La famiglia nella Milano ancien régime

Il tema della famiglia è tornato al centro dell’attenzione. Oggi tenterò di svolgere alcune riflessioni sulla famiglia nella Milano d’ancien régime. Qual era il suo significato nella società milanese e più in generale nella società europea dei secoli passati? Di certo la famiglia era a quei tempi qualcosa di diverso. Oggi siamo alle prese con due dati su cui riflettere. Da un lato la presenza dei single, che costituisce a Milano un dato assai più elevato rispetto alla media nazionale. Dall’altro la precarietà delle famiglie: il legame matrimoniale molte volte si spezza dopo pochi anni per le ragioni più svariate.

In età medievale e in età moderna (almeno fino al Settecento avanzato) la famiglia era un’istituzione stabile che rivestiva un ruolo assai più importante nella comunità cristiana. Per comprenderne le complesse dinamiche, dobbiamo pensare che in quel periodo non esisteva la separazione tra pubblico / privato tipica delle società borghesi dell’Otto-Novecento.

A quei tempi non esisteva neppure la moderna separazione tra Stato e Società, tra area ove si esplicano le istituzioni pubbliche culminanti nello Stato e area ove si confrontano i cittadini e le associazioni private in un regime di libera competizione soggetto alle norme del diritto civile. Potremmo dire in altri termini che nel Medioevo e nella prima età moderna queste due aree erano confuse. Solo a seguito del costituzionalismo rivoluzionario di ascendenza francese, a partire dalla fine del Settecento, iniziò ad affermarsi sul continente – quindi anche a Milano – un nuovo sistema che, con l’abolizione degli ordini e delle corporazioni, segnò la divisione tra cittadini titolari di diritti soggettivi e lo Stato di diritto fondato sui principi dell’eguaglianza e dell’impersonalità della legge. Nella società milanese d’ancien régime, almeno fino alla metà del Settecento, non era così. Non esisteva mobilità sociale che non fosse inquadrata all’interno di un ordine cui gli individui appartenevano fin dalla nascita.

Le famiglie patrizie traevano legittimazione dalla secolare presenza dei loro esponenti nelle istituzioni pubbliche del ducato e della città di Milano. Era assente quindi una sfera privata distinta da una sfera pubblica perché la famiglia non era relegata a una dimensione privata come tende ad avvenire nelle società contemporanee. La famiglia patrizia era una vera e propria istituzione, la cui appartenenza costituiva per i giovani una delle condizioni irrinunciabili per accedere al Collegio dei Nobili Giureconsulti in piazza Mercanti. Si trattava del celebre vivaio di dottori in legge chiamati a rivestire uffici importanti nella pubblica amministrazione dello Stato di Milano tra Cinque e Settecento. Scriveva il giureconsulto Bartolomeo Taegio nell’opera Il Liceo pubblicata nel 1571 che al Collegio non si poteva accedere

senza legittima prova della chiarezza e antiquità del sangue, della eccellenza della dottrina e della bontà dei costumi, così del candidato come del padre suo. Onde per la grande diligenza e sottile investigazione ch’usano i protettori dell’ordine nostro per sostegno e diffesa dell’onore del Collegio, si può concludere ch’el domandar il Collegio di Melano [Milano] non sia altro che sottoporsi voluntariamente ad un sindicato di grandissima importanza, dal quale chi ne riesce con lode, passando per li debiti mezzi, si può dire veramente nobile.

[B. Taegio, Il Liceo. Dove si ragiona dell’ordine delle accademie e della nobiltà, Tini, Milano, 1571, pag.57].

In una comunità per ceti fondata non sulla ricchezza ottenuta nel libero gioco del mercato di beni materiali, bensì sulla funzione sociale svolta da ciascun ordine e corporazione, le famiglie contavano nella misura in cui erano inserite in una fitta trama di relazioni che, salendo per gradi, investiva le supreme funzioni pubbliche.

La regola in base alla quale la vita familiare dei sentimenti deve essere confinata entro le mura domestiche e va rigidamente separata dalla vita lavorativa condotta fuori dalla casa, nel “libero” gioco del mercato, nasce e si afferma nelle società otto-novecentesche quando la famiglia ha ormai perso quella funzione pubblica che aveva rivestito per secoli. Nel Medioevo e nell’ancien régime tale norma di condotta non esisteva. A ben vedere essa è sconosciuta tuttora nel mondo delle aziende di famiglia.

Se questa era la struttura della famiglia nella Milano dell’antico regime, si capisce come i rapporti tra i suoi membri fossero alquanto diversi rispetto ad oggi. La sfera dei sentimenti aveva meno spazio. Le famiglie erano costituite da una prole numerosa per far fronte ai danni della mortalità infantile; erano composte non solo dai figli e dai nipoti, ma anche dai servi le cui famiglie avevano lavorato per generazioni nei possedimenti dei padroni.  A dominare era la figura del pater familias, del padre di famiglia, il quale reggeva il governo della casa. Nelle famiglie nobili e in quelle dell’alta borghesia, l’educazione dei figli era affidata a precettori privati. Il più delle volte si ricorreva tuttavia agli ordini religiosi: i rampolli della nobiltà frequentavano i prestigiosi collegi diretti dai Gesuiti; per le altre famiglie si ricorreva all’insegnamento di altri ordini, come ad esempio i Barnabiti. Alla donna era assegnata la cura della casa e il compito primario di generare i figli. Questa era la natura delle famiglie, ove potremmo dire che il ruolo pubblico assorbisse in larga parte la sfera privata dei sentimenti, quasi inesistenti.

A Milano tale situazione cambiò nel corso del Settecento ad opera delle riforme illuminate di Maria Teresa e Giuseppe II: le riforme accentrarono progressivamente nello Stato assoluto burocratico le funzioni pubbliche che le famiglie del patriziato avevano esercitato per secoli nelle tradizionali istituzioni della città e del ducato. Di qui ebbe inizio quella tendenza che vide la famiglia restringersi sempre più in un privato fondato unicamente sul benessere e sulla felicità individuale, mentre l’attività lavorativa in capo ai singoli individui, staccati dai corpi di appartenenza, fu chiamata ad agire sempre più in un libero mercato sottoposto alla vigilanza dello Stato assoluto.

La mentalità era molto diversa rispetto ai nostri tempi. I celibatari, coloro che restavano single – diremmo oggi – per un calcolo di autosufficienza, non a seguito di una vocazione religiosa, venivano spesso fatti oggetto di riprovazione sociale.

Del tutto indicativa la posizione di Cesare Beccaria. Nelle lezioni di economia pubblica tenute tra il 1769 e il 1773 presso le Scuole Palatine di Milano, l’illuminista lombardo tesseva una lode nei confronti delle famiglie numerose. I suoi elogi andavano a quanti lavoravano per rendersi utili alla collettività. Una famiglia numerosa era ben vista da Beccaria perché rientrava in un piano teso a rafforzare la potenza dello Stato mediante l’aumento di una popolazione la cui forza lavoro sarebbe andata a beneficio della monarchia. Il che, beninteso, era in linea con analoghe teorie diffuse dai mercantilisti e dagli economisti europei tra Sei e Settecento. Al contrario, il nobile rimasto celibe era da riprovare perché viveva nell’ozio della sua rendita terriera senza produrre alcunché di concreto per la comunità.

Assai efficace il commosso ritratto che Beccaria tracciava dell’umile famiglia di un artigiano:

Oh umile padre di famiglia; oh, artigiano incallito nell’affumicata tua officina, io rispetto il tuo rozzo abituro: egli è il tempio dell’innocenza e dell’onestà. Quando, tergendo il sudore della fronte, dividi un ruvido pane a’ tuoi figli, ai figli dell’industria e della patria, che levano le tenere loro mani per ricercartelo; quando io contemplo l’amorosa sollecitudine della tua fedele compagna, acciò la semplicità del governo tuo domestico ti sia leggera ed utile, allora io mi risveglio dall’ammirazione che in me destava la contemplazione del sequestrato cenobita, che ha saputo trionfare della natura e della società, che con sì potenti inviti a sé lo richiamavano.

[Cesare Beccaria, Scritti economici, a cura di Gianmarco Gaspari, Edizione Nazionale delle Opere di Cesare Beccaria, vol.III, Milano, Mediobanca 2014, pp.140-141]

 

Una grande occasione per Milano: la riapertura dei Navigli

Nella breve risposta a una lettrice della sua rubrica sul Corriere della Sera la giornalista Isabella Bossi Fedrigotti, il 30 gennaio scorso, si è espressa contro la riapertura dei navigli, giudicandola un’impresa costosa perché tesa unicamente ad ingentilire il paesaggio urbano. Si tratterebbe quindi di uno spreco di risorse senza alcun beneficio per la collettività.

Romanticamente sarei d’accordo anch’io a riportare le acque in superficie e sappiamo che sono stati presentati validi studi di fattibilità, tuttavia mi sento di dire che gettare così tanto denaro in un’impresa gigantesca che ha lo scopo quasi esclusivo di ingentilire il paesaggio cittadino, mi pare oggi abbastanza fuori luogo. E lo dico perché quotidianamente, grazie a questa rubrica, ho notizia di presidi che chiudono, di sussidi che vengono abrogati, di personale che scarseggia in qualche servizio: sempre a causa di carenza di fondi”.

Le ha risposto bene il presidente dell’Associazione Riaprire i Navigli, l’urbanista Roberto Biscardini, che ha approfondito il tema da molti anni e, da consigliere comunale di Milano, conosce bene gli ingranaggi della macchina amministrativa comunale.

Vale la pena di contestare questa affermazione innanzi tutto perché è frutto di un grave errore di metodo che una persona che ricopre un importante ruolo culturale come Bossi Fedrigotti non dovrebbe commettere. Essa infatti confonde la spesa (spesa corrente) che il Comune dedica ai servizi di cui lamenta la riduzione con le risorse (spese in conto capitale, cioè investimenti) destinate a finanziare il progetto di riapertura dei Navigli, un progetto in grado di aggiungere valore alla città e di produrre reddito. Se poi si scende nel merito e andiamo a vedere a quanto ammonta la spesa in conto capitale che il Comune di Milano ha destinato nel 2015 agli investimenti (viabilità, trasporti, ambiente territorio, ecc) vediamo che essa è ammontata a ben 3,6 miliardi di euro.

Il costo del progetto per la riapertura è stato stimato in 200 o in 400 milioni di euro a seconda delle modalità che il Comune intende seguire.

Cosa posso dire? Credo che al Corriere molti abbiano una paura folle che la Martesana torni a scorrere dietro la sede del giornale in via San Marco! Una paura che non riesco francamente a spiegarmi.

In realtà, mi vado convincendo sempre più che la contrarietà alla riapertura sia in malafede o rifletta una presa di posizione dettata da interessi politici. Non mi stupisce che la signora Bossi Fedrigotti esprima la sua contrarietà in piena campagna elettorale, quando una candidata alle primarie (la vicesindaca Balzani) si è espressa nettamente contro la riapertura.

E’ però interessante notare che i contrari sono spesso quanti abitano in centro, a poca distanza dai navigli da riaprire, assaliti dalla paura dei lavori. Non sono disposti a tollerare qualche disagio (provvisorio) per un progetto che renderebbe la città un luogo stupendo in cui vivere e lavorare. Così facendo, si rivelano ostinati difensori di una Milano davvero brutta, una città che dovrebbe appartenere al passato con il suo asfissiante traffico automobilistico. Difensori di una città invivibile contro una Milano di domani fatta di attenzione all’ambiente (anche in centro), alla qualità della vita, alla salute dei cittadini; una Milano che torna ad essere città d’acqua e – come Amburgo, Amsterdam, Bruges, San Pietroburgo, Londra, Parigi – valorizza e conserva il suo grande patrimonio storico: i navigli.

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Il Laghetto di San Marco (oggi via San Marco) in una foto degli anni Venti del secolo scorso.

Quanti si oppongono non capiscono o non vogliono capire i benefici straordinari che la riapertura recherà al centro – e non solo al centro – nella valorizzazione a fini turistici dei navigli. Altro che riapertura nostalgica! Basta guardare quel che sarebbe via San Marco e il suo storico laghetto, reso ancor più bello dai dehors e dai percorsi ciclopedonali previsti lungo le sue sponde.

Colpisce che – fatta eccezione per Sala (che sui navigli ha pubblicato due anni fa un bel libro edito da Skira) – gli altri candidati alle primarie del centro sinistra non abbiano capito che le periferie torneranno ad essere belle e vivibili se anche il centro lo sarà. Ogni giorno i cittadini della Milano metropolitana vengono in centro dalle periferie e dai Comuni dell’hinterland: chi con i mezzi pubblici, moltissimi (troppi) con l’automobile e i motorini. Risultato? Le vie della cerchia interna sono intasate da un traffico automobilistico asfissiante che, oltre ad inquinare, rende problematici gli spostamenti dei pedoni e dei ciclisti, entrambi a contatto con uno smog dannoso alla salute.

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Ponte ciclopedonale nel distretto urbano di Sydhavn, vicino a Copenaghen, Danimarca.

E’ importante migliorare la vita delle periferie ma queste hanno senso se sono legate al centro da una politica coerente. Altrimenti scusate, irriducibili paladini delle periferie e delle periferie soltanto  – mi rivolgo principalmente ai sostenitori della signora Balzani – perché non proponete di renderle Comuni separati, indipendenti da Milano? Nessuno – giustamente – si sogna questo perché le periferie urbane sono legate al centro da rapporti di natura sociale ed economica tanto intensi quanto inscindibili. Risposte adeguate potranno venire solo da un decentramento amministrativo che faccia delle zone tanti municipi dotati di funzioni incisive in materie che sono proprie dell’area metropolitana. Compito svolto finora egregiamente dalla giunta Pisapia.

Colpisce quindi che nessuno dei candidati – fatta eccezione per Sala – abbia capito questa elementare realtà. Il centro città non è solo di chi ci abita, ma di quanti lo visitano e ci lavorano. Ecco perché è importante che anch’esso sia bello e vivibile, facendone un’area pedonale collegata alle periferie in un rapporto equilibrato. Vivibile il centro non sarà certamente fino a quando il traffico automobilistico intaserà le vie della cerchia interna. I navigli riaperti saranno infrastrutture turistiche di straordinaria importanza per migliorare la qualità della vita perché il centro non è solo di chi ci abita ma – lo ripeto – di quanti vi risiedono per svago o per lavoro. Il potenziamento delle linee metropolitane mediante l’attivazione della M4 renderà più facile lo spostamento dei cittadini riducendo l’uso della macchina.

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Ponte girevole sul Canale Saint Martin di Parigi.

I navigli renderanno possibili nuove attività lavorative nel campo dei servizi legati al turismo. Ma è importante insistere che la riapertura avrà un senso solo se renderà possibile la navigabilità della Martesana fino alla Darsena di Porta Ticinese mediante il Naviglio interno. Un progetto quindi su scala metropolitana e regionale teso a collegare, rendendoli navigabili, i tre navigli lombardi che scorrono nelle periferie urbane: Naviglio Martesana, Naviglio Grande e Naviglio Pavese. Altro che sogno di nostalgici! Il fine è valorizzare a fini turistici un patrimonio culturale e ambientale che renderà Milano una metropoli davvero internazionale, degna di stare al passo con le maggiori città europee.

Sant’Aquilino e i facchini della Balla

Il 29 gennaio è il primo giorno della Merla. E’ anche il giorno in cui si ricorda Sant’Aquilino, predicatore di origine tedesca morto a Milano all’incirca nel 1015 a seguito di un attentato da parte di alcuni eretici. Il suo corpo, ritrovato da un gruppo di facchini nel sestiere di Porta Ticinese, non lontano dalla chiesa di Sant’Alessandro, venne sepolto nella basilica di San Lorenzo.

Dal Medioevo fino alla fine del Settecento i milanesi erano soliti ricordare Sant’Aquilino con una processione. Si trattava di un evento allestito dalla corporazione dei facchini della Balla, che sfilava per le strade che oggi fanno parte di via Torino: partendo dalla chiesa di Sant’Ambrogio alla Palla – che si trovava in zona San Maurilio – terminava nella basilica di San Lorenzo. I facchini donavano al parroco una baga, vale a dire un otre contenente 50 kg di olio purissimo che serviva ad alimentare per tutto l’anno la lampada votiva nella cappella del santo.

Ma chi erano questi facchini che sfilavano per le vie del sestiere di Porta Ticinese? Può sembrare strano ma si trattava di persone non milanesi. Erano montanari che, giunti a Milano in cerca di lavoro, lo avevano trovato specializzandosi in questo mestiere. Provenivano in larghissima parte dalla Val di Blenio, antico dominio lombardo in Canton Ticino compreso tra il passo Lucomagno e Biasca. Nel Seicento si aggiunsero alcune famiglie provenienti dalla Valle Intrasca, un territorio anch’esso soggetto anticamente al dominio milanese, situato nell’attuale provincia di Verbano Cusio Ossola.

Giovanni Paolo Lomazzo
Giovanni Paolo Lomazzo (1538-1592)

La corporazione dei facchini fu costituita in epoca medievale. Essa acquisì una certa popolarità nella vecchia Milano specializzandosi nell’arte della lana e del facchinaggio. Nel 1560 venne fondata addirittura un’accademia poetica che si ispirava ai facchini: i membri scrivevano e recitavano poesie nella lingua di questi poveri lavoratori. Varrà la pena ricordare che il celebre pittore milanese Giovanni Paolo Lomazzo fu tra i fondatori di questa accademia. A carnevale si tenevano le “facchinate”, vale a dire le sfilate di questi poeti che amavano spacciarsi per i facchini della Balla.

Ma torniamo alla corporazione vera e propria. Essa aveva sede in via della Palla (oggi la parte di via Torino compresa tra la chiesa di San Sebastiano e la via dei Piatti), in un portico tra le attuali vie San Maurilio e Valpetrosa. In questa zona si svolgeva, tre volte alla settimana, un mercato di polli, oli e latticini. I facchini erano al servizio della nobile famiglia dei Pusterla, il cui palazzo si trovava non molto distante, nel vicolo omonimo, tuttora esistente, vicino a piazza Sant’Alessandro. Secondo la tradizione milanese, furono i facchini a trovare il cadavere di Sant’Aquilino in una fogna e a trasportarlo nella vicina chiesa di San Lorenzo. Di qui ebbe origine la processione e il rito dell’otre d’olio.

La soppressione della corporazione, avvenuta alla fine del Settecento, non portò alla scomparsa di questa maestranza, che nel giorno di Sant’Aquilino continuò a praticare il rito dell’olio sia pure in forme dimesse. Nel 1867 Felice Venosta, in un prezioso volumetto dedicato alle vie di Milano, ricordava come fosse ancora in vigore la tradizionale cerimonia:

Anche oggi, quantunque la badia dei facchini non abbia più la vecchia importanza, eseguisce a sue spese la cerimonia, però non con le solenni cerimonie di una volta.

[F. Venosta, Milano e le sue vie, Milano 1867, pp.36-37].

Oggi il corpo del Santo si trova all’interno di una preziosa arca di cristallo e argento risalente al 1597.

L’alta istruzione a Milano: Accademia e Politecnico

Il 15 gennaio 1861 Terenzio Mamiani, ministro della pubblica istruzione, tenne nei locali del palazzo di Brera un solenne discorso per inaugurare l’inizio delle lezioni dell’Accademia Scientifico Letteraria. Di cosa si trattava?

Casati
Gabrio Casati (1798-1873)

La fondazione dell’Accademia era prevista dalla legge 13 novembre 1859 conosciuta come Legge Casati dal nome del relatore, il moderato lombardo Gabrio Casati. In fondo possiamo dire che grazie a questa normativa Milano poté disporre di un istituto che per la prima volta somigliava a una università. Com’è noto, dal 1361 l’università di Pavia era la più antica istituzione accademica esistente in Lombardia. Milano si trovava quindi in una posizione d’inferiorità.

Milano aveva una sua tradizione di studi più frammentata ma non meno importante. Nella seconda metà del Settecento, sotto il governo dell’imperatrice Maria Teresa e di Giuseppe II di Asburgo Lorena, l’innalzamento qualitativo degli insegnamenti era stato ottenuto mediante una riforma incisiva degli studi superiori: dal rinnovamento delle Scuole Palatine alla fondazione della Società Patriottica, avvenuta nel 1776, per la promozione dell’agricoltura e delle arti.  Le riforme asburgiche avevano quindi innalzato il livello dell’alta formazione a Milano, facendone una città della cultura e del sapere utile. La Società Patriottica, specializzata nello studio delle scienze agronomiche,  Basti ricordare, per restare al caso delle Scuole Palatine (situate in piazza dei Mercanti, poi trasferite nel palazzo ex gesuitico di Brera) che dal 1768 al 1773 Cesare Beccaria vi tenne i suoi celebri corsi di economia pubblica; in quegli stessi anni Giuseppe Parini vi insegnò eloquenza e belle lettere, Paolo Frisi meccanica, idrostatica e idraulica.

Si faceva sentire tuttavia la mancanza di una vera e propria Università. La ricordata legge Casati tentò di colmare questo vuoto operando in due direzioni. Anzitutto istituì l’Accademia scientifico letteraria mediante il trasferimento di alcuni insegnanti dall’ateneo pavese. Furono poi concentrate nel nuovo istituto alcune discipline presenti in istituti diversi della città: ad esempio la paleografia e la diplomatica insegnate negli archivi regi o l’astronomia attiva presso il celebre Osservatorio di Brera. I primi locali di quella che può essere considerata l’antesignana dell’Università degli Studi di Milano, furono stabiliti nel palazzo di fronte al naviglio interno di via Senato, ove oggi ha sede l’Archivio di Stato.

I primi anni furono però tormentati. Difatti il trasferimento a Milano degli insegnamenti nelle discipline letterarie finì per provocare le proteste degli studenti: questi si lamentavano delle elevate tasse d’iscrizione, cui si aggiungevano le spese di viaggio perr venire a Milano in un’epoca in cui gli spostamenti non erano certo veloci come quelli odierni. Alcuni studenti preferirono iscriversi nelle università emiliane, ove le tasse d’iscrizione erano abbordabili e gli esami più facili da superare. Per evitare un drastico calo di iscritti, nell’anno accademico 1861-62 i vertici dell’ateneo ticinese decisero di richiamare a Pavia quattro insegnanti. La situazione era critica e tutto faceva pensare che l’accademia fosse destinata a chiudere.

Giuseppe Ferrari
Giuseppe Ferrari (1812-1876)

Le autorità locali e l’opinione pubblica milanese protestarono contro i provvedimenti dell’ateneo pavese. Scrissero al ministro dell’istruzione chiedendo la conservazione dell’Accademia scientifico letteraria. Il ministro Amari acconsentì alle richieste dei milanesi. Con regio decreto 8 novembre 1863, egli riformò in profondità l’amministrazione di questo istituto educativo. La normativa stabiliva l’apertura di una “scuola normale” per la formazione degli insegnanti delle scuole secondarie superiori nelle materie classiche di storia e filosofia. Inoltre fu istituita una scuola di alta cultura specializzata nelle scienze storiche e filosofiche. L’accademia divenne quindi un luogo in cui si affrontavano i problemi della didattica e le esigenze della ricerca scientifica in campo umanistico. Tra gli insegnanti più celebri nell’istituto di via Senato varrà la pena ricordare il deputato federalista Giuseppe Ferrari, docente di filosofia della storia e il celebre filologo Graziadio Ascoli.

Brioschi
Francesco Brioschi (1824-1897)

Nello stesso palazzo di via Senato ebbe sede in quegli stessi anni un’altra importante istituzione di alta formazione, specializzata nelle materie scientifiche applicative. Sulla scia della lezione cattaneana incentrata sul sapere produttivo, sul sapere utile all’economia, sul sapere teso al miglioramento delle vita sociale, la legge Casati, all’articolo 310, stabilì che a Milano fosse aperto un istituto tecnico superiore (il futuro Politecnico) per la formazione di ingegneri e architetti. Il regio decreto 13 novembre 1862 scendeva ancor più nel dettaglio, chiarendo che nell’istituto sarebbe stata attivata una Scuola d’applicazione per ingegneri meccanici e ingegneri agronomici. Il primo direttore fu il professor Francesco Brioschi, celebre patriota milanese che aveva partecipato alle Cinque Giornate di Milano. Negli anni Cinquanta Brioschi aveva tenuto gli insegnamenti di matematica applicata, idraulica e analisi superiore all’ateneo di Pavia. Nel 1851 si era recato all’estero in un viaggio di studio per conoscere la condizione di alcuni atenei, acquisendo una conoscenza approfondita del livello delle istituzioni scientifiche europee. Nominato direttore con decreto 12 febbraio 1863, Brioschi ebbe un ruolo fondamentale nel portare il Politecnico a livelli di eccellenza, il che fece di Milano una città leader nella formazione tecnico-industriale.

Occorre precisare che queste istituzioni di alta formazione, l’Accademia scientifico letteraria e l’Istituto tecnico superiore, ebbero sede nel palazzo di via Senato solo nei primi anni Sessanta dell’Ottocento. Già nell’anno accademico 1865-66 il Politecnico fu trasferito nel palazzo della canonica in piazza Cavour ove sarebbe rimasto fino al 1927. Lo stesso era avvenuto per l’Accademia.

Abbiamo accennato alla storia di queste istituzioni di alta formazione.  Delle due, quella destinata a maggior successo era certamente il Politecnico.

In una rassegna degli istituti d’istruzione esistenti a Milano nell’anno della Esposizione Nazionale del 1881, l’erudito Isaiah Ghiron scriveva a proposito dell’Istituto tecnico:

Apertosi nel 1863 coll’insegnamento della Meccanica razionale e industriale, della Geodesia, della Geologia e Mineralogia applicata, della Topografia, della Geometria descrittiva, della Fisica tecnologica, della Scienza delle costruzioni, della Chimica analitica dell’Idraulica e delle Costruzioni Idrauliche, dell’Agronomia e dell’Economia rurale, vi fu aggiunto nel 1865 quello di architettura e quindi la facoltà di conferire anche il diploma di architetto civile. Più tardi vi s’introdusse l’insegnamento di chimica tecnologica e di metallurgia e gli fu data la facoltà di concedere la laurea d’ingegnere industriale.

Il numero crescente degli alunni d’ogni parte d’Italia e gli uffici che occupano con onore gli allievi che ne sono usciti, rivelano tutta la valentia dei professori e la bontà dell’insegnamento di questo istituto”.

Diverso il commento a proposito dell’Accademia scientifico letteraria, la cui modesta attività era messa in relazione alla deprecata decadenza degli studi classici in una Milano ormai dominata dal clima positivista:

L’età nostra non corre favorevole agli studi classici, e Milano, che più delle altre città italiane rivolse il pensiero alle industrie, deve forse deplorarne maggiormente l’abbandono, desiderare più delle altre che non vadano perdute tutte le antiche tradizioni nazionali, e si conservi tra noi il culto di quelle discipline in cui essa fu maestra al mondo.

Milano e la fitta rete delle sue associazioni

In età medievale e moderna le associazioni assunsero un ruolo importante nel fare di Milano una metropoli animata dai valori sociali dell’assistenza e della carità.

Milano e le sue associazioni
L. Aiello, M. Bascapé, D. Zardin, Milano e le sue associazioni. Cinque secoli di storia cittadina (XVI-XX secolo), Scalpendi Editore, Milano 2014.

Da alcuni anni il Dipartimento di Storia dell’Economia, della Società e di Scienze del territorio “Mario Romani” dell’Università Cattolica del Sacro Cuore e l’Archivio e Beni Culturali dell’Azienda per i Servizi alla Persona Golgi Redaelli svolgono un’opera di ricerca e mappatura delle associazioni che furono attive nei sestieri cittadini dal Medioevo all’Età Moderna. Il progetto, diretto dal professor Danilo Zardin, dal dottor Marco Bascapé e dalla dottoressa Lucia Aiello, ha reso possibile l’attivazione di un sito internet, Milano e le sue associazioni, i cui contenuti sono di notevole interesse per gli studiosi di Milano. Questo sito, facilmente accessibile e consultabile nelle varie sezioni, ha il merito di rivolgersi anche a un pubblico non specialistico. Per gli studiosi consiglio il bel volume, curato da Zardin, Bascapé, Aiello, Milano e le sue associazioni. Cinque secoli di storia cittadina (XVI-XX secolo), Scalpendi Editore, Milano 2014, 179pp. Arricchito da molte immagini, il libro contiene alcuni saggi dedicati alla città ambrosiana dall’età medievale all’Otto-Novecento.

Quello delle corporazioni è un tema importante perché la crescita economica, civile e culturale della città non fu possibile senza il disciplinamento e il concreto operare di queste associazioni per il bene della comunità. Val la pena ricordare che la battaglia contro le corporazioni, accusate di ostacolare lo sviluppo economico della società, iniziò a manifestarsi solo nella seconda metà del Settecento, vale a dire nel periodo delle riforme dell’assolutismo illuminato che tesero a ridurre progressivamente le autonomie dei corpi sociali concentrando le funzioni pubbliche – anche quelle in campo caritativo e assistenziale – negli apparati burocratici dello Stato assoluto.

La società milanese del medioevo e dell’ancien régime – almeno fino alla metà del Settecento – era invece profondamente innervata di associazioni e corporazioni.  Le persone contavano nella misura in cui facevano parte di una schola, di una universitas che, riconosciuta e legittimata dal potere pubblico, consentiva alle persone di svolgere una funzione in una societas cristiana strutturata in modo organico. Senza la trama di confraternite laicali e religiose, senza quel fitto reticolo di corporazioni che si inseriva fin nei più remoti interstizi della società, Milano non avrebbe sviluppato quello spirito di comunità che fu un tratto distintivo della metropoli almeno fino al primo Novecento. Oggi la nostra società è divisa per classi in una economia di mercato in cui l’influenza dei gruppi, confinata nel diritto privato, risiede nella loro capacità di produrre e vendere beni generando ricchezza per sé e per uno Stato separato dalla Società.

Nella società medievale e in quella d’ancien régime non esisteva la divisione pubblico/privato tipica del costituzionalismo “borghese”. La comunità era divisa in “ordini” o “stati” ove i gruppi, rigidamente gerarchizzati, traevano la loro legittimazione dalla funzione sociale che esercitavano in base a valori quali l’onore, la stima, la dignità, la fede religiosa, l’assistenza verso i deboli.

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Tiziano Vecellio, Incoronazione di spine, 1540-1542, Parigi, Musée du Louvre

D’altra parte, per ridurre la questione all’attualità, senza questo tipo di istituzioni corporative noi non avremmo opere d’arte di straordinario valore artistico e culturale: ad esempio il meraviglioso dipinto della Vergine delle Rocce, commissionato a  Leonardo da Vinci nel 1483 dalla confraternita dell’Immacolata Concezione attiva presso la chiesa di San Francesco Grande in Porta Vercellina (chiesa oggi scomparsa, si trovava ove oggi è la Caserma Garibaldi); oppure l’Incoronazione di Spine di Tiziano, opera eseguita tra il 1540 e il 1542 per volontà del Luogo Pio di Santa Corona che svolgeva un’attività che potremmo ricondurre al campo medico e farmaceutico.

Le corporazioni si legavano non solo alle attività lavorative praticate dai soci nell’esercizio di un’arte, ma si riconducevano a finalità di tipo devozionale in forme di religiosità cristiana diffuse nel Medioevo e nell’Età Moderna. Era il caso della corporazione dei muratori e lavoranti nell’edilizia milanese denominata con i termini “paraticus”, “schola paratici”, “magistri a muro et a lignamine ac ingenierii”, che nel 1480 chiedeva al duca di Milano di affittare la chiesa di Santa Maria de Ceppis in Porta Vercellina per svolgere le proprie riunioni e praticare gli uffici divini.

A rendere possibile l’esistenza e il concreto operare di questo tipo di associazioni era la tipica divisione della città in vicinie, dall’unione delle quali erano formati i distretti parrocchiali; le parrocchie erano ordinate a loro volta all’interno dei sestieri milanesi. Le vicinie erano per lo più tratti di contrade e piazze ove si trovavano più abitazioni. Nelle vicinie erano attive molte confraternite di laici: il Consorzio della Pagnottella, di cui facevano parte quanti abitavano nel vicinato della Porta Vercellina sul naviglio, distribuiva pane ai poveri della zona. Un’altra schola di vicinato era dedita alla manutenzione delle immagini sacre: da quella attiva presso la chiesa di San Satiro nel 1480 alla confraternita operante nel vicinato della chiesa di Santa Maria Segreta nel 1516 (chiesa oggi scomparsa).

In altri casi vi furono confraternite attive in opere di assistenza i cui membri appartenevano al ceto patrizio e nobiliare. Indicativa ad esempio la composizione elitaria dei consorzi elemosinieri che formavano il capitolo dell’Ospedale Maggiore di Milano fondato dal duca Francesco Sforza; un altro caso emblematico era la Società dei Protettori dei Carcerati, istituita nel 1466 per assistere i detenuti nelle prigioni della Malastalla (vicino a Piazza Mercanti) svolgendo un servizio che giungeva sino alla protezione legale nei confronti di quanti erano arrestati ingiustamente. Tra i membri di questa Società figurava Giovanni Arcimboldi, maestro delle entrate straordinarie del ducato di Milano, divenuto poi arcivescovo della città.

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Agostino Santagostino, Conforto del condannato, 1660-1665, Como, Pinacoteca Civica. L’opera fa parte di un ciclo di dipinti eseguiti su committenza della “nobile Compagnia” di San Giovanni Decollato.

Un’altra potente corporazione a netta composizione nobiliare furono i Disciplinati di Santa Maria della Morte attivi nella contrada delle Case Rotte nel sestiere di Porta Nuova. Il peso di questa confraternita nella vita cittadina era ben indicato dalle disposizioni emanate dal duca Gian Galeazzo Visconti nel 1395; disposizioni in base alle quali il 29 agosto, giorno della decollazione di San Giovanni Battista, i rappresentanti delle istituzioni cittadine erano tenuti a recarsi in processione nella chiesa di Santa Maria della Morte per farvi un’offerta di 75 lire imperiali. Tra le istituzioni milanesi che partecipavano a questa solenne iniziativa erano il podestà, il vicario e i XII di Provvisione (corrispondenti all’incirca alla nostra giunta comunale) e i paratici con i loro gonfaloni (ossia le varie corporazioni e le confraternite).

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La preziosa banca dati nel sito “Milano e le sue associazioni”. La città è divisa nei suoi antichi sestieri.

Milano e le sue associazioni merita di essere segnalato per un’altra ragione importante, che si ricollega  a quel principio della “eterogenesi dei fini” assai familiare agli storici nello studio dei documenti. Questo sito ha un interesse che oltrepassa il mondo delle associazioni milanesi. Difatti, nella sezione “Banca Dati”, il visitatore dispone di un atlante storico ad alta risoluzione della Milano articolata nei suoi tradizionali sestieri: Porta Orientale, Romana, Ticinese, Vercellina, Comasina, Nuova. Le fonti sono la mappa del catasto teresiano (1751) e le piante edite da Vallardi nel 1884 e nel 1928: strumenti preziosi per chi desidera conoscere non solo il fitto mondo delle associazioni dall’età medievale all’età contemporanea ma anche l’evoluzione urbanistica della città, passata tra Otto e Novecento a una radicale trasformazione del suo tessuto viario in molti quartieri del centro. L’integrazione di queste vecchie piante con la mappa di Milano elaborata da Google Maps consente una percezione immediata dei cambiamenti urbanistici intervenuti nel corso del tempo. Occorre infine ricordare che sulle tre mappe è possibile individuare l’ubicazione delle chiese e degli edifici che furono sedi delle corporazioni, confraternite, associazioni dall’età medievale alla Milano otto-novecentesca.

Una sfida da vincere: il buongoverno della città

Il rapporto tra politica e amministrazione è sempre stato complesso nella storia delle istituzioni. II problema cruciale è tuttora quello di assicurare il buongoverno conciliando l’intervento pubblico con le istanze di rinnovamento che provengono dalla società. Oggi, quando si parla di buongoverno al livello del Comune, della Regione o dello Stato, si fa riferimento a una classe politica che sia in grado di dialogare con le diverse anime della comunità, facendo una sintesi che abbia come fine ultimo il bene comune. Il guaio è che gli interessi di partito e l’insorgere della lotta politica finiscono spesso con il minare alle fondamenta la coerenza dei migliori programmi amministrativi. Programmi la cui attuazione può essere assicurata solo dalla continuità di una classe politica e amministrativa che sia allenata nella corretta gestione delle funzioni pubbliche. La buona amministrazione non è di destra né di sinistra. E’ semplicemente buona amministrazione. Accecati dai bagliori della lotta politica, noi spesso ci dimentichiamo questa palese realtà.

Non si tratta di una cosa nuova. Nella Milano medievale la lotta tra fazioni, ancor più dura e radicale, minò alle fondamenta la costituzione pluralistica del Comune quale si era formata nei secoli successivi all’eclissi del potere vescovile. Per risolvere questa drammatica situazione, il 30 dicembre 1214 il podestà di Milano, il bolognese Uberto da Vialta, emanò alcune disposizioni tese a regolare il governo della città, funestata a quei tempi dalle feroci discordie tra la nobiltà e i ceti popolari. Il suo fu un gesto generoso perché il governo del Comune, affidato per tradizione ai consoli in cui si rispecchiavano le diverse anime della comunità, era passato sotto la sua autorità. L’instabilità politica aveva spinto i cittadini a chiamare un tecnico forestiero, un giureconsulto incaricato di governare assumendo l’ufficio di “podestà” a tempo limitato.

Eppure il podestà Uberto si sforzò di riportare la pace a Milano ricostituendo a grandi linee quel modello di governo misto, diviso tra nobiltà e “corporazioni di mestiere” che, basato sull’istituto consolare, aveva consentito per lungo tempo l’esercizio pacifico delle funzioni pubbliche. Egli riteneva che solo in tal modo fosse possibile conciliare gli interessi dei nobili con quelli dei ceti produttivi: abituandoli al governo condiviso, all’assunzione comune di posti chiave nell’amministrazione cittadina per il bene della comunità. Tali disposizioni stabilirono che il governo fosse formato dai rappresentanti dei quattro ceti milanesi: in prima linea c’erano i capitani e i valvassori, appartenenti alla grande e alla piccola nobiltà. Gli altri ceti erano formati dalla Motta e dalla Credenza di Sant’Ambrogio. Alla prima appartenevano i mercanti, ma anche le famiglie della nobiltà minore che, abbandonata la funzione militare del ceto di origine, si erano arricchite con il commercio. La Credenza di Sant’Ambrogio era composta per converso dai proprietari di botteghe specializzate nell’arte manifatturiera.

Il buon funzionamento di qualsiasi governo pluralistico è l’esistenza di un forte senso civico, di uno spirito di comunità dinanzi al quale gli interessi di parte siano messi in secondo piano. Nella Milano del Duecento questo senso civico non esisteva più.

L’opposizione tra nobiltà e ceti produttivi fu sociale e culturale prima ancora che politica. I nobili fondavano la loro identità nella professione militare: in battaglia erano loro a rischiare la pelle. In seguito alla nascita del Comune anche i ceti popolari furono chiamati ad armarsi e a partire per la guerra. L’arte militare continuò però ad essere materia di spettanza essenzialmente nobiliare. Il nobile viveva con le rendite dei suoi feudi, da cui ricavava le risorse per partire in guerra portandosi dietro i cavalli e i servitori. L’esercizio del mestiere delle armi era un dovere del suo ceto. Per questa ragione i nobili, i bellatores secondo il diritto medievale, godevano di diritti corporativi, come ad esempio i poteri signorili di giustizia nei loro feudi. Un altro dovere del nobile, oltre ad affrontare il nemico in battaglia, era di essere cortese, buono con i deboli, generoso.

I mercanti e i maestri artigiani, che si erano arricchiti nei secoli precedenti, erano animati da valori diversi. Anzitutto vedevano nel lavoro un mezzo di promozione sociale. I mercanti della Motta si specializzarono in una ricchezza che non era immobiliare, bensì mobiliare, finanziaria. Furono loro a gestire i commerci, a far decollare l’economia tessendo i rapporti con i mercanti del Nord Europa, ma anche con quelli delle repubbliche di Genova e di Venezia.

Tra la fine del XII e i primi anni del XIII secolo i ceti popolari divennero talmente forti da costituire una seria minaccia per l’egemonia nobiliare. I rapporti si fecero tesi. Certo, in queste lotte, era la nobiltà a prevalere, non foss’altro che per la sua esperienza nell’uso delle armi. Tuttavia, nella prima metà del XIII secolo, il popolo degli artigiani e dei mercanti mostrò in più occasioni la sua forza ed ebbe la meglio sui nobili.

Ce lo ricorda Pietro Verri nella celebre Storia di Milano quando riporta un episodio tratto dall’opera del cronista medievale Galvano Fiamma [P. Verri, Storia di Milano, a cura di Renato Pasta, Volume IV della Edizione Nazionale delle Opere di Pietro Verri, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma 2009, pag.224]. Si trattava di una lite per debiti insorta tra il nobile Landriani e il cittadino Guglielmo da Salvo residente nel sestiere di Porta Vercellina. Ad essere nel torto era il nobile, che si era indebitato per una somma cospicua che non intendeva restituire. Dal momento che il creditore faceva pressioni per essere pagato, il Landriani decise di “tagliare la testa al toro”. Invitò il cittadino di Porta Vercellina nella sua villa di Marnate, nel contado del Seprio. Fattolo entrare, lo uccise senza esitazioni. Alcuni conoscenti di Gugliemo, che erano stati informati del suo viaggio a Marnate, non avendo più ricevuto notizie, si recarono nel contado del Seprio. Giunti nella villa del nobile, fatti alcuni scavi nel terreno, trovarono il cadavere. Il corpo fu portato a Milano perché i cittadini fossero consapevoli del crimine efferato commesso dal nobile. Il popolo reagì bruciando le case dei Landriani. Il Fiamma sostiene che tale delitto fu all’origine di una delle tante espulsioni dei nobili da Milano. Non sappiamo quanto fosse vera questa vicenda, dal momento che mancano riscontri nelle altre fonti documentarie. Essa tuttavia ci dà un’idea abbastanza chiara del clima di tensione che si respirava in una città divisa dalle lotte politiche di fazione. Ci mostra anche il grado di maturità politica cui era giunto il popolo milanese.

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Palazzo della Ragione, sede del Consiglio in epoca medievale, in una incisione settecentesca di Marc’Antonio Dal Re. L’edificio fu costruito nel 1233

Fu per sanare in via definitiva tali discordie che il podestà Uberto da Vialta emanò le celebri disposizioni che abbiamo citato all’inizio. In sostanza, gli affari della giustizia e del governo cittadino dovevano essere gestiti assieme dai rappresentanti dei quattro ceti. Pochi anni dopo, gli ordinamenti milanesi del 1241 sancirono che il Consiglio Generale di Milano – il Consiglio degli 800 organo del Comune chiamato ad intervenire nelle materie più importanti – fosse composto per metà da rappresentanti dei Capitani e Valvalssori e per metà da delegati della Motta e della Credenza. Inoltre, ciascuno dei quattro ceti era chiamato a designare una quota di consoli che formavano il governo della città di Milano. Tali disposizioni non bastarono tuttavia a sanare le discordie. La lotta tra fazioni si riaccese e finì con il segnare la vittoria definitiva del governo monocratico: dapprima nella persona del Podestà forestiero chiamato a governare la città a tempo limitato, quindi nell’istituzione autoritaria della Signoria (prima nella famiglia dei Torriani, poi in quella dei Visconti).

Le disposizioni di Uberto da Vialta e quelle dei suoi successori nella Milano della prima metà del Ducento meritano tuttavia di essere ricordate come un tipo emblematico di governo medievale: il governo misto composto dalla nobiltà e dalle “gilde o corporazioni del lavoro” teso a far convergere gli interessi di parte per la promozione del bene comune. Una soluzione che si affermò con maggior fortuna in molte città della Svizzera e dell’Impero germanico tra Medioevo ed Età Moderna. Basti pensare a Zurigo, Basilea, Sciaffusa, Spira, Friburgo, Ulma, Vienna.

Sala e Balzani: due idee diverse su Milano

Qualcosa, sia pur lentamente, si sta muovendo in vista delle elezioni comunali che si terranno a Milano il prossimo anno. E’ di oggi la notizia che l’assessore al bilancio della giunta Pisapia, Francesca Balzani, si è candidata nel centrosinistra per la corsa a Palazzo Marino. Il suo avversario, Giuseppe Sala, non ha ancora sciolto la riserva ma è certo che sarà il principale avversario della Balzani alle primarie che si svolgeranno il 7 febbraio.

Mentre a sinistra cominciano ad accendersi i riflettori, nel centro destra è buio completo. In effetti si è candidato Corrado Passera alla testa di un partito, Italia Unica, che mira a raccogliere il consenso di un elettorato che non si riconosce né in Salvini né in Renzi. L’impressione tuttavia è che qui si navighi ancora in alto mare. C’è poi il centro destra in cui domina ancora la figura di Berlusconi, che non ha ancora scelto in via definitiva il candidato sindaco, consapevole che le elezioni amministrative del 2016 saranno un terreno molto spinoso.

Giuliano_Pisapia_in_Piazza_Scala_a_Milano,_27_giugno_2012
Giuliano Pisapia, Sindaco di Milano dal 2011

Il centro sinistra ha una marcia in più. Può contare sugli ottimi risultati conseguiti in questi anni dalla giunta Pisapia. Per chi si trova all’opposizione è veramente difficile convincere i cittadini che a Milano le cose vanno male, che la città si trova in condizioni peggiori rispetto a cinque anni fa. Tutti gli indicatori dicono il contrario e questo non solo per merito di Expo. E’ il risultato di un lavoro umile, trasparente, al servizio della città che l’amministrazione Pisapia ha saputo portare avanti grazie a un dialogo costante con la società civile. A Milano ci sono quartieri che sono “letteralmente” rinati. Basti pensare – per non fare che un esempio emblematico – al significato che ha avuto la Darsena per la valorizzazione del patrimonio culturale dei navigli milanesi. Certo, sono ancora molti i problemi da risolvere: penso all’edilizia popolare, al recupero degli scali ferroviari dismessi, al rafforzamento dei piani antismog, all’aumento ulteriore delle aree verdi.

Oggi però Milano si trova ben piazzata nelle classifiche internazionali delle città da visitare. Sarà difficile per il centrodestra competere “alla pari” alle prossime elezioni comunali. L’alternativa a Pisapia – ammesso e non concesso che di alternativa si possa parlare – si giocherà piuttosto all’interno del centro sinistra milanese. Per questo motivo le primarie del 7 febbraio assumeranno un peso determinante per il futuro della metropoli. Gli elettori saranno chiamati a scegliere sostanzialmente tra due persone che rappresentano due modi diversi di pensare al futuro della città; due idee che a ben vedere, lungi dall’essere in opposizione, possono integrarsi a vicenda.

Giuseppe Sala
Giuseppe Sala, Commissario unico di Expo 2015

Giuseppe Sala (classe 1958) proviene dal mondo dell’imprenditoria. Non occorre ricordare i ruoli importanti che ha rivestito in Pirelli e in Telecom. Gli italiani, presso i quali gode di una meritata popolarità, lo conoscono soprattutto come il commissario unico di Expo che ha lavorato a testa bassa per allestire una Esposizione Internazionale che fosse all’altezza di un grande Paese come l’Italia. Il risultato non è stato eccellente ma di questo non si può dar la colpa a Sala. Si era partiti in clamoroso ritardo (per colpa dei politici), c’erano stati numerosi arresti per corruzione tra i manager chiamati a gestire le varie parti di Expo. Sala si è speso anima e corpo per evitare a tutti i costi che il Paese facesse una pessima figura a livello internazionale. Se questo risultato è stato raggiunto, lo dobbiamo a lui, all’azione di Cantone contro la corruzione e alla sinergia tra le istituzioni: Stato, Regione Lombardia e Comune di Milano. Certo, si poteva fare meglio ma quel che importa è che ne siamo usciti bene.

Quali sono le doti sulle quali Sala può contare qualora fosse eletto Sindaco di Milano? Ha la capacità di produrre risultati in tempi certi, quell’operosità tipicamente milanese abituata a ragionare per obiettivi che è necessaria per chi vuole amministrare un Comune importante come Milano. Sala ha sostenuto che da sindaco il suo impegno sarà di rendere Milano una città aperta a tutti, puntando sulle periferie e sui Comuni circostanti mediante il rilancio della Città metropolitana. La città ambrosiana, – ha detto – deve “cessare di essere una Milano da bere per pochi, deve divenire una Milano da bere per tutti”. La critica è qui implicitamente all’amministrazione Pisapia, che non si sarebbe spesa a sufficienza per investire nella dimensione metropolitana di Milano.

Francesca Balzani con Pisapia
Francesca Balzani con Giuliano Pisapia

Veniamo ora all’assessora al bilancio Francesca Balzani. E’ più giovane di Sala, ha 49 anni. Non è milanese. E’ originaria di Genova ma – come si suol dire a giorno d’oggi – si considera “milanese d’adozione”. Da 20 anni vive nel capoluogo lombardo, una città che ama moltissimo perché – dice l’assessora – l’ha fatta sentire parte di una comunità. Attualmente è vicesindaco nella giunta Pisapia. La sua diversità da Sala è nello stile e nel metodo. Nello stile perché, diversamente dal commissario di Expo, la Balzani ritiene che Milano debba continuare nella strada imboccata da Pisapia. Vorrebbe che la città fosse ancora più sensibile a un cultura civica che investa sulla mobilità sostenibile per migliorare la salute dei cittadini, l’ambiente e la vivibilità.

La diversità da Sala è anche nel metodo. Sala ha il piglio del manager, dell’uomo forte che decide, impone la sua linea e porta a termine il suo compito. Sembra un po’ il Mr Wolf del celebre film Pulp Fiction di Tarantino: risolve problemi. La Balzani rappresenta per converso quell’anima comunitaria che è il lascito più prezioso della giunta Pisapia: la capacità di condividere i progetti con la società civile aprendosi agli altri; questo metodo ha saputo fare della comunità milanese un soggetto attivo in cui i cittadini, attraverso gli istituti di democrazia diretta e il decentramento dei municipi di zona, hanno i mezzi per intervenire ed eventualmente correggere i progetti elaborati dal Comune. L’azione amministrativa è qui concepita come il risultato di un confronto con la società, con i cittadini dei quartieri, con le associazioni.

In una recente intervista la Balzani ha sostenuto che intende puntare sulle tre linee guida che sono alla base della giunta Pisapia: a) legalità e pulizia morale nell’esercizio delle funzioni pubbliche: la giunta deve continuare a svolgere il suo compito investendo sulle persone oneste e competenti; b) cultura: occorre che il dialogo con le università continui mediante nuove attività di collaborazione che abbiano quale fine ultimo la valorizzazione del patrimonio storico culturale di Milano; il piano di fattibilità per la riapertura dei navigli in centro città elaborato dal Politecnico grazie al sostegno dell’ex vicesindaco Ada Lucia De Cesaris costituisce uno degli esempi più importanti di questa collaborazione tra Comune/Università: il Comune ha finanziato uno studio di fattibilità per rendere il centro un’area in cui a dominare non sarà più il traffico e lo smog, bensì il verde dei parchi e dei giardini, l’azzurro dei canali navigabili a due passi dalla Madonnina; il rosso delle piste ciclabili e dei percorsi pedonali lungo le vie del centro: un’area in cui i cittadini, oltre a recarsi per lavoro nei palazzi del terziario, potranno fruire di spazi ricreativi, turistici, caratterizzati da un alto standard di vivibilità e di qualità ambientale; c) creatività: occorre proseguire il lavoro di sinergia con il mondo della moda, del design, dell’arte che ha consentito di valorizzare gli spazi urbani rendendo visibile quella capacità d’innovare rivelando soluzioni inedite che è una delle anime caratteristiche di Milano.

Sala e Balzani hanno quindi idee importanti per il governo della città. Sala punterà certamente sull’idea della Città metropolitana, concepita come istituzione di raccordo tra centro e periferia per l’estensione di standard omogenei nel campo dei servizi pubblici, dei trasporti, della viabilità. La Balzani insisterà sui grandi temi della cultura, della mobilità sostenibile, della vivibilità e dell’ambiente. Due idee che sarebbe bene tenere assieme.

Dalle tenebre alla luce: l’illuminazione pubblica

L’illuminazione pubblica è un servizio che rientra nella normalità di qualsiasi paese ad economia avanzata. Non è così nelle società povere. Non fu così in età medievale e per buona parte dell’età moderna quando il calar della notte spingeva i cittadini a rinchiudersi in casa per evitare di essere derubati o assaliti.

A Milano l’illuminazione notturna fu introdotta per la prima volta nel 1784, quando l’imperatore Giuseppe II decise di finanziare tale servizio con i fondi ricavati dai proventi del gioco del lotto e dalla tassazione sugli edifici.

Lampadee
Addetto all’accensione delle lanterne pubbliche. Incisione del primo Ottocento.

La visibilità risultava tuttavia scarsa perché la luce che proveniva dai lampioni era troppo debole, limitata a pochi metri di distanza. La situazione non mutò nel periodo napoleonico. Milano, pur essendo elevata al rango di capitale dello Stato italico, continuò a subire disagi. Il servizio d’illuminazione notturna, gestito direttamente dal Comune, mostrava gravi carenze. In una lettera al prefetto dell’Olona del 15 dicembre 1812, il ministro dell’interno rimarcava il pessimo servizio gestito dagli impiegati del Comune:

Intorno alla pubblica illuminazione notturna di questa capitale due principali inconvenienti si rimarcano…cioè la poca esattezza nella sua esecuzione, e quindi la negligenza di quelli, che sono incaricati d’accendere i fanali; secondo il cattivo sistema di non accendere le lampade nelle notti e nelle ore in cui dovrebbe risplendere la luna, il di cui raggio ci è impedito quando l’aria è nuvolosa, versando così sovente in tenebre le contrade della città.

(Il ministro dell’interno Luigi Vaccari al prefetto dell’Olona Gaudenzio Maria Caccia di Romentino, 15 dicembre 1812 pubblicata in E. Pagano, Il Comune di Milano in età napoleonica, Milano, Vita e Pensiero, 2002, pag.190).

Occorreva una luce più forte che, oltre ad assicurare un migliore decoro pubblico, fosse in grado di garantire la mobilità dei cittadini anche di notte. Negli anni Trenta e Quaranta dell’Ottocento, furono compiuti alcuni tentativi in questa direzione.

Carlo Cattaneo
Carlo Cattaneo (1801-1869)

Giovanni Battista Brambilla (nato nel 1803), titolare di una banca col fratello Pietro denominata “Brambilla & Compagno”, socio di un’azienda milanese specializzata in seta e spedizioni, in una lettera  del 23 marzo 1837 alla delegazione provinciale sosteneva di voler fornire un’illuminazione a gas derivante da combustibili fossili. Carlo Cattaneo fu incaricato da Brambilla di scrivere alcune lettere su questo tema. Il tratto innovativo del progetto consisteva nell’abbandono degli oli combustibili (olio di oliva e olio di noce) e nell’utilizzo dei combustibili fossili da cui trarre il gas con cui alimentare le lampade. Scriveva Cattaneo alla delegazione provinciale:

La Ditta…di questa Regia Città a termini della Sovrana Patente 31 marzo 1832 notifica colla presente un suo progetto di miglioramento che consiste nell’applicare alla illuminazione generale pubblica e privata di questa Regia Città il gas estratto dai combustibili fossili della Monarchia (mediante la costruzione di vasti serbatoi collocati all’aperto e forniti di gazometro e degli opportuni meccanismi di sicurezza praticati in Inghilterra e nel Belgio) il che deve alleviare la spesa giornaliera dei pubblici stabilimenti e delle famiglie e produrre un vantaggio allo Stato in preferenza all’uso delle materie oliacee…

(I Carteggi di Carlo Cattaneo, a cura di Maria Chiara Fugazza e Margherita Cancarini Petroboni, Serie I, volume I, Firenze-Bellinzona, Le Monnier – Casagrande, 2001, pp.80-81).

Il progetto di Brambilla parve avere esito positivo: il 19 maggio l’imperatore Ferdinando gli concesse il privilegio di gestire il servizio in via esclusiva per un tempo di 15 anni. Seguì la fondazione di una società che avrebbe operato a Milano e a Trieste. Nell’atto di costituzione, risalente al 10 gennaio 1838, figurano un negoziante di Lione, Jacques Joseph Rast, tre architetti civili sempre di Lione (i fratelli Jules e Prospère Renaux e Jean Bonnin), i fratelli Giuseppe, Pietro e Giovanni Battista Brambilla.  Il ruolo di Cattaneo può sembrare marginale in questa vicenda. In realtà, pochi giorni dopo, egli stesso si aggiunse come socio alla società fondata dal Brambilla, mostrando di credere nel progetto.

Il banchiere si mise all’opera per assicurare ai milanesi un’adeguata illuminazione pubblica. Il privilegio del governo non era però sufficiente. Occorreva l’autorizzazione del Comune, rappresentato in questa vicenda dalla Congregazione municipale. In una lettera scritta da Cattaneo il 20 gennaio 1838 per convincere le autorità locali, si assicurava: “la luce che tramanderà continuamente la fiamma del Gas illuminante sarà almeno una mezza volta più vivace e potente del miglior fanale possibile ad olio; di maniera che si potrà facilmente leggere alla distanza di venti metri” (I Carteggi di Carlo Cattaneo…cit., pag.109).

Rassicurazioni che non bastarono a convincere la Congregazione municipale, alla quale pervenne in quel medesimo periodo una proposta alternativa da parte dell’ingegnere francese Jules Achille Guillard. Questi promise di garantire l’illuminazione pubblica a gas mediante un metodo di gran lunga più efficiente, già sperimentato con successo a Grenoble e in un quartiere di Lione.  Si trattava del metodo Selligue. Consisteva nell’utilizzo dei cosiddetti “schisti bituminosi”, un tipo di roccia facilmente sfaldabile che a contatto con l’acqua provocava una reazione chimica da cui era possibile ottenere gas idrogeno.

La Congregazione municipale formò una commissione per capire quale dei due metodi fosse da preferire e di conseguenza a quale società fosse opportuno dare l’appalto: se a quella del Brambilla o a quella del Guillard. Furono condotti in città due esperimenti d’illuminazione compiuti l’uno con il metodo Selligue, l’altro con il metodo di estrazione del gas dal carbone fossile. Il primo ebbe luogo nei pressi del Teatro dei Filodrammatici, l’altro al Dazio di Porta Orientale, non molto distante dai giardini pubblici di Porta Venezia. Un curioso articolo apparso sulla Biblioteca Italiana, nel numero di luglio-settembre 1838, così descriveva gli esperimenti:

Due società egualmente rispettabili si sono presentate a contendersi l’onore ed il guadagno di quest’impresa. Assistite e l’una e l’altra da valenti artefici hanno entrambe dato un saggio del loro diverso sistema d’illuminazione, l’una al teatro de’ Filo-drammatici, l’altra alla birreria vicina al dazio di porta Orientale. Distinguendo le società dal sito ove ebbero luogo gli esperimenti, diremo che per quanto comunemente si disse, e per quanto si è potuto arguire dagli effetti dell’esterna illuminazione, sembra che la Società del teatro abbia seguito il nuovo processo di Selligue estraendo il gas dalla decomposizione dell’acqua, combinata coll’idrogeno prodotto da materie oleose, e si sa che la Società della Birreria ha adoperato in parte il carbon fossile delle miniere di Saint-Etienne, ed in parte la lignite indigena del Vicentino, servendosi egualmente per combustibile di lignite nostra….l’una e l’altra società hanno dimostrato come l’arte d’illuminare a gas è in oggi portata ad un grado tale di perfezione da potere senza esitanza applicarla ai bisogni nostri.

La commissione optò alla fine per il metodo Selligue. Il contratto con la società Guillard venne firmato nel giugno 1843. Costruita la fabbrica fuori Porta Lodovica nei corpi Santi di Porta Romana (ove oggi si trova la Centrale del Latte), Guillard curò la graduale posa dei tubi al di sotto delle vie. Il 31 luglio 1845 i milanesi del centro poterono assistere alla nuova illuminazione. Dicevano finalmente addio alla “incomoda e pericolosa oscurità” in cui erano rimasti avviluppati per secoli.

Perchè è opportuno ricordare Sant’Ambrogio

Nel discorso tenuto il 28 gennaio 1897 alla conferenza per il quindicesimo centenario della morte di Sant’Ambrogio, un giovanissimo Angelo Mauri (1873-1936), attivo in quegli anni presso il comitato cattolico diocesano assieme a figure quali Filippo Meda e Bernardino Nogara, tracciava un efficace profilo della popolarità che il santo aveva rivestito nel corso dei secoli presso i milanesi. Noi oggi ricordiamo Mauri soprattutto come docente di storia delle dottrine economiche all’Università Cattolica del Sacro Cuore, titolare di questa cattedra per volontà di padre Gemelli dalla metà degli anni Venti al 1933.

Angelo Mauri
Angelo Mauri fu eletto deputato alla Camera dei deputati negli anni 1905-09; 1919-21 e 1921-24.

Nell’intervento tenuto alla conferenza del 1897, il Mauri tesseva un vivido quadro della storia milanese facendo notare come la figura di Ambrogio fosse stata evocata dai milanesi negli episodi cruciali della storia cittadina: dalla battaglia di Parabiago (1339) alla repubblica ambrosiana (1447-1450); non mancava di ricordare perfino un istituto di credito che per tre secoli, dal 1593 all’arrivo dei francesi comandati dal generale Bonaparte, gestì le risorse del patriziato milanese: il banco di Sant’Ambrogio. Mauri osservava che i milanesi si erano appellati ad Ambrogio nei momenti più difficili, richiamando una memoria del patrono che “non illanguidita mai nell’intimità della coscienza popolare, pur d’ora in ora, a periodi, a ricorsi, manda attraverso la storia milanese vividi guizzi di luce nei momenti più gravi e decisivi della vita cittadina, nelle sue più solenni manifestazioni politiche e sociali” (A. Mauri, La memoria di S. Ambrogio in Conferenze santambrosiane, gennaio-febbraio 1897, Milano, Libreria Religiosa Editrice di G. Palma, 1897, pag.196).

Quale insegnamento possiamo trarre oggi dalla vita di questo santo, a pochi giorni dalla sua celebrazione? Anzitutto cerchiamo di collocarlo nel contesto storico in cui visse, vale a dire l’Impero Romano d’Occidente. Ambrogio (333 o 340-397 d.C.) nacque a Treviri, figlio di un funzionario dell’amministrazione imperiale romana, forse un prefetto del pretorio. Trasferitosi a Roma con la famiglia, si formò negli studi giuridici per seguire la carriera burocratica sull’esempio del padre. Sotto l’imperatore Valentiniano I, nel 370 d.C., fu nominato governatore delle province dell’Emilia e della Liguria che interessavano un territorio corrispondente pressappoco alle attuali regioni Lombardia, Piemonte, Liguria e la parte occidentale dell’Emilia Romagna.  Ma cosa significava essere governatore in età tardo antica? I governatori avevano poteri civili afferenti all’ordine pubblico e alla fiscalità. Esercitavano la giustizia in prima istanza fatta eccezione per i senatori. Avevano alle loro dipendenze non meno di 100 impiegati pubblici.

Il  governatore Ambrogio attivo a Milano dal 370 al 374, anno in cui venne proclamato vescovo della città dopo la morte dell’ariano Aussenzio, era un uomo che conosceva bene l’amministrazione civile romana; sapeva quali fossero i problemi di una società  come quella tardo antica, divisa tra più fedi religiose in conflitto tra loro. A Milano, che Diocleziano aveva elevato assieme a Treviri al rango di capitale dell’Impero romano d’Occidente, oltre ai cattolici c’erano gli ariani che riconoscevano la sola natura umana di Gesù, non quella divina presente in Dio padre; c’erano poi i pagani legati agli antichi culti. Una situazione di conflitto che sfociava spesso in persecuzioni e scontri.

Nell’esercizio della funzione di governatore Ambrogio si guadagnò una certa popolarità presso i cristiani. Lui stesso si avvicinò al culto come catecumeno, preparandosi a ricevere il battesimo. Il 7 dicembre del 374 non fu soltanto battezzato, fu proclamato vescovo della città, segno dell’autorità indiscussa che aveva saputo conquistarsi presso la cittadinanza milanese.

Sant'Ambrogio (339/340-397)
Sant’Ambrogio (339/340-397)

Come vescovo Ambrogio fu un ardente propugnatore del cristianesimo; occorre ricordare che l’editto di Milano emanato da Costantino nel 313 d.C. aveva reso questo culto la religione dell’impero, soggetta quindi alla protezione dell’autorità civile. Eppure, quasi preannunciando gli scontri medievali tra papato e impero, nella difesa e nella salvaguardia dell’ortodossia Ambrogio non esitò a scontrarsi con il potere politico contestando il diritto d’ingerenza dell’imperatore in materia ecclesiastica. Un’ingerenza d’altra parte inevitabile visto lo status di religione protetta che era stato fissato, come si è ricordato, dall’editto di Milano.

Qual era la concezione politica di Sant’Ambrogio? Essa rifletteva le linee del cristianesimo della tarda antichità e dell’Alto Medioevo: si trattava di una concezione della vita politica e sociale intrisa di un tendenziale pessimismo nei confronti della natura umana; una concezione secondo la quale l’uomo, a causa del peccato originale, deve essere governato da un potere pubblico che eserciti la forza coercitiva per il rispetto delle leggi e per il bene comune. Le autorità secolari – che ai tempi di Ambrogio si identificavano con l’imperatore romano – erano quindi legittime perché la loro autorità era riconosciuta da Dio come mezzo necessario per correggere una natura umana corrotta dal peccato.

Ambrogio, che era stato uno zelante funzionario dell’amministrazione imperiale, si richiamava all’insegnamento dell’Apostolo: non est potestas nisi a Deo (ogni potere è derivato da Dio). E’ però significativo che la sua interpretazione della parola apostolica si discostasse notevolmente dai padri cristiani dei secoli precedenti o dallo stesso Agostino che egli stesso battezzò a Milano nella Pasqua del 387 d.C. Secondo il cristianesimo della tarda antichità quelle parole erano interpretate come segno di un obbligo incondizionato verso i detentori del potere. Se il potere politico avesse agito bene, ciò era da riconoscere come un segno della clemenza divina; se avesse agito male, occorreva subire passivamente la malvagità o la corruzione perché vi si ravvisava un segno della collera di Dio per i peccati degli uomini.

Teodosio
Teodosio (347-395 d.C.). Da un ciondolo bizantino del IV secolo d.C.

Ambrogio, da fine giurista qual era, si discostava da questa concezione distinguendo tra l’istituzione politica in sé e il singolo atto amministrativo compiuto dalla persona. In caso di azione malvagia – asseriva il vescovo – la responsabilità non colpisce l’istituzione, bensì l’uomo che si comporta male. Il dovere di obbedienza non è quindi incondizionato, bensì legato al corretto esercizio delle funzioni pubbliche che devono rispettare il diritto positivo, il diritto naturale e il diritto divino. Ne derivava quella concezione del potere imperiale come delega, come mandato divino ad operare per il bene della comunità, che sarebbe stato alla base del Medioevo europeo. Coerentemente con tale pensiero, egli non esitò a condannare l’uccisione in massa della popolazione di Tessalonica ordinata dall’imperatore Teodosio in risposta a un atto di sedizione. All’imperatore, che era giunto a Milano, Ambrogio vietò risolutamente di entrare in chiesa: lo avrebbe potuto fare solo a condizione di chiedere perdono a Dio per i peccati commessi perché, come scrisse in quell’occasione in una lettera a Teodosio, “peccatum non tollitur nisi lacrimis et paenitentia”. Colpito dalla fermezza e dall’autorità del vescovo, l’imperatore fece pubblica penitenza nel Natale del 390 d.C.

Il diritto di natura era essenziale nella filosofia politica di Sant’Ambrogio. Gli uomini tendono a reggersi in pace in società in base al principio di non fare agli altri quel che non vorresti fosse fatto a te. Il vescovo di Milano credeva tuttavia che il solo diritto di natura non fosse sufficiente perché la natura umana era corrotta dal peccato originale. Di qui il richiamo alla legge scritta che obbliga l’uomo al rispetto dei patti: dalla legge mosaica alla legge emanata dai poteri secolari (l’Impero). Contro le ingiustizie e il disordine, solo il potere politico ha il dovere di usare la forza per obbligare gli uomini a vivere pacificamente nella comunità secondo le parole dell’Apostolo: non sine causa gladium portat qui judicat (non senza motivo tiene la spada colui che giudica).

Meritano infine di essere considerate le osservazioni di Ambrogio nei confronti del bene comune. Il vescovo di Milano non condivideva la posizione di quanti ritenevano che tra interessi privati e interessi pubblici andasse operata una netta divisione. Si trovava anche in disaccordo con quanti ritenevano che l’agire degli uomini in società dovesse limitarsi al divieto di far male agli altri. Non fare male al prossimo – ricordava – è un modello di condotta ovvio per qualunque cristiano che segue l’insegnamento di Gesù. Il diritto naturale e il diritto divino impongono invece di far prevalere l’interesse comune su quello individuale operando concretamente con azioni a sostegno dei più deboli.

Difensore della fede cristiana, spinto da uno spirito missionario per la conversione dei pagani e dagli ariani, Ambrogio volle che fuori dalle mura di Milano fossero costruite quattro chiese in direzione dei punti cardinali, affinché i ministri del culto potessero svolgere un’efficace opera di evangelizzazione: Sant’Ambrogio ad ovest (poi nel sestiere di Porta Vercellina), San Nazaro a sud (nel sestiere di Porta Romana), San Simpliciano a nord (nel sestiere di Porta Comasina), San Dionigi ad est, (chiesa oggi scomparsa, situata un tempo nel sestiere di Porta Orientale, ove oggi si trovano i giardini pubblici).

La giustizia nella Milano di ancien régime

Come veniva istruito un processo nella Milano d’antico regime, nel Cinque o nel Seicento? Noi oggi siamo legati a una concezione per la quale nel processo non si fa altro che applicare la legge secondo un codice di norme definito, emanato dallo Stato di diritto. Nell’Europa dell’antico regime – vale a dire nel periodo storico anteriore alla rivoluzione francese e all’età delle codificazioni – il sistema era profondamente diverso. Nello Stato di Milano tra il XVI e il XVIII secolo la giustizia era per lo più una prassi, una pratica quotidiana compiuta dai giudici che non solo informavano le sentenze in base alle norme secolari del diritto comune, del diritto ducale e municipale, ma si fondavano anche sulla communis opinio, vale a dire sulle sentenze dei giudici che in passato si erano espressi su casi analoghi.

Probabile ritratto di Virginia de Leyva, la monaca di Monza (1575-1650)
Probabile ritratto di Virginia de Leyva, la monaca di Monza (1575-1650)

Non vi erano sostanziali differenze tra il processo istruito dai tribunali ecclesiastici e quello dei tribunali secolari. In fondo, il sistema di giustizia dei poteri laici aveva molte affinità con quello ecclesiastico istruito secondo il diritto canonico.  Il processo era di tipo inquisitorio, in gran parte scritto e non consentiva all’imputato la scelta di un difensore che potesse bilanciare efficacemente l’accusa come avviene oggi. Ettore Dezza – che ha studiato un caso importante di giustizia ecclesiastica milanese: il celebre processo contro la monaca di Monza istruito tra il 1607 e il 1609 – ha rilevato come la giustizia penale fosse amministrata nel ducato di Milano da un apposito tribunale presieduto da un vicario criminale appositamente delegato dall’arcivescovo. Il vicario era un giurista, laureato in utroque iure (in diritto canonico e diritto comune). Questo giudice non operava da solo. Era coadiuvato da una squadra composta dall’avvocato fiscale, da alcuni attuari e cancellieri. L’avvocato fiscale era incaricato di tutelare gli interessi del fisco qualora la sentenza arcivescovile avesse stabilito una pena come ad esempio la confisca dei beni. Il vero protagonista era però il vicario criminale: era lui che istruiva il processo a carico dell’imputato. Prima di emanare la sentenza, conferiva con l’arcivescovo per il necessario via libera alla pubblicazione della condanna o dell’assoluzione.

Un altro interessante elemento di diversità era costituito dalla funzione delle carceri. Diversamente dalle nostre società, ove le prigioni sono luoghi ove si sconta la pena, le carceri a quei tempi detenevano una funzione che potremmo definire “preventiva”: vi erano rinchiusi gli imputati per evitare che sfuggissero dalle “mani” della giustizia. Se togliamo le condanne a morte, le pene erano di natura corporale o pecuniaria. Nel primo caso era prevista la galera, intesa nel senso originario del termine, vale a dire di “condanna a remare nelle galee”: il condannato, consegnato alle autorità della repubblica di San Marco o della repubblica di Genova, era impiegato ai lavori forzati da scontarsi per un certo numero di anni a bordo delle navi appartenenti alle flotte di questi Stati.

Nello Stato di Milano di antico regime i conflitti di competenza erano molto diffusi per la molteplicità delle istituzioni religiose e secolari che potevano intervenire in casi che rientravano nel loro ambito giurisdizionale. I tribunali dell’arcivescovo, soprattutto all’epoca di San Carlo Borromeo ma anche nel corso del Seicento, entrarono spesso in conflitto con le istituzioni del ducato di Milano: dal Senato alle altre magistrature secolari. Ulteriori conflitti insorgevano tra il tribunale dell’inquisizione romana, i tribunali dell’arcivescovo o il già citato Senato in casi speciali quali il possesso di libri proibiti o gli atti di stregoneria.

Alfonso Litta, arcivescovo di Milano dal 1652 al 1679
Alfonso Litta, arcivescovo di Milano dal 1652 al 1679

Un altro caso interessante di giurisdizione ecclesiastica è quello che ho preso in esame nel mio libro, G. Coltorti, Via Filodrammatici prima di Mediobanca, Scalpendi Editore, Milano 2015. Donna Giustina Riva venne uccisa il 27 dicembre 1657 dal marito, il colonnello don Filippo Leyzaldi per ragioni di adulterio. Si trattava di un caso di uxoricidio abbastanza comune all’epoca, per il quale la normativa municipale, riconosciuta dal Senato di Milano, stabiliva l’assoluzione dei mariti in caso di flagrante adulterio. Qui è interessante notare come il tribunale incaricato di istruire il processo fu la curia ambrosiana perché don Leyzaldi era membro dell’ordine religioso militare di San Giacomo (San Jago) della Spada. In base a un criterio che potremmo definire ratione personam, il colonnello spagnolo fu giudicato in prima istanza in base alla sua appartenenza a un ordine religioso. A Milano l’autorità che esercitava la funzione di giudice per l’ordine di San Giacomo era l’arcivescovo Alfonso Litta.

Il vicario criminale Giuseppe Rastelli, con sentenza risalente al 1658, stabilì l’assoluzione del colonnello spagnolo ma i familiari dell’uccisa non si arresero. La sorellastra di Giustina, Fulvia Anolfi e il padre di questa, il senatore Francesco Perpetuo, fecero ricorso. Si appellarono non già al Senato di Milano ma a un tribunale spagnolo, al Sacro Consiglio del Re delle Spagne, la cui sentenza nei confronti dell’uxoricida, spiccata quattro anni dopo, fu di condanna pecuniaria e di esilio dallo Stato di Milano.

via filodrammatici copertinaCi troviamo quindi di fronte a due tipi di processo: il primo, quello arcivescovile, di natura per così dire ecclesiastica, istruito nei modi che si sono ricordati; il secondo di natura “secolare”, anche se il carattere confessionale della monarchia spagnola rinviava certamente al sovrano asburgico quale supremo capo dell’ordine spagnolo di San Jago, un ordine che era di tipo sia religioso che militare.

Se desideri approfondire questa vicenda, puoi trovare alcuni spunti interessanti nel mio libro.  Buona lettura 🙂

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