazione dei gelsi e all’allevamento dei bachi da seta: l’autore, sulla base delle conoscenze acquisite nei suoi viaggi presso le varie cascine lombarde, forniva consigli sui metodi per disporre dei bachi migliori e ottenere una buona filatura dei bozzoli. Seguiva uno studio comparativo sui vari tessuti di seta presenti sulla piazza milanese, di cui si analizzava nel dettaglio la qualità. Per la verità, la parte relativa ai bachi riprendeva concetti che Giuseppe aveva già esposto alcuni anni prima, nel 1841, in un volumetto intitolato Vero metodo per far nascere la semente dei bachi da seta, loro processo, educazione. L’analisi dei vari tessuti costituiva invece il tratto innovativo del libro, il cui successo fu notevole. Nell’introduzione al volume sulla coltivazione delle patate, Giuseppe, nel ricordare la fortuna del suo “manuale”, rammentava con legittimo orgoglio il favore che esso riscosse non solo presso le autorità asburgiche in Lombardia, ma anche presso i governi di alcuni Stati italiani: il regno di Napoli e il regno di Sardegna.

“Lo scorso anno il Sottoscritto diede alla luce un suo opuscolo intitolato il Cultore della Seta, nel quale trovansi raccolte molte utili cognizioni per la riuscita di sì importante ramo della nazionale ricchezza. Detto opuscolo fu accolto con favore da Sua Altezza Imperiale il Serenissimo Arciduca Ranieri, Viceré del Regno Lombardo Veneto, come risulta dal rispettato rescritto 25 aprile 1846 n.2789, di sua Eccellenza il Signor Conte Governatore, con dichiarazione che l’Altezza Sua si è degnata di accettare di buon grado l’esemplare rimessole, commendando [lodando] lo zelo dell’Autore, e le pervennero parimente lodi da parte del Re di Napoli, col mezzo di suo Ministro dell’Interno…e che finalmente Sua Maestà il Re Carlo Alberto di Sardegna ha desiderato cinquanta copie di detto opuscolo, all’oggetto fossero diramate in tutte le provincie del suo Regno”.

Il declino della seta lombarda nella seconda metà dell’Ottocento spinse i commercianti ad estendere la loro attività ad altre tipologie di merce. Nella Guida generale di Milano pubblicata dall’editore Ticozzi nel 1873-74, la ditta Guenzati compariva ancora tra i principali operatori del settore nella città ambrosiana. La sede era descritta tuttavia come operante in “telerie e cotoni”: scompariva il riferimento alla seta.

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Quaderno scritto dai Guenzati con l’annotazione delle paghe mensili per i dipendenti. Anni Sessanta del XIX secolo. Ringrazio Luigi Ragno per avermi permesso di fotografare questo documento.

Nel 1876 avvenne il secondo passaggio di proprietà della ditta in via Fustagnari. Rosa Casati, vedova di Giuseppe Guenzati, cedette l’attività ai dipendenti più brillanti: Luigi Meda e Giovanni Battista Tomegno. Quest’ultimo si distinse nella rigorosa conduzione degli affari, assicurando alla ditta un discreto margine di guadagno. Con i soldi che riuscì a procurarsi grazie alle brillanti operazioni di vendita Giovanni Battista poté far studiare due dei suoi figli, Domenico e Luigi: il primo divenne dottore commercialista, il secondo avvocato. Il terzo figlio, Giuseppe, avviato invece alla professione del commercio, affiancò il padre nei viaggi d’affari. Ben presto tuttavia, la passione per le stoffe spinse i fratelli ad unire le forze. La conoscenza dei traffici, la ricerca meticolosa dei tessuti, l’abilità nelle operazioni di vendita, furono caratteristiche che segnarono il successo del negozio di via Fustagnari, che tra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento assurse a grande notorietà. Tra i clienti più illustri occorre ricordare San Giovanni Bosco, assai legato a Giuseppe Guenzati che lo presentò a Giovanni Battista Tomegno. Dopo la morte del Guenzati, i rapporti con il sacerdote si consolidarono grazie alla forte amicizia con i Tomegno. Quando giungeva a Milano, don Bosco non mancava di far visita ai dipendenti del negozio.

Il terzo passaggio di proprietà avvenne nel 1968. La tradizione di affidare l’attività ai dipendenti migliori venne rispettata anche in questo caso. Domenico e Luigi Tomegno, anziani e senza eredi, cedettero l’attività ad Angelo Moretti e a Vittorio Ragno. Quando venne assunto dai Tomegno, nel 1956, Vittorio era un giovane di 19 anni tutt’altro che inesperto. Cinque anni prima aveva imparato il mestiere lavorando come commesso presso la Tessuti Carlo Alberto.

Il tirocinio alla Guenzati non fu per nulla facile. I titolari erano inflessibili nel servizio alla clientela. In un’intervista rilasciata a Giuseppe Paletta e pubblicata alcuni anni fa dal Centro per la Cultura d’Impresa,  Vittorio Ragno ricordava il duro lavoro cui dovette far fronte in un’ambiente in cui i colleghi ‘più anziani’, gelosi della competenze acquisite, erano tutt’altro che disposti ad aiutare i nuovi arrivati. L’impegno, l’umiltà, la dedizione costante al lavoro furono tuttavia qualità che premiarono l’impegno di Vittorio e di Angelo Moretti, consentendo loro di emergere in una ditta composta alle metà del Novecento di appena nove persone tra titolari, commessi e fattorini.

Tra i clienti più importanti della Guenzati meritano di essere ricordati nomi quali Galtrucco, Loro Piana; famiglie dell’alta borghesia meneghina quali i Borletti o i Bassetti; esponenti illustri della nobiltà milanese come i Dal Verme o i Visconti di Modrone.

Per queste ragioni, credo sia importante dare una mano a Luigi Ragno, figlio di Vittorio, perché la Guenzati continui a svolgere la sua attività nella sua storica sede tra Piazza Mercanti e il Cordusio.