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La Darsena ritrovata

Sono stato anch’io tra i 70.000 visitatori che domenica scorsa hanno assistito alla riapertura della Darsena dopo anni di lavori. Il giudizio è nel complesso positivo. In un perodo difficile come quello attuale, la riqualificazione dell’area, decisa due anni fa dalla Giunta Pisapia, consente a Milano di presentarsi degnamente all’appuntamento di Expo.

Darsena1Oggi i milanesi possono fruire di uno spazio tra i più pittoreschi della città, un bacino ripensato in chiave turistica con alcune novità di rilievo. Penso ad esempio al mercato coperto. Inoltre, vicino all’arco di Porta Ticinese, è stato aperto un breve tratto del Ticinello: i visitatori possono ammirare i tre antichi archetti in pietra che collegano il canale alla Darsena, oggi visibili grazie a un sapiente lavoro di recupero.

Anch’io non posso esimermi da alcune critiche. Discutibile è stata la scelta di non conservare il tratto dei bastioni confinante con la Darsena. Discutibile la copertura del ponte verso la storica Conca di Viarenna. Discutibile la scelta di autorizzare nel naviglio grande quei box galleggianti che, gestiti da negozianti e ristoratori, occupano quasi metà del canale compromettendo la visuale pittoresca della zona.

Come ho detto all’inizio, il mio giudizio è tuttavia positivo. Mi auguro che l’amministrazione comunale, nei prossimi anni, sappia proseguire nella valorizzazione sociale e culturale dei navigli milanesi.

Che rapporto ha la Darsena con Milano? Partiamo anzitutto dalla parola. Il lemma, risalente all’arabo dar as-sina’a entrò nella lingua italiana mediato dal genovese nel corso del XVI secolo. La parola ha assunto il significato di “fabbrica”, intesa come area interna di un porto ove si effettuano riparazioni di barche e hanno sede officine e bacini di carenaggio.

IMG_5961In effetti, se studiamo la storia di Milano, ci accorgiamo che la nostra Darsena rientra bene in questa definizione. Il laghetto di Sant’Eustorgio fu certamente un porto per la città – anche se porto sui generis, come vedremo – ma funse soprattutto da deposito di merci; merci che, giunte in città mediante le imbarcazioni provenienti dal Naviglio Grande e dal Naviglio Pavese, erano depositate nelle banchine e nei quartieri vicini.

Ricordo che la Darsena, come il quartiere di San Gottardo e i due navigli nel tratto urbano, erano compresi fino al 1873 nel Comune dei Corpi Santi.

La Darsena fu insomma un grande deposito di materie prime per l’industria cittadina: pensiamo alla sabbia o alla ghiaia per la costruzione delle case. Nell’Ottocento vi erano anche trasportate le forme di parmigiano che si producevano nelle cascine della bassa, in particolar modo a Fombio, un paese in provincia di Lodi che era compreso nel territorio del ducato di Parma e Piacenza. Ecco una possibile chiave di lettura per capire l’origine del “parmigiano”! ;))).

Cesare Cantù, nella Grande Illustrazione del Lombardo Veneto pubblicata verso la metà del XIX secolo, stimava in 300.000 le forme di parmigiano depositate nelle ricevitorie di finanza di Codogno, Lodi, Pavia e nel borgo di San Gottardo. Questo borgo era chiamato dai milanesi burg de’ furmagiatt in ragione delle innumerevoli casere, le tipiche case milanesi – molte tuttora esistenti – costruite tra corso San Gottardo e il naviglio pavese per collocarvi il cacio da invecchiare.

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La Conca di Viarenna in una foto del primo Novecento

Dalla fine del Quattrocento, quando le acque del Naviglio Martesana vennero congiunte con quelle del Naviglio Grande grazie alla piena navigabilità della fossa interna in centro città, la Darsena divenne un vero e proprio porto cittadino. Il numero delle imbarcazioni crebbe a dismisura facendo dell’area un bacino equiparabile per volume di traffico ai principali porti della penisola. Le barche che solcavano i navigli appartenevano a diverse tipologie. Le “zeppate” o “ceppate” erano zattere di varia lunghezza che trasportavano per lo più legname. Discendevano il naviglio Martesana e, mediante il naviglio interno, raggiungevano la Darsena passando per la conca di Viarenna. C’erano poi i burchielli: quelli della Martesana erano lunghi 22 metri e larghi nel punto di maggiore ampiezza 4,65; quelli del Naviglio Grande, chiamati anche cagnoni, erano lunghi 23.50 metri, larghi 4,75.

La conca di Viarenna costituiva un punto di passaggio cruciale per le barche perché si trattava dell’unica via d’acqua per trasportare le merci nel Naviglio Interno verso la Martesana o, all’opposto, per portarle nella Darsena in direzione di Pavia o di Abbiategrasso. La conca era ceduta dallo Stato ai privati mediante contratti di affitto di durata pluriennale.

Diamo un’occhiata al contratto firmato il 18 dicembre 1815 dal funzionario di finanza Gioacchino Frigerio con il signor Giovanni Molinari. In base a questo documento, conservato nel fondo notarile dell’Archivio di Stato di Milano, sappiamo che il Molinari ricevette in affitto la Conca di Viarenna per “anni sei continui che avranno il loro principio nel giorno primo gennaio 1816 prossimo futuro e termineranno nel giorno 31 dicembre dell’anno 1821 mediante la prestazione annua di lire 1.100…da corrispondersi di trimestre in trimestre”. Nel contratto era allegata la tariffa che l’affittuario era autorizzato a riscuotere al passaggio delle barche per la conca di Viarenna. L’elenco ci dà un’idea del traffico di imbarcazioni nel primo Ottocento:

  1. Per le Barche grosse, cioè di montagna, abbino da pagare soldi 10
  2. Le Barche di Bereguardo [provenienti dal Naviglio di Bereguardo, tra Abbiategrasso e Pavia] mezzane ed altri luoghi quali siano della medesima grandezza abbino da pagare soldi 7 e mezzo
  3. Li navetti ordinari hanno da pagare soldi 5
  4. Li Burchielli pagheranno soldi 2 e denari 6
  5. Le Zeppate intiere pagheranno soldi 15
  6. Le Zeppate mezzane pagheranno soldi 10
  7. Le mezze Zeppate pagheranno soldi 7 e denari 6

Le barche grosse erano probabilmente quelle provenienti dal Lago Maggiore o dal Lago di Como.

Nella seconda metà dell’Ottocento l’avvento della ferrovia portò a una drastica riduzione del traffico merci lungo i canali. Nel Novecento la Darsena fu notevolmente ridimensionata, anche se fino agli anni Cinquanta continuò a fungere da deposito di materie prime.

Una preziosa guida di Milano in lingua francese pubblicata dall’amministrazione comunale in occasione dell’Esposizione Internazionale del 1906, forniva un quadro indicativo della Darsena di Porta Ticinese. La navigazione milanese si era considerevolmente ridotta, anche a seguito della chiusura di alcuni canali avvenuta a fine Ottocento. Ricordo  ad esempio la copertura del Naviglio di San Girolamo (lungo le attuali vie Carducci e parte di via De Amicis) nel 1894-95. Scriveva l’estensore della guida descrivendo la Darsena:

IMG_5964A 420 mètres de longueur sur une largeur qui varie de 28 à 68 mètres, avec une profondeur moyenne de mét. 1,20. Ce Bassin, creusé au pied des remparts, est actuellement le centre de ce qui reste de la navigation milanaise, puisqu’il recoit, outre les eaux du Grand Canal [Naviglio Grande], celles du Canal Intérieur [Naviglio Interno] alimentant l’écluse de la rue Arène [Conca di Viarenna nell’allora via Arena, oggi via Conca del Naviglio] et qu’il sert de prise au Canal de Pavie [Naviglio di Pavia] et donne origine à cette voie navigable qui, dans le conditions actuelle, réunit au Po le réseau des canaux milanais. C’est aussi dans ce bassin que vient se jeter la riviére Olona [il fiume Olona, oggi interrato], qui aux abords de Milan se trouve généralement asses pauvre, ses eaux étant dérivées pour les usages industriels mais dont les crues sont néamoins parfois assez importantes.  

Traduzione

“Ha una lunghezza di 420 metri e una larghezza che varia tra i 28 e i 68 metri e una profondità media di 1,20 metri. Questo bacino, scavato ai piedi dei bastioni, è attualmente al centro di quel che resta della navigazione milanese  perché riceve , oltre alle acque del Naviglio Grande, quelle del Naviglio Interno che alimentano la chiusa di via Arena [la Conca Viarenna, oggi in via Conca del Naviglio]; la Darsena serve per convogliare l’acqua nel naviglio pavese e dà origine a questa via navigabile che, nelle condizioni attuali, unisce al Po la rete dei canali milanesi. In questo bacino si getta anche il fiume Olona, che nella periferia di Milano è generalmente povero d’acqua servendo ad usi industriali. A volte i suoi allagamenti sono però notevoli”.

Fiera del Mobile e FuoriSalone: Milano capitale dell’interior design

La settimana scorsa si è tenuta la fiera del mobile e il FuoriSalone, due eventi che hanno visto la partecipazione di tante aziende specializzate nell’arredo e nell’interior design.  Le vie del centro e alcune periferie sono state invase da una folla di visitatori – in gran parte stranieri – desiderosi di essere aggiornati sulle ultime novità del settore. In realtà, a ben guardare, molti di loro erano maledettamente curiosi di sapere che aria si respirasse sotto la Madonnina a poche settimane da Expo 2015.

FuoriSaloneLa città (amministrazione comunale, imprenditori, negozianti) ha saputo gestire questo evento con grande professionalità, offrendo un modello di gestione degli spazi in chiave turistico culturale di notevole spessore. Mi riferisco in particolar modo ai 1258 eventi organizzati dal FuoriSalone, ove molti quartieri cittadini hanno mostrato una vitalità davvero inaspettata. Ogni zona ha saputo reinventarsi, facendo respirare al visitatore un’atmosfera peculiare alla storia del luogo e alle attività imprenditoriali che vi si svolgono nel segno della creatività e dell’innovazione. Un ruolo centrale hanno giocato i classici quartieri del design: zona Tortona (Superstudio Più), Porta Venezia (Porta Venezia in design), Brera (Brera Design District), il quartiere Ventura-Lambrate, San Babila (San Babila Design Quarter), la zona Monumentale (Fabbrica del Vapore) fino a Porta Romana (Elita Design Week Festival). Di notevole interesse è stata la valorizzazione di un quartiere storico come le “5Vie” (situato tra le vie Santa Marta e San Maurilio, a cavallo degli antichi Sestieri di Porta Vercellina e Porta Ticinese) dove, in coincidenza con la Milan design week, le gallerie d’arte, i negozi di abbigliamento e di antiquariato, i cortili interni di antichi palazzi privati sono rimasti aperti ai visitatori aderendo agli eventi FuoriSalone.

Il risultato è stato al di sopra di ogni attesa. Milano si è animata grandemente, richiamando un pubblico internazionale che ha apprezzato le tante novità italiane nel settore dell’arredamento e dell’interior design.

Non sono ancora disponibili i dati relativi al numero dei visitatori. A quanti sono accorsi alla Fiera del Mobile andranno aggiunte le tante persone che dal 2003 partecipano agli eventi del FuoriSalone. Il bilancio che si può trarre è certamente positivo. Gli organizzatori hanno stimato una media compresa tra i 310.000 e i 350.000 visitatori. In attesa dei numeri definitivi, limitando l’esame ai dati storici della fiera del Mobile, si possono fare tuttavia tre considerazioni.

01-00222927000013Anzitutto va ricordato che il Salone del Mobile ha assunto da tempo un’importanza cruciale per il Made in Italy. Nata nel 1961 come fiera del mobile ristretta all’industria nazionale – il numero degli espositori era pari a 328 in quell’anno – la Fiera del Mobile accrebbe nel tempo le sue dimensioni, segno di una vocazione italiana alla produzione manifatturiera nel comparto dell’arredamento. Nel 1967 la fiera si aprì per la prima volta agli espositori stranieri, anche se il loro numero fu esiguo: 63 contro i ben 1319 italiani. I dati sono tratti dal sito del Salone del Mobile di Milano.

In quel periodo si decise di adottare, per l’allestimento dell’evento, il criterio degli anni pari/dispari: negli anni pari la fiera era ristretta agli espositori italiani, in quelli dispari la partecipazione comprendeva le ditte straniere.

La dimensione internazionale della fiera del mobile risale però al 1991, quando fu deciso che ogni anno l’evento avrebbe visto la partecipazione di espositori tanto italiani quanto stranieri. Negli anni Novanta e Duemila, la specializzazione delle aziende manifatturiere nell’arredamento di qualità  e nell’interior design (dall’illuminazione agli arredi per l’ufficio, dalla cucina ai mobili per bagno) spinse gli organizzatori a concentrare l’esposizione su alcuni settori. Il criterio degli anni alterni non fu abbandonato. Dal 2010 gli anni pari sono dedicati ai mobili per cucina, bagno e complemento d’arredo, quelli dispari all’illuminazione e ai mobili per ufficio.

La seconda riflessione concerne la presenza degli espositori alla Fiera del Mobile. Se prendiamo in esame i dati di questi ultimi dieci anni, ci accorgiamo di un cambiamento di portata storica.

fuorisalone1In passato le ditte straniere costituivano un’esigua minoranza rispetto a quelle italiane. Si è accennato ai dati del 1967. Ancora nel 2004, su un totale di quasi 1500 espositori, gli italiani erano più di 1200, mentre gli stranieri non superavano le 230 ditte presenti al Salone del Mobile. Prendiamo ora il 2013, anno dedicato ai settori oggetto della esposizione appena conclusa (illuminazione, ufficio, complemento d’arredo). La situazione è mutata, le ditte straniere sono cresciute di peso, anche a seguito degli effetti recessivi che la crisi economica ha provocato nel nostro paese: su 1269 espositori, gli italiani erano appena 953 mentre gli stranieri restavano minoranza, ma una minoranza rilevante, pari a 316 ditte.

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Manifesto del primo Salone del Mobile risalente al 1961

Quest’anno l’ottimismo degli organizzatori ha certamente le sue ragioni ma la forte presenza di espositori stranieri costituisce un segnale che il governo e gli imprenditori non devono sottovalutare: il Made in Italy nel campo dell’arredamento di qualità continua a rivestire un ruolo di primo piano nei mercati internazionali, ma la concorrenza si è fatta più dura. I consumi nell’interior design sono aumentati a livello mondiale, interessando una classe media determinata ad acquistare prodotti che siano garanzia di altissima qualità. Il Made in Italy tiene ancora per il prestigio del marchio. Esso tuttavia va difeso strenuamente: gli imprenditori devono continuare a garantire gli elevati standard qualitativi dei prodotti italiani; il governo deve mettere in campo con più coraggio tutte le misure per rafforzare una ripresa ancora flebile. E’ una sfida che richiede risposte in tempi brevi perché i competitori stranieri sono più agguerriti rispetto al passato.

visitatoriLa terza riflessione riguarda i visitatori al Salone del Mobile. Dal 2004 gli stranieri hanno superato gli italiani, un fenomeno determinato dal prevalere dell’export rispetto alle vendite nel mercato interno. Il fenomeno, che nei primi anni Duemila non presentava elementi di rilievo, dal 2006 ha assunto dimensioni macroscopiche. Inoltre dal 2009 la crisi economica in Italia, comprimendo drasticamente i consumi interni, ha obbligato le aziende ad investire nelle vendite all’estero: l’export è stato un’ancora di salvezza per il manifatturiero italiano, che altrimenti non avrebbe retto alla crisi economica. Si spiega così il vistoso allargamento della forbice nel rapporto visitatori italiani/stranieri: dai quasi 100.000 italiani contro i 123.391 visitatori stranieri nel 2006, si è arrivati due anni dopo al record di 210.249 stranieri contro i 138.203 di nostri connazionali. Per capire i dati che verranno presentati quest’anno occorre misurarsi con i numeri del 2013 che, confermando il trend appena esposto, ha visto la netta prevalenza di stranieri (193.000) rispetto agli italiani (92.674). Come ho accennato all’inizio, occorrerà poi aggiungere le stime relative ai visitatori del FuoriSalone.

Come possiamo spiegare il successo di un evento che richiama ogni anno tanti stranieri? L’interior design a Milano interessa una clientela internazionale che vede nel Made in Italy un segno di status: la qualità, lo stile raffinato, il gusto discreto per il bello si sposano mirabilmente in un delicato equilibrio che richiama i valori della classicità italiana. Un successo mondiale da difendere a tutti i costi.

Le origini della Grande Milano

Milano è al centro di una vasta area metropolitana in cui vivono e si muovono milioni di persone. La Città metropolitana, costituita il primo gennaio 2015 in sostituzione dell’attuale provincia, può essere un’occasione per migliorare il governo del territorio: si tratta di un ente intermedio che, subentrando alla Provincia di Milano (soppressa), è formato dall’unione dei municipi dell’area urbana milanese allo scopo di fornire ai cittadini standard omogenei di servizi nel campo dei trasporti, dell’urbanistica e dell’ambiente.

In realtà, quando pensiamo a Milano, noi oggi non prestiamo la dovuta attenzione al fatto che la città è già un grande Comune in base alla sua evoluzione storica. Nel comune ambrosiano, la cui superficie è pari a 18.176 ettari, risiede una popolazione superiore al milione e trecentomila abitanti. Quando è nato il comune di Milano nella sua attuale estensione territoriale?

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Milano con l’annessione del comune dei Corpi Santi. Mappa del 1873

Come ho ricordato in un post di qualche settimana fa, la città si era ingrandita notevolmente in seguito all’annessione dei Corpi Santi avvenuta nel 1873. Nel 1921 il territorio era pari a 7.600 ettari. Gli abitanti erano più di 700.000.

Vediamo nel dettaglio l’estensione del Comune nel primo ventennio del Novecento: il territorio compreso entro i bastioni era pari a 832 ettari; i Corpi Santi occupavano una superficie di 6.643 ettari. L’ingrandimento di Milano proseguì nel 1918, quando venne decisa l’annessione di Turro, il cui territorio misurava un’estensione di 125 ettari.

Eppure, nonostante tali ingrandimenti, Milano misurava una superficie troppo angusta per una città considerata la capitale morale d’Italia, sede delle maggiori banche e industrie del paese. Secondo il censimento del 1921, la superficie del comune meneghino era tra le più ridotte in Italia: 76,29 kmq. Se si tolgono i casi di Genova, Firenze e Bari, le città con una popolazione superiore ai 100.000 abitanti presentavano un’estensione incomparabilmente maggiore: da Ferrara (405,25) a Taranto (411,80) per non parlare di Roma (2074,62).

Milano in una mappa del 1910.
Milano in una mappa del 1910.

L’ingrandimento della città era sentito come una priorità da molti esponenti della classe dirigente milanese, il che era comprensibile se si considera che molti servizi civici erano ancora localizzati al di fuori del territorio comunale: la ferrovia e gli impianti sportivi si trovavano a Lambrate, il collettore della fognatura nel Vigentino; a Trenno era stato costruito il celebre ippodromo; a Musocco il cimitero; a Baggio l’aerodromo; a Dergano l’ospedale dei contagiosi.

Nel 1923, quando il sindaco di Milano, il ginecologo Luigi Mangiagalli, si fece promotore del piano d’ingrandimento del comune, in Italia era in carica il primo governo Mussolini di cui facevano parte esponenti del partito fascista, del partito liberale e del partito popolare; un governo il cui operato sembrava porsi entro i confini della legalità. In realtà, come vedremo tra poco, il capo del governo mostrò già in questi anni una scarsa attenzione per le leggi dello Stato liberale.

Mussolini incoraggiò il progetto d’ingrandimento del comune di Milano. In una lettera del 7 luglio 1923 al sindaco Mangiagalli, il capo del governo si espresse in questi termini:

 

Benito Mussolini in una foto dei primi anni Venti.
Benito Mussolini in una foto del 1923.

Caro ed illustre Sindaco…ho la sensazione che Milano abbia il respiro della sua fatale espansione mozzato dalla fungaia di piccoli comunelli che sorgono alla sua periferia (Greco, Lambrate, Dergano, Gorla, Turro, Musocco, Affosi, Chiaravalle). Se Vostra Signoria crede di provocare un provvedimento di annessione che io stimo utile e forse necessario, io sono disposto a farlo approvare. Qualche intesa dovrebbe intervenire con i sindaci dei comuni. Io credo che la cosa piacerebbe anche a loro o prima o dopo. [Le sottolineature sono di Mussolini, NdR]

A ben vedere, il capo del governo mostrava di non avere buona memoria perché il comune di Turro era già stato annesso a Milano alcuni anni prima. Il governo sembrava favorevole a un ingrandimento della città mediante il coinvolgimento dei comuni secondo il dettato dell’articolo 118 della legge comunale e provinciale del 4 febbraio 1915 n.148: “Il governo del Re può decretare l’unione di più Comuni, qualunque sia la loro popolazione, quando i Consigli comunali ne facciano domanda e ne fissino di accordo le condizioni”.

Mussolini in realtà non esitò a violare la legge quando fosse risultata d’intralcio ai suoi interessi. Il governo seguì infatti una procedura che violò la normativa esistente. L’annessione dei Comuni limitrofi a Milano, avvenuta con decreti reali del 2 e del 30 settembre 1923, fu operata senza alcun coinvolgimento dei consigli comunali dei municipi interessati. L’ispiratore di tali atti autoritari fu lo stesso sindaco Mangiagalli, il quale caldeggiò l’unione immediata dei comuni suburbani “risparmiando le pratiche burocratiche”. Anziché attendere i pronunciamenti degli undici municipi limitrofi, si decise di convocare i sindaci in prefettura per informarli in merito al decreto di aggregazione deciso dal governo. Si stabilì inoltre che nel consiglio comunale di Milano, in carica dal 30 dicembre 1922, sarebbero entrati i rappresentanti dei municipi aggregati. Tuttavia, per rafforzare la componente fascista, Mussolini decretò lo scioglimento dei consigli comunali e nominò undici “amministratori o commissari straordinari” che sarebbero entrati a Palazzo Marino come rappresentanti dei municipi annessi alla città.

La grande Milano, nata per rispondere alle esigenze di una città in rapida espansione, venne realizzata quindi con metodi autoritari che erano la negazione delle autonomie locali. Questa è la storia del comune di Milano nella sua attuale estensione territoriale. In realtà, la città ingrandita fino a comprendere i confini attuali è storia risalente ancor più indietro nel tempo.

Beauharnais
Il viceré del regno italico Eugenio Beauharnais (1781-1824)

Negli anni del regno d’Italia napoleonico, con un decreto del viceré Eugenio Beauharnais risalente al 9 febbraio 1808, il territorio milanese – allora limitato ai bastioni spagnoli – venne accresciuto nel tentativo di farne una metropoli sul modello di Parigi. In quell’occasione vennero annessi alla grande Milano i Comuni che si trovavano a una distanza non superiore a 7 chilometri dalla torre della piazza dei Mercanti, il cuore di Milano ove convergevano gli assi viari dei sestieri milanesi. Ad essere compresi nella Grande Milano napoleonica furono i comuni di Affori, Bicocca, Boldinasco, Casanova, Chiaravalle, Corpi Santi, Crescenzago, Dergano, Garegnano, Gorla, Grancino, Lambrate, Lampugnano, Linate, Lorenteggio, Macconago, Morsenchio, Musocco, Niguarda, Nosedo, Poasco, Precentenaro, Precotto, Quarto Cagnino, Quintosole, Redecesio, Ronchetto, San Gregorio vecchio, Segnano, Sellanova, Trenno, Turro, Vajano, Vigentino e Villapizzone. La grande Milano napoleonica durò pochi anni. Gli austriaci, tornati in possesso della Lombardia nel maggio 1814, ricostituirono dopo pochi anni l’antico reticolo di piccoli comuni rinchiudendo Milano entro il perimetro secolare dei bastioni spagnoli.

I Corpi Santi: porto franco di Milano

I Corpi Santi di Milano sono un antico comune, oggi scomparso, poco conosciuto ai milanesi. Annessi a Milano nel 1873, presentavano una conformazione a dir poco originale. Il territorio confinante con la città circondava i bastioni spagnoli come un grande anello. Verso la campagna i Corpi Santi si estendevano in alcuni punti per svariati chilometri, in altri si riducevano a una ristretta fascia di territorio.

Ma cosa vuol dire il termine “Corpi Santi” e quando furono costituiti in Comune? L’origine è incerta. Alcuni ritengono che il termine rinviasse all’uso di seppellire i primi martiri cristiani fuori dalle mura cittadine, altri si richiamano ad antiche processioni religiose che si svolgevano intorno alla città.

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Milano con il territorio dei Corpi Santi annessi nel 1873

Nei secoli del Medioevo e dell’Età Moderna il territorio era soggetto a Milano. Difatti i Corpi Santi traevano la denominazione dalla Porta su cui gravitavano. I Corpi Santi di Porta Orientale, partendo dalla zona Buenos Aires, si spingevano verso la campagna fino a comprendere la cascina Monlué (oggi a pochi metri dalla tangenziale est) e la cascina delle Rottole (primo tratto di via Palmanova all’incrocio con via Tolmezzo). Nei Corpi Santi di Porta Romana, che comprendevano Porta Vigentina, era incluso quello che oggi è Corso Lodi fin quasi a Corvetto; fuori Porta Vigentina la loro estensione si riduceva a meno di due chilometri dalle mura di Milano, confinando con il Vigentino pressappoco all’incrocio di via Ripamonti con la Vettabbia, tra via Serio e via Rutilia. I Corpi Santi di Porta Ticinese (con Porta Lodovica) si estendevano nel contado per più di sette chilometri: oltre alla Darsena di Porta Ticinese – punto di arrivo delle barche provenienti da Pavia, dal Lago Maggiore, dal naviglio interno di Milano – comprendevano Ronchetto delle Rane (zona via dei Missaglia) e, lungo il naviglio grande, San Cristoforo, arrivando quasi alle porte di Corsico. I Corpi Santi di Porta Vercellina si espandevano a macchia d’olio lungo Corso Vercelli, la zona Fiera, San Siro. I Corpi Santi di Porta Comasina gravitavano sui quartieri di via Bramante e Paolo Sarpi: includevano il territorio dove oggi si trova il Cimitero Monumentale, il Borgo degli Ortolani (oggi via Luigi Canonica) e, verso Nord, i quartieri Ghisolfa, Bovisa e Fontana fino a confinare con il comune di Niguarda. I Corpi Santi di Porta Nuova erano limitati sostanzialmente alla zona tra piazza della Repubblica e la Stazione Centrale.

L’unione dei sei Corpi Santi in un solo comune venne realizzata dall’imperatore Giuseppe II di Asburgo-Lorena con dispaccio del 21 maggio 1781.

Il territorio era costituito in gran parte da campi e ortaglie. Alla fine del Settecento i maggiori proprietari erano gli enti religiosi milanesi e i nobili che abitavano in città: l’abbazia di San Vittore al Corpo nel sestiere di Porta Vercellina, il Venerando Luogo Pio di Santa Corona in piazza San Sepolcro vicino alla Biblioteca Ambrosiana; il marchese Pompeo Litta Visconti Arese, il cui fastoso palazzo in corso Magenta – una parte dell’edificio è oggi sede del Teatro Litta – era il simbolo della sua immensa ricchezza; il marchese Egidio Orsini di Roma, anche lui abitante in una stupenda dimora in via Borgonuovo, oggi sede di rappresentanza della ditta Armani (via Borgonuovo 11).

Carlo Cattaneo
Carlo Cattaneo

Nel corso dell’Ottocento la popolazione del suburbio si accrebbe a un ritmo nettamente superiore rispetto alla città: dai 16.000 abitanti stimati nei primi anni Ottanta del XVIII secolo, si passò nel corso dell’Ottocento ai 28.635 abitanti (dati  del 1834) per oltrepassare ampiamente i 45.000 cittadini negli anni a cavallo dell’Unità italiana (1859-61). All’aumento della popolazione seguì un incremento delle attività industriali. Difatti i Corpi Santi erano divenuti – come scriveva Carlo Cattaneo – il “porto franco” della città: luogo privilegiato per il commercio e per l’industria ove l’attività imprenditoriale era favorita dall’assenza dei dazi su alcune merci importanti. Presso i caselli di ciascuna delle sei porte cittadine si trovavano le pese pubbliche ove i funzionari dello Stato stabilivano il dazio da applicare sui prodotti che entravano in città. Per questo motivo, il costo della vita in quello che è oggi il centro di Milano (zona 1) era più alto rispetto al suburbio. Una difformità che Cattaneo così descriveva in una bella lettera alla rivista “Il Diritto” risalente al 4 settembre 1863:

Valse alla popolazione suburbana il solo e semplice fatto d’essere rimasta fuori dalla cerchia daziaria; cioè d’aver avuto in sorte, oltre al contatto d’una capitale, un grado di agevolezza nei viveri e di libero traffico che Milano non aveva. Il suburbio era il porto franco della città. Era congiunto alla libera campagna come un porto franco è congiunto al libero mare.

Nel territorio dei Corpi Santi si erano stabilite molte industrie, che avevano approfittato di una politica fiscale favorevole fin dal 1817. Quando Cattaneo scriveva al “Diritto”, le imprese erano numerose: ricordiamo ad esempio le Officine Meccaniche di Girolamo Miani (specializzate nella produzione di carrozze, vagoni e locomotive) che occupavano l’area situata ad ovest dell’Esselunga di via Ripamonti, tra via Pompeo Leoni e via Carlo Bezzi; lungo il naviglio grande, vicino a San Cristoforo, c’era la Società per la fabbricazione delle porcellane lombarde fondata nel 1833 dal nobile Luigi Tinelli, acquistata nove anni più tardi dal piemontese (di origine svizzera) Giulio Richard; le cartiere di Ambrogio Binda si trovavano lungo il naviglio pavese, nei pressi della Conca Fallata.

La fabbrica di ceramiche Richard Ginori a San Cristoforo, lungo il naviglio grande
La fabbrica di ceramiche Richard Ginori a San Cristoforo, lungo il naviglio grande

Perché si verificava questa diversità di condizioni tra la città e i Corpi Santi? Vediamo di vederci chiaro. Negli anni immediatamente successivi all’Unità d’Italia la legge prevedeva due generi di dazi: quelli governativi e quelli applicati dagli enti comunali come sovraimposte. V’era però una differenza tra i comuni murati e i comuni aperti. A Milano, città murata, i dazi erano applicati alle merci che entravano e uscivano dalle sei porte cittadine: colpivano gli alimenti (pane, olio…), combustibili (cera, gas per l’illuminazione…), foraggi, materiali da costruzione (legnami, gesso, pietre, mattoni, marmi) e altri articoli (vernici, sughero, cristalli). Al dazio governativo, il cui gettito andava allo Stato, il Comune di Milano applicava sovraimposte che variavano dal 43% su vino al 30% sui buoi e sulla carne macellata. Perché la fiscalità vigente nei Corpi Santi era migliore? Per due motivi. Diversamente dalle città murate, i Corpi Santi erano anzitutto un comune aperto: qui le tasse erano riscosse solo alla vendita al minuto, colpivano gli articoli venduti. Questo spiega per quale motivo il Comune fosse divenuto in breve tempo un grande deposito di merci. A Milano si tassava invece ogni tipo di prodotti in entrata, anche quelli che non sarebbero stati venduti. In secondo luogo, le sovraimposte dei Corpi Santi erano largamente inferiori rispetto a quelle di Milano e in alcuni settori, come ad esempio i combustibili o i materiali da costruzione, la tassazione non esisteva. Si trattava di condizioni, come si può facilmente intuire, nettamente favorevoli alla cultura d’impresa.

Pianta di Milano del 1884.
Pianta di Milano del 1884.

Dopo l’Unità il Comune di Milano volle inglobare i Corpi Santi. I milanesi sostenevano che i corposantini godevano di un vantaggio ingiusto perché usufruivano di beni e servizi cittadini pagati con la loro fiscalità. D’altra parte molti edifici che servivano alla città, ma anche la sede di molte aziende cittadine, si trovava nei Corpi Santi, pochi metri fuori dalle mura: la vecchia Stazione Centrale in piazza della Repubblica, la Stazione della Società Anonima degli Omnibus fuori Porta Orientale, in uno stabilimento tra le vie Spallanzani, Sirtori e Melzo; il Cimitero Monumentale fuori Porta Garibaldi; il gasometro, che regolava la fornitura di gas ai milanesi, fuori porta Ludovica. L’assorbimento del Comune anulare era sentito come un atto doveroso per una città in rapida espansione.

Gli industriali erano però preoccupati di perdere i vantaggi del “porto franco”. L’annessione a Milano fu però inevitabile: venne realizzata con regio decreto l’8 giugno 1873.

Giro del mondo sull’aereo figlio del Sole

Ieri è decollato da Abu Dhabi il primo prototipo di aereo alimentato esclusivamente con l’energia del sole. Al comando del Solar Impulse 2 – le cui ali superano in lunghezza quelle del jumbo jet della Boeing – è lo svizzero Bertrand Piccard, assistito dal collega André Borschberg. Il velivolo farà il giro del mondo passando sopra l’India, la Cina, l’Oceano Pacifico, l’America, l’Oceano Atlantico e l’Europa. Se tutto andrà bene, le ore di volo previste saranno in tutto 500, distribuite nell’arco di cinque mesi.

Qualora Piccard riuscisse nella sua impresa (com’è d’altra parte in tutti i pronostici), ci troveremo dinanzi a una svolta epocale perché le grandi aziende costruttrici di aeroplani – che hanno rifiutato di finanziare il Solar Impulse 2 – saranno costrette a fare marcia indietro. Maggiori risorse saranno investite nella ricerca per la fabbricazione di aerei di linea ad energia solare. I benefici saranno considerevoli, soprattutto nella riduzione dell’inquinamento atmosferico.

Bertrand Piccard
Bertrand Piccard (n.1958)

Il Solar Impulse 2 ha una forma curiosa: la notevole apertura alare e le ruote appese a un lungo carrello sotto la piccola cabina di equipaggio lo rendono simile a un enorme insetto. La superficie dell’aereo è coperta da celle solari ultra leggere prodotte dall’azienda belga Solvay, i cui laboratori di ricerca hanno sede a Bollate, un Comune alle porte di Milano. Queste celle forniscono energia alle batterie al litio con cui sono alimentati i quattro motori elettrici presenti nel prototipo. Il velivolo sta viaggiando a una velocità di 50 Km/h.

Ieri, quando ho visto il video che mostrava il decollo del Solar Impulse 2, il pensiero è corso a Leonardo da Vinci. Nella sua feconda vita di pittore, ingegnere e studioso, Leonardo si sforzò d’inventare un paio di ali meccaniche che consentissero all’uomo di volare. Un sogno che non riuscì a tradursi in realtà per molti secoli, finché l’invenzione dei motori ad elica cambiò la storia. Leonardo fu il primo a capire che uno dei segreti del volo risiedeva nello sfruttamento delle correnti d’aria. Nell’osservare gli uccelli rapaci scrisse in una bella nota risalente ai primi anni del Cinquecento:

Quando l’uciello ha gran larghezza d’alie e pocha choda, e che esso si voglia inalzare, allora esso alzerà forte le alie, e girando riceverà il vento sotto l’alie, il qual vento facendosegli intorno lo spingerà molto con prestezza, come il cortone uccello di rapina chio vidi andando a Fiesole sopra il locho di Barbiga nel [150]5 addì 14 di Marzo.

In fondo, l’impresa di Piccard si pone nel solco di tante avventure compiute in passato da uomini ardimentosi, i quali tentarono la sorte con gli ultimi ritrovati della scienza.

La mongolfiera del conte Andreani
La mongolfiera del conte Andreani mentre prende il volo nei pressi di Moncucco

E’ il caso ad esempio del conte Paolo Andreani (1763-1823), appartenente a una ricca famiglia del patriziato milanese, il cui palazzo a Milano ha dato il nome alla Biblioteca Comunale, la Sormani appunto. Andreani volle ripetere l’impresa dei fratelli Montgolfier: finanziò la costruzione di una grande mongolfiera affidandone la costruzione ai fratelli Agostino, Giuseppe e Carlo Gerli. Si trattava di un globo aerostatico che misurava 72 piedi in altezza e 66 in larghezza. Il conte prese il volo il 13 marzo 1784 prendendo quota dal giardino della sua villa di campagna sita a Moncucco (un paese in provincia di Milano). Il pallone scomparve subito tra le nubi. Dopo mezz’ora il conte venne trovato a tre miglia dal paese facendo tirare un sospiro di sollievo alla popolazione e alle autorità. Non fu un viaggio lungo ma bastò a rendere celebre l’Andreani, che fu invitato a Parigi per incontrare i maggiori studiosi di aeronautica. Ad Andreani si deve peraltro l’invenzione dell’eudiometro, uno strumento in grado di calcolare la quantità di ossigeno presente nell’atmosfera.

Meno fortunata l’impresa del bolognese Francesco Zambeccari (1762-1812). Tra il 1803 e il 1812 questi effettuò alcune  ascensioni con una mongolfiera di sua invenzione. Trovò la morte nel corso di una di queste imprese.

Il canonico Luigi Mantovani, in alcune note del suo diario, ci ha lasciato la curiosa testimonianza di un volo risalente all’ottobre del 1803. Zambeccari si era innalzato con il suo pallone in un luogo imprecisato tra le Romagne e le Marche. Poche ore dopo i membri della spedizione, perso il controllo della mongolfiera per un forte temporale, furono trasportati dalle correnti fin sopra le acque dell’Istria, dove si buttarono in mare colti dal freddo e dalla disperazione. La mongolfiera, priva di equipaggio, continuò imperterrita il suo viaggio. Venne ritrovata in Bosnia alcuni mesi dopo, curiosamente venerata dalle popolazioni locali (cristiane e musulmane) come se fosse una reliquia divina.

Seguiamo nelle note del Mantovani  le notizie frammentarie che erano giunte a Milano. E’ curioso che il canonico non esiti a bocciare la spedizione del conte bolognese, giudicato un pazzo esaltato in cerca di notorietà.

 16 ottobre 1803

Con staffetta espressa venuta da Bologna si dice essersi saputo colà da Pesaro, e con varie lettere del Rubicone, che gli Areonauti (sic!) sei ore dopo la partenza sono andati a cadere nelle acque d’Istria, e che per accidente furono raccolti in una barca. Si aggiunge che erano stati un giorno e mezzo senza parlare, che erano gonfi, e che si dovette loro tagliar gli abiti indosso. Questa notizia non essendo stata portata dal corriere di Venezia non pare verosimile

19 ottobre 1803

Si sono avute ulteriori, e più distinte notizie del Pallone sventurato di Zambeccari. Fortunatamente i tre Aeronauti furon ajutati da una barca in dette acque,e co’ pronti rimedj voglionsi quasi ridotti a buon essere di salute: contano essi di varie cose da loro vedute nell’altissimo giro dell’aria, varie vicende etc. che forse saran frottole, o sogni imaginarj di quella fantasia abitualmente stravolta, senza la quale non sarebbe stata possibile la loro matta determinazione

 21 ottobre 1803

Il Governo sempre sollecito per le utili cognizioni e per le intraprese vantaggiose al ben pubblico, si è fatto premura di render conto alla nostra Città dell’esito del conte Zambeccari che ha volato in Bologna. Dio volesse che si perdesse non solo la razza, ma anche la memoria di simili disperati, che senza aver in vista alcun bene, arrischiano quanto è più prezioso, cioé la vita, per una buffoneria. Il Conte Zambeccari è curato in Venezia dall’assistenza dei’ migliori medici per vedere di recuperarlo ne’ suoi sensi esteriori ch’egli ha perduto, sia pel freddo, sia per lo spavento, assai più degli altri suoi socj. Egli conta di aver sofferto una fiera tempesta con successiva neve, e dippiù esservi trovato in situazion parallela alla luna. Sì l’una che l’altra di queste supposizioni devesi attribuire a fantasia esaltata.

 3 dicembre 1803

 Giunge oggi la notizia della finale caduta del Pallone Zambeccari. Esso è caduto nella Bosnia, non molto lungi dal forte turco Viatrez alla sponda dell’Uria, 14 ore lontano da Gospich. Nel globo si trovarono alcune ruote e catene di ferro e tre capelli. Fu creduto prodigio da’ Turchi e da’ Cristiani, che a vicenda si disputarono il possesso, ed oggi pure il vulgo colà è fisso nell’opinione di cosa miracolosa a segno, che corrono gli malati a prender dell’acqua del ruscello, ove discese il globo, per guarire dai loro malanni

Non resta che augurare buona fortuna a Piccard. Speriamo che un giorno, grazie alla sua impresa, potremo salire su un aereo di linea alimentato con la sola energia solare.

Il maresciallo Trivulzio nella Milano del primo ‘500

Camminando lungo il corso di Porta Romana da piazza Missori, prima di arrivare all’incrocio con via Francesco Sforza, si apre a sinistra la piazzetta di San Nazaro in Brolo. La chiesa omonima, di origine medievale, fu una delle prime basiliche paleocristiane ad essere costruita per volontà di Sant’Ambrogio.

Non voglio annoiarti facendo la storia della chiesa, che puoi trovare in una delle tante guide cittadine. Desidero ricordare la curiosa struttura architettonica. E’ infatti l’unico caso a Milano di una basilica la cui facciata sia interamente coperta da un altro edificio: il Mausoleo Trivulziano.

La Trivulza
San Nazaro in Brolo in corso di Porta Romana. Ingresso nel Mausoleo Trivulzio

Quando entrai per la prima volta in questa cappella, ebbi una sensazione di lugubre solennità. Progettato dall’architetto Bartolomeo Suardi detto il Bramantino, edificato in parte da Cristoforo Lombardi, il mausoleo risale alla prima metà del XVI secolo. E’ una fabbrica a pianta quadrata che, se non si trovasse nella parte anteriore della chiesa, sembrerebbe una torre anziché un luogo di sepoltura.  D’altra parte il Bramantino, che era stato a Roma tra il 1508 e il 1510, parve richiamare in questo edificio le linee architettoniche dei grandi monumenti della Roma imperiale. All’interno otto nicchie, collocate in posizione elevata, accolgono i sepolcri di alcuni Trivulzio, una famiglia nobile che abitava in un bel palazzo situato in via Rugabella, oggi purtroppo scomparso.

Sepolcro Trivulzio
Il sepolcro del maresciallo Gian Giacomo Trivulzio

Nella parte del mausoleo che confina con l’ingresso della chiesa spicca il sepolcro del maresciallo Gian Giacomo Trivulzio (1442-1518), il maggiore esponente del casato. L’iscrizione che ricorda il defunto recita solennemente: “IO. IACOBUS/MAGNUS TRIVULTIUS/ANTONII FILIUS/QUI NUNQUAM/ QUIEVIT QUIESCIT/TACE”; tradotto in italiano significa: “Riposa Gian Giacomo Trivulzio, figlio di Antonio, che mai ebbe pace”.  Una frase concisa, che sembra quasi ammonire il visitatore a non disturbare il sonno eterno di un grande personaggio che visse una vita tormentata.

Chi fu questo nobile milanese? Per saperne di più, ti consiglio una fonte preziosa che è stata pubblicata da pochi mesi dalla Fondazione Trivulzio. L’opera, curata da Marino Viganò, si intitola Le imprese dell’illustrissimo Gian Giacomo Trivulzio il Magno: l’autore è un monaco cistercense di Chiaravalle che visse a fianco del maresciallo nei primi anni del Cinquecento: Arcangelo Madrignano.

So già cosa mi dirai: Gabriele, la solita opera noiosa scritta da un uomo di chiesa con stile ampolloso. Cosa me ne faccio?

IMG_5818Non si tratta di un’opera noiosa per due ragioni. Anzitutto perché scritta da uomo che, benché si chiamasse Arcangelo e facesse parte di un ordine religioso, fu tutt’altro che uno stinco di santo. Il che, se non contribuisce di per sé a renderci l’autore simpatico, lo rende certo meritevole della nostra attenzione. Un uomo, il Madrignano, che non esitò nel corso della sua vita a tradire i confratelli, a cambiare casacca per convenienza politica, a perseguitare altri religiosi pur di conseguire ricche prebende e compiacere i suoi superiori.

In secondo luogo il testo, il cui intento apologetico non inquina la ricostruzione di alcune vicende, contiene proverbi popolari, massime di scienza politica, riflessioni che sono una fonte preziosa per comprendere l’Italia del primo Cinquecento.

L’opera racconta le imprese del condottiero di ventura Gian Giacomo Trivulzio dal 1465 fino al 1494, l’anno della calata in Italia del re di Francia Carlo VIII.  Il testo venne scritto tra il 1503 e il 1509, il periodo di massima fortuna politica del maresciallo.

Bisogna riconoscere che il Trivulzio ebbe pessima fama nella Milano del primo Cinquecento e nella storiografia risorgimentale. Negli anni del suo declino politico, venne accusato di essersi venduto al re di Francia, di aver tradito la dinastia sforzesca. Nell’Ottocento ritornò ancora questa “macchia”: aver tradito Ludovico il Moro, uno dei simboli del Rinascimento italiano.

G.G._Trivulzio
Il maresciallo Gian Giacomo Trivulzio (1442-1518)

In realtà, il Trivulzio non può essere considerato un traditore della patria. Il mestiere del condottiero di ventura lo poneva in una condizione che non è equiparabile a quella del soldato odierno. Il condottiero di ventura arruolava il maggior numero possibile di “lance”: squadre di armati ciascuna delle quali era composta mediamente da 5/7 uomini tra i quali un cavaliere vestito con armatura pesante.  Queste lance, reclutate a centinaia, erano impiegate al servizio della repubblica o del principato con cui era stata firmata una lettera di “condotta”: ecco per quale motivo tali uomini erano chiamati “condottieri di ventura”. Oggi appare inconcepibile questo modo di gestire le operazioni militari, ma la guerra del Rinascimento era fatta così. Era una faccenda in larga parte “privata”. Il Trivulzio, come il coetaneo Giovanni dalle Bande Nere o prima di lui Francesco Sforza, furono brillanti condottieri di ventura, pronti a vendere la loro professionalità in campo militare al migliore offerente.

Ludovico Sforza detto il Moro, in una pala del 1495. Museo di Brera
Ludovico Sforza detto il Moro, in una pala del 1495 conservata al Museo di Brera

L’impopolarità del Trivulzio nella Milano del primo ‘500 – impopolarità che segnò la vita tormentata del maresciallo come ci ha ricordato l’iscrizione funeraria in San Nazaro – fu dovuta all’accusa di aver tradito la dinastia sforzesca. Il rifiuto di riconoscere Ludovico Sforza “il Moro” come duca di Milano era considerato da molti coetanei un tradimento feudale. In realtà il maresciallo – che non fu certo il solo nobile lombardo a ‘tradire’ il duca di Milano – si rifiutò di riconoscere l’autorità del “Moro” perché riteneva che questi si fosse impadronito del potere estromettendo il nipote, Gian Galeazzo Maria Sforza, morto in circostanze misteriose nel 1494. E’ molto probabile che il Moro avesse fatto avvelenare quello scomodo parente. Tuttavia bisogna riconoscere che Ludovico Sforza era riuscito in quello stesso anno ad ottenere l’investitura ducale dall’imperatore Massimiliano d’Asburgo, conseguendo in tal modo quel riconoscimento giuridico in campo internazionale che agli Sforza era mancato fin dai tempi in cui erano ascesi al governo dello Stato di Milano.

Molti nobili lombardi – e tra questi il già citato Gian Giacomo Trivulzio – rifiutarono tale investitura. Ritenevano che il re di Francia Luigi XII, discendendo da Valentina Visconti – figlia del primo duca di Milano Gian Galeazzo Visconti e andata in sposa a Luigi duca di Orléans – avesse maggiori diritti nella successione. Per questo motivo giurarono fedeltà a Luigi XII e lo aiutarono a conquistare il ducato nel 1499/1500.

Diversamente dalle opere scritte in quel medesimo torno di tempo da Donato Bossi e da Bernardino Corio per celebrare Ludovico il Moro, il Madrignano ci descrive una Milano preda dell’instabilità, funestata da violenze e da congiure, mostrando un taglio narrativo ostile allo Sforza. Una testimonianza preziosa che aiuta a comprendere meglio il filo delle drammatiche vicende in cui il Trivulzio fu chiamato a vivere.

Perché riaprire il naviglio in centro città

Il naviglio interno è un po’ come i  fiumi carsici: si nascondono per chilometri sottoterra per riaffiorare nuovamente alla luce. Il canale, interrato nel 1929 durante il fascismo, scomparve per decenni dalla memoria dei milanesi. Per gran parte del Novecento di esso non rimase più traccia. Continuò a vivere nei ricordi dei vecchi, dei cultori di storia milanese e di qualche poeta. Chi l’avrebbe detto che sarebbe tornato a calcare le scene da protagonista? Da un decennio rivive nella mente dei milanesi. Oggi si discute addirittura di una sua parziale riapertura nelle vie del centro. Non si tratta di un’illusione come qualcuno ha scritto. Il progetto della riapertura del naviglio è un fatto concreto: elaborato dal Politecnico di Milano da gente seria e competente, è stato sottoposto alla giunta comunale per una stima dei costi e della sua fattibilità. Prevede la parziale riapertura del canale, le cui acque tornerebbero a scorrere lungo le vie Melchiorre Gioia, San Marco, Fatebenefratelli, Senato, Visconti di Modrone, Francesco Sforza, Santa Sofia, Molino delle Armi, De Amicis, via Conca del Naviglio fino alla Darsena di Porta Ticinese. Negli ultimi anni sono stati pubblicati diversi libri sull’argomento: ad esempio il bel volume di Empio Malara, Il Naviglio di Milano, (Hoepli, Milano 2008) ma anche quel gioiello di storia milanese che è il vecchio libro di Giacomo Carlo Bascapé, Il Naviglio di Milano ripubblicato dal Polifilo l’anno scorso.

Perché oggi si parla di riaprire il naviglio? Torniamo a quel 1929, quando il podestà Giuseppe Capitani d’Arzago ne decise la chiusura. Milano andava mutando radicalmente la sua fisionomia urbana. La città nuova, che i fascisti vollero lanciata verso il progresso dell’economia industriale, uscì trasformata dell’opera del piccone. Molte vie del centro furono oggetto di interventi radicali, che alterarono in molti punti l’originario impianto medievale. Pensiamo ad esempio a piazza Diaz, costruita mediante la demolizione dell’antico quartiere del Bottonuto; al superbo edificio della Stazione Centrale, al palazzo dell’Inps in piazza Missori: facciate che mostrano ancora oggi quale fosse la politica di quegli anni, tutta informata all’esaltazione della razza fascista.

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Adriano Celentano in una foto degli anni Sessanta.

La città del boom economico degli anni Cinquanta e Sessanta ereditò in gran parte lo spirito di quella fascista: una metropoli forte, orgogliosa, in marcia verso il progresso. Nel dopoguerra fu tutto un costruire palazzi ove un tempo esistevano piccole chiese e vecchie cascine. Nel 1965 Adriano Celentano scriveva Il ragazzo della via Gluck pensando con nostalgia alla Milano circondata dai campi che andava sparendo sotto i colpi della speculazione edilizia. Come diceva Adriano? “Quella casa in mezzo al verde…dove sarà???”.  S’innalzarono i primi grattacieli. I disastri e le miserie della guerra erano scomparsi. Arrivarono gli anni di gomma, delle prime automobili e motorini di massa: nella Milano del boom le porte erano aperte a chiunque aveva voglia d’intraprendere. Una città lanciata verso l’innovazione, tutta votata al culto del progresso.

In quella Milano il naviglio interno non poteva aver spazio. Chi aveva tempo per capirne il significato? Quale utilità poteva rivestire in una città ansiosa di costruire? Il naviglio interno era il testimone scomodo di una Milano scomparsa. Le sue acque maleodoranti a due passi dalla Madonnina, quelle su cui erano transitati i barconi carichi di merci e di passeggeri facevano parte di un passato da dimenticare. Un passato scomodo perché ricordava ai milanesi quali erano state le sofferenze e i sacrifici dei loro antenati; alcuni morti suicidi nei gorghi del naviglio che, come scriveva Manzoni in un epigramma, “gibigianando va“.

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Gita in barca sulla Martesana da Canonica a Trezzo in una cartolina del 1918

Nella vecchia Milano dei navigli lo sviluppo economico era stato lento ma progressivo. Era una città fatta di povertà e di tante miserie quotidiane: una Milano umile, percorsa da uno spirito di comunità in cui i nobili e i borghesi non vivevano su un altro mondo ma aiutavano i poveri, gli anziani, i malati, i meno fortunati impegnandosi assiduamente negli enti assistenziali e caritativi. Tutta un’altra realtà rispetto alla Milano del Novecento, sede dell’industria e del terziario, tutta immersa nel culto del lavoro per il lavoro, di un arricchimento che ha fatto perdere di vista lo spirito di umiltà e il culto delle tradizioni ambrosiane.

Eppure, per uno di quegli strani paradossi che ci riserva il divenire storico, lo spirito della Milano novecentesca sta svanendo, lasciando spazio a una mentalità diversa, più a misura d’uomo. La crisi economica ha costretto i milanesi a ripensare se stessi e il loro modo di vivere, anzi di sopravvivere ai colpi della recessione.  Può stupire ma nella città di oggi si respira un’atmosfera più vicina alla piccola Milano di Manzoni e di Stendhal. Una Milano fatta di assistenza, di attenzione verso l’altro, di carità, di impegno concreto a sostegno degli ultimi.

Ieri, mentre passavo per una via non molto lontano dal centro, a pochi passi da Porta Romana, ho visto un giovane che pedalava su una strana bicicletta: la parte anteriore era costituita da una pedana su cui erano sistemati, legati assieme, alcuni pacchi e scatole di varia larghezza. Quindici anni fa vedevo anonimi furgoncini attraversare veloci la strada. Oggi vedo biciclette che trasportano merci.  Forse sbaglierò ma credo che questi anni duri stiano cambiando la mentalità e gli stessi modi di vivere dei milanesi.

Ecco per quale motivo, nella nuova Milano che sta nascendo sulle rovine di quella novecentesca, la riapertura del naviglio interno potrebbe essere un’occasione unica: sarebbe il segno che la vera anima di Milano non è quella cinica, indifferente ed egoista del cumenda cui siamo stati abituati da certa vulgata nazionale, ma quella bonaria, altruista, laboriosa; quella – per intenderci – che, molti secoli fa, realizzò i navigli. La riapertura del canale in centro non consentirebbe soltanto di riattivare a fini turistici il collegamento delle acque della Martesana con quelle del Naviglio Grande. Ridonerebbe a Milano la sua identità originaria di città a misura d’uomo: città di lavoro ma anche città in cui condividere gli spazi in un ambiente vivibile, pittoresco, ricco di verde.

L’attualità di Cesare Beccaria professore di economia pubblica

Nel 2014, in occasione dei 250 anni dalla pubblicazione Dei delitti e delle pene, sono usciti due volumi su Cesare Beccaria. Il primo (Scritti economici, a cura di Gianmarco Gaspari) fa parte della monumentale Edizione Nazionale delle Opere di Cesare Beccaria pubblicata da Mediobanca. E’ il terzo volume in cui sono pubblicati tutti i contributi dell’illuminista lombardo in tema economico.

Il secondo libro, L’arte della ricchezza pubblicato da Mondadori, è scritto dal senatore Carlo Scognamiglio Pasini. E’ presa in esame la figura dell’illuminista milanese nel breve periodo in cui fu professore di economia pubblica (1769-1771) presso le Scuole Palatine di Milano e negli anni in cui ricoprì l’ufficio di funzionario nel governo dello Stato di Milano al servizio dei sovrani austriaci (1771-1794).

Le Scuole Palatine di Milano in unin
Le Scuole Palatine di Milano in piazza Mercanti in una incisione settecentesca di Marc’Antonio Dal Re. Avevano sede nell’edificio centrale e al piano superiore di quello a destra.

Questi autori non sono i primi ad essersi occupati in modo approfondito del Beccaria economista. Desidero ricordare ad esempio il bel volume Riformatori lombardi, piemontesi e toscani curato da Franco Venturi nel 1958 nella serie Illuministi italiani pubblicata dalla casa editrice Ricciardi.

Sette anni fa, assieme a mio padre, io stesso ho curato un saggio sul Beccaria docente di economia pubblica. Si tratta del volume Cesare Beccaria visto da Fulvio e Gabriele Coltorti (Luiss University Press, Roma 2007). Nella parte affidata alla mia penna, dopo aver tracciato un profilo biografico, ho preso in esame l’insegnamento di Beccaria mettendo in relazione il contenuto delle sue lezioni con i concreti obiettivi di politica economica fissati a quel tempo dalle monarchie germaniche. Occorre ricordare infatti che lo Stato di Milano, nella seconda metà del Settecento, faceva parte dei territori sottoposti al dominio degli Asburgo di Vienna.

Il cameralista e giurista austriaco Joseph von Sonnenfels
Il cameralista e giurista austriaco Joseph von Sonnenfels (1732-1817)

L’imperatrice Maria Teresa, quando nel 1768 nominò Beccaria alla cattedra di economia pubblica – cattedra inizialmente definita “scienze camerali” – si attendeva che il filosofo milanese impostasse il lavoro seguendo l’esempio del cameralista Joseph von Sonnenfels, attivo in quegli stessi anni all’Università di Vienna. Cosa insegnavano i cameralisti? Insegnavano – e suggerivano ai sovrani come fidati consiglieri – i provvedimenti più efficaci per arricchire lo Stato, rafforzarne la potenza, assicurare il benessere e la felicità dei sudditi. I cameralisti seguivano insomma l’impostazione dottrinaria dei mercantilisti, i quali nel secolo precedente avevano raccomandato un deciso intervento dello Stato nell’economia.  La differenza era che i primi avevano capito che le ricette economiche non contano nulla se non vengono realizzate da uno Stato retto su un’amministrazione efficiente. Questo spiega per quale motivo i cameralisti del Settecento insegnavano non solo la Scienza del commercio (Handlungswissenschaft o Oekonomische Wissenchaft), ma anche la Scienza delle finanze o camerale (Kameralwissenschaft) e la Scienza della polizia (Polizeiwissenschaft), quest’ultima intesa nel senso ampio di amministrazione pubblica.

Beccaria non seguì del tutto l’impostazione germanica: nei pochi anni in cui fu professore di scienze camerali limitò il suo corso all’economia pubblica senza toccare la parte relativa alla polizia e alle finanze, che era tipica invece della cameralistica. Eppure, nonostante queste mancanze – dovute probabilmente alla decisione di lasciare l’insegnamento – la sua teoria economica riveste un’assoluta originalità, mostrandosi per certi versi superiore a quella del coevo Adam Smith.

Cesare Beccaria (1738-1794)
Cesare Beccaria (1738-1794)

Oggi, quando sentiamo parlare di Beccaria, ci viene spontaneo pensare al trattatello Dei delitti e delle pene che fu decisivo nella riforma della legislazione penale negli Stati europei del XVIII e XIX secolo (compreso l’impero russo di Caterina II). Beccaria fu non solo questo. Anzi, fu assai più di questo. Il Beccaria genuino è il professore di scienze camerali che spiegava agli studenti i fondamenti dell’economia pubblica. Anche in veste di pubblico funzionario al servizio dello Stato di Milano austriaco diede negli ultimi anni della sua vita un contributo importante…ma questa sarà materia per un altro intervento.

Chiediamoci ora se il pensiero economico di Beccaria sia attuale. Come si poneva l’illuminista lombardo dinanzi al tema, tuttora scottante, dell’intervento dello Stato nell’economia di un Paese? Beccaria seguiva una via di mezzo che lo distanziava sia dai cameralisti che dai teorici del laissez faire.  Sosteneva che il governo poteva intervenire solo per rimuovere gli ostacoli al libero commercio e al fare impresa.

In merito agli aiuti di Stato, Beccaria direbbe ad esempio che i fondi pubblici a sostegno delle imprese sono inutili e dannosi per due ragioni: a) perché privilegiano inevitabilmente alcuni a danno di altri; b) perché l’industriale tenderebbe a vivere di fondi pubblici come un parassita e non se ne servirebbe per migliorare l’impresa. Se il capitale pubblico prestato all’imprenditore ha tempi lunghi di rimborso, questi cercherà di sfruttarlo per sé “contentandosi” – sono parole di Beccaria a proposito delle manifatture – “di esibire un’apparenza di travaglio più per conservarsi il diritto di prolungare la restituzione o di chiedere nuovi soccorsi”. Una lezione che la nostra classe politica democristiana dimostrò di ignorare se pensiamo alla politica fallimentare della Cassa del Mezzogiorno.

Beccaria auspicava una politica economica oculata. Lo Stato deve agire per premiare – così diceva nelle sue lezioni – “l’attività già fatta”: punto decisivo perché non si aiuta l’imprenditore a fare qualcosa che non ha fatto, ma lo si aiuta premiando l’impresa che ha conseguito eccellenti risultati nella libera competizione del mercato. “Il premio è di un solo” – ci dice Beccaria – “ma l’emulazione è di molti: la speranza, che è uno dei più grandi agenti dell’uomo socievole, mette in fermento l’interesse privato di ciascheduno”.

In concreto, per Beccaria un Paese può arricchirsi solo se il governo promuove il commercio con quattro misure:

  1. Stimolando la massima concorrenza venditori/compratori. E’ la concorrenza il vero motore del progresso: è l’“universale concorrenza che aumenta il moto e l’azione … rendendo ogni cosa prontamente correspettiva rappresentatrice d’ogni altra, anima l’industria e la speranza di ogni membro della Società”;
  2. Impiegando meno manodopera possibile e velocizzando la produzione: “Ogni opera nel minor tempo possibile e dalle più poche mani che si può venga fatta;
  3. Migliorando le infrastrutture e i trasporti per rendere più veloce il commercio all’interno di una nazione;
  4. Garantendo bassi interessi del danaro per stimolare i prestiti. Vedeva con favore un aumento della circolazione monetaria.

La strana cucina nella Milano ‘ancien régime’

L’Italia è famosa per i suoi piatti prelibati. Oggi però non voglio darti consigli sui ristoranti che fanno tendenza a Milano. Se vuoi sapere quali sono i locali in cui si mangia bene, ti consiglio di iscriverti alla mia newsletter.  Puoi trovare informazioni utili al riguardo.

In questo articolo desidero affrontare un tema afferente alla storia dell’alimentazione. Come si mangiava a Milano nel Medioevo o nel Sei-Settecento? Partiamo dalla nostra cucina: oggi si tende a separare i sapori sia nei singoli piatti che nelle portate dei pasti. Per noi un piatto deve essere dolce o salato. Questa usanza si affermò in Francia tra Sei e Settecento e si diffuse in Occidente nel XIX secolo. Nel Medioevo invece si tendeva a mischiare i sapori. I cibi erano cucinati in un miscuglio artificiale che faceva sentire nel palato un gusto completamente diverso rispetto al nostro. Perché si mischiava il dolce con il salato, il dolce con il piccante? Secondo i costumi di quei tempi, si riteneva opportuno che le pietanze contenessero il maggior numero di sapori per essere adeguatamente nutrizionali. Il gusto per l’agrodolce, ottenuto mediante l’immissione dello zucchero negli agrumi, era tipico del Medioevo.

Oggi in Europa son rimaste le tracce di quella concezione culinaria. Lo riscontriamo nella cucina dell’Europa del Nord o in alcuni paesi dell’Europa dell’Est: se ordiniamo un piatto di carne o di pesce, ci accorgiamo che viene guarnito con confetture di mirtilli o marmellate di pere. Questo tipo di cucina medievale durò molto tempo a Milano. In alcune zone del Nord Italia esso è tuttora diffuso: si pensi ad esempio in Lombardia all’uso di accompagnare le carni con la mostarda. In origine la mostarda era una salsa in cui il piccante delle spezie era unito al sapore dolce dello zucchero.

Un altro dato su cui riflettere. Contrariamente a quel che si può pensare, la cucina medievale era molto povera di grassi. Le salse, cui si faceva largo ricorso, erano ottenute mischiando componenti acidi: vino, aceto, succhi di agrumi o di uva acerba erano usati in composti fatti di molliche di pane, fegato, mandorle, noci, tuorli d’uova. Insomma, se con la macchina del tempo fossimo “teletrasportati” nella Milano del Seicento, magari nel banchetto allestito da una nobile famiglia, non aspettiamoci di trovare salse grasse come la maionese, la besciamella e tutti quei composti che, diffusi lentamente nel corso del Settecento, si affermarono in Europa tra Otto e Novecento.

Un’altra differenza rispetto alla nostra cucina risiedeva nel tipo di portate che venivano servite. Noi oggi presentiamo in ordinata successione le stesse portate a tutti i commensali. Questa usanza, conosciuta come “servizio alla russa”, si affermò in Europa solo nella seconda metà dell’Ottocento. Prima l’uso era ancora quello – di origine medievale – di servire i piatti per così dire “in contemporanea”: toccava ai commensali scegliere i cibi che preferivano. Un po’ come si usa oggi in Cina, in Giappone o nei buffet, anche se a quel tempo non esisteva certo quella concezione “egalitaria” per cui l’accesso ai cibi è aperto a tutti i partecipanti.

Allora esistevano varie tipologie di piatti ed ogni persona mangiava le pietanze previste per il suo ceto di appartenenza. La nobiltà ad esempio consumava quasi sempre carne o pesce, ma lo faceva spesso in modo esagerato perché era un segno di status. Nel XV secolo Malatesta Baglioni, capitano generale dei fanti della repubblica veneta, offrì a Crema due pranzi faraonici che si protrassero per tre giorni: il primo era composto di 1438 vivande, tra le quali colpiscono piatti che oggi ci sembrano a dir poco artificiali: ad esempio il pollo cotto nello zucchero e bagnato nell’acqua di rose; il secondo, a base di pesce, presentava ‘solo’ 650 piatti assortiti nelle più ricche variazioni. Un vero supplizio per i convitati!! I ceti popolari ricorrevano ai legumi o ripiegavano su piatti quali la luganiga (carne tritata di maiale, condita con sale, sostanze vegetali aromatiche e inserita dentro le intestina di agnello) o la cervellata (composto di scarti porcini o di rognoni di manzo tritati, salati e misti con cacio lodigiano).

Nella seconda metà del Quattrocento era molto conosciuto in Europa il ricettario di Bartolomeo Sacchi detto “il Platina” (il soprannome latino indicava il paese di origine: Piadena nel cremonese): il De honesta voluptate et valetudine. Eppure, a ben vedere,  il contenuto di questo testo non era farina del sacco del Platina. Il ricco elenco di ricette riprendeva l’opera del maestro Martino de Rossi, un esperto di cucina originario della val di Blenio, territorio che a quell’epoca era parte integrante del ducato di Milano. Martino viaggiò nei vari Stati italiani: fu al servizio della corte milanese di Francesco Sforza, cucinò a Roma per i pontefici, ritornò a Milano per deliziare il palato del suo nuovo datore di lavoro: il condottiero milanese Gian Giacomo Trivulzio il cui palazzo, oggi scomparso, era in via Rugabella, nel sestiere di Porta Romana.

Il libro di Martino, De arte coquinaria è una fonte preziosa perché le sue ricette, diffuse alla fine del Medioevo, continuarono ad essere praticate nella cucina italiana fino al Seicento e al primo Settecento. In fondo, può essere considerato l’antenato dei manuali gastronomici italiani. La pasta era presentata per la prima volta come un piatto a sé stante; comparivano nuovi elementi destinati ad avere larga fortuna: ad esempio la polpetta e la frittella. Inoltre faceva la sua prima apparizione la melanzana.

I milanesi dell’Ottocento visti da due stranieri d’eccezione

Nel diciannovesimo secolo Milano attirava i viaggiatori d’Oltralpe per il suo fascino discreto, quasi nascosto. Stendhal, che la visitò nel primo Ottocento, se ne innamorò perdutamente. Come avviene tuttora a larghissima parte dei turisti, il Duomo destò in lui un’ammirazione sconfinata.

Henry Beyle Stendhal (1783-1842) da www.greatthoughtstreasury.com
Henry Beyle Stendhal (1783-1842) da www.greatthoughtstreasury.com

Ricordiamo però Stendhal anche perché fu un attento osservatore degli usi e dei costumi milanesi. Lo scrittore francese ricordava ad esempio la consuetudine di camminare nel tempo libero sui Bastioni di Porta Renza (Bastioni di Porta Orientale) perché vi si godeva un panorama spettacolare sulle montagne lombarde. Noi oggi facciamo fatica a capire come una strada sopraelevata su cui sfrecciano macchine, moto e motorini potesse costituire una meta di svago per i milanesi dell’Ottocento. Dobbiamo però considerare che a quei tempi le cose erano molto diverse da oggi: Milano aveva una popolazione di 130.000 abitanti e il suo territorio non oltrepassava la cinta delle mura spagnole. Insomma, era più una cittadina che una metropoli.

All’esterno il panorama era dominato da una campagna intervallata da cascine e da basse case rurali; non esistevano i palazzoni che vediamo oggi. Pensate che il Duomo era visibile anche a chi si fosse trovato a una distanza di 20 chilometri da Milano.

La nostra strada sopraelevata, piena di traffico e di smog, era allora un bel viale alberato che collegava i Bastioni di Porta Venezia con i Bastioni di Porta Nuova e di Porta Comasina per terminare all’Arena Civica vicino al Castello Sforzesco. Un corso frequentato nel periodo estivo dalla ricca borghesia e dalla nobiltà. Scriveva Stendhal a proposito di Milano in Rome, Naples et Florence:

D’estate, dopo il pranzo, al tramonto, all’Ave Maria, come si dice qui, tutte le carrozze della città si recano al “Bastion di Porta Rense”, che si eleva di trenta piedi sopra alla pianura. Vista di là, la campagna assomiglia a una foresta impenetrabile, ma di là da essa si scorgono le Alpi con le cime ricoperte di neve. E’ uno dei panorami più belli che possa rallegrare la vista….lo spettacolo è bello; ma non è per goderselo che tutte le carrozze sostano per una mezz’ora sul Corso. Si tratta di una specie di parata della buona società”.

Mark Twain, altro turista d’eccezione che visitò Milano nel 1867, ci ha lasciato un ritratto divertente dei milanesi. Ma prima di dare la parola al nostro simpatico americano domandiamoci: questi milanesi…. come passano oggi il tempo libero dopo il lavoro? La risposta è semplice e si riassume in una parola: aperitivo.  Verso le 18.30-19 le vie si popolano di giovani. Da Porta Ticinese ai Navigli, da Brera al Castello, da Porta Genova a Porta Garibaldi trovi una selva di locali in cui trascorrere il tempo con gli amici. L’aperitivo funziona così: ordini un cocktail e hai libero accesso alle fantasie della gola. In quei momenti puoi mangiare a volontà attingendo a un buffet che, se hai scelto il locale giusto, è ricco di cibi gustosi e prelibati.

A quel tempo l’aperitivo non esisteva ma Twain, l’americano Twain, nella sua opera The Innocents Abroad pubblicata nel 1869, ci dice che i milanesi si divertivano comunque a modo loro. Egli ravvisava nel senso della vita spensierato, lontano dalle ansie del lavoro, una differenza abissale rispetto ai ritmi della società americana. Lo scrittore definiva curiosamente “europeo” questo stile di vita.

In America siamo sempre di fretta, che è un bene, ma quando la giornata di lavoro è finita, continuiamo a pensare ai guadagni e alle perdite, facciamo i programmi per il giorno successivo, ci portiamo perfino a letto il pensiero degli affari, e ci giriamo e rigiriamo preoccupati, quando invece dovremmo ristorare col sonno il nostro corpo e la nostra mente tormentati…

Marc Twan (1835-1910) da www.thefamouspeople.com
Mark Twain (1835-1910) da www.thefamouspeople.com

Invidio questi europei per la comodità che si prendono. Una volta che la giornata di lavoro è finita, se la dimenticano. Alcuni vanno con mogli e figli in qualche locale, si siedono tranquilli a bere un boccale o due di birra, ascoltando la musica; altri passeggiano per strada, altri ancora vanno in carrozza lungo i viali; ci sono quelli che si riuniscono nelle grandi piazze sul far della sera, per godere della vista e della fragranza dei fiori e per ascoltare le bande militari…e ancora ci sono quelli del popolo che si siedono all’aria aperta, di fronte ai caffè, mangiano gelati e bevono bevande leggere, che non farebbero male ad un bambino. Vanno a letto abbastanza presto e dormono della grossa. Sono sempre tranquilli, ordinati, allegri, comodi e amanti della vita in tutte le sue multiformi manifestazioni.

I milanesi di Twain sembrano molto diversi da quelli di oggi. E’ probabile che lo scrittore americano si fosse servito di loro per stigmatizzare gli americani del suo tempo. Eppure, se visitasse Milano al giorno d’oggi, Twain probabilmente troverebbe molto spirito americano sotto la Madonnina.