Il Duomo nella Milano napoleonica

Alla fine del Settecento la facciata del Duomo di Milano era ancora incompiuta. Una parte dei lavori era iniziata nella seconda metà del XVI secolo quando San Carlo Borromeo diede incarico a Pellegrino Tibaldi, detto Pellegrini, di costruire alla ‘romana’, vale a dire in uno stile che si allontanasse dal gotico cui era informato il resto della cattedrale. Alcuni portali erano stati edificati ma le operazioni avevano subito nuove interruzioni. Nella prima metà del Seicento un altro architetto della Milano barocca, Francesco Maria Ricchini ultimò le finestre a timpano (oggi visibili sopra i portali). Nel corso del XVIII secolo i lavori erano però assai lontani dal concludersi. Ci si era concentrati soprattutto sulla parte superiore del Duomo: risale al 1769 la guglia centrale con la celebre Madonnina, opera di Francesco Croce. Per la facciata le opere erano ancora in alto mare. Si pensi che a quell’epoca neppure i portali potevano dirsi compiuti.

Edward Gibbon, nel corso di un viaggio compiuto a Milano nel 1764, non nascondeva la sua delusione alla vista di una facciata tanto “meschina”:

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La facciata incompiuta del Duomo di Milano in una celebre veduta di Marc’Antonio Dal Re risalente al 1745

Siamo andati a vedere la chiesa. L’esterno non mi ha fatto nessun effetto. Per prima cosa si vede un portale incompiuto; è estremamente ornato ma sembra appena grande quanto basta per un edificio così immenso.

Il periodo napoleonico segnò una svolta. Il decreto dell’8 giugno 1805 ebbe un ruolo decisivo. Esso introduceva una razionalizzazione nel campo degli ordini regolari riducendo il numero di conventi e monasteri nel territorio del regno italico. Lo Stato ne avrebbe incamerato i beni ma alcuni di questi sarebbero stati venduti per reperire risorse pari a cinque milioni di lire milanesi da destinare, come recitava l’articolo 34, “al compimento del Duomo di Milano”. L’articolo 35 stabiliva inoltre che la Fabbrica del Duomo – l’istituzione che da secoli era chiamata a dirigere i lavori di costruzione – avrebbe venduto un numero d’immobili sufficiente ad affrontare le prime spese; spese che il decreto stimava non inferiori al milione e duecento mila lire milanesi.

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Napoleone con il costume e la corona ferrea di re del Regno italico (1805)

Pochi anni dopo, un decreto imperiale del 20 febbraio 1810 attribuiva al ministro delle finanze Giuseppe Prina il compito di assegnare alla fabbrica del Duomo un complesso di beni immobili pari a due milioni di lire italiane (corrispondenti all’incirca alle due milioni e duecento mila lire milanesi previste dal citato decreto dell’8 giugno) per consentire alla fabbrica di far fronte in via immediata alle spese di costruzione.

I lavori, affidati inizialmente a Giuseppe Zanoia, passarono presto sotto la direzione dell’architetto Carlo Amati, che li portò a termine nel giro di due anni. Nel 1812 un opuscolo anonimo dedicato al Duomo di Milano, L’Ottava Meraviglia del Mondo osservata nel Duomo di Milano in occasione dell’ora compiuta facciata (stampato dalla tipografia Pulini in contrada del Bocchetto, vicino alla Borsa degli Affari nel sestiere di Porta Vercellina) poteva celebrare il compimento dell’opera inneggiando a Napoleone re d’Italia e imperatore dei francesi:

Questo insigne tempio rimasto sarebbe per avventura  tuttora imperfetto se la mano benefica di Sua Maestà Imperiale e Regia data non gli avesse quella provvida spinta per la quale ha potuto giugnere al suo più alto compimento.

Proseguendo in tono enfatico, l’autore del piccolo opuscolo tesseva ancor più le lodi di Napoleone, le cui gesta – in linea con la retorica del regime diffusa a quell’epoca – erano poste sullo stesso piano della civiltà greco romana:

E se i Greci ed i Latini per rendere immortale la fama de’ loro eroi, e le epoche gloriose delle loro nazioni innalzavano marmorei e grandiosi edifizj, potrà il nostro Duomo egualmente essere considerato come un perpetuo monumento della gloria e della munificenza di questo grande Monarca, e tramandare ai più tardi posteri la memoria di un sì grande avvenimento.

Pochi anni dopo, nella Milano tornata sotto il dominio austriaco nei primi anni della Restaurazione, Stendhal poteva mirare il Duomo scintillante di marmo bianco evocando lo spirito dell’amore.

Duomo-di-Milano-sera5 novembre 1816. Tutte queste sere, verso l’una di notte, sono tornato a vedere il Duomo di Milano. Illuminata da una bella luna, la chiesa offre uno spettacolo incantevole ed unico al mondo. […] Alle persone nate con un certo gusto per le belle arti dirò: “Questa architettura fantasiosa è un gotico senza l’idea della morte; è la gaiezza di un cuore melanconico; e poiché quest’architettura destituita di ragione sembra fatta dal capriccio, essa s’accorda con le folle illusioni dell’amore”.

Meno entusiaste le sue riflessioni in merito alla facciata, anche se non mancò di apprezzarne la linearità. Il suo consiglio ai visitatori era di guardarla al tramonto del sole:

La facciata semigotica del Duomo non è bella, ma graziosa assai. Bisogna vederla illuminata dalla luce rossastra dl sole cadente.

Il pane nella Milano d’ancien régime

Il pane oggi non è più un alimento essenziale nella dieta di una persona. E’ invalso l’uso di farne a meno nei pasti quotidiani, a pranzo o a cena, colpevole di essere troppo pesante da digerire o di fare ingrassare costringendoci ad impegnativi percorsi di dimagrimento. E’ quel che avviene nelle ricche società dell’Occidente, in cui gran parte della popolazione può permettersi il lusso di mangiare quello che desidera, non ciò di cui ha bisogno per sopravvivere. I poveri non ragionano in questo modo. Per loro il pane costituisce l’alimento essenziale, come lo è stato per secoli nella società europea.

Quando si afferma la civiltà del pane? Plinio ricorda che nell’antica Roma i primi forni comparvero nel II secolo avanti Cristo. Nella civiltà mediterranea il pane fu l’alimento fondamentale, presente non solo nella civiltà romana ma anche in quella greca, babilonese ed egiziana. Autentico prodotto della civiltà agricola derivato dai cereali, esso garantiva agli uomini e alle donne le calorie necessarie per vivere. Non è un caso se Omero lo descrive come alimento degli uomini civili in opposizione ai barbari che, vivendo di pastorizia e nomadismo, non lo conoscono. “Mangiatori di pane” sono per Omero gli uomini.

pane cattoliciSe il riso costituiva l’alimento primario per la Cina, il mais per le popolazioni dell’America meridionale, il sorgo per quelle africane, il grano fu la base dell’alimentazione mediterranea. Nella tarda romanità e nell’alto Medioevo il pane raggiunse il Nord germanico contendendo alle carni il primato di alimento fondamentale: un processo che si spiega con la diffusione europea del cattolicesimo. Il pane per i cristiani non è solo il corpo di Gesù. E’ il vero simbolo della fede che, coltivata, macinata, impastata, fermenta nei cuori dei fedeli portandoli alla salvezza eterna. Sant’Agostino ci ha lasciato in proposito pagine memorabili. Certo, in una civiltà come quella nord-europea basata sul largo consumo di carne, il pane fatica ad affermarsi come alimento fondamentale nella dieta delle persone. Esso tuttavia si diffonde sempre più nel corso del basso Medioevo: l’aumento della popolazione, provocando una diminuzione degli spazi cui era possibile accedere per la caccia di animali, rese il pane l’alimento essenziale per i contadini e in particolar modo per le classi urbane.

Per buona parte dell’età moderna fino al Settecento, cura costante dei poteri pubblici europei fu di garantire alle città un mercato ben fornito di pane con prezzo calmierato per i ceti popolari. Lo smercio dei cereali non obbediva alla libera legge della domanda e dell’offerta ma era regolato su prezzi politici perché le classi povere potessero procurarsi senza difficoltà un alimento basilare per l’esistenza della persona.

Negli Stati italiani d’antico regime ogni città si riforniva facendo arrivare i cereali dai contadi circostanti sottoposti al suo dominio. A Milano la più antica istituzione civica, il Tribunale di Provvisione, fu costituita nel 1279 con il compito di impedire che i cereali venissero esportati oltre il territorio del Comune. Tale magistratura sarebbe stata soppressa solo con l’arrivo in Lombardia del generale Bonaparte, nella primavera del 1796. Composto dal Vicario e da dodici funzionari provenienti dalle sei porte cittadine (i quartieri del centro di Milano), il Tribunale aveva tra le sue funzioni quella di assicurare la circolazione di questo bene di prima necessità.

Il duca di Milano, Gian Galeazzo Visconti, emanò il 13 luglio 1386 la prima normativa che vietava l’esportazione dei cereali senza un apposito permesso dell’autorità pubblica. L’obiettivo dichiarato era di evitare carestie nel territorio milanese.

Sotto il dominio spagnolo, le Novae Constitutiones emanate da Carlo V nel 1541 – la suprema fonte dell’ordinamento giuridico lombardo erede del diritto visconteo-sforzesco – riservavano all’annona un’intera sezione intitolata De praefectis annonae.  Cosa significa “annona”? Con questo termine ci si riferiva all’organizzazione della pubblica alimentazione da parte del potere politico (dal latino Annona, dea delle biade dell’anno). I prefetti dell’annona erano incaricati di presiedere all’amministrazione e alla giurisdizione su questa materia cruciale per la popolazione del ducato. L’incipit di questa sezione descrive bene l’importanza di tale magistratura nello Stato di Milano d’antico regime:

Non sine ratione Magistratus annonae in excelsa urbe Mediolani constitutus est, qui curam annonae per universam Mediolanensem ditionem haberet. Studeretque ut ordines in eam causam facti observarentur. Quia per huius Magistratus constitutionem, annonae ubertas conservatur ad commodum subditorum & huius imperii tutelam.

[Non senza ragione fu istituito nell’eccelsa città di Milano il Magistrato dell’Annona, perché avesse la cura dell’annona su tutto quanto il milanese nell’accezione ampia del termine, perché operasse affinché fossero rispettati gli ordini emanati su questo tema. Perché, mediante la formazione di questa istituzione, venisse assicurata l’abbondanza dell’annona per il bene dei sudditi e per la sicurezza di questo dominio]

Nella città di Milano, come si è ricordato, tale funzione era gestita dal Vicario e dai XII di Provvisione. Due erano gli ambiti in cui operava questa magistratura civica: il mercato dei cereali, la produzione e la vendita del pane.

Quanto al mercato dei cereali, occorre ricordare che la maggior parte delle operazioni commerciali avveniva nel Mercato del Broletto, il luogo ove doveva essere sistemato il grano proveniente dal contado avendo cura che la merce non subisse furti lungo il trasporto.

Il forno delle grucce
“Il forno delle Grucce” . Incisione di Gonin tratta dai Promessi Sposi

Altrettanto importante era la gestione della produzione e vendita del pane, l’alimento basilare dei milanesi nell’età moderna fino all’Ottocento. Erano prodotti a tal proposito due tipi di pane: il pane bianco, ricavato dal frumento, accessibile alla nobiltà e alla ricca borghesia; il pane di mistura formato da segale, granoturco e miglio. Due corporazioni distinte gestivano la preparazione e la vendita di questi tipi di pane. I prestinai del pano bianco erano in tutto 13 persone che gestivano in via esclusiva lo smercio di questo alimento a Milano. I 13 forni si trovavano in diversi luoghi: oltre a quelli operanti nei sei quartieri cittadini fino ai Bastioni – ad esempio il celebre “prestin dii Scansch” manzoniano in corsia dei Servi, oggi corso Vittorio Emanuele, per il sestiere di Porta Orientale e altri nei sestieri di Porta Romana, Ticinese, Vercellina, Comasina, Nuova – c’erano panettieri “alla Cicogna” (probabilmente ove si trovava palazzo Cicogna – oggi scomparso – in via Unione), a Sant’Ambrogio, alla Rosa (zona piazza San Sepolcro), alle Farine (zona Duomo), ai Rosti (zona San Giorgio al Palazzo), al Cordusio e ai Bossi (zona via Broletto). Alla corporazione del pane misto appartenevano invece più di 100 membri, i quali non potevano certo permettersi gli alti guadagni riservati ai 13 “panettieri privilegiati”.

D’altra parte occorre rilevare che, diversamente dai panettieri che producevano il pane di mistura, i 13 fornai di pane bianco non erano proprietari dei forni ove lavoravano. Tali negozi erano di famiglie nobili o di corporazioni religiose che li affittavano alla corporazione dei prestinai delegando a un organismo del patriziato milanese, la congregazione del Banco di Sant’Ambrogio, la gestione dei lucrosi affitti triennali. Potente istituzione composta da membri del patriziato, questa congregazione svolse nel Settecento un’attività di sorveglianza sui panificatori.  Si pensi che essa poteva revocare a suo piacimento il contratto con uno o più panettieri se non era soddisfatta del servizio o se questi ultimi non fornivano le necessarie garanzie di tutelare i suoi interessi.

A partire dagli anni Sessanta del Settecento, quando i prezzi dei cereali (e quindi del pane) iniziarono a salire in Europa in seguito all’aumento della popolazione, il governo asburgico intraprese alcune inchieste tese a migliorare il commercio e la produzione di questo bene agricolo. Non si arrivò alla piena liberalizzazione dei grani nel commercio interno ed estero quale si ebbe ad esempio nel Granducato di Toscana, ma si assicurò con gli editti del 1770 e del 1771 una parziale liberalizzazione all’interno della Lombardia austriaca. Così, ad esempio, la riforma del 29 agosto 1770 abolì i divieti nel numero dei panettieri rendendo possibile a chiunque produrre e vendere il pane. Cadeva il monopolio tradizionale dei 13 ‘panettieri bianchi’. Se era uscita sconfitta la linea di Pietro Verri e degli imprenditori agricoli, i quali propugnavano la piena liberalizzazione del settore per massimizzare i guadagni, d’altra parte avevano vinto economisti quali Cesare Beccaria e Gian Rinaldo Carli, aperti a una cauta liberalizzazione, diffidenti verso un’astratta legge del mercato che rischiava di impoverire i ceti popolari. Il governo austriaco, alle prese con gravi problemi di ordine pubblico per le carestie avvenute in Boemia e in Moravia, temeva che, ove fosse stata realizzata una piena liberalizzazione, la popolazione lombarda non avrebbe avuto pane a sufficienza.

Il governo austriaco promosse quindi il libero commercio di cereali all’interno della Lombardia austriaca mediante la graduale abolizione delle corporazioni, ma non rinunciò ad intervenire con azioni volte a salvaguardare i bisogni delle classi disagiate.

Un campione della riforma cattolica: San Carlo Borromeo

Il 4 novembre è stato l’anniversario della morte dell’arcivescovo di Milano San Carlo Borromeo. Quali furono gli ultimi giorni di vita del presule milanese?

Egli soleva trascorrere il tempo libero praticando la preghiera mentale. Una delle sue mete preferite era il Sacro Monte di Varallo: si tratta del celebre santuario all’imbocco della Valsesia, ove un sentiero tra i boschi è intervallato da cappelle affrescate che consentono al cristiano d’immergersi nella preghiera.

Lasciata Varallo mentre era di ritorno da un pellegrinaggio alla Sacra Sindone, salito su un barcone per raggiungere Milano lungo il Naviglio Grande, il Borromeo iniziò ad accusare i primi segni della malattia che doveva condurlo alla morte nella sera del primo novembre 1584. Giunto al palazzo arcivescovile su una lettiga, il cardinale trascorse le ultime ore assorto nella preghiera. Chiese che nella sua camera gli fosse montato un altare composto di alcuni quadri sacri tra i quali il dipinto Orazione nell’orto .

digiuno di san carlo
Daniele Crespi, Il digiuno di San Carlo. Milano, Chiesa di Santa Maria della Passione

Credo che per comprendere il carattere e l’opera del Borromeo sia utile soffermarci sul celebre dipinto di Daniele Crespi, Il digiuno di San Carlo, conservato nella chiesa milanese di Santa Maria della Passione. Il prelato è ritratto nel suo scrittoio mentre è assorto in preghiera negli esercizi spirituali. Il magro pasto, caratterizzato da un pane e da una bottiglia di acqua, passa in secondo piano rispetto ai due protagonisti del dipinto: da un lato il volto piangente del presule, ritratto in un atteggiamento di commozione e di estasi nella lettura del testo sacro, dall’altro il crocifisso collocato sopra un tavolino di legno poco discosto dallo scrittoio, di fronte al santo.

San Carlo può essere considerato l’interprete più coerente dei canoni riformatori fissati dal Concilio di Trento: tali canoni non solo resero il vescovo un vero pastore d’anime, ma gli conferirono poteri incisivi di disciplina e di controllo sulla condotta del clero all’interno della diocesi. Si pensi ad esempio alle visite pastorali, alla convocazione periodica dei sinodi diocesani o dei concili provinciali. Su questo punto il Borromeo fece di Milano una diocesi modello.

Personalità forte, a larghi tratti autoritaria quella di San Carlo che, nel condurre fino in fondo la riforma della chiesa ambrosiana, per contrastare efficacemente quelli che al tempo erano considerati i mali del secolo (dalle sette protestanti alle feste popolari), non esitò a scontrarsi con il potere spagnolo mettendo in difficoltà la Santa Sede. La sua azione zelante, esemplare, instancabile nell’informare la diocesi ai canoni tridentini, rese l’autorità episcopale milanese un corpo intermedio nella chiesa, quasi sottratto al controllo disciplinare di Roma.

Nel ducato di Milano lo scontro con il governatore spagnolo investì il campo religioso. Di fronte all’intenzione del re Filippo II d’introdurre nella capitale ambrosiana l’inquisizione spagnola onde sradicare le sette protestanti, il Borromeo si oppose risolutamente mettendo in campo tutta la sua autorità. Rimasto vincolato a una concezione medievale dei rapporti tra potere pubblico e potere ecclesiastico nella quale il secondo si poneva su un piano di superiorità rispetto al primo, il prelato si oppose fermamente alla politica di Filippo, affermando non solo una netta diversità nei modi di perseguire gli eretici (così ad esempio avversava il metodo spagnolo  delle “denunce anonime”) ma anche la piena autonomia dell’autorità ecclesiastica, che non poteva in alcun modo essere menomata da un intervento dello Stato in una questione religiosa che spettava in via esclusiva all’arcivescovo. San Carlo scriveva a tal proposito nel 1566: “il popolo milanese ha il sospetto che…si cerchi di mettere in questo Stato l’Inquisizione alla foggia di Spagna, non tanto per zelo di religione quanto per interesse di Stato…”.

carlo borromeoIl Borromeo, appoggiato dal papa, ebbe successo in tale azione di contrasto alla politica spagnola. Agli organi della curia ambrosiana fu riservato il compito di respingere il protestantesimo, il che avvenne mediante un vasto programma di evangelizzazione nella diocesi. Si deve a San Carlo la fondazione del Seminario arcivescovile (tuttora esistente in Corso Venezia 11) affinché il clero, ricevendo una formazione rigorosa, potesse svolgere una migliore azione di evangelizzazione. Interprete inflessibile del modello tridentino per la formazione di una chiesa ordinata, tesa al disprezzo dei beni mondani, tutta lanciata verso l’elevazione morale della comunità e la salvezza spirituale delle anime, l’arcivescovo istituì confraternite per promuovere la religiosità nel popolo favorendo una concreta opera di apostolato presso il laicato.

Celebri le sue battaglie contro le feste popolari, colpevoli di allontanare i cattolici dalla cura dell’anima. Dal carnevale alle feste di quaresima, la sua posizione fu intransigente: anche qui essa provocò uno scontro con le autorità civili milanesi. Il governatore spagnolo, il marchese di Ayamonte, alla fine degli anni Settanta chiese al papa l’allontanamento di un arcivescovo tanto scomodo: richiesta ovviamente respinta.

Per tornare alla formazione del clero, l’opera di San Carlo fu davvero fondamentale. Ricordiamo la fondazione del Collegio Elvetico (oggi palazzo dell’Archivio di Stato di Milano in via Senato 10) per la formazione di preti da inviare in missione nei cantoni svizzeri, oppure l’apertura di istituti quali la fondazione di San Giovanni Decollato per le vocazioni tardive, la fondazione della Beata Maria presso la Canonica arcivescovile per il clero di campagna, o ancora i piccoli seminari di Inverigo e Celana. Ad Arona fu istituita una sezione distaccata del Seminario milanese.

Nella riforma del clero, vietò il cumulo di benefici in capo a una sola persona. I benefici erano beni immobili concessi in origine dal signore per il mantenimento del suo vassallo. In tal modo il clero fu privato di numerose rendite, il che lo rese più povero allontanandolo da quella ricchezza che era stata la causa principale della corruzione della chiesa. Il clero lombardo formato dal Borromeo operò in un clima di austerità e semplicità dedito esclusivamente alla predicazione e alle opere di carità.

Segno di una religiosità combattiva fu la decisione di fondare l’ordine degli Oblati di Sant’Ambrogio, una congregazione di preti a dimensione diocesana il cui obiettivo consisteva nel lavorare instancabilmente perché la pastorale del vescovo venisse attuata fin nei più remoti interstizi della società milanese e più in generale lombarda. D’altra parte, per l’efficace contrasto alla superstizione e al movimento ereticale, l’arcivescovo poteva contare sui “crocesignati”, una congregazione composta da 40 nobili milanesi che avevano giurato di sterminare gli eretici. Si trattava di una compagnia che operava con mezzi violenti, alla quale il Borromeo fece ricorso assai raramente, in circostanze eccezionali. Per l’esecuzione delle sentenze arcivescovili esisteva inoltre una “famiglia armata”, quasi un corpo di polizia incaricato di rendere esecutive le disposizioni della curia ambrosiana.

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Colosso di San Carlo Borromeo ad Arona. I lavori, iniziati nel 1624 per volontà del cardinale Federico Borromeo, terminarono nel 1698. Il disegno della statua è di Giovanni Battista Crespi detto “Il Cerano”

San Carlo si conquistò l’affetto dei milanesi in occasione della peste che imperversò in città nel 1576. La sua azione a sostegno dei malati, dei moribondi, dei poveri fu totale. Forse il ritratto migliore di questa grande personalità della storia milanese ci è offerto dalla gigantesca statua del santo che si trova ad Arona: alto 28 metri, il celebre “Carlone” incarna davvero il modello stoico dell’uomo che obbedisce con umiltà e disciplina ai doveri del suo ministero, operando con coraggio per il bene della comunità.

Un ruolo da difendere: Milano “capitale morale”

Il presidente dell’Autorità Nazionale Anticorruzione, Raffaele Cantone, ha tessuto un elogio di Milano, tornata ad essere “capitale morale”. Ieri, nel ricevere a Palazzo Marino il Sigillo ufficiale della città ambrosiana, un atto con cui il sindaco Pisapia ha voluto esprimere la riconoscenza dei milanesi per l’ottimo lavoro svolto da Cantone nel controllo di legalità degli appalti su Expo, il magistrato napoletano ha riconosciuto che Milano è esempio di buona amministrazione diversamente da Roma, ove in questi anni si sono rivelate assai più difficili le azioni di contrasto alla corruzione. Ha detto Cantone: “Milano si riappropria del ruolo di capitale morale d’Italia in un momento in cui la capitale reale non sta dimostrando di avere gli anticorpi morali di cui ha bisogno e che tutti ci auguriamo recuperi”.

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“Raffaele Cantone 2014” di veDro – L”Italia del futuro – Flickr.com. Con licenza CC BY 2.0 tramite Wikimedia Commons

Quello di Cantone non è soltanto l’apprezzamento per l’operato della giunta Pisapia. E’ qualcosa di più. Il magistrato napoletano ha ricordato che il successo di Expo è stato possibile grazie a una “sinergia tra istituzioni”, una collaborazione fattiva tra prefettura, Comune e Autorità nazionale anticorruzione che ha consentito di contrastare in modo efficace il crimine organizzato e l’infiltrazione delle mafie nelle gare di appalto.

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Letizia Moratti, sindaco di Milano dal 2006 al 2011

Le affermazioni di Cantone si prestano ad alcune riflessioni. Anzitutto è difficile negare che Milano stia attraversando una stagione di splendore. Cantone certifica una realtà che è nei fatti. Expo 2015 ha dato una spinta notevole al decollo della città ambrosiana. Bisogna però riconoscere che il merito è tanto dell’ex sindaco Moratti quanto di Pisapia. La Moratti ebbe un ruolo fondamentale nel fare in modo che Milano  fosse scelta quale sede di Expo 2015. L’ex sindaco non ha mai goduto di particolare simpatia presso i milanesi ma questo è un merito che è giusto riconoscerle. Alla giunta Pisapia va riconosciuto invece di aver collaborato con le altre istituzioni per il buon andamento di Expo, garantendo piena trasparenza nelle questioni che erano di sua competenza.

Pisapia ha però fatto molto di più. Ha consentito a Milano di vivere un secondo Rinascimento. Se la metropoli è tornata ad essere capitale morale, vetrina del Made in Italy, città turistica in grado di stare alla pari con Venezia, Firenze e Roma, questo è anche merito dell’attuale amministrazione. Ho scritto “anche” perché la caratteristica del “modello Milano”, come ha ben notato Cantone, risiede nella sinergia concreta tra istituzioni pubbliche e private per un’amministrazione che sia al servizio dei cittadini. Come recita un antico adagio milanese, specchio del pragmatismo ambrosiano: Milan dis, e Milan fa. “Milano dice e Milano fa”.

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Giuliano Pisapia, sindaco di Milano

Sarebbe quindi fuorviante ridurre l’operato della giunta Pisapia alla salvaguardia della legalità e alla lotta alle mafie. Milano è migliorata per numerosi interventi di riqualificazione urbana che ne hanno mutato il volto e ne stanno tuttora modificando i caratteri. La riapertura della Darsena, tornata ad essere il porto dei milanesi, costituisce il simbolo di un nuovo modo di vivere la città nel suo rapporto con l’acqua. Il potenziamento della rete di mezzi pubblici di superficie, l’apertura della linea 5 della metropolitana, i lavori della M4, la costruzione di nuove piste ciclabili e il sostegno imponente ai mezzi di mobilità dolce (biciclette e auto elettriche) hanno segnato un netto miglioramento nella qualità della vita. Questi sono pochi esempi che aiutano però a spiegare per quale motivo Milano sia divenuta sorprendentemente una méta turistica tra le più ricercate a livello mondiale. Ci auguriamo che la prossima giunta continui questo lavoro, accogliendo progetti innovativi che si pongano in continuità con l’operato dell’attuale amministrazione. Non mancheranno prove impegnative in tal senso: penso al riuso dello spazio di Expo affinché si eviti a tutti i costi che l’area diventi una “cattedrale nel deserto” (sono parole di Cantone).

La seconda riflessione verte sul concetto di “capitale morale”. Da fine Ottocento fino a Tangentopoli, Milano è stata il simbolo della buona amministrazione in opposizione alla corruzione della classe politica romana.  Quello della “capitale morale” fu un vero e proprio mito, creato ad arte dalla classe dirigente milanese per esprimere la sua avversione all’operato del governo Crispi tra il 1894 e il 1896. Un mito svanito un secolo dopo, quando le inchieste di Mani Pulite dimostrarono che la corruzione aveva contagiato pezzi importanti della classe politica e della classe industriale milanese.

Oggi sembra di essere tornati alle antiche contrapposizioni. Le pessime condizioni in cui versa l’amministrazione romana hanno finito con il far risaltare i meriti del “modello Milano”. La città ambrosiana è tornata ad essere la locomotiva d’Italia, il luogo in cui si anticipano fenomeni politici e sociali destinati ad imporsi nel quadro nazionale. Scriveva Gaetano Salvemini nel 1899: “Quel che oggi pensa Milano, domani lo penserà l’Italia”: la natura di Milano dall’Unità in avanti è sempre stata quella della città modello per l’Italia.

Il culto per l’amministrazione locale risalente alla dominazione austriaca, la sensibilità verso i problemi sociali, l’intervento concreto per risolvere i problemi della cittadinanza, una religione del lavoro praticata con semplicità, austerità, dedizione e riservatezza sono ingredienti tipici dell’anima milanese meritevoli di essere conservati per il bene della città.

La lezione di Cattaneo sull’insegnamento produttivo

In una lettera del 21 ottobre 1846 all’imperial regia delegazione provinciale di Milano – l’istituto periferico del governo asburgico in Lombardia – Carlo Cattaneo informava le autorità sulla feconda attività didattica della Società per l’Incoraggiamento delle Arti e dei Mestieri, di cui in quegli anni ricopriva la carica di segretario. In realtà, nello scrivere questa lettera, l’economista lombardo si rivolgeva al governo per chiedere l’autorizzazione ad assegnare la cattedra di Geometria e Meccanica al giovane Paolo Jacini (1823-1852). Questi era stato chiamato a sostituire l’ingegnere Giulio Sarti (1792-1866), che aveva lasciato l’insegnamento per assumere un importante incarico all’estero. Jacini, fratello del più celebre Stefano, patriota e moderato lombardo, si era conquistato la stima di Cattaneo che ne lodava le doti in questi termini:

 

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Carlo Cattaneo (1801-1869)

Non appena aveva intrapreso il Sig. Ing. Giulio Sarti di dare presso questa Società una gratuita istruzione di Geometria e Mecanica alli operai, questo utile proposito venne interrotto da improviso invito ch’egli ebbe di progettare e costruire un canal navigabile da Santarèm a Lisbona.

Dolente come ne fu questa Società, venne tosto confortata dall’offerta che fece il giovine Sig. Ing. Paolo Jacini di supplire con gratuita opera all’assente. Continuò egli con molta approvazione delli intelligenti il corso di Geometria e nell’entrante anno si accinge a quello di Mecànica.

Gravoso è questo assunto per la necessità di districare da una congerie di dottrine le cognizioni più semplici e adattarle alla condizione degli uditori.

[Da Margherita Cancarini Petroboni e Mariachiara Fugazza (a cura di), Carteggi di Carlo Cattaneo, Le Monnier – Casagrande, Firenze – Bellinzona 2001, serie I, vol.I., pp.638-639]

Qui possiamo svolgere due osservazioni. Anzitutto Cattaneo rendeva noto che l’ingegnere Sarti aveva lasciato l’insegnamento perché invitato dal governo portoghese a lavorare alla costruzione di un canale navigabile. Sarti, ingegnere civile e ferroviario, aveva progettato e diretto la strada ferrata Milano-Monza. Nel congresso degli scienziati tenuto a Milano nel 1844 si era fatto notare per aver proposto di regolamentare il lavoro dei fanciulli, mostrando di avere a cuore il triste fenomeno dello sfruttamento della manodopera minorile. Nel 1845 accettò l’insegnamento nella Società d’incoraggiamento di arti e mestieri: dapprima tenne “letture di geometria”, poi fu titolare del corso gratuito di “geometria e meccanica” menzionato da Cattaneo nella lettera citata sopra.

inaugurazione del naviglio pavese

Il lavoro che il Sarti ricevette dal governo portoghese – la costruzione di un canale navigabile – è oltremodo significativo. Oggi Santarèm è una cittadina abitata da più di 63.000 abitanti che dista 80-90 chilometri dalla capitale portoghese. Il territorio tra le due città è attraversato dal fiume Tago, che a quell’epoca non era interamente navigabile. Quando il governo portoghese decise di costruire un canale artificiale, non si rivolse a un ingegnere olandese o tedesco. Chiamò un milanese. Questo significa che la Milano dei navigli era a quel tempo una città in grado di formare ingegneri qualificati la cui competenza in materia di regime idrico e gestione dei trasporti su acqua aveva assunto una fama europea. La Milano di oggi, ove i navigli non rivestono alcuna funzione di utilità sociale, si trova purtroppo agli antipodi rispetto alla città di Manzoni.

La seconda osservazione riguarda il metodo d’insegnamento quale era concepito da Cattaneo. Secondo l’economista lombardo l’attività didattica, per essere efficace, deve saper ridurre a concetti semplici e chiari la complessa materia delle dottrine da trasmettere al pubblico: “districare da una congerie di dottrine le cognizioni più semplici e adattarle alla condizione degli uditori”. Un impegno certamente “gravoso” ma imprescindibile per qualsiasi docente, pena l’inutilità dell’insegnamento.

Ma vediamo di capirci qualcosa di più su questo tema. Quale senso aveva l’insegnamento nella Società di cui Cattaneo fu segretario a partire dal gennaio 1845?

In un articolo pubblicato a gennaio mi sono soffermato su due associazioni d’élite nella Milano della Restaurazione: il Casino dei Nobili e la Società del Giardino. Il tratto caratteristico di questi sodalizi risiedeva nella ristretta cerchia degli associati, nella finalità puramente ricreativa delle adunanze dalla cui frequentazione i soci potevano ricavare benefici per i loro affari privati.

Enrico Mylius
Enrico Mylius (1769-1854)

La Società d’incoraggiamento di arti e mestieri si costituì con caratteristiche nettamente diverse. Fondata nel 1838 grazie all’imprenditore, uomo d’affari e infaticabile mecenate Enrico Mylius – nato a Francoforte sul Meno da una famiglia di origini viennesi – la Società fu costituita con il supporto di un nutrito gruppo di banchieri e negozianti milanesi decisi a migliorare l’economia lombarda mediante il sostegno alle attività utili e produttive. Mylius, che assunse la presidenza della Società, seguì l’esempio di analoghe istituzioni attive a Parigi, a Berlino e nell’impero asburgico (ad esempio nell’Austria inferiore o in Boemia).

Diversamente dalle associazioni d’élite, questo sodalizio – la cui sede fu per circa un cinquatennio in piazza Mercanti – nasceva quindi con un programma vasto, teso alla promozione di attività industriali mediante il connubio tra scienza e lavoro. La finalità era quindi generale, travalicava l’interesse particolare dei soci per puntare al miglioramento economico della società in una tensione continua verso il progresso. Lo Statuto prevedeva sovvenzioni a titolo gratuito ad artigiani e commercianti, stabiliva il conferimento di doni onorifici tesi ad incoraggiare l’attività manifatturiera. Con il passare degli anni gli obiettivi divennero più ambiziosi. In un quadro internazionale dominato da un’accesa concorrenza economica tra gli Stati europei, la Società volle trasmettere ai lavoratori le cognizioni e i saperi utili a svolgere l’attività manifatturiera ai livelli più avanzati sotto il profilo tecnologico. Diffondere il sapere tecnico in imprese produttive, finanziare studi economici tesi ad innalzare le conoscenze delle classi industriali: queste le finalità del sodalizio, rese possibili grazie al contributo della Camera di Commercio ma anche al sostegno dei numerosi soci. Diversamente dalle associazioni d’élite, ove le quote d’iscrizione erano piuttosto elevate, nella Società di incoraggiamento d’arti e mestieri l’ingresso era condizionato al pagamento di almeno 30 lire annue.

Per tornare alla lettera di Cattaneo, nel lodare l’attività didattica del giovane Jacini, egli tornava in chiusura sul già citato principio dell’utilità pratica cui doveva rispondere l’insegnamento. I giovani docenti della Società meritavano stima universale perché sottraevano il tempo all’ozio per trasmettere ai lavoratori le conoscenze più efficaci nel lavoro industriale:

La Società vede con sommo compiacimento questa bella gara di giovani facoltosi nel sottrarre i loro più belli anni alla dissipazione per consacrarli a sollievo della classe industriosa, facendole dono di quelle cognizioni che rendono più fruttuosa la fatica e meno pericolosa la concorrenza straniera. La Società vede con ciò raggiunta la sua destinazione…

Negli anni della segreteria di Cattaneo furono attivati ad esempio corsi di setificio a cura dell’industriale torinese Angelo Piazza e di fisica industriale tenuti da Luigi Magrini. Tali corsi si aggiunsero alle lezioni di chimica industriale tenute da Giovanni Antonio de Kramer. In campo agricolo si propose l’acquisizione di un appezzamento di terra che servisse da modello per introdurre nuove pratiche nella lavorazione del grana padano mediante l’impiego di manodopera specializzata, formata e diretta da professori impiegati in loco. Tale progetto rimase però sulla carta a causa dello scoppio della rivoluzione del ‘48.

La Società d’incoraggiamento di arti e mestieri è tuttora esistente. Dal 1889 ha sede in via Santa Marta al civico 18. Se vuoi saperne di più, val al sito SIAM 1838.

Il pesce e la carne, cibo dell’anima e cibo del corpo

In quel celebre manifesto della Milano viscontea che è il De Magnalibus Urbis Mediolani, Bonvesin de La Riva scriveva alla fine del XIII secolo che tra i vari alimenti di cui la città di Ambrogio era particolarmente ricca ve n’era uno assai importante: il pesce. Con ogni probabilità egli esagerava quando elencava con dovizia di particolari le varie specie ittiche presenti nei torrenti, nei fiumi e nei laghi del milanese. Scriveva Bonvesin:

I pescatori che quasi ogni giorno pescano in abbondanza  nei laghi del nostro contado, più di diciotto, pesci d’ogni tipo, trote, dentici, capitoni, tinche, temoli, anguille, lamprede, granchi e ogni altro genere infine di pesci grossi o minuti, e che pescano nei fiumi, più di sessanta, e che portano in città pesce pescato nei ruscelli innumerevoli dei monti, assicurano di essere più di quattrocento. 

Quando citava i fiumi e i torrenti dai quali i pescatori traevano il pesce che vendevano nei mercati cittadini, Bonvesin ne ricordava alcuni che ci sono familiari: la “Muzza” a sud-est verso Paullo, il “Fossato di Milano” che diventerà alla fine del Quattrocento il naviglio interno in centro città, il “Nirone”, la “Vettabbia”, l’“Olona”, il “Lambro merdario” (sic!), il “Ticino”, il “Ticinello” verso Abbiategrasso.

Libro-dOre-Milano-1473-circa-MorganQueste notazioni di Bonvesin ci inducono ad alcune considerazioni. Anzitutto ricaviamo una grande differenza rispetto alla società odierna. Sappiamo che Milano oggi può vantare un mercato di pesce tra i più forniti della penisola. Si tratta in larga parte di pesce di mare che viene trasportato in città. Nel Medioevo il pesce che si poteva trovare sui mercati era invece pesce di fiume perché la lentezza dei mezzi di trasporto non consentiva l’arrivo del pesce fresco proveniente dalla Liguria o da Venezia. Esisteva certamente il pesce salato, che poteva essere conservato per lungo tempo. Esso era diffuso soprattutto tra le classi popolari: dalle aringhe al merluzzo, quest’ultimo presente nelle tavole europee a partire dalla fine del Quattrocento.

Bisogna poi ricordare che al pesce si ricorreva in circostanze particolari. Nel Medioevo e in età moderna la base dell’alimentazione era costituita dalla carne: cibo raccomandato dai medici del tempo, la carne era importante perché le sue calorie aiutavano a resistere in ambienti in cui non esisteva il riscaldamento; garantiva al corpo la forza necessaria per affrontare la guerra o il pesante lavoro dei campi. I nobili mangiavano carne fresca, in genere dopo una battuta di caccia (attività riservata all’aristocrazia guerriera). Il marchese che imbandiva i suoi banchetti con carne di vitello, ostentava la sua potenza giacché consumare carne di vitello voleva dire sprecare una risorsa, permettersi uno spreco uccidendo un animale che non aveva superato l’anno di età. I contadini invece si cibavano con legumi, formaggi e, quando potevano permettersi un piatto di carne, ricorrevano agli insaccati (salumi).

macellazione suiniOggi è risaputo che la consumazione continua di carne non fa bene alla salute. Inoltre un’alimentazione sana è quella che non ingrassa, che nutre senza esagerare. Nel Medioevo e nell’età moderna ci troviamo in una condizione opposta. Il consumo di carne non solo era raccomandato dai medici, ma costituiva il desiderio inconfessato di tutti coloro che non potevano permettersi quel tipo di alimentazione. L’uomo e la donna grassi erano inoltre segno di salute, mentre le persone magre denotavano povertà e situazioni di disagio sociali. Aldobrandino da Siena, nel XIII secolo, tesseva un elogio della carne con queste parole:

Vous devés savoir ke sour totes coses qui norrissement dounent, doune li chars plus de norrisement au cors de l’homme, et l’encraisse et l’enforce. [Dovete sapere che fra tutte le cose che nutrono l’uomo, la carne è quella che lo nutre maggiormente, l’ingrassa e gli dà forza].

Come ha scritto lo storico dell’alimentazione Massimo Montanari, il pesce godeva quindi di uno “statuto ambiguo”. Era un alimento cui ricorrevano tanto i ceti popolari quanto i ceti nobiliari nei periodi in cui la chiesa vietava di mangiare carne, ad esempio nei periodi di quaresima. Ce lo dice lo stesso Bonvesin quando afferma che gran parte del pesce finiva nelle mense cittadine precisamente in Quaresima. Perché in questo periodo si mangiava il pesce? Fu la Chiesa ad introdurre questa usanza: concepita come sacrificio, essa significava la privazione di un bene fisico (la carne) per un bene spirituale rappresentato dal pesce. Varrà la pena ricordare che le lettere dell’antico lemma greco di pesce, ICHTHYS, costituivano le iniziali di Gesù: Iesus, CHristos, THeù, HYios, Sotèr, vale a dire: “Gesù Cristo figlio di Dio Salvatore”. Non stupisce quindi che il pesce fosse concepito come alimento religioso per eccellenza nel difficile cammino di purificazione in cui il divieto di mangiar carne significava la rinuncia, temporalmente limitata, a un tipo di alimentazione ritenuto “normale”.

Il riso era un altro alimento assai diffuso a Milano. Proveniente dall’Oriente, esso fu introdotto in Lombardia al tempo di Ludovico il Moro, nella seconda metà del XV secolo. Da allora divenne un elemento basilare nella cucina settentrionale. Le prime testimonianze di ricette a base di riso risalgono ai primi decenni del Settecento: dal risotto al brodo di carne al risotto al burro, dal risotto con salsiccia al mitico risotto allo zafferano. Fino al Novecento esso costituirà un elemento insostituibile nella tavola lombarda.

Ma cosa si mangiava nella Lombardia dell’ancien régime? Nei documenti conservati all’archivio di Stato di Milano abbiamo importanti informazioni al riguardo. Gli elenchi degli alimenti consumati dagli ambasciatori riuniti a Vaprio d’Adda per il trattato del 1754 tra la Repubblica di San Marco e lo Stato di Milano, ci informano che furono consumate carni insaccate (salumi, cotechini, salsicce), pesce di lago (lucci, trote, tinche), formaggi e frutta. Poco rilevante la verdura, definita genericamente come “erbe”. Se vuoi saperne di più, ti consiglio di visitare l’interessante mostra Dal riso alla pastasciutta  allestita presso l’Archivio di Stato di Milano, in via Senato 10, fino al 31 ottobre.

La Mela conquista Milano e Apollo se ne va…

La notizia è rimbalzata sui siti d’informazione come una pallina impazzita. Apple ha acquistato i sotterranei del cinema Apollo in piazza Liberty. Aprirà un grande Store sul modello di quello newyorkese e lo farà a due passi dal Duomo. Gli ingressi saranno due. Uno dalla piazza, ove i visitatori entreranno in un parallelepipedo di cristallo al cui interno ampie scalinate porteranno agli spazi inferiori. L’altro accesso sarà da Galleria De Cristoforis. Il nome non tragga in inganno. Non si tratta affatto della memorabile galleria ottocentesca, demolita negli anni Trenta del secolo scorso. E’ un piccolo passaggio coperto che collega piazza Liberty con corso Vittorio Emanuele. Un passaggio che tutti gli amanti del cinema Apollo conoscono fin troppo bene.

Tra un anno sorgerà il grande Store della Apple; il cinema chiuderà nei prossimi mesi. Possiamo dire che un altro pezzettino di storia milanese se ne va. Il cinema aprì alla fine degli anni Cinquanta del Novecento, nei sotterranei della piazza. Disponeva di 1230 posti, il biglietto costava 800 lire. Bei tempi dell’altro mondo – direte voi – quando andare al cinema era consentito a (quasi) tutti.

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L’ingresso del cinema Apollo in Galleria De Cristoforis 2

Anche a me è capitato di fermarmi all’Apollo per vedere qualche film. Vi confesso però che non riesco a ricordare nulla di particolarmente attraente in quello spazio sotterraneo. Sarà perché l’ultima volta che ci andai – due o tre anni fa  – vidi un mediocre film storico. Ricordo che era ambientato ai tempi della Repubblica Democratica Tedesca: il regista tentò, con scarso successo, di ispirarsi al capolavoro di Florian Henckel von Donnersmarck, Le Vite degli Altri (2007).

Ma torniamo alla zona di piazza Liberty. Alla notizia dell’acquisto di Apple ci sono stati alcuni milanesi che hanno espresso preoccupazione per la chiusura di uno spazio storico della città. Non condivido i lamenti di chi rimpiange i tempi andati. In fondo, nella storia di Milano il cinema ha contato poco. Bene ha fatto Apple ad acquistarne gli spazi.

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Addobbi floreali in Corso Vittorio Emanuele in occasione di una festa nel maggio 1889. In fondo, sulla destra vicino al Duomo, il palazzo Tarsis

Fino a pochi anni fa questa zona presentava due anime. Da una parte alcuni edifici storici assicuravano e assicurano tuttora un certo decoro pubblico. Palazzo Tarsis all’incrocio di via San Paolo con corso Vittorio Emanuele, costruito dall’architetto Luigi Clerichetti tra il 1836 e il 1838, costituisce una delle ultime manifestazioni del neoclassico milanese. Se passate per il corso all’altezza di via San Paolo, alzate la testa: vedrete dieci statue deliziose appoggiate all’attico del palazzo. L’altro immobile che da secoli ha rivestito un ruolo importante nel contrassegnare l’identità della via è palazzo Spinola al civico 10: costruito tra il 1580 e il 1597 dalla famiglia genovese degli Spinola, fu acquistato nel 1818 dalla Società del Giardino che vi ha tuttora sede. Questo antico sodalizio fu costituito alla fine del Settecento dalla borghesia milanese. Se vuoi saperne di più, clicca qui.

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Piazza Liberty in una foto degli anni Cinquanta del Novecento. Nell’edificio sulla sinistra al civico 8 ha sede il consolato austriaco.

L’altra anima dell’isolato, che a mio giudizio non meritava particolare attenzione fino a poco tempo fa, è quella di piazza Liberty ove sorgerà il Mega Store della Apple. Vi si affacciano alcuni edifici risalenti agli anni Cinquanta del secolo scorso, le cui forme costituiscono un vago ricordo dello stile floreale. E’ il caso dello stabile al civico 8, attualmente sede del consolato austriaco, costruito dagli architetti Giovanni e Lorenzo Muzio tra il 1956 e il 1963. Al pianterreno, all’angolo con via San Paolo, vi si aprono le eleganti vetrine della Nespresso. Sull’altro lato si trovano alcuni negozi di abbigliamento sotto una serie di portici che continuano in corso Vittorio Emanuele.

La zona aveva per converso un aspetto radicalmente diverso ai primi anni del Novecento, quando gli architetti Angelo Cattaneo e Angelo Santamaria costruirono di fronte a palazzo Tarsis un edificio in stile Art Nouveau che ospitava un caffè, un teatro e un albergo denominati Trianon. Si trattava di un luogo particolarmente amato dai milanesi, che frequentavano assidui il teatro e il caffé. Tra i clienti più famosi ricordiamo Filippo Tommaso Marinetti e un giovane Benito Mussolini. I bombardamenti della seconda guerra mondiale non risparmiarono lo stabile. Nacque così piazza Liberty in ricordo di quel che era stato il Trianon. La nuova piazza non fu in grado tuttavia di richiamare l’attenzione del pubblico come un tempo aveva saputo fare il celebre caffè.

Negli ultimi tempi il Comune ha saputo risistemare la zona innalzando il decoro urbano: alcuni dehors in vetro conferiscono una certa veste di eleganza all’ambiente circostante. Nei prossimi mesi Apple costruirà la sua porta di cristallo conferendo a piazza Liberty una veste certamente più esclusiva ed attraente rispetto a quella odierna.

Un monumento all’Italia: la Galleria Vittorio Emanuele

La Galleria Vittorio Emanuele è senza dubbio uno dei monumenti più caratteristici di Milano. E’ considerata il Salotto della città. I turisti restano estasiati dalla sua architettura e dalle prestigiose boutique che si aprono al suo interno. La Galleria, i cui lavori erano iniziati il 7 marzo 1865, fu inaugurata il 15 settembre 1867 alla presenza del Re. L’architetto Giuseppe Mengoni, che aveva diretto i cantieri, morì dieci anni dopo, il 30 settembre 1877, precipitando da un ponteggio mentre tentava di ultimare l’arco verso piazza del Duomo: uno dei casi più famosi di morte sul lavoro.

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Giuseppe Mengoni

Come ho ricordato in un articolo di qualche mese fa, non era la prima volta che Milano si arricchiva di un passaggio coperto: la Galleria De Cristoforis, che collegava corso Vittorio Emanuele con via Monte Napoleone, costituì per alcuni decenni un luogo importante di socialità cittadina. Non presentava tuttavia una veste grandiosa.

La nuova Galleria fu qualcosa di diverso. Finanziata dal consiglio comunale, che ne affidò i lavori alla società inglese City of Milan Improvements Company, essa rappresentò nelle sue dimensioni imponenti, nei temi delle decorazioni, l’emblema dell’Italia risorta, gemma preziosa dello Stato nazionale monarchico. Giuseppe Verdi in una lettera scritta a un amico francese nel 1868, non nascondeva la sua ammirazione per questo ardito passaggio vetrato che collegava piazza del Duomo con piazza della Scala:

La nuova Galleria è proprio un cosa bella: un’opera artistica, monumentale. Nel nostro paese c’è ancora il senso del Grande congiunto al Bello.

IMG_6762Alla sua apertura la Galleria ospitava novantasei negozi, un numero certamente rilevante se consideriamo che la Galleria De Cristoforis ne aveva allora una settantina. I caffè rivestivano un ruolo significativo nella vita sociale dei milanesi in Galleria. Chi fosse entrato a fine Ottocento da piazza del Duomo, avrebbe trovato sulla destra il celebre Caffè Campari gestito da Gaspare Campari. Giunto a Milano nel 1863 dopo aver lavorato a Torino e a Novara, Campari fece fortuna con i celebri liquori: il Fernet e il Bitter all’uso d’Olanda come si diceva a quel tempo (oggi conosciuto come Bitter Campari). Nel 1915, anno dell’ingresso dell’Italia nella Grande Guerra, Campari aprì un altro caffè sul lato opposto che dava sempre verso piazza del Duomo. Oggi questo spazio, tuttora adibito a caffé (nonché ristorante al piano superiore) non è più di Campari ma conserva il prezioso  bancone che gli antichi proprietari avevano fatto costruire in stile art nouveau.

Un altro caffè storico era quello aperto da Paolo Biffi nel 1867 al centro dell’Ottagono, nei locali in cui oggi si trovano gli stupendi negozi di Prada. Le vetrine di Biffi, che si era distinto per la produzione di panettoni artigianali, si estendevano lungo il braccio della Galleria verso via Ugo Foscolo.

Sul lato opposto si trovava una sede secondaria del caffè Gnocchi di Galleria De Cristoforis. Poi la proprietà passò alla Birreria Stocker, i cui gestori garantivano ai clienti la calda accoglienza di avvenenti cameriere in abito tirolese. Nel 1885 la proprietà fu acquistata da Virginio Savini, che ne fece la sede del suo celebre caffè frequentato dagli artisti del vicino teatro Manzoni. Dalla metà del secolo scorso il Savini divenne, com’è fin troppo noto, il centro della vita mondana: nelle sale lussuose di questo ristorante si ritrovavano politici, banchieri, intellettuali importanti nella storia nazionale.

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Il Ristorante Gambrinus – Gambrinus Halle in una immagine pubblicata nei primi anni del Novecento

Non possiamo chiudere questa rassegna sugli antichi ristoranti senza citare il secondo locale che Baldassarre Gnocchi aprì in galleria negli spazi ove oggi si trova la libreria Rizzoli. Si trattava di un caffé di notevole grandezza che acquisì una certa fama nella Milano di fine Ottocento: vi si tenevano regolarmente concerti ad opera di una solerte orchestra di signore viennesi.  L’atmosfera filotedesca – e più in generale filo germanica – che vi si respirava era certamente il risultato della politica conservatrice che il governo italiano seguì in quegli anni mediante la firma dei trattati della Triplice Alleanza con gli Imperi centrali (Impero germanico e Impero austro-ungarico). Una politica che recò i suoi frutti anche sul piano economico. Ricordiamo che a Milano furono istituite, grazie al contributo determinante di capitali tedeschi, le due più importanti banche del Paese: la Banca Commerciale Italiana (1894) e il Credito Italiano (1895) le cui sedi si trovavano a pochi passi dalla Galleria.

Tornando al ristorante Gnocchi, senza l’aiuto della casa  tedesca Siemens&Halsk esso non sarebbe certo riuscito ad illuminare i suoi locali con la luce elettrica, il 21 agosto 1880: fu un evento memorabile nella storia cittadina. Esso anticipava di alcuni anni l’illuminazione elettrica, che in città sarebbe stata possibile solo alcuni anni dopo grazie all’apertura della centrale Edison nella vicina via Santa Radegonda. Assunto nel 1882 il nome di Birreria Gambrinus, il ristorante Gnocchi continuò ad operare con tale denominazione fino all’entrata in guerra dell’Italia, nel 1915. A seguito delle campagne nazionaliste antitedesche,  le autorità obbligarono i gestori a chiamarlo “Grand’Italia”.

Se prendiamo in esame alcuni diari scritti da turisti stranieri in visita a Milano nella prima metà del Novecento, ci accorgiamo che il pubblico della Galleria era alquanto variegato. Del tutto indicative le riflessioni scritte nel 1923 dallo scrittore spagnolo Vicente Blasco Ibanez (1867-1928), che si soffermava sui tanti giovani artisti che puntavano sulla Galleria per incontrare un impresario che potesse fare la loro fortuna. La vicinanza al Teatro alla Scala sembrerebbe aver segnato l’identità del celebre edificio:

Vicente Blasco Ibanez
Vicente Blasco Ibanez

Qui si trattengono, mangiando maccheroni nelle trattorie a buon mercato, e aspettando il momento in cui il mondo farà loro giustizia cospargendo di milioni la strada della loro vita, tutte le reclute e i riservisti dell’arte musicale, gente infelice e degna di pietà che si prepara ad entrare nel tempio della gloria cantando per cinque o sei lire in qualunque teatrino municipale del “Milanesado”. Questo soltanto perché qualche giornale di infimo ordine scriva qualcosa su di loro così da poter inviare il ritaglio alla famiglia e agli amici, e convincerli dei grandi successi che ottengono nel paese dell’arte.

Qui ci sono anche i veterani, quelli che, dopo aver fatto la gioia di tutta una generazione in qualunque capitale d’Europa, mettono mano ai loro risparmi, e quelli che, più imprevidenti, debbono dedicarsi, in vecchiaia, a penose occupazioni per liberarsi dalla miseria, dopo aver trascinato sete e velluti sui palcoscenici e aver ricevuto deliranti ovazioni.

Non si può vivere a Milano senza imbattersi, ad ogni istante, nell’artista veterano, nel novellino o nell’audace che tira dritto, fresco come una rosa, di insuccesso in insuccesso e di fischiata in fischiata.

Trent’anni dopo, il quadro sembrava completamente mutato. Nelle brevi note scritte nel 1964 da Henry Vollan Morton (1892-1979), la Galleria assumeva le caratteristiche di un ambiente magico, staccato dalla convulsa vita cittadina dominata dal traffico e dalla frenesia lavorativa; ritrovo prediletto per innamorati, donne avvenenti, ricchi banchieri e politicanti.

Henry Vollan Morton
Henry Vollan Morton

La Galleria mi parve la moderna versione di un Foro romano. Non c’era il traffico viario, la gente poteva a suo piacimento fare acquisti, passeggiare, pettegolare o leggere le ultime notizie del mercato finanziario. Erano presenti tutte le figure tipiche dell’antico foro: gli innamorati che si incontravano nel luogo stabilito per l’appuntamento, i politicanti con l’ultima edizione del Corriere della Sera, le signore alla moda, i ricconi con la loro corte e perfino, come dubitarne, i seccatori! In Galleria non mi annoiavo di certo: là gli esseri umani, lontani dal fragore e dalla confusione del traffico, si pavoneggiavano come su una ribalta dove tutti sono, ad un tempo, attori e spettatori.  

Dall’uva dei ‘borghi’ alla vigna di Leonardo

Settembre è il mese della vendemmia.  Milano ha molto da raccontare. Nei secoli dell’età moderna e ancora a metà Ottocento, quando la città era racchiusa entro la cerchia dei bastioni, esistevano alcune zone ove si produceva e si vendeva il vino. Tale fenomeno interessava soprattutto i luoghi di campagna, i “borghi” come venivano chiamati in relazione alle sei porte medievali che si trovavano nelle vicinanze (Porta Orientale, Romana, Ticinese, Vercellina, Comasina, Nuova). Situati tra la cerchia del Naviglio Interno e il perimetro dei bastoni spagnoli, i borghi erano spazi agresti attraversati da una grande arteria stradale, dominati fino alla metà dell’Ottocento dai giardini delle ville patrizie, dagli orti dei conventi e dai campi di alcuni proprietari privati. In fondo, i borghi di Milano riproducevano in piccolo i tratti della campagna milanese che si stendeva fuori dalle mura, nei territori dei Corpi Santi e dei Comuni limitrofi.

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Il palazzo Castiglioni-Stampa in un’incisione settecentesca di M.A. Dal Re

Ma torniamo al punto dal quale siamo partiti: la vendemmia nella Milano Sette-Ottocentesca. Chi fosse entrato a Milano in questo periodo dell’anno, passeggiando lungo i borghi cittadini, avrebbe trovato in parecchi isolati il cartello “si vende uva”. Dalle fonti sappiamo che alcune case nei pressi delle vie Quadronno, Commenda (nel borgo di Porta Romana), Vivaio (nel borgo di Porta Orientale) o nel borgo delle Grazie in Porta Vercellina (oggi corso Magenta verso piazzale Baracca), possedevano ettari di terreno piantati a vite. Bisogna però ricordare che la produzione e la vendita dell’uva non riguardava solo i borghi fuori del naviglio. Anche all’interno delle mura medievali, nel fitto reticolo cittadino, c’erano residenze nobiliari i cui proprietari mettevano a disposizione i sotterranei per vendere l’uva. Un caso emblematico era la stupenda casa Castiglioni-Stampa (poi Silvestri), l’edificio bramantesco tuttora esistente in corso Venezia. Nel mese di settembre, quando era attivo il mercato dell’uva, i milanesi la conoscevano come la cantinetta  de Cà Castiona.

Certo, noi oggi fatichiamo a immaginare che in zone fittamente urbanizzate del centro potessero trovarsi spazi adibiti alla coltura della vite. Tale realtà diviene però comprensibile se consideriamo le dimensioni di Milano in età moderna (la città si attestava intorno al 1851 sui 158.000 abitanti), il ruolo fondamentale rivestito dall’agricoltura nell’economia del tempo e i tratti agresti dei borghi all’interno delle mura.

D’altra parte, piantare viti e produrre vino in centro città non è cosa irrealizzabile. Qualcuno ci sta provando con grande passione e competenza. In fondo, il centro cittadino non è così urbanizzato come sembra a prima vista. Molti palazzi dispongono di ampi spazi verdi. Ma chi ha avuto il coraggio di produrre il vino nella Milano di oggi?  Sei curioso eh? Per spiegartelo, devo raccontarti una breve storia.

Il Borgo delle Grazie dalla Pianta di Milano di Marco Antonio Dal Re, 1734
Il Borgo delle Grazie dalla Pianta di Milano di Marco Antonio Dal Re, 1734

Alla fine del Quattrocento Ludovico il Moro progettò di costruire un quartiere residenziale che avrebbe rivestito un ruolo ambizioso nella Milano sforzesca: il borgo delle Grazie attorno alla omonima chiesa di Santa Maria. Nelle intenzioni del duca, esso sarebbe stato ingrandito e impreziosito con edifici di notevole valore architettonico. Tra i progetti, rimasti per lo più incompiuti in seguito alla conquista francese del ducato di Milano avvenuta nel 1499, c’era il mausoleo degli Sforza da costruire nella basilica di Santa Maria delle Grazie. Una parte di quel progetto poté tuttavia essere realizzata. Il Cenacolo venne portato a compimento. La parte absidale di Santa Maria delle Grazie fu disegnata da Bramante in stile rinascimentale. D’altra parte Ludovico fece in tempo ad assegnare ai suoi favoriti alcune proprietà nella zona. Due case del borgo furono donate agli Atellani, funzionari ducali fedeli alla signoria sforzesca. Negli anni Venti del secolo scorso Piero Portaluppi le ristrutturò e ne valorizzò le parti rinascimentali fondendole in un unico complesso tuttora visitabile: la Casa degli Atellani.

Leonardo da Vinci, che si trovava a Milano al servizio del Moro come ingegnere militare, ricevette in dono una vigna che superava di poco l’ettaro di dimensione. Si trovava in un’area compresa tra le attuali vie Carducci (ove scorreva il naviglio di san Gerolamo), corso Magenta, via Zenale e via San Vittore. Qualcuno potrebbe chiedersi per quale motivo il duca di Milano avesse regalato a Leonardo una vigna. Il genio toscano era stato allevato in una famiglia di vignaioli ed è lecito ipotizzare che fosse un raffinato estimatore del vino.

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Quel che restava della Vigna di Leonardo in una foto del primo Novecento (Portaluppi)

Oggi, grazie agli studi storici rigorosi promossi dalla Fondazione Portaluppi, è stato possibile individuare il luogo ove si trovava una parte della vigna leonardesca, quella compresa nella proprietà della Casa degli Atellani. Dopo alcune analisi condotte sul terreno, gli studiosi della Facoltà di Scienze Agrarie dell’Università degli Studi di Milano hanno ritrovato le tracce del vitigno originario ricostruendone il profilo genetico. Si è così scoperto che il vitigno leonardesco apparteneva a un tipo di Malvasia assai diffuso nell’Italia del Quattrocento: la Malvasia di Candia Aromatica.

Oggi la Fondazione Portaluppi restituisce a Milano una pagina dimenticata di storia milanese: la vigna di Leonardo. Sessanta viti a piede americano prodotte in serra sono state piantate nel luogo dell’antica vigna rispettando i filari originali. Grazie a questo lavoro, la vigna di Leonardo è tornata a rivivere.

Se vuoi saperne di più, guarda questo video 😉

 

Il coraggio di un Re nella “battaglia dei giganti”

Sono in corso le celebrazioni per l’anniversario della celebre “Battaglia dei Giganti” combattuta nei pressi del paese di Marignano (oggi Melegnano) il 13 e il 14 settembre 1515.  Son passati 500 anni.

Di cosa si tratta? Vediamo di capirci qualcosa.

La battaglia ebbe luogo in uno dei periodi più tormentati della storia milanese. Persa l’indipendenza politica in seguito alla cacciata di Ludovico Sforza detto “il Moro”,  il ducato di Milano fu conteso per più di vent’anni tra francesi, svizzeri e spagnoli. Saccheggi e rapine furono compiute ai danni della popolazione. La nobiltà lombarda, divisa tra la fedeltà all’uno o all’altro dominatore, subì requisizioni, confische e tasse ingenti.

Massimiliano Sforza
Massimiliano Sforza, duca di Milano dal 1512 al 1515

Partiamo dagli antefatti. Conquistato dal re di Francia Luigi XII nel 1499/1500, il Milanese fu soggetto al dominio francese fino al 1512 quando gli Svizzeri, membri di una “Lega Santa” composta dal Papa, dalla Repubblica di Venezia, dal re di Spagna e dall’Inghilterra, riuscirono a mutare la situazione. Il congresso di Mantova stabilì che il ducato dovesse tornare agli Sforza nella persona del figlio primogenito di Ludovico il Moro, Massimiliano. Questi fu riportato a Milano sotto la “protezione” dei Cantoni elvetici. Una protezione per modo di dire: gli svizzeri obbligarono il duca a firmare provvedimenti tesi a favorire i loro interessi, tra i quali vi era il costoso mantenimento delle truppe. Divenuti padroni di vaste zone tra Como e Varese (in quegli anni conquistarono i distretti di Domodossola, Bellinzona, Lugano, Locarno), gli svizzeri avevano le idee chiare: il loro obiettivo era espandersi nelle terre tra il Lago Maggiore e il Lago di Como per farne un grande spazio soggetto al loro dominio.

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Il vescovo di Sion, il cardinale Matteo Schiner

Una nuova alleanza tra Francia, Venezia e Inghilterra cambiò gli equilibri geopolitici. Il re di Francia Francesco I tentò la riconquista del ducato di Milano. Si arrivò così alla cruenta battaglia del 13/14 settembre quando sui campi di Marignano gli svizzeri comandati dal vescovo di Sion, Matteo Schiner, si scontrarono contro i francesi guidati personalmente dal re: 30.000 francesi contro 20.000 svizzeri.

Da un secolo gli svizzeri erano guerrieri formidabili, specializzati nell’uso della picca. Le potenze europee del Quattrocento versarono ai Cantoni ingenti somme di danaro pur di avere i loro uomini in guerra. I fanti elvetici armati di picca, protetti ai lati da archibugieri e alabardieri, si erano rivelati una forza inarrestabile, un riccio contro cui si erano sfaldati molti eserciti fondati ancora sulla cavalleria nobiliare. Gli Svizzeri sapevano maneggiare la picca con precisione. Avanzavano compatti in formazioni quadrate.

batmarignano1La battaglia di Marignano si basò in gran parte su questo tipo di tecnica militare. Nella prima giornata i picchieri svizzeri ebbero la meglio sui francesi. La tattica consisteva nello sfondare le linee nemiche e catturare i pezzi dell’artiglieria. Il tentativo riuscì però solo in parte. I lanzichenecchi al servizio dei francesi furono decimati ma l’intervento personale del re, che affrontò il nemico esortando i suoi a resistere, impedì agli svizzeri di portare a termine il loro piano. Scriveva un cronista dell’epoca, il comasco Paolo Giovio, nel ricordare il coraggioso contributo di Francesco I:

 

Francesco I di re di Francia
Francesco I di Valois, re di Francia dal 1515 al 1547

Et esso con la sopravesta reale, di colore azzurro co gigli d’oro, generosamente appresso de nemici et de suoi facendosi conoscere per re, si mise nella prima battaglia [primo schieramento], dove animosamente feriva i nemici, et qua et là spronando il cavallo pericolosamente affrontava i più valorosi nemici; et finalmente non solo con le parole et con conforti, ma anchora con honorato essempio di vero valore faceva animo a suoi.

Al calare della notte gli svizzeri cantarono vittoria. Il giorno seguente si accorsero invece di essere in netta minoranza perché molti dei loro compagni erano morti.

Il re di Francia ebbe la meglio per tre fattori decisivi. Si servì dell’artiglieria (cannoni) che gli svizzeri non erano riusciti a neutralizzare: in tal modo annientò molti quadrati nemici. Comandò alcune cariche di cavalleria approfittando dell’estrema vicinanza tra i due fronti e dei pochi nemici rimasti sul campo. In terzo luogo l’arrivo della cavalleria veneziana, guidata dal condottiero Bartolomeo d’Alviano, fu decisivo nell’aiutare i francesi.

Il maresciallo Gian Giacomo Trivulzio, che combatté contro gli svizzeri, colpito dall’estrema durezza della lotta, sostenne che quello scontro era stata una “battaglia di giganti”. Così la ricordò Francesco Guicciardini in una pagina memorabile della Storia d’Italia (Libro XII, Cap.XV):

battaglia-dei-giganti

Affermava il consentimento comune di tutti gli uomini non essere stata per moltissimi anni in Italia battaglia più feroce e di spavento maggiore; perché, per l’impeto col quale cominciarono l’assalto i svizzeri e poi per gli errori della notte, confusi gli ordini di tutto l’esercito e combattendosi alla mescolata senza imperio e senza segno, ogni cosa era sottoposta meramente alla fortuna; il re medesimo, stato molte volte in pericolo, aveva a riconoscere la salute più dalla virtù propria e dal caso che dall’aiuto de’ suoi; da’ quali molte volte, per la confusione della battaglia e per le tenebre della notte, era stato abbandonato. Di maniera che il Triulzio, capitano che avea vedute tante cose, affermava questa essere stata battaglia non d’uomini ma di giganti; e che diciotto battaglie alle quali era intervenuto erano state, a comparazione di questa, battaglie fanciullesche. Né si dubitava che, se non fusse stato l’aiuto delle artiglierie era la vittoria de’ svizzeri, che, entrati nel primo impeto dentro a’ ripari de’ franzesi, tolto la più parte delle artiglierie, avevano sempre acquistato di terreno; né fu di poco momento la giunta [l’arrivo] dell’Alviano, che sopravvenendo in tempo che la battaglia era ancor dubbia dette animo a i franzesi e spavento a i svizzeri, credendo essere con lui tutto l’esercito veneziano.

Nei giorni seguenti il re permise agli Svizzeri di tornare ai loro paesi. Stando al resoconto di un cronista furono molti i feriti, entrati a Milano da Porta Romana, ad attirare l’attenzione dei cittadini per lo stato miserevole in cui versavano:

Ma una meraviglia certo era et compassione a vedere li fugienti sviceri, che a Milano per Porta Romana ritornavano, l’uno avendo tagliato un brazzo, l’altro una gamba; et chi guasto dall’artiglieria, et chi fatto bressagio de passatori, l’un l’altro amorevolmente portandosi, che proprio pareano i peccatori imaginati da Dante nella nona bolgia dell’Inferno… 

G. A. Prato, Storia di Milano scritta in continuazione ed emenda del Corio dall’anno 1499 al 1519, a cura di Cesare Cantù in «Archivio Storico Italiano», anno I, tomo II (1842), pag.325.

Francesco fu talmente colpito dalle dinamiche fortunose di quella battaglia che, tornato in Francia, diede ordine a Leonardo da Vinci e a Domenico da Cortona di organizzare una festa di corte al castello di Amboise per ricordare quel fausto evento. Tale festa ebbe luogo tra il 1517 e il 1518.  Per saperne di più, ti consiglio di visitare il sito  Marignan: histoire d’une célébration ove alcuni filmati ripercorrono il lavoro svolto da storici, attori, costumisti ed esperti nella ricostruzione della festa reale.

 

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