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Il “sindaco della micca”: Gaetano Negri

Il 31 luglio ricorre l’anniversario della tragica scomparsa di un grande sindaco e intellettuale: Gaetano Negri (1838-1902). Traccerò un breve profilo di questa importante personalità della vita pubblica milanese nel XIX secolo. Un uomo che acquisì notorietà per essere stato un esponente di punta della Destra moderata lombarda.

Gaetano Negri nell'uniforme di tenente del Regio esercito
Gaetano Negri nell’uniforme di tenente del Regio esercito

Laureato in legge all’Università di Pavia, il giovane Negri si arruolò nel regio esercito pochi mesi dopo l’annessione della Lombardia al Piemonte sabaudo: inviato nel Meridione per reprimere il brigantaggio, si guadagnò due medaglie d’argento al valore, nel 1861 e nel 1862 per la determinazione e il coraggio con cui represse alcune bande di malviventi in Campania.

Tornato a Milano, lavorò come giornalista per il quotidiano moderato La Perseveranza, ove  pubblicò alcuni interventi afferenti alla geologia, alla cartografia, alla geografia: interessi scientifici che aveva coltivato negli anni universitari grazie all’amicizia con il celebre patriota e scienziato Antonio Stoppani.

Consigliere comunale dal 1873 al 1898, Negri rivestì per alcuni anni l’ufficio di assessore all’istruzione nella giunta del sindaco Belinzaghi (1873-1884) mostrando ottime doti di amministratore. Si deve a lui la realizzazione della riforma scolastica prevista dalla legge Casati che portò al pieno funzionamento degli istituti educativi in città. Tale impegno gli guadagnò vasti consensi presso l’opinione pubblica. Negri raggiunse tuttavia la popolarità quando divenne sindaco di Milano nel 1884 in sostituzione di Belinzaghi, costretto a dimettersi per il suo coinvolgimento nella messa a punto di un piano urbanistico (fortunatamente rimasto sulla carta) che prevedeva la demolizione del Castello Sforzesco e la costruzione di nuovi edifici, due operazioni atte a favorire la nascente speculazione edilizia. Il nuovo sindaco seppe conciliare le ragioni di chi voleva tutelare l’integrità del patrimonio storico urbanistico con le richieste che provenivano dagli imprenditori dell’edilizia; richieste che partivano dalle esigenze di costruire case in periferia per gestire l’aumento significativo della popolazione cittadina. Ricordiamo che tra il 1884 e il 1911 Milano passò da 260.000 a quasi 600.000 abitanti.

Progetto del piano Beruto 1884
Il progetto originario del Piano Beruto (1884)

Il primo gennaio 1886 fu approvato il piano dell’ingegnere Cesare Beruto, la cui versione definitiva presentava notevoli modifiche rispetto al progetto originario, assai più radicale. Ad esempio, la prevista copertura del naviglio interno in centro città venne bocciata dalla giunta Negri, orientata alla conservazione di un’infrastruttura che costituiva un segno insopprimibile dell’identità cittadina. Inoltre, se nel progetto originario si proponeva la costruzione di una piazza centrale ad ovest rispetto a piazza del Duomo, collegata con nuove arterie stradali che avrebbero spianato molti isolati del centro, alla fine si decise per una piazza ellittica (il Cordusio) allargando le strade esistenti e costruendo la sola via Dante fino al Castello. Nella piazza d’Armi tra il Castello e l’arco del Sempione l’architetto Alemagna costruì quello che sarebbe poi diventato il parco Sempione. Si evitò poi di demolire l’antico fortilizio accogliendo le sagge indicazioni di Luca Beltrami, che propose di restaurarlo e farne la sede delle maggiori istituzioni storico culturali della città. Dobbiamo ringraziare Negri e Beltrami se il Castello Sforzesco è giunto fino a noi.

Tra i pregi del piano Beruto, varrà la pena ricordare che era prevista la divisione del Comune in zone per la costruzione di edifici appartenenti allo stesso genere: via XX settembre, vicino a Cadorna e a piazza Conciliazione, fu terreno per le ville, mentre la zona compresa tra piazzale Baracca e il Parco Sempione fu riservata ad eleganti abitazioni signorili. Il quartiere di Porta Tenaglia, le zone dell’antico Borgo degli Ortolani e dei Corpi Santi di Porta Comasina (oggi vie Canonica, Bramante, Paolo Sarpi) furono invece destinate all’edilizia popolare.

Il senatore Gaetano Negri
Il senatore Gaetano Negri

Il nome di Negri è poi legato alla riforma amministrativa che portò alla definitiva fusione del Comune dei Corpi Santi con la città di Milano. Come ho ricordato in un precedente articolo, i Corpi Santi erano stati annessi a Milano con decreto reale del 1873. La città restava tuttavia divisa in due zone separate, regolate da norme fiscali e politico-amministrative che finivano per privilegiare il centro cittadino. Una realtà che traspariva ad esempio nella materia elettorale: negli anni successivi all’annessione, la città antica poteva eleggere 61 consiglieri comunali mentre la città nuova (i vecchi Corpi Santi) poteva esprimerne solo 19 nonostante contasse una popolazione decisamente superiore rispetto al centro. Negri ebbe il merito di rimediare in parte a queste ingiustizie. Grazie al suo impegno fu compiuta la piena unificazione elettorale del Comune.

Il sindaco non volle toccare invece il diverso regime fiscale esistente nelle due parti della città. Gli alimenti e le altre merci continuarono ad essere più costose dentro la cerchia dei bastioni. Lo sapevano bene i milanesi che, abitando in periferia, si recavano ogni giorno in centro per lavoro: quelli che, mossi dall’esigenza di risparmiare, si portavano il cibo da casa, erano costretti a pagare il dazio all’ingresso delle vecchie porte cittadine. Negri difese strenuamente questo regime fiscale, il che finì per alienargli il favore dei ceti popolari, oltre a suscitare numerose proteste. In questa circostanza il primo cittadino di Milano fu soprannominato ironicamente il “sindaco della micca”. Solo nel 1897-98 il Comune avrebbe realizzato finalmente la piena unificazione tributaria.

Costretto a dimettersi nel 1889 per le sue posizioni impopolari in merito alla citata questione daziaria, Negri fu nominato senatore l’anno seguente, carica che rivestì fino alla morte. Occorre tuttavia ricordare che il moderato lombardo nutrì nei confronti della politica nazionale una certa estraneità, non sentendosi portato alla vita parlamentare, agli equilibri tra i partiti, ai giochi di potere. Alla faziosità e ai proclami della politica preferiva l’impegno concreto nell’amministrazione locale, nella gestione del suo patrimonio immobiliare, nei suoi studi filosofici e letterari.

Lasciò la guida della Destra milanese all’industriale Giuseppe Colombo che in un commosso intervento tenuto nel 1908, a sei anni dalla morte, volle ricordare l’amico con queste parole:

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La tragica morte di Gaetano Negri da “Il Secolo Illustrato della Domenica”, 10 agosto 1902.

si ritrasse in disparte, come fanno ormai, in proporzione sempre più grande, molti spiriti eletti, disgustati dalla vita pubblica, dall’acerbità delle passioni di parte, dalla crescente insincerità della politica e dall’opportunismo invadente.

Ma il rifugio veramente caro al suo cuore era la sua casa; era il salotto in cui, attorno alla eletta famiglia che egli adorava e dalla quale era adorato, si riunivano periodicamente gli amici più intimi; era lo studiolo, lindo, semplice e chiaro, dove egli passava ore deliziose nei lavori a cui lo portava la natura del suo spirito geniale.

Gaetano Negri morì nel corso di un’escursione mentre si trovava in vacanza nella cittadina ligure di Varazze. 

“A comodo e ornamento” di Milano: la Galleria De Cristoforis

Nella prima metà dell’Ottocento le gallerie coperte, caratterizzate da eleganti soffitti in vetro, divennero frequenti in molte città europee. Erano passaggi che collegavano almeno due vie, al cui interno si affacciavano negozi, ristoranti, caffè, hotel. Milano, come ricorderò fra poco, non mancò di brillare con un’opera architettonica oggi purtroppo scomparsa.

Burlington Arcade
Burlington Arcade a Londra in una stampa ottocentesca

La prima galleria in vetro ad essere costruita fu la Burlington Arcade di Londra, opera dell’architetto Samuel Ware, tuttora esistente tra Piccadilly e Burlington Gardens, non molto distante da Buckingham Palace e Piccadilly Circus. Si tratta di un passaggio coperto che aprì al pubblico nel 1819 per iniziativa di Lord George Cavendish che aveva ereditato i terreni e le case della zona. Costruita per la vendita di gioielli e articoli esclusivi afferenti alla moda, la galleria è lunga 161 metri. In origine era costituita da 72 negozi distribuiti in due piani.

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Galierie Vivienne a Parigi

Pochi anni dopo, nel 1823, l’architetto Francois Jean Delannoy ricevette l’incarico di costruire una galleria vetrata nel centro di Parigi, a pochi passi dalla Borsa, dal Palazzo Reale e dai Grand Boulevards. Anche qui la finalità risiedeva essenzialmente nell’offrire alla nobiltà e alla ricca borghesia cittadina un punto esclusivo di ritrovo su cui si affacciassero negozi, ristoranti e i caffè più esclusivi. Anche questa galleria esiste ancora oggi. Gli ingressi sono da rue des Petit-Champs, rue de la Banque e rue Vivienne. La Galerie Marchoux, denominata poi Vivienne, è lunga 176 metri e larga appena tre.

La prima galleria coperta costruita a Milano, la Galleria De Cristoforis, presentava nella sua struttura alcune caratteristiche presenti nei casi appena richiamati; fu aperta nel 1832 su iniziativa dei fratelli Giovanni Battista e Vitaliano De Cristoforis che, acquistate le case poste tra gli isolati dell’ultimo tratto della corsia dei Servi (oggi corso Vittorio Emanuele II) e di via Monte Napoleone, intendevano donare alla città un monumento – come recitava l’iscrizione posta in uno dei tre ingressi – “a comodo ed ornamento della patria”. I lavori, affidati all’architetto Andrea Pizzala, furono condotti da 450 operai che li portarono a compimento entro l’anno. La galleria somigliava alla Galerie Vivienne di Parigi: lunga 110,67 metri, larga poco più di 4, aveva un ingresso da corsia dei Servi ove il passaggio si allungava in un lungo rettilineo fino a dividersi in due bracci: a sinistra verso via San Pietro all’Orto, a destra verso via Monte Napoleone. Come la londinese Burlington Arcade, anche la Galleria De Cristoforis ospitava una settantina di negozi.

L’estensore di una guida di Milano pubblicata nel 1838 informava i turisti che nella Galleria si trovavano un caffè, un lussuoso albergo, trenta appartamenti, alcuni spazi espositivi di porcellane e bronzi dorati:

DeCristoforis4Fu di recente eretta la Galleria e Cristoforis e porta il nome di una benemerita famiglia milanese, che distinta già nelle lettere e nelle scienze aggiunse con questo edificio nuovo lustro a Milano…settanta botteghe ed altrettanti magazzini superiori compongono la galleria oltre una spaziosa bottega da caffè al punto centrico dei bracci. Rimarchevoli sono i depositi delle porcellane lombarde del nobile Tinelli, e dei bronzi dorati di Aubry e Ronchi. Il fabbricato interno unito alla galleria comprende circa trenta appartamenti oltre il nuovo albergo Elvetico che gareggia nel lusso cogli altri primari, ma di fresca data, non ha ancora quella rinomanza che giustamente merita. [Guida di Milano in otto passeggiate, 1838. Nuova edizione Milano, Il Polifilo, 2005, pp.27-28].

La “spaziosa bottega” menzionata nella guida era il caffè del signor Teodoro Gottardi, la cui proprietà sarebbe passata alla metà dell’Ottocento a Baldassarre Gnocchi. In un album dal titolo Milano illustrata, risalente al 1850, il caffè Gnocchi era così descritto:

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Il Caffé Gnocchi in Galleria De Cristoforis in una stampa ottocentesca

Taluni siedono su gli scranni dell’elegante caffè che si affaccia di prospetto alla Galleria ed abbraccia tutte le sale dell’ala che mette alla contrada del Monte. Un tempo questo caffè era quasi deserto; ma ora mercé l’ottimo e decoroso servigio che somministra il Gnocchi, fa sì che da alcuni anni vedesi assai frequentato…le sale del caffè sono bene addobbate…qui crocchi di vecchi che parlano d’affari e d’antiche reminiscenze, là giovani che discorrono di novità, di avventure galanti, di matrimoni,di teatri, di cantanti, di ballerine…

Al Caffè Gnocchi si ritrovarono, negli anni immediatamente successivi all’Unità d’Italia, i poeti del celebre sodalizio letterario della Scapigliatura: Emilio Praga, Eugenio Bermani, Luigi Conconi, Iginio Ugo Tarchetti.

Nei cento anni della sua esistenza (la galleria venne demolita negli anni Trenta del XIX secolo), molti negozi aprirono in questo elegante e riservato salottino milanese. Varrà la pena ricordare la profumeria Dunant, che attirava i visitatori con un’abile disposizione di specchi tesi a produrre riflessi bizzarri. Inoltre, tra la fine dell’Ottocento e il primo Novecento, nella galleria aprì la famosa libreria fondata da Ulrico Hoepli. A quell’epoca c’era anche un cinematografo, il Volta.

Cesare Cantù
Cesare Cantù (1804-1895)

Tornando alle origini della galleria De Cristoforis, occorre tener presente che la sua posizione, vicino a piazza San Babila, suscitò alcune perplessità nei contemporanei. Alcuni ritenevano opportuno costruire una galleria in posizione più centrale. Nei volumi Milano e il suo territorio pubblicati nel 1844 in occasione del congresso degli scienziati italiani, il celebre storico Cesare Cantù riteneva ad esempio che un passaggio coperto tra piazza del Duomo, via Santa Margherita e piazza San Fedele avrebbe attirato un maggior numero di visitatori rispetto alla galleria De Cristoforis, che appariva troppo defilata. Cantù espresse comunque i suoi apprezzamenti verso la nuova opera, simbolo di una Milano ricca e intraprendente:

Capitali, industria, coraggio sono tre elementi della prosperità materiale di un paese: e tutt’e tre potrebbero dirsi simboleggiati nella Galleria De Cristoforis, primo di tal genere in Italia, che una privata famiglia osò intraprendere a comodo ed ornamento della patria…

Avrebbe incontrato miglior fortuna se si fosse potuto collocare allato al Duomo, sicché mettesse in Santa Margherita con un braccio, coll’altro a San Fedele; ma la scelta dei luoghi non è sempre in arbitrio deg’intraprenditori, come la destinazione delle fabbriche fa dagli architetti sagrificar parte del bello.

Esternamente presentasi come un’ampia casa a tre piani, colla facciata adorna di stipiti marmorei, e di ferro fuso sì i fregi che il parapetto dei terrazzini, tre porte introducono ad un vestibolo quadrilungo, adornato dalle statue di Marco Polo, Flavio Gioia, Colombo e Vespucci, lavoro di Puttinati. Ne parte la via vetriata…che all’estremo dilatasi in un atrio ottagono, di fronte al quale s’apre un ben inteso caffè.

Ventitre anni dopo, il 15 settembre 1867, veniva inaugurata la Galleria Vittorio Emanuele II tra piazza Duomo e piazza della Scala: non era propriamente l’idea del Cantù ma l’opera architettonica, a pochi passi dalle vie che  aveva suggerito, sarebbe stata destinata a miglior fortuna. In breve tempo i negozi più esclusivi fecero a gara per stabilirsi nella nuova galleria mentre la vecchia decadeva lentamente ma inesorabilmente. E’ significativo che la guida in francese del 1906, pubblicata dal Comune per i turisti stranieri che accorrevano a Milano per l’Esposizione internazionale di quell’anno, dedicasse largo spazio alla nuova opera architettonica mentre era assente qualsiasi riferimento alla galleria De Cristoforis.

La nuova Galleria si discostava sensibilmente dalla sua “progenitrice” per le dimensioni imponenti della struttura, il cui stile obbediva a una finalità educativa tesa ad esaltare gli ideali politici dello Stato nazionale monarchico costituito nel 1861.  Questo sarà argomento per un altro articolo del Monitore.

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Il Freyung Passage a Vienna

Più semplice e dimesso, legato ai fini commerciali di una borghesia lombarda sensibile al decoro pubblico, era stato per converso lo spirito informatore con cui i fratelli De Cristoforis avevano costruito la loro galleria trent’anni prima. Un’opera che divenne in breve tempo uno degli esempi più significativi di passaggi coperti. Essa continuò ad influenzare in modi diversi l’architettura europea del XIX secolo: dalle Galeries Royales Saint Hubert di Bruxelles (1846) al Passage sulla Nevsky Prospekt di San Pietroburgo (1848). Occorre ricordare infine il Freyung Passage di Vienna, costruito nel 1860.

Una grande istituzione milanese: il Teatro alla Scala

Il 15 luglio 1776 l’imperatrice Maria Teresa d’Asburgo approvò il progetto dell’architetto Giuseppe Piermarini per la costruzione di un teatro di corte nel luogo in cui si trovava l’antica chiesa di Santa Maria della Scala.

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Marc’Antonio Dal Re, Festa in Teatro Ducale del Governatore Pallavicini per la nascita dell’arciduca Pietro Leopoldo nel 1747

Da cinque mesi Milano era sprovvista di un luogo in cui potesse riconoscersi la colta società cittadina. Il vecchio teatro ducale, un suntuoso edificio comprendente 800 posti che si trovava in un’ala del palazzo del governatore (oggi Palazzo Reale) era stato distrutto da un incendio il 26 febbraio. Incendio che, oltre a rendere inagibili per alcuni anni le stanze della residenza di corte costringendo gli arciduchi a traslocare nel palazzo Clerici, aveva privato la città di un teatro importante, che era stato costruito nel 1725 con i fondi del patriziato milanese.

L’imperatrice Maria Teresa ordinò la pronta costruzione del nuovo edificio: i lavori, iniziati il 5 agosto 1776 con la demolizione della chiesa scaligera, terminarono due anni dopo. Il 3 agosto 1778 il Teatro alla Scala apriva al pubblico con l’opera in due atti l’Europa riconosciuta di Antonio Salieri. Furono inoltre eseguiti due balletti, uno a metà dell’opera, l’altro al termine.

Qual era il normale allestimento dello spettacolo in un teatro del Settecento? Anzitutto non dobbiamo pensare che vi fosse un direttore e che l’orchestra fosse nascosta, al di sotto del palco, come avviene oggi. Queste furono invenzioni del compositore, poeta e musicista tedesco Richard Wagner (1813-1883) che vennero introdotte progressivamente nei teatri europei verso la fine dell’Ottocento.

Nel XVIII secolo l’orchestra era situata sul palco ove si svolgeva la scena principale. Allo spettacolo principale (commedia o melodramma) era affiancata l’esecuzione di scene mute nei palchi situati ai lati. Il melodramma poteva essere intervallato da balletti.

Scrisse Montesquieu in un passo delle Lettere persiane (pubblicate nel 1721) ove descriveva una rappresentazione  teatrale all’Opera di Parigi:

Montesquieu
Charles Louis Secondat barone di Montesquieu

La gente verso la fine del pomeriggio si raduna per fare una specie di recita che ho sentito chiamare commedia. L’azione principale si svolge su una scena che si chiama teatro. Ai due lati, in certi piccoli ridotti, che si chiamano palchi, si vedono degli uomini e delle donne che rappresentano insieme delle scene mute… Qui c’è un’amante afflitta che esprime il suo abbattimento; un’altra con occhi vivaci e aspetto appassionato, divora con gli occhi il suo amante, che la guarda allo stesso modo; tutte le passioni sono dipinte sui visi ed espresse con un’eloquenza che, essendo muta, è ancora più viva.

Gli spettacoli teatrali nella Milano settecentesca non dovevano essere molto diversi da quelli descritti da Montesquieu.

Ma torniamo a quel 3 agosto 1778, giorno dell’inaugurazione del teatro alla Scala. La Gazzetta di Milano, nel descrivere l’entusiasmo con cui i presenti avevano assistito allo spettacolo, non mancò di accennare alla grandiosa architettura del teatro, soffermandosi in particolar modo sull’impegno con cui le famiglie milanesi, proprietarie dei palchi, avevano contribuito a rendere memorabile quella serata addobbando gli ambienti con mobili e oggetti lussuosi. Anche l’impresa teatrale aveva arredato sontuosamente i ridotti, le stanze ove si praticava il gioco d’azzardo. A quell’epoca l’impresa teatrale era stata appaltata dallo Stato ad alcuni nobili milanesi. Dal 1776 vi facevano parte il conte Carlo Ercole Castelbarco Visconti, il marchese Antonino Menafoglio, il marchese Bartolomeo Calderara amico intimo di Cesare Beccaria, il marchese Giacomo Fagnani. L’impresa curava l’amministrazione del teatro vendendo i posti accessibili al pubblico, curando lo smercio delle bevande, allestendo i tavoli per il gioco d’azzardo.

Sulla Gazzetta di Milano si leggeva questo resoconto pochi giorni dopo l’inaugurazione:

Nella sera di Lunedì scorso giorno 3 del corrente, giusta quanto erasi già da due mesi annunciato, si fece l’apertura di questo nuovo Regio Ducal Teatro colla prima rappresentazione intitolata L’Europa riconosciuta in due Atti…

Non potevasi con pompa maggiore solennizzare un’Epoca di simile pubblica allegria in questa Città. E ben lo meritava la grandiosità, e magnificenza dell’Edificio disegnato ed eretto dal Regio Professore ed Architetto Signor Don Giuseppe Piermarini, il quale mediante il favore di Sua Altezza Reale il Serenissimo nostro Arciduca [l’arciduca Ferdinando di Asburgo Lorena, figlio di Maria Teresa, governatore della Lombardia] e la splendidezza de’ Proprietari de’ Palchetti, lo seppe rendere in questo genere il migliore forse d’Europa.

Frontispizio, solidità, forma, compartimento, grandezza, comodi, ornamenti, proporzione, risonanza, visuale, tutto in esso è ammirabile, tutto grandioso, tutto il meglio all’uso adattato. Corrispondente a sì bella fabbrica è pure il lusso ed il buon gusto, con cui, e ciascun Particolare adornò il proprio Palchetto e la nobile Associazione della teatrale impresa sfoggiò negli ornati e ne’ mobili delle vaste Sale de’ Ridotti; onde senza esagerazione potrebbe assicurarsi non ritrovarsi altrove un pubblico luogo da potersi a questo in ricchezza e beltade uguagliare.

L’apertura di un tal Teatro: il Dramma di composizione nuovo, di genere inusitato: la prima rappresentazione, che da’ nobili Associati dopo l’impegno da loro assunto si esponeva: la notorietà del dispendioso apparecchio, che da lungo tempo questi facevano, erano motivi, che tanto avevano l’universale aspettazione ingrandito, che credevasi difficile il poterla bastantemente appagare. Con tutto ciò lo Spettacolo ebbe un felicissimo incontro, ed il Pubblico restò soddisfatto…

In realtà, l’architettura del teatro sollevò alcune perplessità nei contemporanei. Pietro Verri, in una lettera al fratello Alessandro scritta nel luglio 1778, ammise la sua delusione per la mole dell’edificio il cui loggiato, distaccandosi dalla facciata per consentire il passaggio delle carrozze, spezzava a suo giudizio l’armonia complessiva della fabbrica. Bisogna tener presente che allora non esisteva piazza della Scala, che fu costruita nel 1858 mediante l’abbattimento delle case tra palazzo Marino e il teatro. Verri, passeggiando in via Santa Margherita, non disponeva quindi di spazio sufficiente per ammirare la facciata nella sua interezza, il che finiva per rendergli sproporzionata la mole dell’edificio rispetto all’asse della strada. Verso la fine della lettera, l’illuminista lombardo accennava curiosamente  a “un casotto”, termine con cui si riferiva al tetto, eccessivamente alto.

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Un particolare del quadro di Angelo Inganni, La facciata del Teatro alla Scala, 1852

La facciata del nuovo teatro è bellissima in carta, e mi ha pure sorpreso quando la vidi prima che si mettesse mano alla fabbrica; ma ora quasi mi dispiace. Nel disegno tu vedi la facciata come una sola superficie, nella esecuzione sono tre pezzi. Il portico di bugne si avanza molto, e servendo al passaggio delle carrozze che vanno al teatro ti copre e offusca parte dell’edificio. Se ti scosti poi per vedere scemata la deformità, ti spunta un casotto in cima alla facciata che è poi il tetto assai alto.

Mi chiedo cosa direbbe oggi Pietro Verri se vedesse la colossale torre scenica a forma di cubo o l’edificio a pianta ellittica: due recenti costruzioni che troneggiano sopra il vecchio tetto del teatro.

Alle origini del trasporto pubblico milanese

Oggi ricorre un anniversario importante. L’8 luglio 1876 veniva costituita la prima linea extraurbana di tram a cavalli che collegava Milano con Monza: la società che gestiva il servizio, la SAO (Società Anonima degli Ombibus), operava da alcuni anni nel trasporto cittadino. In quell’estate di 139 anni fa, la società puntava verso traguardi più ambiziosi, attivando linee di collegamento tra Milano e i Comuni circostanti.

Da chi era diretta la SAO e quale fu l’origine del trasporto pubblico milanese? Oggi i trasporti cittadini sono gestiti da Atm, l’azienda municipalizzata del Comune di Milano di cui si servono ogni giorno milioni di cittadini dell’area metropolitana. A quei tempi le cose stavano diversamente.

Omnibus1In una città il cui territorio era limitato alla cerchia dei bastioni, il Comune decise inizialmente di autorizzare servizi di Omnibus, anziché di Tramways. Difatti gli Omnibus, formati da cavalli che trainavano vagoni su ruota, consentivano una maggiore facilità di spostamento all’interno della città ambrosiana, il cui impianto urbanistico medievale era caratterizzato, entro la cerchia del naviglio interno, da una fitta rete di vie strette e tortuose. La SAO, fondata dal cavaliere Emilio Osculati, gestiva dal 1861 il trasporto pubblico cittadino.

Tra i capolinea più frequentati occorre ricordare la piazza antistante alla stazione di Porta Nuova, aperta nel 1864 ove oggi si trova piazza della Repubblica. In piazza Duomo, al civico 23, venne costituita una sala d’aspetto per passeggeri. Le prime vetture erano assai contenute nelle dimensioni: basti pensare che i posti a sedere erano appena otto. Il costo di un biglietto era di 10 centesimi. Le linee urbane non superavano le undici unitò, mentre le vetture in funzione erano appena 35.

Con il passare degli anni furono fabbricati vagoni più spaziosi, il cui numero aumentò considerevolmente. L’annessione a Milano del Comune dei Corpi Santi, avvenuta nel 1873, rendeva necessaria l’attivazione di nuove linee verso i quartieri periferici. Furono così messe a disposizione della società vagoni da 14-16 posti, mentre quelli più piccoli erano riservati ai percorsi in centro.

Omnibus2Ma torniamo a quell’8 luglio 1876, quando il cavaliere Osculati inaugurò la prima linea extraurbana. Il traguardo, come si è detto, era ambizioso: assicurare il collegamento dell’ippovia tra Milano e Monza. La novità risiedeva nel trasporto su rotaia che la SAO intendeva sperimentare nei tragitti fuori Milano, ove le distese dei campi consentivano la posa delle rotaie senza grossi ostacoli. Non era certo la prima volta che si costruiva una linea per quella tratta; com’è noto, il tratto di ferrovia tra Milano e Monza era stato inaugurato nel 1840 sotto il dominio austriaco. Occorre però tener presente che questa ferrovia non era alla portata di tutti. Si capisce quindi come la nuova linea di Omnibus Milano/Monza avesse finito per attirare un notevole interesse nell’opinione pubblica milanese, rendendo possibile lo spostamento dei cittadini tra le due città a costi più contenuti rispetto al treno.

Alla festa d’inaugurazione era presente, oltre al prefetto e al sindaco, il principe Umberto di Savoia. In quell’occasione la SAO tirò fuori i suoi assi migliori: otto vetture di nuova fabbricazione a due piani che, trainate da cavalli, avrebbero percorso il tragitto in poco più di due ore. Le cose però andarono diversamente. Il giornale “La Lombardia”, quantunque avesse cura di descrivere l’evento in toni trionfalistici, informava i lettori di alcuni incidenti dovuti al deragliamento dei vagoni:

Sabato mattina, alle ore 9 partivano per Monza dalla sede della Società Anonima degli Omnibus, a Porta Venezia, otto eleganti carrozze ornate di bandiere, capaci ciascuna di quaranta o quarantacinque persone e pesanti in tutto, veicolo e viaggiatori, cinque tonnellate. Il primo, dove avevano preso posto il Principe Umberto, il Prefetto, il Sindaco e parecchi Assessori e che con gentile pensiero era guidato dall’egregio Direttore della Società, il cavaliere Emilio Osculati, corse in modo assai soddisfacente i tredici chilometri che passano dal punto di partenza alla stazione dei tramway a Monza, non essendovi stato che un leggero sviamento, tosto riparato, in vicinanza di quella città. A pochi minuti di distanza l’uno dall’altro, vi tenevano dietro gli altri sette veicoli, che qual più qual meno, ebbero a subire lo stesso momentaneo inconveniente”.

Il principe Umberto si complimentò con Osculati per l’impegno con cui aveva reso possibile l’attivazione del nuovo servizio extraurbano. In realtà, spente le luci della retorica tesa ad esaltare l’industria nazionale – quattro delle otto carrozze erano prodotte dalla ditta Felice Grondona – quella giornata fu una delusione. L’ippovia aveva impiegato più di tre ore a fare un tragitto su rotaia la cui lunghezza non superava i tredici chilometri. Se ne accorsero subito i milanesi, attenti come sempre a valutare concretamente costi e benefici di una innovazione. Basterà ricordare il sapido ritornello che il direttore dell’Osservatore Cattolico, Don Davide Albertario, scrisse a commento della nuova linea di Omnibus:

Morettina dove vai? Vado a Monza sul tramway…so e giò per i rutai che a Monza el riva mai.

Omnibus3Quando nel 1880 il Comune di Milano decise di costruire le rotaie all’interno della città aprendo finalmente il centro ai tramways, la SAO si aggiudicò il servizio con un contratto triennale che garantiva al Comune una percentuale del 6% sugli utili della società. In occasione della Esposizione Nazionale del 1881, furono attivate le prime linee su rotaia che collegavano piazza Duomo con la stazione di Porta Nuova e con le arterie cittadine più vicine al sito dell’evento: i giardini pubblici di Porta Venezia e via Marina.

Negli anni seguenti la ditta sostituì gran parte dei cavalli con piccole locomotive a vapore per limitare i costi di trasporto. Alla fine degli anni Settanta e nei primi anni Ottanta del secolo XIX la società toccò l’apice del successo.

La parabola discendente arrivò tuttavia inesorabile. Il cavaliere Osculati scomparve in breve tempo dall’industria dei trasporti pubblici. Nel 1883 l’ingegnere Giuseppe Colombo, fondatore della Edison, costruì in via Santa Radegonda, a pochi metri dal Duomo, la prima centrale elettrica europea destinata a cambiare in profondità la vita quotidiana dei milanesi. L’arrivo dell’elettricità fu un evento cruciale perché non portò soltanto all’illuminazione delle vie e delle piazze, ma finì per avere i suoi effetti nei sistemi di mobilità urbana. La Sao non comprese la forza rivoluzionaria dell’elettricità nel campo dei trasporti. La Edison fu invece rapida nello sfruttarne le potenzialità: nel 1892 si aggiudicò il primo servizio di tram a trazione elettrica nella linea piazza Duomo-Corso Sempione. L’anno seguente arrivò l’ondata del successo con 18 linee elettriche, molte delle quali con capolinea in piazza Duomo.

La SAO scompariva. Nel 1900 chiuse l’ippovia Milano-Monza che era stata inaugurata 24 anni prima. Il 5 dicembre 1901 veniva dismesso l’ultimo tram a cavalli.

Perché l’Europa non sa rinnovarsi

A Milano sono sorti i maggiori movimenti politici e culturali, alcuni destinati a rivoluzionare i costumi e gli stili di vita degli italiani, altri ad incidere in profondità nelle strutture politiche e amministrative dello Stato. Gli uni e gli altri tesi a cambiare la società per fondarne una diversa, nel bene e nel male. Milano vide la nascita del socialismo moderato di Filippo Turati, riunito nella Lega Socialista Milanese fondata nel 1889; Milano fu la culla del fascismo di Benito Mussolini, i cui fasci di combattimento vennero fondati in piazza San Sepolcro nel 1919. Ho citato due esempi tra i tanti per mostrare la vocazione riformista e rivoluzionaria di Milano.

Se allarghiamo la visuale alla società del Vecchio Continente, ci accorgiamo che la rivoluzione è stata una costante della storia europea. Molti però si pongono questa domanda: nonostante il progresso tecnologico ci abbia messo a disposizione strumenti che vent’anni fa erano impensabili, perché la rivoluzione è divenuta oggi il grande assente della storia occidentale? Perché al giorno d’oggi sembra non esistere più in Europa la capacità di pensare e operare per un cambiamento delle istituzioni teso a migliorare la condizione di vita dei cittadini per un futuro migliore? Una domanda, se ci pensiamo bene, nient’affatto peregrina in tempi difficili come quelli attuali, caratterizzata da diseguaglianze e ingiustizie ancor più marcate rispetto al passato.

IMG_6249L’interessante libro dello storico Paolo Prodi, Il tramonto della rivoluzione (Il Mulino, Bologna 2015, 119p) cerca di capire le ragioni di questo dilemma. L’autore, riprendendo il pensiero dell’intellettuale tedesco Eugen Rosenstock Huessy, collega il concetto di rivoluzione alla storia dell’Occidente medievale e moderno. Fino ad alcuni anni fa l’Europa si è caratterizzata rispetto alle altre civiltà del pianeta per la presenza nella sua storia di rotture, di movimenti rivoluzionari che, mettendo in discussione le istituzioni esistenti, cercarono di combattere le ingiustizie. Il progresso occidentale – ci dice il professor Prodi – è stato in buona parte il risultato di queste rivoluzioni che ne hanno alterato di volta in volta la struttura sociale e istituzionale.

Questa Europa, segnata dal graduale mutamento delle sue istituzioni, ha un’origine ben precisa. La riforma gregoriana dell’XI secolo aprì agli europei il tortuoso sentiero della libertà politica; spezzò il monopolio del potere in capo all’imperatore o al papa segnando la graduale formazione di un equilibrio pluricentrico: da un lato i poteri secolari (imperatore, principi, città), che governarono i sudditi nella sfera dei rapporti civili in via sempre più autonoma dalla chiesa, dall’altro il potere ecclesiastico, ristretto progressivamente all’esercizio dei sacramenti e alla giurisdizione del foro interiore, della vita religiosa degli europei.

Da questa frattura originaria ebbe origine il pluralismo istituzionale che fece dell’Europa un territorio in continua evoluzione politica e religiosa. Il diritto di resistenza diffuso nell’Occcidente medievale e moderno, in base al quale i sudditi/cittadini avevano il diritto/dovere di ribellarsi ai governanti ove questi avessero violato le leggi e le tradizioni della comunità, sarebbe stato inconcepibile senza la “desacralizzazione” del potere politico, vale a dire la sua separazione dal potere religioso/sacrale.

Nel XVI secolo ci fu la seconda ondata di rivoluzioni, quella delle riforme protestanti che segnò l’avvento di una molteplicità di chiese territoriali, in relazione diversa con i poteri secolari: principi e repubbliche.

Nel corso del Settecento gli Stati europei, ormai distinti dalla persona del monarca, furono interessati dalla terza ondata di rivoluzioni che portò alla separazione dei poteri (legislativo, esecutivo e giudiziario) compiutamente teorizzata, sia pure in forme diverse, nelle carte rivoluzionarie americane e francesi.

Muovendo da un’ottica di lungo periodo, Prodi fa notare tuttavia che la libertà politica in Occidente può esser fatta risalire alla rivoluzione gregoriana: da lì si arrivò poi alla graduale separazione tra sfera del sacro e sfera del profano, tra giustizia di Dio e giustizia degli uomini, tra coscienza personale e diritto positivo, tra peccato e reato.

Questa capacità dell’Occidente di riformarsi continuamente per migliorare l’assetto politico non sarebbe spiegabile senza il contributo fondamentale delle tradizione ebraico-cristiana. Dai tempi di Agostino, dal IV secolo dopo Cristo, “rivoluzione” non indicò soltanto il moto di rotazione degli astri ma venne usato in riferimento al cammino dell’umanità verso la salvezza. Questo segnò il passaggio da una concezione statica, ciclica, immutabile della storia a una dinamica, progressiva, soggetta a mutamento.

Il termine “rivoluzione” in Europa divenne in un certo senso la secolarizzazione della “profezia” ebraico-cristiana, che concepisce la storia come un cammino di salvezza dell’umanità contro i mali del presente in vista di una redenzione che avverrà alla fine dei tempi. Riprendendo una felice espressione del giurista Carl Schmitt, potremmo dire che le rivoluzioni avvenute in Europa nel Sette, Otto e Novecento furono “principi teologici secolarizzati” che portarono al mutamento dei poteri pubblici contro quelle che erano ritenute ingiustizie cui porre fine.

Oggi il problema dell’Europa risiede nella scomparsa di questa sua anima rivoluzionaria, di questa capacità di cambiare la società, di progettare il futuro.

Scrive Prodi:

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Il professor Paolo Prodi

Il mito della rivoluzione è finito. Ma l’Europa, l’Occidente, sono nati e cresciuti come ‘rivoluzione permanente’, cioè come capacità nel corso dei secoli di progettare una società alternativa rispetto a quella presente: ora questa capacità di progettare un futuro diverso sembra esser venuta meno”.

Secondo l’autore questo è dovuto a una serie di cause. In Occidente il progressivo venir meno dei valori delle religioni della salvezza personale (ebraismo e cristianesimo) basate sul principio che l’individuo è un uomo che può salvarsi o dannarsi per le sue azioni terrene ed è quindi sottoposto a un giudizio personale; l’affermarsi di un ordine mondiale fondato unicamente sulla civiltà dei consumi imperniata su un’etica confuciana tesa a cristallizzare gli assetti di potere esistenti mediante una concezione ciclica, immutabile della storia, ove l’ordine politico coincide con l’ordine cosmico. Qui l’influsso della cultura cinese sull’Occidente è stato negli ultimi anni assai più profondo di quanto si possa immaginare.

Il risultato, secondo Prodi, è l’unione del potere politico e del potere economico in una nuova forma di dominio globalizzato, “senza fissa dimora, in Oriente come in Occidente, con sue capitali ma al di sopra dei confini: un nuovo monopolio del potere economico-politico che tende ad affermarsi ovunque, nella nuova configurazione dei mercati finanziari e del consumo”. Il palazzo (del potere) si fonde con il mercato (finanziario) e con il tempio (pagano) in un nuovo ordine in cui l’uomo, privato della possibilità di incidere nella politica degli Stati ormai soggetti alle logiche finanziarie del mercato globale, non ha più alcuna possibilità di agire sulla politica per difendere i suoi diritti civili e sociali.

La terza causa per Prodi si lega alla tecnologia che, sottratta al controllo delle Chiese e degli Stati, tende sempre meno ad elevare la persona e sempre più a costituire un fine in sé stessa, asservita agli interessi dei grandi gruppi finanziari che se ne servono per le applicazioni richieste dal mercato. I social network, costringendo i cittadini alla brevità e all’immediatezza delle forme di comunicazione, rendono più difficile l’elaborazione di quel pensiero argomentato e meditato che era stata propria della civiltà del libro. Difficile avere il tempo di elaborare progetti di riforma delle istituzioni pubbliche in una community dominata dagli spazi di Twitter e Snapchat.

Insomma il quadro dipinto da Prodi è a tinte fosche. Esso vede l’Europa in un declino da cui molto difficilmente potrà uscire. Se la classe politica e le classi dirigenti del Vecchio Continente sapranno recuperare lo spirito di “rivoluzione permanente” per difendere con nuove istituzioni le grandi conquiste della civiltà occidentale (dallo Stato di diritto allo Stato sociale, dai diritti fondamentali dei cittadini al federalismo, dalla separazione dei poteri alla laicità dei poteri pubblici), l’Europa potrà avere un futuro.

Alla corte dei duchi di Milano: il libro di lusso

L’arte di rilegare, decorare, miniare e scrivere i libri acquisì una sua dignità nel Medioevo quando i monaci, seduti negli scriptoria, ricopiarono con opera indefessa i testi dell’antichità compatibili in larga parte con i valori etici e morali del cattolicesimo. Recentemente ho letto Il Nome della Rosa di Umberto Eco, il celebre romanzo ambientato in un’abbazia dell’Italia del Nord. Quando penso ai codici miniati, il pensiero corre alle decorazioni incompiute di frate Adelmo nei volumi del suo scrittoio. Il romanzo è ambientato nella prima metà del XIV secolo eppure, già a quell’epoca, la Chiesa non era più la sola istituzione a curare la rilegatura, la scrittura e la decorazione dei libri.

Nell’Italia del XIV e XV secolo i poteri secolari – signorie, principati e repubbliche – si fecero portatori di una politica culturale tesa a legittimare i fondamenti del potere. I libri sfarzosamente cesellati – come avveniva per gli affreschi, le pitture e le sculture nelle chiese – rientravano in un disegno teso ad esaltare il regime politico esistente. Anche per le famiglie della nobiltà il libro di lusso costituì un segno di status, il mezzo con cui mostrare il potere cui erano pervenute.

Milano fu una delle città più attive nell’elaborazione dei codici miniati. Nella seconda metà del Trecento la città ambrosiana acquisì un ruolo centrale nell’arte del libro. Gli inizi si collocano sostanzialmente negli anni successivi alla fondazione dell’Università di Pavia per intervento di Galeazzo II Visconti (1361) e al soggiorno di Petrarca a Milano tra il 1353 e il 1361. In questo periodo la famiglia Visconti formò una prima biblioteca, la cui struttura si poneva nel quadro tipico di un casato appartenente alla nobiltà feudale. Uno dei primi capolavori della miniatura gotica lombarda può essere considerato il Libro d’Ore di Bianca di Savoia, moglie di Galeazzo, risalente al 1378 ca. In questo codice, conservato a Monaco presso la Bayerische Staatsbibliothek (ms. lat.23215), oltre alle iniziali miniate, sono presenti 35 pitture a tutta pagina opera di Giovanni di Benedetto da Como, che nei suoi interventi riprese motivi e decorazioni presenti nella pittura a fresco.

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Codice del Guiron Le Courtois, Galvano salva Arturo, 1370-1380ca

Anche il fratello di Galeazzo, il signore di Milano Barnabò Visconti, commissionò alcuni codici di altissimo valore. Ricordo il volume Guiron le Courtois (conservato a Parigi, Bibliotèque Nationale, ms. nouv,acqu. 5243), ove sono narrati episodi cavallereschi di Artù e di Lancillotto, il ciclo bretone assai diffuso nelle corti di Francia, Inghilterra e Bretagna. Questa letteratura, diffusa nei territori ove si parlava la lingua d’oil, si affermò notevolmente in area padana tra Due e Trecento. Il codice Guiron si caratterizza per l’altissimo pregio delle miniature e dei disegni. Un altro codice è il Lancelot du Lac (Parigi, Bibliotèque Nationale, ms.fr.343), rimasto però incompiuto per la morte di Bernabò avvenuta nel 1385.

Gian Galeazzo, conquistato il potere mediante un colpo di Stato che portò all’arresto dello zio Barnabò, riconosciuto duca di Milano dall’imperatore Venceslao nel 1395, condusse una politica ambiziosa e fortunata che lo rese signore di un vasto territorio esteso all’Italia centro settentrionale. Siamo al periodo d’oro della signoria viscontea.

Allo stesso Gian Galeazzo risale la formazione della biblioteca ducale mediante azioni ben definite. Anzitutto occorre ricordare la requisizione dei libri presenti nelle ricche biblioteche delle città conquistate: arrivò così a Milano una lunga fila di carri contenenti i preziosi volumi che provenivano da Vicenza, Verona e Padova. Anche nella stessa città ambrosiana, presso famiglie che erano vicine ai Visconti per ragioni di sangue o di lavoro, si ebbe un risultato analogo: ad esempio, l’arresto e l’uccisione di Bernabò coincise naturalmente con la requisizione della sua biblioteca e lo stesso accadde al cancelliere ducale Pasquino Capelli, morto nelle prigioni viscontee.

Nel 1426, più di vent’anni dopo la scomparsa di Gian Galeazzo, la biblioteca ducale contava 988 codici ponendosi ai livelli delle maggiori corti europee. Risale a questo periodo l’Offiziolo Visconti (conservato a Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale, B.R.397): la prima parte fu opera di Giovannino de Grassi, uno dei massimi esponenti della cultura gotico cortese lombarda, che rivestì l’ufficio di direttore della Fabbrica del Duomo; a decorare la seconda parte fu chiamato nel 1412 Belbello da Pavia su commissione del nuovo duca Filippo Maria Visconti, che proprio in quell’anno era asceso al potere in seguito alla morte improvvisa del fratello Giovanni Maria, pugnalato nella chiesa di San Gottardo (dietro al palazzo Reale).

Non è qui possibile fare una storia del libro di lusso nella Milano rinascimentale. Basterà ricordare che la ricca biblioteca viscontea, parzialmente danneggiata in seguito all’instabilità politica nel breve periodo della repubblica ambrosiana (1447-1450) – tornò in auge sotto gli Sforza per merito soprattutto dei duchi Galeazzo Maria (1466-1476) e Ludovico il Moro (1480-99).

I nuovi stilemi del rinascimento italiano furono introdotti a Milano dal miniatore Cristoforo de Predis, che lavorò non solo per la corte ducale, ma anche per una famiglia importante dell’aristocrazia quale i Borromeo. Merita di essere ricordato in proposito il celebre Libro d’Ore Borromeo, risalente agli anni 1471-1474: questo codice, conservato nella Biblioteca Ambrosiana di Milano (segnatura SP 42), presenta il testo arricchito per la prima volta mediante l’artificio di una pergamena, dipinta come se fosse appesa al di sopra degli spazi riservati alle miniature.

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Giovan Pietro Birago, Frontespizio della Sforziade di Giovanni Simonetta destinata al duca Gian Galeazzo Sforza, 1490.

Altro artista di notevole valore fu Giovan Pietro Birago, attivo negli anni di Ludovico il Moro: meritano di essere citati i quattro stupendi frontespizi della Sforziade, l’edizione a stampa in lingua volgare di Giovanni Simonetta.

La caduta di Ludovico Sforza, la conquista francese del ducato di Milano portarono alla dispersione della ricca biblioteca visconteo-sforzesca: una parte cospicua di quei preziosi volumi venne portata in Francia come bottino di guerra. Basti ricordare che quasi 400 libri oggi conservati alla Biblioteca Nazionale di Parigi possono essere ricondotti alla corte visconteo-sforzesca.

Tra la fine del Quattrocento e i primi anni del Cinquecento la stagione del libro di lusso era sostanzialmente finita. La stampa a caratteri mobili, che rivoluzionò il mercato rendendo accessibile l’acquisto dei volumi a un vasto pubblico, segnò il netto declino del libro di corte.

Magenta e la (breve) luna di miele dei lombardi

In questi giorni di inizio giugno ricordiamo un avvenimento importante per la storia di Milano: la battaglia di Magenta.

Avvenuta il 4 giugno 1859 all’inizio della seconda guerra d’indipendenza, essa vide opporsi l’esercito imperiale asburgico all’esercito franco-piemontese. Più di un mese dopo, le battaglie cruente di Solferino e San Martino avrebbero segnato la definitiva sconfitta degli austriaci, obbligati a cedere la Lombardia (tranne Mantova) all’imperatore dei francesi Napoleone III. L’imperatore Francesco Giuseppe di Asburgo, ostile alla causa italiana, non riconobbe alcuna legittimità internazionale al regno di Sardegna di Vittorio Emanuele II: questo spiega per quale motivo all’armistizio di Villafranca, firmato l’11 luglio, l’imperatore cedette la Lombardia alla Francia, non al Piemonte sabaudo. Fu Napoleone a cedere graziosamente la Lombardia al suo alleato.

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Ingresso di Vittorio Emanuele II e Napoleone III all’Arco della Pace, 8 giugno 1859. Litografia inglese da disegno di C. Bossoli.

Quattro giorni dopo la vittoria di Magenta, Vittorio Emanuele II e Napoleone III fecero il loro ingresso a Milano accolti con entusiasmo dai milanesi. Il re sabaudo, che aveva dormito a Lainate, raggiunse l’alleato alla cascina Pobbietta, un casolare (oggi scomparso) all’altezza di via Novara nei pressi di Quarto Cagnino. Da lì i sovrani entrarono a Milano dall’Arco della Pace: decisione non casuale se pensiamo che il celebre monumento era stato voluto mezzo secolo prima da Napoleone I per celebrare le sue vittorie. Dopo aver percorso il lato sinistro del Castello Sforzesco, Vittorio Emanuele II e Napoleone III attraversarono le vie Cusani, dell’Orso, Monte di Pietà, Monte Napoleone fino al corso di Porta Orientale (oggi corso Venezia). Da qui raggiunsero il palazzo Serbelloni, che costeggiava il naviglio interno, seguiti da una folla in delirio.

L’entusiasmo dei lombardi per la vittoria di Magenta e la liberazione di gran parte della regione non era casuale. C’erano attese, speranze in un futuro di buongoverno.

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Te Deum cantato in Duomo il 9 giugno 1859 per la vittoria sugli austriaci. Litografia inglese da disegno di C. Bossoli.

Difatti, nei mesi immediatamente precedenti alla guerra, Cavour, che era a capo del governo piemontese, convocò a Torino una commissione di notabili lombardi presieduta dal nobile milanese Cesare Giulini della Porta. Questa commissione predispose per le terre liberate un ordinamento che avrebbe dovuto consentire l’ordinato svolgersi della vita civile. Il tutto nel rispetto di quel che poteva essere conservato degli istituti amministrativi esistenti, istituti cui i lombardi erano affezionati perché li consideravano patrimonio storico della loro regione. D’altra parte lo stesso Cavour, in un interessante colloquio con il nobile milanese Cesare Giulini della Porta, riconobbe che dalla Lombardia “il Piemonte per gli ordini amministrativi ha più da imparare che da insegnare”.

La commissione propose la conservazione dell’autonomia comunale che costituiva il vanto della tradizione amministrativa lombarda. Basti pensare che nella Lombardia austriaca i proprietari di un immobile nei Comuni di terza classe (quelli con popolazione inferiore ai 300 estimati che erano la stragrande maggioranza dei municipi), avevano diritto di intervenire nel convocato, un’assemblea – organo di democrazia diretta – in cui si gestiva l’amministrazione del Comune.

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Il nobile milanese Cesare Giulini Della Porta (1815-1862)

La commissione Giulini propose inoltre la formazione di un governo lombardo separato da quello piemontese per assicurare piena autonomia alla regione. In seguito all’unione politica con il Piemonte, la Lombardia sarebbe stata amministrata da un governatore – con sede a Milano – dotato di poteri considerevoli. Questi avrebbe assommato infatti le funzioni del luogotenente austriaco (nomina dei delegati provinciali, corrispondenti all’incirca ai nostri prefetti; controllo sulle direzioni di polizia, sugli istituti di istruzione pubblica, sulle autorità municipali), i poteri del governatore austriaco e quelli che facevano capo all’amministrazione di Vienna, ad esempio nella gestione della prefettura lombarda delle finanze, della direzione di contabilità di Stato o della giunta del censimento.

La politica di Cavour, informata a uno stile moderato, conservatore, rispettoso entro certi limiti delle tradizioni storiche preunitarie, aveva le sue ragioni. Molte istituzioni del Lombardo Veneto austriaco riscuotevano l’ammirazione dei lombardi, suscitando in essi un vivo attaccamento per questi ordinamenti. In alcuni casi essi ne riconducevano l’origine all’epoca gloriosa del Regno Italico napoleonico, quando Milano fu capitale di uno Stato nazionale esteso a una parte significativa dell’Italia del Centro-Nord. Così un membro della commisione Giulini descriveva la complessa amministrazione austriaca in Lombardia:

Se noi lasciamo i roveti, i muschi e le edere, troviamo che l’ossatura murale di sotto, annerita dal tempo, corrosa dall’umidità, è ancora l’antica. Così noi troviamo che il censo, la legislazione comunale, le esattorie comunali, l’ammirando servizio delle condotte mediche, i regolamenti di acque e strade, le leggi sulla servitù di acquedotto e tutta la giurisprudenza in materia di acque, il contributo arti e commercio, le Camere di Commercio, l’istituto notarile, i conservatori delle ipoteche, le scuole comunali…sono tutte creazioni indigene che la dominazione straniera ha dovuto rispettare. E diciamo indigene anche quando ci riferiamo al Regno Italico, quantunque negli ordini militari e nella politica esterna dovesse dipendere dalla fortuna napoleonica.

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Paolo Onorato Vigliani (1814-1900)

Dopo la vittoria di Magenta, il governo piemontese emanò alcuni decreti che, seguendo le indicazioni della commissione, diedero inizio a quella che possiamo chiamare la luna di miele tra il governo sabaudo e i lombardi. Con decreto 8 giugno 1859, il governo Cavour nominava governatore della Lombardia Paolo Onorato Vigliani, un giovane funzionario piemontese, originario di Pomario Monferrato, in provincia di Alessandria.

Il decreto 8 giugno assegnò i pieni poteri a Vigliani, escluso quanto concerneva la guerra. Egli fu posto a capo di una nuova istituzione che ereditava, sia pure ridotti da 9 a 5, gli ex dicasteri della luogotenenza austriaca così riorganizzati: 1. Amministrazione politica, intendenze generali e pubblica sicurezza; 2. Comuni, beneficenza e corpi morali; 3. Commercio, agricoltura e lavori pubblici; 4. Istruzione pubblica e culto; 5. Amministrazione della giustizia.

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Camillo Benso conte di Cavour (1810-1861)

L’entusiasmo dei lombardi per la nuova amministrazione si manifestò negli atti di omaggio resi a Vittorio Emanuele II da parte di numerosi funzionari. Tuttavia, le dimissioni di Cavour in seguito all’armistizio di Villafranca (11 luglio) portarono alla fine di questa “luna di miele”. Rattazzi, succeduto a Cavour nel governo sabaudo, con decreto 31 luglio stabilì che “i pieni poteri conferiti al Governatore della Lombardia” erano cessati. Un trend inesorabile che portò in breve tempo alla soppressione di ogni autonomia amministrativa. Di lì a poco,  con l’emanazione dei decreti regi 23 ottobre 1859, alla Lombardia fu esteso l’ordinamento sabaudo informato a un accentramento amministravo disegnato sul modello franco-belga. Se si eccettua la Toscana – ove continuò ad essere vigente il codice penale leopoldino fino al 1889 – i territori della penisola che entrarono a far parte del regno d’Italia sabaudo furono sottoposti rigidamente, nel giro di pochi anni, alla legislazione e all’amministrazione piemontese. L’Italia si faceva “piemontesizzando” i suoi ordinamenti. Come scrisse un grande storico dell’amministrazione negli anni Sessanta del secolo scorso, fu come vestire un gigante con l’abito di un nano.

Un pittore russo in visita a Milano nel 1847

Il pittore Vladimir Jakovlev visitò l’Italia in un viaggio di sei mesi. Il suo itinerario si rifaceva alla grande tradizione del Gran Tour: un percorso lungo le maggiori città della penisola che i nobili, gli intellettuali, i letterati e i pittori stranieri effettuavano passando per Venezia, Bologna, Firenze, Roma, Napoli, Palermo.

Milano, come altre città della pianura padana quali Parma, Modena o Ferrara, non sempre erano ritenute meritevoli di visita. Ad esempio, il grande Goethe non visitò la città ambrosiana nel suo tour avvenuto nella seconda metà del Settecento, mentre il padre Johann Kaspar, grande giurista e fine intellettuale, ci era passato molti anni prima descrivendo minuziosamente la vita cittadina in alcune note del suo diario.

Desidero ricordare in questa sede il viaggio di Jakovlev perché il pittore visitò Milano alla fine del suo tour per l’Italia a pochi mesi dallo scoppio delle rivoluzioni liberali e nazionali del 1848. Giunto a Pavia, Jakovlev costeggiò in carrozza il naviglio pavese entrando a Milano da Porta Ticinese. Scrisse alcuni ricordi preziosi di quella visita nel volume pubblicato a San Pietroburgo nel 1855: Italija. Pis’ma iz Venecii, Rima i Neapolja. In questo articolo riporterò alcuni passi riguardanti Milano nella traduzione di Patrizia Deotto pubblicata nel numero della rivista Storia in Lombardia (Franco Angeli editore, Anno XXXIII, n.1, 2013).

Per un uomo la cui professione è dipingere sulla tela la bellezza di un paesaggio, la pianura milanese fu inizialmente una cocente delusione. Dopo la vista di città ricche di arte e di storia come Firenze o Roma – i cui monumenti, situati su alture o vicino ai colli, impreziosivano il paesaggio rurale circostante in una sintesi mirabile tra arte e natura – Milano non era fatta per affascinare subito. Il paesaggio, caratterizzato da una distesa sterminata di campi, gli apparve triste e monotono. Mancava la vista grandiosa della città.

Affaticato dall’uniformità della strada, mi aspettavo che Milano dispiegasse davanti ai miei occhi il suo panorama, ma Milano, da lontano, si presenta come una linea dentellata e nebulosa. Soltanto la guglia centrale della sua cattedrale biancheggia sulla cornice azzurrina delle montagne lontane. 

Riflessioni tinte di nero, che possono indurci a ritenere che Jakovlev non si trovò poi così bene a Milano. Dopo pochi passi, ecco però la sorpresa. L’atmosfera e il fascino della piccola Milano – popolata all’epoca da 140.000 abitanti – iniziarono ad incuriosirlo e ad attrarre gradualmente il suo interesse all’avvicinarsi verso la Darsena, lungo i Corpi Santi di Porta Ticinese. La prossimità alla città era annunciata dalla moltitudine di persone, dalle “carrozze all’ultima moda” che sfrecciavano lungo il canale.

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La Porta Ticinese medievale e il naviglio interno in un quadro di Pompeo Calvi (1850 ca)

Dopo aver varcato il naviglio interno all’incrocio tra le attuali vie De Amicis e Molino delle Armi, Jakovlev entrò nel cuore della città medievale. La vista delle antiche colonne di San Lorenzo gli si parò dinanzi improvvisa, affascinandolo grandemente:

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Le colonne di San Lorenzo in una incisione risalente alla fine del Settecento

Milano mi accolse, del tutto inaspettatamente, con l’antica gigantesca colonnata di un edificio sconosciuto, completamente distrutto. Questa è la più lunga fila di colonne che si sia conservata dell’epoca romana: i miei compagni di viaggio ne hanno contate sedici. Il marmo di questi fusti scanalati è coperto di muschio e ruggine; le foglie di acanto dei capitelli sono erose dal tempo, ma la bellezza del loro stile è evidente…

In queste riflessioni abbiamo l’impressione che Milano abbia sedotto Jakovlev come solo lei sa fare: anziché ostentare la sua bellezza affascinando il visitatore fin dall’inizio, la città si scopre a poco a poco, pian piano.

Oltrepassate le colonne, il pittore si recò verso l’Albergo Reale che si trovava nell’antica contrada dei Tre Re. La via, oggi scomparsa, era il proseguimento di via Speronari in direzione sud-est, verso l’attuale via Mazzini.

Diversamente dai turisti che si affidavano alle guide del luogo, Jakovlev preferì avventurarsi da solo per le vie cittadine alla ricerca di scorci paesaggistici. Questa è un’altra ragione per la quale le sue memorie rivestono uno straordinario interesse per gli storici di Milano. Ci sembra già di vederlo, mentre esce dall’albergo maledettamente curioso di conoscere i segreti della città.

Le vie del centro, quelle vicine al suo albergo, gli apparvero fin dall’inizio popolate da una vivace borghesia di artigiani e commercianti. Ancora nel primo Ottocento il quartiere vicino al Duomo rifletteva la sua antica anima medievale, un’anima mercantile ben testimoniata dalle vie: via Speronari, via Pennacchiari, via Mercanti d’Oro, via Borsinari, via Pescheria Vecchia, via Spadari, via Armorari, via Cappellari. La vita quotidiana di queste contrade era disordinata, ma vivace e affascinante ai suoi occhi:

Nelle vie strette e tortuose dei vecchi quartieri il chiasso e il movimento sono ancora più intensi. Il calderaio, il sarto, il rilegatore, il calzolaio lavorano in strada, chiacchierando tra di loro e con i passanti; le vicine iniziano la conversazione mattutina da una casa all’altra; i ragazzini proseguono i loro giochi ingenui, correndo tra le gambe dei passanti e spesso afferrando le falde degli abiti per nascondersi da qualche monello o dalla palla, che finisce per colpire la guancia di un venditore, intento a contrattare ad alta voce con un signore, affacciato alla finestra del quinto piano. Intanto le urla dei venditori e i richiami dei bottegai continuano ininterrotti.

Diversa l’aria che si respirava nelle vie ove si trovavano i palazzi della nobiltà milanese: erano alcune strade del centro, spesso vicine al naviglio interno. Quali potevano essere queste vie percorse da Jakovlev? Ad esempio in Porta Romana, via Rugabella ove si trovava il palazzo appartenuto nel Settecento a Clelia Borromeo o quello dei Trivulzio; via Sant’Antonio con il palazzo Greppi; via dei Nobili (oggi via Unione), su cui si affacciavano il palazzo Cicogna (oggi distrutto) e il palazzo Erba Odescalchi; in Porta Ticinese via Olmetto con la casa Archinto; via Borgonuovo con i palazzi Orsini e Perego in Porta Nuova; via della Cerva con il palazzo Visconti di Modrone in Porta Orientale il cui giardino – esistente tuttora – si affacciava sul naviglio interno…

Jakovlev notò il silenzio di queste nobili contrade. Le imposte chiuse alle finestre gli davano un senso di tristezza, ricordandogli le città abbandonate:

Nei quartieri aristocratici, quando batte il sole tutto il giorno, le persiane verdi delle finestre rimangono chiuse ermeticamente, il che conferisce alla strada un aspetto triste. In questi luoghi Milano sembra una capitale abbandonata: la magnificenza qui ha fatto amicizia con il silenzio.

Interessanti le annotazioni sulle case di Milano:

Le case qui non superano i tre o quattro piani e quasi tutte le finestre sono dotate di un balconcino di ferro, dove, quando non c’è il sole, compaiono fiori o giovani signore.

Il turista russo non mancava poi di soffermarsi sullo stile di vita dei milanesi, la cui distanza da altre città italiane lo colpì notevolmente. L’ordine pubblico, la pace, la tranquillità, il decoro urbano era molto simile a quello diffuso nelle altre città dell’impero asburgico di cui Milano faceva parte: da Praga a Vienna, da Budapest a Bratislava, da Trento a Trieste.  Le sue riflessioni riguardavano il vestiario, la sosta delle persone nelle vie ma anche la postura delle guardie davanti agli edifici pubblici, come mostrato dal caso dei granatieri ungheresi. Milano gli appariva ordinata, ben regolata nei suoi freddi costumi sociali.

In mezzo a questo turbinio della vita italiana, in mezzo a queste fisionomie mobili e a questo incessante chiacchiericcio, i granatieri ungheresi muti e immobili, che stanno di guardia agli edifici pubblici, con i loro colbacchi di pelo d’orso, sembrano delle cariatidi. Nelle vie di Milano c’è di gran lunga meno disordine poetico che nelle altre città italiane. Qui molto di rado vedrete qualcuno dormire sul selciato o sui gradini di una chiesa. In genere, non è permesso dormire per strada o fare la siesta in mezzo alla piazza, secondo l’abitudine napoletana. A maggior ragione, nessun povero osa sistemarsi a riposare negli atri, nei corridoi, sulle scale dei palazzi, come si usa a Napoli. Qui non si vede quell’abbigliamento meridionale eccessivamente leggero, costituito da una camicia e da pantaloni di tela olona che arrivano al ginocchio. Non si vede gente svestita in giro nemmeno nella stagione più calda e il pittore non troverà in Lombardia modelli gratuiti come sul molo di Napoli.

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Il Duomo adornato con paramenti per l’incoronazione di Ferdinando I di Asburgo a re del Lombardo Veneto il 6 settembre 1838.

Le notazioni più importanti riguardano il Duomo, che conquistò il pittore russo per il biancore dei marmi, l’infinito numero di guglie, le statue le cui forme plastiche riflettevano il fecondo connubio tra le linee severe dell’arte germanica – tipica del gotico – e la fine creatività dell’arte italiana. L’edificio era descritto come una creatura della natura fisica. I marmi, che risplendevano di un bianco acceso, quasi sfolgorante, gli sembravano partoriti dalle Alpi innevate.

Da lontano il Duomo è un fantastico palazzo, formatosi ai piedi delle Alpi con le nevi perenni del Montebianco. Quando vi avvicinate alle pareti di questo edificio abbagliante, intessuto di arabeschi, festoni, archi, ghirlande, popolato da migliaia di statue e vi persuaderete che è tutto marmo puro, dalla base massiccia ricoperta dal muschio dei secoli, fino alle graziose guglie gotiche, che biancheggiano nell’aria azzurra: in quel momento il meraviglioso edificio vi sembrerà favoloso.

Intere generazioni di scultori distribuirono su questi muri le loro fantasticherie. L’elemento plastico è talmente connaturato qui all’architettura che bisognerebbe dire che la cattedrale di Milano non è costruita ma scolpita nel marmo.

A colpirlo maggiormente fu la vista dalla terrazza della cattedrale, ove l’occhio poté spaziare a 360 gradi ammirando un panorama eccezionale. Le riflessioni negative svolte all’inizio vengono ora smentite da questa bella descrizione, inno commosso alla bellezza lombarda.

Finalmente salii sulla sottile, trasparente torre della cattedrale, intessuta di una trina di marmo, e sotto di me si dispiegò il brillante panorama della Lombardia. E’ un vero e proprio mare di verde costellato di città e di paesi con le loro torri bianche e rosse. In lontananza lungo tutto l’orizzonte si estende la catena delle Alpi: la linea ondulata delle nevi perenni luccica al sole, sfolgorante come oro fuso. Ecco i massicci del Rosa e del Sempione, dove la mia strada si snoda fra le cime che arrivano fin sopra alle nuvole; ed ecco al limitare della verde piazza d’armi biancheggiare anche l’arco di trionfo, da cui parte la strada del Sempione. Proprio davanti a me alza il suo capo canuto il San Gottardo; a sinistra, dietro alle cime, si intravedono i ghiacciai del Monte Bianco; a destra gli Appennini si fondono con le Alpi. Da qui si vede tutta l’enorme parete che separa la Lombardia dalla Germania. In lontananza, ai piedi di queste montagne, risaltano, azzurri come strisce d’acciaio, i poetici laghi: il Lago Maggiore, il Lago di Como, il Lago di Garda. L’aria è così tersa che distinguo perfino le cupole di Pavia e le alte torri di Torino. I dintorni di Milano sono ombreggiati da boschetti, solcati da viali, sembrano un grande parco inglese. Sotto di me si dispiega tutta la pianta della città con i palazzi e le cupole e le torri originali; vi scorgo il movimento, ma il rumore di quella vita giunge appena alle mie orecchie come il mormorio lontano del mare; in quel brusio si distingue chiaramente soltanto il suono delle campane…E poi il mio sguardo si perde di nuovo nel dedalo delle terrazze candide come la neve, delle scale, degli archi, dei pinnacoli, e io gironzolo di nuovo tra quella folla di gente di marmo che abita la cima della cattedrale. E’ una di quelle visioni che rimangono per sempre impresse nella memoria.

20 maggio 1930: apre il planetario di Porta Venezia

Chi arriva in corso Venezia da corso Buenos Aires, trova sulla destra i giardini pubblici. Costruiti negli anni Ottanta del Settecento dall’architetto Giuseppe Piermarini sui terreni dell’ex monastero di Santa Maria Addolorata  – chiamato monastero “delle Carcanine” dal nome del fondatore, Giovanni Pietro Carcano –  e della chiesa di San Dionigi, i giardini vennero ingranditi nel 1856 ad opera dell’ingegnere Giuseppe Balzaretto: questi procedette all’unione della proprietà Dugnani, facendo della vasta area un parco in stile inglese caratterizzato da cascate, dirupi, laghetti, grotte. A proposito della chiesa di San Dionigi, ove si trovava la pietra misteriosa di San Barnaba , clicca qui se vuoi saperne di più! 😉

Oggi i giardini pubblici sono uno dei principali parchi di Milano con una superficie di 177.000 metri quadrati: uno spazio considerevole in cui i milanesi possono trascorrere il tempo libero camminando tra gli alberi, i prati e gli ameni viottoli. E’ un luogo di relax e divertimento per molte famiglie. Nel weekend (e non solo…) il parco si popola di tanti amanti della corsa. Inoltre, durante la settimana, è frequentato nelle ore di punta dagli impiegati che lavorano nel quartiere (zona via Senato, via Marina, via Fatebenefratelli, via Manin, via Turati..): li trovi ai giardini mentre mangiano un panino in pausa pranzo.

Nel luogo ove era il chiostro delle Carcanine si trova il Museo civico di storia naturale. Oggi mi soffermerò però su un altro edificio situato all’interno del parco: il planetario. La scelta non è casuale perché il 20 maggio di ottantacinque anni fa, nel 1930, la palazzina veniva inaugurata alla presenza del Duce in persona.

Benito Mussolini inaugura il Planetario
Benito Mussolini inaugura il Planetario, 20 maggio 1930

Come fu resa possibile la costruzione del planetario? La presenza delle autorità fasciste non deve indurci a considerazioni semplicistiche. Gli uomini che resero possibile questo progetto furono eminenti personalità della classe dirigente milanese. Convissero con il fascismo come larga parte della popolazione italiana, costretta a rinunciare alle libertà politiche e civili pur di continuare a lavorare in patria.

Il finanziatore del planetario fu l’editore e libraio di origine svizzera Ulrico Hoepli (1847-1935). Superati gli ottant’anni, giunto a un’età in cui si è soliti tirare i remi in barca, l’editore si dedicò ad iniziative filantropiche che fossero utili al progresso della società. Con quest’opera volle rendere omaggio a quella che era divenuta la sua “patria di adozione”, la “generosa Milano” come definì la città ambrosiana in un intervento letto il giorno dell’inaugurazione.

Hoepli si dimostrò un infaticabile promotore della vita culturale cittadina. Amava Milano perché le doveva molto: qui tentò la sorte come emigrato, qui fece fortuna lavorando sodo come libraio ed editore, qui allargò i suoi orizzonti entrando in contatto con i maggiori uomini di cultura. Del tutto indicativo, a tal proposito, il rapporto di Hoepli con il noto astronomo Giovanni Virginio Schiaparelli (1835-1910), le cui opere furono pubblicate dalla sua casa editrice a partire dal 1929. Per inciso gli Schiaparelli, un’importante famiglia della borghesia italiana tra Otto e Novecento, diedero al Paese noti scienziati e uomini di cultura: dal professor Ernesto Schiaparelli (1856-1928), cugino di Giovanni Virginio, egittologo, studioso di formazione cattolico liberale, a Luigi Schiaparelli (1871-1934), insigne paleografo e medioevalista.

La costruzione del planetario si poneva quindi in un progetto teso non solo ad abbellire la città, ma anche a favorire presso la cittadinanza la diffusione delle scoperte scientifiche in campo astronomico. Milano non era certo nuova all’astronomia. L’Osservatorio astronomico di Brera, costruito dal matematico Ruggero Boscovich nel 1764, negli anni in cui la Lombardia si trovò sotto il governo dell’imperatrice Maria Teresa d’Austria, continuava ad essere un’istituzione prestigiosa. Nell’Italia del primo Novecento si faceva sentire tuttavia la mancanza di uno strumento d’avanguardia che fosse in grado di proiettare su un muro circolare le figure dei pianeti e delle stelle. Varrà la pena ricordare che nella Germania di Weimar, il paese più progredito nel campo delle scienze sperimentali, tra il 1926 e il 1928 furono costruiti planetari a Lipsia, Dusseldorf, Jena, Dresda, Hannover, Mannheim.

L’Italia non poteva essere da meno. I lavori per la costruzione del planetario milanese furono affidati a Piero Portaluppi (1888-1967). Questi scelse i giardini di Porta Venezia perché i cittadini, entrando nel parco, lasciando per un attimo gli affanni del lavoro, potessero riposare la mente nell’assistere alla proiezione dei pianeti.

Così Portaluppi spiegava le ragioni che lo avevano spinto a costruire il planetario all’interno dei giardini pubblici:

Planetario in costruzione
Il Planetario in costruzione

Non era troppo facile cosa trovare in Milano la località adatta per costruirvi un planetario, una località che fosse inclusa nell’organismo della metropoli e in pari tempo appartata; scoprire quasi una zona di raccoglimento ai margini stessi della vita cittadina che mettesse in grado chiunque, non importa di quale classe sociale, di dimenticare per poco la febbre che spinge ciascuno di noi alla rincorsa folle di un suo particolare tormento e di lanciare il proprio pensiero…in scorribande incommensurabili dietro il pellegrinare delle stelle.

E il problema sembra risolto con la scelta di quel tratto di pubblico giardino folto di alberi posto verso Corso Venezia tra papà Stoppani [si riferisce al vicino Museo di Storia Naturale] e l’erma [statua] di Mosé Bianchi [pittore]; nel centro stesso di Milano, a due passi da un’arteria ampia e rumorosa in mezzo alla folla, e pur solitaria sotto la volta verdeggiante degli ippocastani antichi, si eleva la volta ridotta dei cieli.

I lavori, iniziati nel luglio 1929, durarono quasi un anno. All’interno del planetario fu posizionato uno strumento ottico di marca rigorosamente germanica: Zeiss modello II.

Planetario 1929L’edificio disegnato da Portaluppi è tuttora visitabile. Si caratterizza per la classicità delle forme architettoniche. La facciata, costituita da un colonnato con timpano triangolare sul modello dei templi antichi, è preceduta da un’ampia scalinata. La cupola è inglobata in uno stabile a pianta ottagonale le cui brevi facciate, come spiegò lo stesso Portaluppi in un suo intervento pubblicato nel 1930, “sembrano sgattaiolare tra i vecchi tronchi [dei giardini]  sfiorandoli senza urtare uno solo”.

La cucina milanese nel Medioevo: tempo del cibo e tempo dei pasti

Limitare la fame nel mondo è obiettivo centrale di Expo, ben sintetizzato dallo slogan “nutrire il pianeta, energia per la vita”.

Nella storia europea la fame è sempre stata un terribile spettro da cui fuggire ricorrendo ad ogni mezzo. Uno sguardo al Medioevo milanese ci consente alcune riflessioni significative in tema di cucina e alimentazione.

fame carestieNel Medioevo il mangiare era influenzato sostanzialmente da due tempi. Il primo è il tempo della natura. Alcuni cibi erano ricavati da materie prime che si potevano ottenere solo in alcuni mesi dell’anno: sappiamo bene che ogni stagione ha i suoi frutti tipici. Eppure, a ben guardare, c’inganneremmo se pensassimo che gli uomini medievali vivessero unicamente in base ai ritmi della natura, come certa vulgata vorrebbe farci credere. Dobbiamo considerare un secondo tempo, il tempo artificiale dell’uomo garantito dalle tecniche di conservazione dei cibi. Certo, anche gli antichi avevano imparato qualcosa al riguardo. Aristotele raccomandava ad esempio di coprire le mele con l’argilla per farle durare più a lungo. Tuttavia, mai come nel Medioevo l’uomo europeo riuscì ad ingegnarsi per sconfiggere il duro ritmo delle stagioni che costringeva molte famiglie a morire di fame. “O tu che reggi ogni cosa, perché succede che le stagioni non siano sempre uguali a se stesse, distinte solo da quattro numeri?” implora Merlino in un testo di Goffredo di Monmouth risalente al XII secolo. Segno che davvero il mutare delle stagioni costituiva una grande incognita per l’uomo medievale, esposto in tutta la sua fragilità all’incertezza del futuro.

L’uomo riuscì a vincere questa battaglia grazie alla capacità di prevedere il mutamento del tempo. Di qui la necessità di conservare i cibi perché la carestia era dietro l’angolo e, come recitava un antico proverbio milanese: Calastria preveduda, l’è mezza preveduda: carestia prevista, è per metà evitata.

Se riprendiamo due termini citati in un documento toscano del IX secolo dopo Cristo, possiamo quindi concludere che il Medioevo era articolato in un tempus de glande (tempo di ghiande) – in cui si raccoglievano i frutti della vegetazione arborea – e un tempus de laride (tempo di lardo) che non era collegato solo all’allevamento del maiale e alla consumazione della carne, ma anche al tempo in cui si metteva da parte tutto quel che si poteva conservare.

Quali furono le tecniche di conservazione più usate? Anzitutto il ricorso al sale, che non solo rendeva più gustosi i cibi ma, prosciugandoli, li rendeva secchi, più durevoli nel tempo. Ad essere messi sotto sale furono cibi quali la carne, il pesce, le verdure. Era poi diffusa l’essiccazione del pesce al sole o mediante il fumo. Altre tecniche si affermarono ricorrendo all’olio, all’aceto, al miele e allo zucchero. Quest’ultimo fece tuttavia la sua comparsa alla fine del Medioevo e solo nelle mense signorili europee.  Per restare ancora alla conservazione degli alimenti, un’altra tecnica era la fermentazione, che rese possibile sfruttare a vantaggio dell’uomo un processo tutto naturale come la putrefazione. La fermentazione, assieme alla salatura, venne impiegata in prodotti quali salami, formaggi, prosciutti.  Un caso emblematico era costituito a tal proposito da un genere di verdure, i crauti, tuttora diffusi nell’Europa germanica: erano ottenuti mediante un processo di fermentazione acida.

cucinaUn altro strumento per “addomesticare” il tempo consisteva nel diversificare la coltivazione delle piante. Carlo Magno, nel capitolare De villis, invitava a piantare nelle aziende regie “meli di diverso genere, peri di diverso genere, prugni di diverso genere…” affinché si potesse procedere a una raccolta differenziata nel tempo. Dei sette tipi di mele citate nel documento, sei erano definiti “serbevoli”, conservabili, mentre le “primitiva” potevano essere mangiate subito.

Alcuni frutti ricchi di calorie si mangiavano tutto l’anno e, nel duro inverno, servivano addirittura da ripieno. Era il caso delle noci, che a Milano erano mangiate alla fine di ogni pasto. Bonvesin de la Riva ci fornisce altre preziose informazioni al riguardo nel suo De Magnalibus urbis Mediolani, vero e proprio spot pubblicitario della città ambrosiana nel XIII secolo. Sappiamo così che i milanesi amavano triturare le noci, impastarle con uova, cacio e pepe “unde carnes inde iemali tempore impleantur” (tradotto: affinché potessero costituire un ripieno per le carni nella stagione invernale. Libro IV, paragrafo III).

Nel caso dei cereali – base dell’alimentazione contadina – la tecnica era sempre quella di differenziare le colture, un po’ come facciamo oggi quando investiamo in banca diversificando il nostro portafoglio per limitare il rischio e spalmare nel tempo i frutti dei capitali investiti. I contadini coltivavano segale, miglio, avena, spelta, orzo, frumento perché sapevano che i tempi di crescita propri di ciascuna pianta costituivano un altro mezzo efficace per far fronte all’incertezza del domani.

carniSe dal tempo dei cibi passiamo al tempo della cucina, ci accorgiamo che quest’ultimo era assai più lungo rispetto al nostro perché comprendeva fasi di lavoro oggi inesistenti: ad esempio la pestatura dei cereali, il taglio e la macellazione della carne. La lunghezza e la complessità nella preparazione dei cibi non era tipica soltanto delle cucine signorili. Era una costante della società contadina. Il bollito fu per secoli un tipo di alimentazione tipico dei ceti popolari, mentre l’arrosto – ottenuto con l’utilizzo di griglie o spiedi – era prerogativa delle mense signorili. In quest’ultimo caso ad essere cotte erano le carni giovani degli animali uccisi nelle battute di caccia: attività, quest’ultima, riservata alla nobiltà guerriera del Medioevo (i bellatores), prerogativa di questo ceto ancora nell’antico regime. La carne giovane costituiva la base dell’alimentazione del clero regolare in ricche abbazie come ad esempio, per restare a Milano, quella di Sant’Ambrogio. Da un documento del 1148 sappiamo ad esempio che, nel corso delle innumerevoli liti insorte tra i canonici e i monaci di Sant’Ambrogio, il prevosto pretese dall’abate un pranzo in occasione della festa di San Satiro (17 settembre) composto da svariati tipi di carne: polli freddi e carni di porco fredde, poi polli ripieni e carni di porco pepate, infine polli arrosto, lombetti e porcellini ripieni.

minestraGli animali vecchi, consunti dal tempo e dalla fatica del lavoro agreste, erano destinati invece alle mense popolari: le carni erano bollite in calderoni rimestati dalle donne; spesso venivano messe in pezzi nella minestra, La menestra l’è la biava de l’omm: la minestra è la biada dell’uomo, recitava un altro proverbio milanese. Segno che tale alimento era la base dell’alimentazione contadina.

Le cotture lunghe furono caratteristiche della cucina medievale. La pasta era cotta fin quasi a spappolarsi, un’usanza che si conserva tuttora nelle cucine dei paesi nordici ove è possibile rintracciare molti segni degli antichi usi culinari. La pasta al dente è un’invenzione tutta moderna e italiana.

Veniamo ora al tempo dei pasti. Quante volte si mangiava e quando? Anche qui gli usi erano diversi. Il pranzo cadeva in tarda mattinata, mentre la cena al tramonto del sole: tempi che erano in linea con i ritmi della civiltà contadina. E’ possibile che i nostri antenati mangiassero qualcosa di mattina ma è poco probabile che ricorressero a cibi dolci come pane e marmellata. Una chiave di lettura può esserci offerta dalla cucina germanica, che mantiene molte usanze medievali. La mattina si ricorreva probabilmente a piccole porzioni di cibi presenti nei pasti ordinari: salumi, formaggi, prosciutti, carni.

La durata dei pasti era senza dubbio un segno di status. I pranzi signorili potevano durare ore se non addirittura giorni interi. Se vuoi saperne di più sulla cucina medievale a Milano, clicca qui.