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Riapre il Lirico sulle orme di un illustre passato

Il Comune di Milano ha affidato la gestione del Teatro Lirico alla società olandese Stage enterteinment Srl per un periodo di 12 anni. Il teatro, rimasto chiuso dal 1999, dovrebbe riaprire nei primi mesi del 2018. La società olandese ha messo a punto un nutrito piano di iniziative. La programmazione degli spettacoli sarà affidata a diversi direttori a seconda dei tipi di iniziative messe in campo: Renato Pozzetto si occuperà della parte relativa alla comicità e al cabaret, mentre J-Ax curerà gli eventi di musica leggera per giovani. Gli eventi di musica classica e di musica lirica saranno affidati a Roberto Favaro, vicedirettore di Brera. I concerti Jazz  ad Enrico Intra, mentre Chris Baldock si occuperà degli spettacoli legati alla danza.

Il Teatro Lirico risorgerà quindi a nuova vita dopo quasi vent’anni di chiusura al pubblico. Ci auguriamo che esso saprà restituire al quartiere di via Larga quell’anima culturale che si era venuta definendo nel corso dei secoli in modo del tutto originale.

Difatti, se ci soffermassimo su questo tema inforcando le lenti della storia, rimarremmo colpiti nel constatare che l’isolato compreso tra via Larga e via Rastrelli ebbe un ruolo di assoluto rilievo nella società milanese tra antico regime ed età moderna. Le istituzioni culturali e ricreative che vi operarono nel corso dei secoli diedero al quartiere tre anime: una prima di tipo educativo-formativo, una seconda di tipo melodrammatico operistico di livello quasi paragonabile al Teatro alla Scala, una terza infine legata a un sfera più circoscritta nei contenuti, spesso bando di prova per realizzazioni sceniche destinate in alcuni casi a far discutere, in altri ad incidere in profondità nel panorama culturale italiano.

Qui però occorre chiarirsi subito perché l’edificio che vediamo oggi non corrisponde a quello antico del Teatro della Cannobiana. A ben vedere, neppure via Rastrelli, che costeggia un lato dell’edificio, corrisponde a quella di un tempo: questa strada, che oggi collega via Larga con Piazza Diaz, aveva inizio anticamente da un piccolo incrocio con via Cappellari, a pochi metri dall’antica piazza del Duomo medievale che era assai più piccola dell’attuale. Da quell’incrocio era possibile avere una veduta assai suggestiva della cattedrale. Via Rastrelli costeggiava quindi il Palazzo Ducale – divenuto in epoca napoleonica il Palazzo Reale – e terminava all’incrocio tra le attuali vie Pecorari a sinistra e Paolo da Cannobio a destra, che in antico regime corrispondevano all’incirca alla contrada delle Ore e alla contrada del Pesce. Fu in una casa situata in fondo a questa via, in contrada delle Ore, che furono trasferite nella seconda metà del Cinquecento le Scuole Cannobiane.

Proposta seicentesca di riassetto delle Scuole Cannobiane

L’umanista Paolo da Cannobio (1513-1556) con testamento del 1553 (e codicillo del 1554) aveva assegnato all’Ospedale Maggiore un cospicuo lascito per la costruzione di due scuole di etica e di logica. Aperte nel 1557 in piazza Sant’Ambrogio, furono traslocate nel 1564 in via delle Ore. Quindici anni dopo, l’Ospedale Maggiore decise di installare in quello spazio anche le scuole – fondate da Tommaso Piatti nel 1503 – che si trovavano in via Soncino Merati (via oggi scomparsa, copriva all’incirca il primo tratto dell’attuale corso Matteotti, collegando via San Pietro all’Orto con via San Paolo nel sestiere di Porta Orientale). La gestione in capo alla Cà Granda durò fino al 1671, quando le spese dell’istituto, superando le rendite del lascito Cannobio, impedirono ai membri dell’amministrazione ospedaliera di proseguire nell’attività educativa. La gestione delle Scuole Cannobiane passò al Collegio dei Nobili dottori che finanziò la ricostruzione dell’edificio, ampliato fino ad incorporare una proprietà confinante con via Larga. Alle scuole si accedeva da un piccolo passaggio all’inizio di via delle Ore, passaggio che permetteva agli scolari di accedere alla sala principale, sormontata da una cupola a forma ottagonale-tonda. Le scuole continuarono a svolgere le loro funzioni fino alla fine degli anni Sessanta del Settecento quando il governo asburgico, messo a punto il piano di studi del 1769-70, decise di incorporarle nelle Scuole Palatine di Piazza dei Mercanti. Poco dopo, in seguito alla soppressione dei Gesuiti nel 1773, le scuole secolari milanesi furono concentrate nel Palazzo di Brera che, per volontà dell’imperatrice Maria Teresa, divenne il nuovo “campus” milanese gestito dallo Stato, con finanziamenti adeguati all’alta formazione culturale e scientifica. L’edificio delle Scuole Cannobiane, adibito a magazzino, era destinato a scomparire nel periodo napoleonico, quando gli isolati compresi tra quella parte di via delle Ore (oggi via Pecorari) e via Larga , furono demoliti per costruire l’ala meridionale del Palazzo Reale secondo i disegni dell’architetto Tazzini.

Veniamo alla seconda vita del quartiere. Agli ultimi anni del riformismo teresiano risale la fondazione del Teatro della Cannobiana e della via omonima che fu costruita in prosecuzione di via Rastrelli verso via Larga. Il teatro, costruito negli stessi anni del Teatro alla Scala, era più piccolo rispetto a quest’ultimo. L’edificio presentava tuttavia dimensioni notevoli nel panorama dei teatri cittadini. Nelle intenzioni delle autorità asburgiche, la Cannobiana avrebbe dovuto rivestire un ruolo importante nella vita culturale cittadina. Non a caso esso fu conosciuto dai milanesi come “picciol Teatro”, mentre il “Teatro grande” era ovviamente quello della Scala. I due teatri furono pensati entrambi quali poli d’eccellenza della vita culturale e artistica. Giuseppe Piermarini fu scelto per dirigere la costruzione di entrambi gli edifici. Inoltre, non diversamente da quanto era avvenuto nel giorno di apertura del Teatro alla Scala nell’agosto 1778, anche per l’inaugurazione del Teatro della Cannobiana, avvenuta nel luglio 1779, fu scelta un’opera di Antonio Salieri, La Fiera di Venezia su libretto di Boccherini. Quanto a dimensioni, se la Scala poteva contenere 3600 spettatori, la Cannobiana ne ospitava 2300. La platea era composta da 14 file di sedie (in tutto 450).

Il Teatro alla Cannobiana (o Canobbiana) da “I Teatri di Milano”, particolare da L. Cherbuin dis. ed inc., prima metà XIX secolo

Nei primi anni di attività, la Cannobiana rivestì quindi un’importanza quasi pari a quella del Teatro alla Scala nell’allestimento degli spettacoli. D’altra parte, quanto al pubblico, essa fu frequentata non solo dalla ricca borghesia ma anche dalle più importanti famiglie del patriziato milanese. Avveniva spesso che i nobili disponessero di due palchi: uno al Grande Teatro, l’altro al Picciol Teatro. Del tutto indicativo, in proposito, il caso dei Visconti Ajmi che ho preso in esame nel mio libro Via Filodrammatici prima di Mediobanca (Milano, Scalpendi Editore 2015): questo casato risultava proprietario a fine ‘700 del palchetto N.17 in terza fila alla sinistra nel Teatro alla Scala e del palchetto n.1 in terza fila alla destra nel Teatro della Cannobiana. Nel periodo rivoluzionario, il “Picciol Teatro” divenne un punto di ritrovo per i patrioti lombardi. Vi si tennero tragedie di Alfieri e di Salfi che inneggiavano alla virtù repubblicana. Nel 1798 i patrioti cisalpini lo scelsero per rogare solennemente (presente il notaio Zamperini) l’atto di sovranità del popolo, verosimilmente in opposizione alle ingerenze francesi che avvenivano in quei mesi negli affari di politica interna della Repubblica Cisalpina. Sotto il Regno d’Italia napoleonico e il Regno Lombardo Veneto austriaco, la Cannobiana ritornò al suo antico splendore. Varrà la pena ricordare a tal proposito che Gaetano Donizetti scrisse le scene dell’Elisir d’amore affinché fossero tenute in questo teatro, il che avvenne nella “prima” del 12 maggio 1832. Il calendario era diviso in due stagioni: nel carnevale venivano allestite le commedie, mentre in estate le opere in musica e i balli.

Come avveniva alla Scala, anche qui gli spettacoli non erano certo l’unica attività del teatro: il gioco d’azzardo nei ridotti, la preparazione di piatti e pietanze che potessero soddisfare il palato degli avventori, finivano con il distrarre il pubblico dalla rappresentazione dell’opera. Celebri le lamentele di Berlioz in occasione di una serata trascorsa alla Cannobiana, ove i pasti rumorosi a base di costolette e minestroni lo avevano distratto per il rumore delle stoviglie.

Restaurato nel 1844, il “picciol Teatro” declinò in modo irreversibile nella seconda metà dell’Ottocento, quando passò in gestione dallo Stato al Comune di Milano. La progressiva carenza di fondi segnò la fine di quella stagione memorabile che era iniziata assieme al Teatro alla Scala. L’introduzione dell’illuminazione elettrica non aiutò a risollevare una situazione che restava precaria; parve al contrario portare sfortuna: il prefetto Basile, richiamandosi all’incendio del Ring-Theater di Vienna avvenuto l’8 dicembre 1881 che aveva causato numerosi morti, ebbe buon gioco nel decretare la chiusura della Cannobiana alcuni anni dopo. Nel 1889, a pochi mesi dalla cessazione dell’attività, il poeta Ferdinando Fontana scrisse questi versi malinconici in dialetto milanese:

In via Larga sul canton

Che va dent in del volton

Gh’è ona veggia carampana

Che se ciamma Cannobiana,

Ma che l’è de quj veggett

Fa d’on stamp tanto perfett

Che conserva l’allegria

Anca a vess in agonia…

 

Interno del Teatro Lirico dopo i lavori di ristrutturazione compiuti da Antonio Cassi Ramelli nel 1938.

La seconda vita dell’isolato tra via Larga e via Rastrelli si era chiusa definitivamente ma un’altra se ne aprì in breve tempo. L’editore Sonzogno, le cui pubblicazioni erano in concorrenza con quelle della casa editrice Ricordi, acquistò dal Comune l’edificio ormai in rovina: la sua idea era di formare un nuovo polo teatrale che potesse favorire la sua attività di editore in campo musicale come i Ricordi avevano saputo fare rispondendo abilmente alle richieste di compositori, maestri e impresari del Teatro alla Scala. L’immobile fu ristrutturato in via radicale su disegno dell’architetto Sfondrini. Il 24 settembre 1894 l’edificio fu aperto al pubblico come nuovo Teatro Lirico Internazionale.

Benito Mussolini al Teatro Lirico il 16 dicembre 1944

Diversamente dal Teatro alla Scala, che rimase il tempio dell’opera, il Lirico non raggiunse i livelli di eccellenza cui mirava Sonzogno. Esso si segnalò tuttavia per l’originalità degli spettacoli e assurse ben presto a una certa fama nel panorama della vita artistica milanese. Tra le prime più importanti, si ricordano la Fedora di Umberto Giordano tenuta nel 1898 che lanciò la carriera del celebre tenore Enrico Caruso, nonché La figlia di Iorio di Gabriele d’Annunzio (1904). Un’altra serata memorabile fu quella che si svolse al Lirico il 15 febbraio 1910, quando i Futuristi presentarono al pubblico il loro celebre Manifesto destinato a suscitare scalpore nella società del tempo. L’interno fu devastato da due incendi: un primo nel 1938, un secondo nel 1943. Nonostante tali incidenti, il teatro, ricostruito e ampliato dall’architetto Cassi Ramelli (1905-1980), seppe svolgere una certa attività anche sotto il regime fascista e perfino in tempo di guerra: il 16 dicembre 1944 Mussolini scelse il Lirico per tenere il suo ultimo discorso ai milanesi.

Veniamo infine agli anni del Dopoguerra e del boom economico, durante i quali il Lirico svolse un ruolo importante quale centro culturale milanese, anche se non tornò certamente ai fasti dei primi anni del secolo. Wanda Osiris vi tenne i suoi spettacoli eccentrici e piumati. Verso la metà degli anni Sessanta il Lirico presentava al pubblico un calendario di spettacoli del tutto avvicinabili a quelli del Piccolo Teatro di Giorgio Strehler. Negli anni di piombo, in una Milano immersa nel dramma del terrorismo e della contestazione, suscitò grande impressione la presentazione al Lirico in prima mondiale, il 4 aprile 1975, dello spettacolo Al gran sole carico d’amore, opera di Luigi Nono con la regia di Jurij Ljubimov: vi furono rappresentate le grandi rivoluzioni operaie – dalla Comune parigina alle rivolte nell’Italia del 1943 – alle quali si aggiungeva un richiamo alla guerra in Vietnam.

La Milano di Sala: città modello per il Paese

La presentazione, avvenuta ieri, dei punti programmatici che la giunta Sala affronterà nel corso del suo mandato quinquennale mi ha fatto pensare al motto “conoscere per fare” concepito da Romagnosi e fatto proprio da Carlo Cattaneo. Scriveva Gian Domenico Romagnosi in un passo Dell’indole e dei fattori dell’incivilimento: “qui dunque, in ultima analisi, si tratta di fare, e se si vuol conoscere è per fare”. Una frase che da sola aiuta a capire le ragioni di quella progettualità concreta, fattiva, capace di confrontarsi con i problemi della società, che ha consentito ai milanesi di pensarsi in divenire, di reinventarsi nei grandi tornanti della storia senza perdere il treno del progresso.

Milano può contare oggi su quattro risorse. La prima riguarda una cultura del buongoverno che ha prodotto – soprattutto negli ultimi anni – una buona amministrazione. Certo, errori sono stati fatti in passato (tanto nelle giunte di centrodestra che di centrosinistra) ma se la situazione di oggi è quella che vediamo, ciò è dovuto a una cura per la cosa pubblica che ha radici storiche di lungo periodo. La seconda risorsa riguarda la ricerca scientifica di altissimo livello che ha il suo fulcro nelle università milanesi. La terza risorsa è il capitale umano: gli istituti educativi della metropoli forniscono ai giovani un patrimonio di competenze da mettere a frutto. Potremmo parlare di “una generazione incendiaria”, che ha tanta voglia di fare ma in Italia non trova le opportunità per crescere. La quarta risorsa è un fitto tessuto di imprese, attive soprattutto nel digitale, che trova a Milano e solo a Milano un ambiente fertile, aperto all’innovazione tecnologica. La giunta Sala e il governo nazionale avranno nei prossimi anni il compito immane di mettere a frutto queste risorse perché la città sia un modello di sviluppo in grado di contribuire alla crescita dell’Italia.

Il Sindaco di Milano, Giuseppe Sala

Il Sindaco ha una sua idea della città per i prossimi dieci – quindici anni. Non basta però avere visioni. Occorre saper costruire. Sala è uomo concreto, fattivo, pragmatico. Ama grandemente Milano. Ha già ottenuto un brillante risultato: ha convinto il governo a puntare sulla città ambrosiana. Tutto questo in un momento d’incredibile distanza tra Milano e Roma: nella capitale la Sindaca Raggi ha iniziato ad amministrare nel segno della pulizia morale e dell’onestà; fa i conti tuttavia con una giunta in cui gli assessori sembrano fare a gara per dimettersi prima degli altri. Insomma, l’impressione è che in Campidoglio si brancoli nel buio. Se guardiamo a Milano sembra di essere su un altro pianeta. Qui domina la concretezza sui paroloni, l’agire paziente diretto al risultato effettivo. Per dirla con Max Weber, domina a Milano una zweckmässige Verwaltung, un’amministrazione orientata a uno scopo. In fondo, la città non ha mai cessato di essere asburgica in questo operoso riformismo finalizzato al progresso e al bene comune.

Due stile di governo diversi. Se la Raggi non ha esitato a rinunciare al progetto delle Olimpiadi per evitare fenomeni di corruzione e di malgoverno – un progetto che, se ben gestito, sarebbe stato una risorsa importante per lo sviluppo urbanistico di Roma – Sala si è affrettato a far firmare a Renzi il Patto per Milano impegnando il governo nazionale in corposi finanziamenti pubblici destinati alla rigenerazione della città: pensiamo soltanto allo Human Technopole nell’ex area Expo, un progetto fondamentale che consentirà alle università milanesi di essere coinvolte in un centro di ricerca internazionale sulle scienze della vita. Tempismo azzeccato quello di Sala, che ha saputo muoversi bene perchè conosce bene i punti di forza di Milano. E’ riuscito ad impegnare il governo a spendere risorse qui, in una metropoli che collabora con lo Stato facendo la sua parte. E’ il “conoscere per fare” di Romagnosi da cui siamo partiti.

Un’altra situazione che dimostra la fattiva operosità di Sala, la sua volontà di approfittare di ogni opportunità per il bene di Milano è stata la Brexit. Sala è andato a Londra, ha cercato di convincere i responsabili di importanti istituzioni europee a trasferire le loro sedi a Milano. Obiettivo ambizioso e al contempo difficile da raggiungere per le obiettive difficoltà in cui versa l’Italia. Eppure, una di queste istituzioni, l’Agenzia Europea per il Farmaco, sembra essere interessata a trasferirsi qui. Sala ha un dossier su questo tema. Milano è pronta a muoversi ma occorre il supporto del governo nazionale. Cosa farà Gentiloni? Sarà disposto a confermare l’asse di Renzi con Milano?

Nel segno di Romagnosi e di Cattaneo si pone infine il “Fare Milano”, il titolo che la giunta Sala ha scelto per riassumere il senso del suo operato nei prossimi 5 anni. Si tratta d’interventi complessi, che dovranno incidere in profondità affrontando in primo luogo il problema delle periferie. Grazie al “Patto per Milano” firmato dal Sindaco con il Governo nazionale, grazie anche all’intesa con il Governatore della Regione Lombardia Roberto Maroni, saranno destinati 356 milioni di euro per il recupero delle periferie. Fondi destinatati in gran parte, come hanno chiarito gli assessori Mirko Mazzali e Gabriele Rabaiotti, alla ristrutturazione delle case popolari nelle zone Lorenteggio-Giambellino e QT8-Gallaratese.

L’assessore all’urbanistica, Pierfrancesco Maran

Relativamente all’urbanistica verrà portato a compimento il recupero degli ex scali merci. La tabella di marcia fissata dall’assessore Pierfrancesco Maran è stringente: terminata la fase del confronto pubblico nel marzo 2017, l’accordo di programma verrà chiuso definitivamente nell’estate prossima per avviare le procedure dei concorsi, consentire gli usi temporanei degli spazi, elaborare i piani attuativi. I lavori per la rigenerazione degli scali verranno condotti tra il 2019 e il 2022. Come ho già avuto modo di ricordare in un articolo pubblicato in questa sede, il progetto è di fondamentale importanza per Milano. I diversi piani di edilizia sociale e residenziale, gli interventi per la realizzazione di vasti parchi verranno presentati dagli esperti di architettura e di urbanistica in incontri pubblici che si terranno a partire da dopodomani, dal 15 al 17 dicembre. Non mancate di iscrivervi e di partecipare numerosi!

L’assessore alla Mobilità, Marco Granelli

Importanti novità sono previste anche sul piano della mobilità, come ha sottolineato l’assessore Marco Granelli. Il completamento dei lavori della M4, è fissato per il 2022 con un anno di anticipo rispetto a quanto previsto originariamente. Il prolungamento delle linee metropolitane esistenti consentirà una migliore integrazione della città con l’area metropolitana. La M1 verrà portata da Sesto FS a Monza Bettola entro il 2020. Sul lato di Milano Bisceglie, i lavori per il collegamento con il quartiere Baggio-Olmi cominceranno nel 2021. Per la M5 si darà avvio agli interventi per le fermate Milano-Bignami-Monza città e Monza Ospedale San Gerardo. La tratta Milano Bignami-Monza città sarà attiva già nel 2020. Per quanto concerne la mobilità sostenibile, una novità importante sarà l’attivazione di una piattaforma tecnologica (MAAS: mobility as service) che consentirà via app o via Web di attivare alcune tipologie di abbonamento comprensive dell’utilizzo di treno, metro, autobus, bikemi, car-sharing, scooter sharing. Un servizio che andrà di pari passo con il potenziamento delle attuali dotazioni di biciclette, macchine e scooter e – dato più importante – con la costruzione di 55 aree di interscambio per la mobilità sostenibile.

In sinergia con i privati l’amministrazione Sala ha messo in campo svariati interventi nel campo del welfare e della cultura. Notevoli le iniziative culturali, dai city days (Bookcity a novembre, Prima Diffusa a dicembre, Museocity a marzo, Pianocity a maggio) alle settimane dedicate alle arti (Art Week in primavera, Music Week in autunno, Photo Week in estate, Movie week in inverno). Nel 2017 si terrà a Palazzo Reale una mostra dedicata ad Eduard Manet; le opere di Caravaggio saranno esposte nel biennio 2017/2018. Gli hub culturali gestiti da privati (Fondazione Feltrinelli in Porta Garibaldi inaugurata oggi, Fondazione Prada in Porta Romana/Ripamonti, Casva a QT8), i teatri pubblici alcuni dei quali riaperti al pubblico o costituiti ex novo (si pensi ad esempio al Teatro Lirico o al Teatro dell’infanzia e dell’adolescenza che verrà costruito ex novo in piazzale Maciachini), i musei e spazi espositivi (da Palazzo Citterio a Brera al Museo dell’Arte Etrusca in Corso Venezia) daranno alla città un’ulteriore visibilità internazionale, migliorando in prospettiva il già ottimo risultato di quest’anno: come ha osservato l’assessore alla cultura Filippo Del Corno, Milano è stata la città più visitata d’Italia nel 2016 (dati del Global Destination Cities Index).

L’unica mancanza, in questa visione concreta sul futuro della città illustrata da Sala, è stata l’indicazione di una data per il referendum sulla riapertura dei Navigli che, come il Sindaco ha annunciato in campagna elettorale, si terrà nel 2017. Attendiamo notizie su questo tema importante per il futuro urbanistico di Milano.

Una sfida da non perdere: il recupero degli scali Fs

Il recupero degli ex scali merci è al centro del dibattito tra maggioranza e opposizione in Consiglio Comunale da diversi anni. Il primo accordo di programma con Ferrovie dello Stato (FS) venne realizzato dalla giunta Moratti nel 2009: esso prevedeva un alto indice di edificabilità che avrebbe reso gli ex Scali delle aree fittamente urbanizzate con pochi spazi verdi. Su una superficie complessiva di 1.200.000 metri quadrati, l’area edificabile sarebbe stata pari a 822.000 metri quadrati. Per fortuna quel progetto non fu realizzato.

Negli anni della giunta Pisapia, la vice sindaca De Cesaris riprese in mano il dossier sugli ex scali merci in via di dismissione: nuovi incontri con i vertici di FS consentirono al Comune di pervenire a un accordo di programma nettamente migliore. Oltre a prevedere un indice di spazi riservati al verde pari al 53%, il nuovo accordo riduceva l’edificabilità a 676.578 metri quadrati, il che consentiva di mettere in sicurezza il parco agricolo Sud Milano scongiurando nuove cementificazioni. Ciononostante questo tema fu occasione di aspri dibattiti in seno alla stessa maggioranza di centro sinistra. Alla fine il Consiglio Comunale respinse la delibera che avrebbe dato il via libera all’accordo di programma messo a punto dalla vicesindaca De Cesaris. Risultato: due amministrazioni di colore diverso, centrodestra e centrosinistra, non son riuscite a pervenire a una soluzione su un tema di cui si discute ormai da un decennio.

In queste settimane si è tornati a parlare degli scali ferroviari in numerosi incontri pubblici che hanno riscosso un notevole interesse tra i cittadini. Gli scali ferroviari sono un’infrastruttura nevralgica, che sarà fondamentale per i milanesi e per quanti, spostandosi nell’area metropolitana, avranno bisogno di una rete di trasporti sempre più capillare.

Lunedì il Sindaco Beppe Sala ha esortato la maggioranza a sostenere compatta il lavoro della giunta affinché l’assessore all’urbanistica, Pierfrancesco Maran, possa disporre entro l’estate 2017 di un mandato forte del Consiglio Comunale; un mandato che gli consenta di trattare un nuovo accordo di programma con Ferrovie dello Stato che preveda ulteriori miglioramenti rispetto al piano della ex vicesindaca De Cesaris.

mappa__scali-jpgGli ex scali merci sono sette: le aree Greco/Breda (superficie totale 73.536 metri quadrati), Lambrate (70.187 metri quadrati), Scalo Romana (216.614 metri quadrati), Rogoredo, Porta Genova (89.137 metri quadrati), San Cristoforo (158.276 metri quadrati), Farini (618.733 metri quadrati).

Il loro recupero consentirà di attivare una nuova linea di superficie che sarà a metà strada tra un tram e una metropolitana. La realizzazione di nuove fermate (Milano Tibaldi, Milano Stephenson), il recupero di quelle negli scali di Porta Romana, San Cristoforo, Greco Pirelli, Romolo e Rogoredo avverrà mediante la loro connessione con il Passante ferroviario. La nuova linea renderà possibile il collegamento degli scali con le linee di superficie e le metropolitane con tempi di attesa, nelle aree del Passante, che si conta di ridurre a 3 minuti e 45 secondi dai 6 attuali.

D’altra parte, la conversione delle aree dismesse in zone di edilizia sociale, in residenze universitarie, in spazi destinati a verde permetterà di ricucire quartieri della città separati per lungo tempo da questi vecchi scali merci. Oggi gli scali sono grossi corridoi fatti di rotaie, di case officine abbandonate, ove dominano erbacce e numerosi alberi abbandonati. Questi vasti corridoi sono delimitati da barriere in cemento che tagliano interi quartieri in quella che un tempo era la cintura dei Corpi Santi di Milano, un’area a metà strada tra il centro e le più remote periferie.

Un interessante progetto elaborato grazie al supporto di Fondazione Cariplo, WWF, Comune di Milano, Rete Ferroviaria Italiana e Cooperativa Eliante è stato presentato la scorsa settimana all’Urban Center. Si tratta di Rotaie Verdi: gli spazi dei tre scali di San Cristoforo, Porta Genova e Porta Romana verrebbero convertiti in un parco ove sarebbero ricavate oasi naturalistiche per la tutela degli ecosistemi della campagna lombarda. Gli scali a Sud di Milano diverrebbero a tutti gli effetti una vasta area verde messa in collegamento con le aree limitrofe, tra cui spiccano la Fondazione Prada e il distretto Smart Symbiosis .

Sarà interessante seguire i prossimi incontri sul recupero degli scali situati in altre zone della città. Merita di essere ricordato un recente intervento di Sala, il quale ha proposto di utilizzare l’ex scalo Farini per costruire una nuova “cittadella del Comune” ove siano concentrati gli uffici che oggi si trovano in via Larga. Un trasloco che consentirebbe di vendere l’edificio in via Larga con grandi profitti per il Comune. Un’idea, questa della nuova cittadella nell’ex scalo Farini, che ha convinto anche l’assessore Maran, secondo il quale si potrebbero trasferire nella nuova sede anche gli uffici che si trovano in Largo Treves, in via Pirelli, in piazza Beccaria. Sono idee che si aggiungono alle tante avanzate in questi mesi.

Stefano Boeri ha proposto d’innalzare l’indice di verde negli scali fino al 80-85% facendo di essi un grande “fiume verde”, un immenso parco che potrebbe attraversare la città da nord a sud. Questa idea ha riscosso un certo interesse presso la cittadinanza e in alcuni esponenti del centrosinistra. Restano alcune perplessità sui costi di manutenzione di un’area così vasta.

Altre proposte verranno presentate nei prossimi mesi al fine di arricchire il nuovo accordo di programma con Ferrovie dello Stato. Si spera che questa volta, alla scadenza dell’estate 2017, il Consiglio Comunale darà l’ok definitivo alla realizzazione di una infrastruttura rimasta bloccata per troppo tempo.

Dalle ‘vaganti latrine’ agli smart bins di Amsa

Il rapporto dei milanesi con la spazzatura è sempre stato controverso. In età moderna la condizione delle strade era a dir poco misera se considerata con gli standard di pulizia cui siamo abituati oggi. Chi camminava nel XVI o nel XVII secolo per le vie del centro, perfino lungo i corsi principali, doveva fare i conti con una situazione ambientale assai misera: strade lordate da escrementi di ogni tipo, il suolo bagnato dell’urina dei vasi da notte che venivano svuotati dalle finestre.

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Il poeta Giuseppe Parini (1729-1799)

Ancora in pieno Settecento, nel periodo in cui il riformismo illuminato accendeva i suoi “lumi” e si adoperavano le prime misure tese a conferire pubblico decoro alla città, poteva capitare che la sporcizia restasse per giorni ai bordi delle vie. I rifiuti restavano per giorni in strada, tanto che in milanese la radice del lemma che indicava la spazzatura (ruera) era lo stesso di strada (ruga….da cui via Rugabella: bella strada): la competenza del “rüè”, dello spazzino, consisteva nel raccogliere questi rifiuti nella grande gerla che reggeva sulle spalle e nel portarli fuori dalle mura, in aperta campagna. Questo però non avveniva regolarmente, il che finiva con il rendere l’aria irrespirabile. L’abate Giuseppe Parini fu uno dei primi a denunciare, in una famosa ode del 1754, il misero stato in cui versavano le strade milanesi. Nello scritto Sulla salubrità dell’aria il poeta non esitava a preferire l’aria della sua Brianza ai fetori immondi di Milano:

Ma al pié de’ gran palagi/ Là il fimo alto fermenta;/ E di sali malvagi/ Ammorba l’aria lenta,/ che a stagnar si rimase/ tra le sublimi case./ Quivi i lari plebei/ Da le spregiate crete/ D’umor fracidi e rei/ Versan fonti indiscrete;/ Onde il vapor s’aggira,/ e col fiato s’inspira./ Spenti animai, ridotti/ Per le frequenti vie,/ De gli aliti corrotti/ Empion l’estivo die:/ Spettacol deforme/ Del cittadin sull’orme./ Né a pena cadde il Sole,/ che vaganti latrine/ con spalancate gole/ lustran ogni confine/ De la città, che desta/ Beve l’aura molesta.

  “Ma ai piedi dei grandi palazzi fermenta il tanto letame. E di odori nocivi ammorba l’aria fetida, che rimase a stagnare tra queste case sublimi. Qui gli abitanti delle case popolari gettano in strada le acque sporche dei vasi da notte (le spregiate crete) per cui i miasmi si aggirano per l’aria e si respirano dai passanti. Animali morti, che giacciono sulle vie frequentate, riempiono l’aria estiva del puzzo della carcasse in decomposizione: informe spettacolo ai piedi del cittadino. E poco prima del tramonto i carri dei rifiuti spinti dagli spazzini (latrine vaganti) con i loro coperchi spalancati puliscono ogni lato della città, che al risveglio si deve ancora sorbire quell’aria fetida”.

 

Beauharnais
Eugenio Beauharnais (1781-1824), vicerè del Regno Italico dal 1805 al 1814

Nel 1781 il magistrato di sanità, l’istituzione del ducato incaricata di vigilare sulla salute pubblica, emanò disposizioni precise sulla pulizia delle strade. La cura dell’igiene pubblica restò però inefficace per molti anni perché i milanesi violavano i regolamenti. I primi provvedimenti incisivi arrivarono quando Milano fu capitale del Regno d’Italia napoleonico. Un decreto del viceré Eugenio Beauharnais, firmato dal Palazzo Reale l’8 gennaio 1811, nel denunciare la pessima abitudine di depositare nelle cantine o nei cortili domestici il letame delle stalle e ogni specie di rifiuti, vietava tali pratiche sotto pena di una multa di 200 lire italiane, che saliva a 300 lire in caso di recidiva. Pochi mesi dopo, un’ordinanza del prefetto di polizia dell’Olona, Villa, obbligava i cittadini a trasportare l’immondizia fuori città assicurandosi che il luogo prescelto si trovasse a una distanza dalla strada e dall’abitato non inferiore ai 100 metri.

Da allora è passata molta acqua sotto i ponti. Oggi Milano si trova all’avanguardia nella pulizia delle strade e nella gestione dell’immondizia. La raccolta differenziata, pari al 54% del totale, seconda in Europa solo a quella di Vienna, consente di produrre fonti di calore per 24.000 famiglie ed energia elettrica per 130.000 nuclei familiari. In un interessante incontro tenuto tre giorni fa all’Urban Center in Galleria Vittorio Emanuele, una delegazione di operatori ecologici di New York si è incontrata con gli amministratori del Comune, di A2A e di Amsa per scambiarsi il proprio know-how e condividere obiettivi ambiziosi. Nella Grande Mela il sindaco De Blasio ha dichiarato di voler raggiungere entro il 2030 l’azzeramento della produzione di immondizia indifferenziata. La giunta Sala, che intende portare nei prossimi anni la raccolta differenziata al 65%, si pone lo stesso traguardo potendo contare su un servizio di gestione dei rifiuti – quello di Amsa, dal 2008 controllata da A2A – tra i più avanzati in Europa.

 

Dennis Diggins, First Deputy Commissioner del New York City Department of Sanitation, ha mostrato come raggiungere l’obiettivo del “zero waste” sia un obiettivo difficile ma non impossibile se l’amministrazione riesce a gestire bene i processi di smaltimento per ogni tipologia di rifiuto come avviene in larga parte già a Milano.

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Marco Granelli, assessore all’ambiente del Comune di Milano

D’altra parte, “prendendo ad esempio l’esperienza di New York” ha spiegato l’assessore all’ambiente del Comune di Milano, Marco Granelli – crediamo che Milano possa puntare ancor più in alto recuperando una componente importante come i tessuti che oggi vanno nell’indifferenziato. Siamo poi consapevoli che l’attività educativa nelle scuole è fondamentale: applicare la differenziata nei cestini pubblici in strada – come è stato fatto ad Expo 2015 – richiede un’educazione civica diffusa sul territorio. A Milano è poi cruciale coinvolgere maggiormente i condomini mettendo in atto misure  – come ad esempio sconti sulla Tari – atte a premiare chi dimostrerà di prendersi cura dello spazio comune”.

Valerio Camerano, amministratore delegato di A2A, ha confermato come anche per Milano l’obiettivo sia di arrivare al 100% della raccolta differenziata entro il 2030. Investimenti significativi sono previsti per nuovi impianti tesi allo smaltimento del vetro, carta, plastica e organico. Il servizio si estenderà nei prossimi anni all’area metropolitana garantendo ai Comuni dell’hinterland un servizio che sia allo stesso livello di quello presente a Milano. Il responsabile operativo di Amsa, Mauro De Cillis, ha annunciato che dal 2017 verranno introdotti in città gli smart bins, i cestini intelligenti: dotati di un chip elettronico, invieranno alla centrale informazioni sui rifiuti accumulati consentendo agli operatori di tracciare la produzione storica per ogni isolato. Entro il 2018 quindicimila cestoni saranno smart sui ventiquattromila complessivi.

Tra le novità dei prossimi anni vi sarà il rinnovamento ecologico del parco mezzi con una flotta che sarà pienamente ecocompatibile entro il 2018; l’unione del cartone alla carta a seguito dell’elevata diffusione degli acquisti via internet; la riduzione della raccolta indifferenziata ad una volta alla settimana per indurre i cittadini ad impegnarsi maggiormente nella separazione dei vari tipi di rifiuti.

Base Milano: laboratori aperti anche d’estate

Durante la settimana della fiera del mobile, Milano si anima di eventi culturali allestiti nella cornice del Fuorisalone. Tra i quartieri presi d’assalto dai turisti vi è soprattutto il Tortona Design District, mèta tradizionale di tanti appassionati. Oggi bisogna riconoscere che la zona Tortona è divenuta stabilmente uno dei quartieri più vivaci della città; si respira una perenne atmosfera di novità, un po’ come se le luci del Fuorisalone non si fossero mai spente: la zona è una vera e propria fucina d’iniziative afferenti al mondo della cultura, del design, dell’editoria, della grafica.

Base Milano, in via Bergognone 34, è il centro di questo laboratorio creativo. Si tratta di una iniziativa che coinvolge enti pubblici e privati uniti nell’obiettivo di realizzare un progetto culturale e imprenditoriale che possa aiutare i giovani a formarsi le competenze in campo lavorativo.

Officine Ansaldo
L’ingresso delle ex Officine Ansaldo tra via Tortona e via Bergognone

La sede è in un grande edificio industriale dismesso, che reca ancora le tracce della Milano operaia del secolo scorso. Molti lo conoscono come l’antico centro delle Officine Ansaldo. In realtà la storia risale più indietro nel tempo. Nei primi anni del Novecento qui ebbero sede alcune imprese elettromeccaniche. Nel 1915 vi si stabilì la Società Elettrotecnica Galileo Ferraris, che costruì l’edificio d’ingresso in via Bergognone e la fronte imponente su via Tortona. Nel 1921 lo stabile passò alla CGE, un’azienda dedita alla costruzione di trasformatori elettrici: in questi anni fu accresciuto lo spazio della fabbrica, facendole assumere le dimensioni imponenti che si vedono oggi. Oltre al nuovo refettorio per gli operai, furono costruiti magazzini, officine, locali per il carico e lo scarico delle merci. Il collegamento con la vicina stazione di Porta Genova fu assicurato da una rete di binari che sono tuttora visibili all’ingresso.

L’Ansaldo arrivò solo nel 1966: gli edifici di via Bergognone/via Tortona furono il centro della sua attività fino agli anni Ottanta, quando si procedette alla progressiva dismissione. L’edificio, acquistato nel 1989 dal Comune di Milano per destinarne gli spazi a un riuso con finalità culturali, venne ristrutturato negli anni Duemila dall’architetto David Chipperfield. Il restauro conservativo si è accompagnato alla costruzione di un nuovo edificio oggi sede del Mudec, il Museo delle Culture.Gli antichi capannoni ed edifici industriali, ristrutturati da Chipperfield, sono divenuti il centro di attività formative e culturali che spiegano la rinascita del quartiere che si è accennata all’inizio. In uno degli ex magazzini hanno sede dal 2001 i famosi laboratori del Teatro alla Scala.

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Una delle sale per i clienti dell’Ostello Base Milano che verrà aperto a fine settembre

La parte più innovativa è concentrata tuttavia nell’ala dell’edificio che si affaccia verso via Tortona, ove ha sede il Base Milano: un’iniziativa, finanziata da Fondazione Cariplo, sostenuta dal Comune di Milano, alla cui base è la valorizzazione di un ampio spazio industriale che è divenuto un laboratorio di formazione creativa rivolto ai giovani. In questo enorme stabile – 6.000 metri quadrati – hanno sede laboratori, un bar, una lounge, aree per mostre ed eventi temporanei. Ai piani superiori, oltre a spazi di co-working (tra le aziende che ci lavorano: Wikimedia, Reply Spark), verrà aperto entro la fine di settembre un ostello ove turisti, studenti o lavoratori potranno alloggiare fruendo di ambienti arredati con gusti raffinati che rinviano alla storia dell’interior design.

BASE1Le attività formative e lavorative messe in campo da Base Milano sono il vero tratto caratterizzante di questo progetto (per informazioni: vai su Campobase Base Milano). Meritano di essere segnalate le iniziative messe in campo per l’estate: associazioni culturali e aziende del settore radicate nel milanese organizzano lezioni e laboratori che si articolano lungo cinque assi tematici: Making&Produzione, Sport&Green, Grafica&Fotografia, Creatività&Formazione, Outdoor&Food. Chi desidera acquisire una formazione nel campo della tipografia, della fotografia, della falegnameria, può iscriversi ai corsi di Base Milano, i cui costi variano a seconda del tipo di attività messe in calendario.  Sono inoltre allestiti corsi di yoga e gite in bicicletta dedicate alla scoperta del quartiere. Per gli studenti che restano in città nei mesi estivi, è disponibile un’aula studio aperta dalle 9.30 alle 23, dal martedì alla domenica.

Insomma, nell’entrare in questo antico edificio industriale dalla mole imponente si ha l’impressione di trovarsi in uno spazio originale in cui lavoratori, studenti e tanti operatori della cultura si incontrano condividendo le loro esperienze. Nello spiazzo interno, circondato dagli antichi capannoni industriali, tanti giovani si confrontano ansiosi di mettersi alla prova, di partecipare ai corsi di formazione, ai workshop organizzati da enti e associazioni quali – per citarne solo alcune – Leftover/Studio427, Playwood, Wemake, Opendot,  Wonder Way, Bici&Radici, Tipografia Reali, ABiCiDi Tipografia, Livello7, Associazione Polifemo.

Non è tutto. In vista del Milano Film Festival che si svolgerà a Base Milano e nel quartiere Tortona dall’8 al 18 settembre, gli organizzatori stanno già lavorando nelle aree di co-working per preparare il cartellone degli eventi che si annuncia ricco di sorprese.

La grande sfida della Città metropolitana

In un articolo pubblicato il  3 maggio scorso sul “Corriere della Sera”, Gian Giacomo Schiavi ha messo in evidenza i limiti della Città metropolitana milanese come è stata disegnata dall’attuale Legge 56/2014. Tale normativa, se ha previsto una certa autonomia che si è concretizzata nell’approvazione dello Statuto metropolitano, presenta numerosi punti critici, primo fra tutti la modesta estensione del nuovo ente. Difatti, la Città metropolitana di Milano non fa altro che riprodurre i confini della vecchia Provincia, composta da 134 Comuni. Ad essere esclusi sono inspiegabilmente territori che fanno parte integrante dell’area metropolitana milanese come Monza e la Brianza, il basso varesotto, il basso lecchese, il basso comasco, il cremasco, il lodigiano, il novarese, Vigevano, Bergamo e il basso bergamasco, Brescia e il basso bresciano.

Insomma, il Sindaco che sarà eletto alle prossime elezioni sarà a capo di un ente intermedio tra Regione e Comune la cui popolazione si attesta intorno ai 3 milioni e mezzo di abitanti. La grande Milano metropolitana è un’area su cui vivono in realtà più di 7 milioni di abitanti, caratterizzata da un’elevata mobilità dei cittadini che si spostano ogni giorno verso il capoluogo ambrosiano per ragioni di lavoro. Oggi un abitante di questa enorme conurbazione chiede servizi adeguati sul piano dei trasporti, della viabilità, delle infrastrutture. Sente l’esigenza di un governo metropolitano come avviene nella Grande Londra: un’area popolata da otto milioni e mezzo di abitanti, amministrata da 32 distretti urbani (municipalità con una popolazione media di 300.000 abitanti), gestita da un Sindaco metropolitano che, eletto da tutti i londinesi, viene assistito da un Consiglio composto da 25 membri.

Purtroppo la Città metropolitana di Milano sarà qualcosa di diverso dalla Grande Londra. Il modello non è certamente quello della City-Region. E’ piuttosto quello – come si è detto – di un ente intermedio che dovrà relazionarsi inevitabilmente con i Comuni e con la Regione in merito a funzioni amministrative che tali enti – com’è facilmente prevedibile – non saranno disposti a condividere tanto facilmente. Diversamente da quanto avviene nella Germania federale ove i Länder, esercitando funzioni politiche di tipo statale, lasciano agli enti intermedi la piena gestione dei servizi amministrativi di tipo metropolitano, in Italia le Regioni intervengono con leggi e atti amministrativi che spesso invadono le competenze degli enti minori.

23 sett Zone omogeneeIl prossimo Sindaco di Milano, chiunque verrà eletto, dovrà impegnarsi per rendere efficace il nuovo ente intermedio assicurando ai cittadini servizi adeguati nel campo della mobilità, della pianificazione interurbana, del trasporto pubblico, delle infrastrutture. La delibera n.51/2015 approvata dal Consiglio metropolitano il 30 novembre 2015 ha istituito sette zone omogenee entro le quali sono compresi i 133 Comuni metropolitani, Milano esclusa. Le sette zone sono istituite per assicurare il coordinamento delle funzioni svolte dai municipi e per garantire una efficace gestione sul territorio dei servizi metropolitani:

  • l’Alto Milanese: 258.000 abitanti ca, è composto di 22 Comuni, tra cui Legnano, Parabiago, Castano Primo, Cuggiono, Bernate Ticino;
  • Il Magentino-Abbiatense: 213.000 abitanti ca, 29 Comuni, tra cui Magenta, Robecco sul Naviglio, Abbiategrasso, Gaggiano, Rosate, Noviglio, Albairate;
  • Sud-Ovest: 238.000 abitanti ca, 16 Comuni, tra cui Opera, Trezzano sul Naviglio, Assago, Buccinasco, Cesano Boscone, Cusago, Rozzano;
  • Sud-Est: 173.000 abitanti ca, 15 Comuni, tra cui San Donato Milanese, San Giuliano Milanese, Peschiera Borromeo;
  • Adda-Martesana: 336.000 abitanti ca, 28 Comuni, tra cui Segrate, Vimodrone, Cernusco sul Naviglio, Gorgonzola, Inzago, Trezzo sull’Adda, Melzo, Cassano d’Adda;
  • Nord Milano: 315.000 abitanti ca, 7 Comuni tra cui Cormano, Sesto San Giovanni, Cologno Monzese, Bresso;
  • Nord Ovest: 315.000 abitanti ca, 16 Comuni tra cui Settimo Milanese, Rho, Lainate, Arese.

Il grande Comune di Milano città (che da solo raggiunge all’incirca il milione e mezzo di abitanti) non scompare. Si aggiunge a queste zone. Esso è stato diviso in nove municipalità corrispondenti alle nove zone attuali, ognuna delle quali sarà formata da un Presidente e da un Consiglio di Municipio. Diversamente dalle Zone Omogenee, le Municipalità milanesi non sono tuttavia federazioni di Comuni che si uniscono per gestire assieme i servizi eventualmente delegati dalla Città metropolitana. Sono enti decentrati dipendenti dal Comune di Milano.  La loro istituzione consentirà una migliore partecipazione dei cittadini all’amministrazione locale ma restano organi del Comune di Milano. non già della Città metropolitana. Continueranno pertanto ad essere fondamentali il Consiglio comunale di Milano e il Sindaco, entrambi eletti dai soli cittadini milanesi.

Insomma, come si può agevolmente constatare, la questione è complessa e contraddittoria: alle prossime elezioni i milanesi voteranno per un Sindaco le cui funzioni ricadranno non solo sull’amministrazione di una Milano che resta unita nei suoi 9 Municipi, ma anche in quella della Città metropolitana: i cittadini dei 133 Comuni che la compongono non parteciperanno in alcun modo alla sua elezione. Il candidato sindaco di centro sinistra, Beppe Sala,  ha detto opportunamente che, qualora fosse eletto, si impegnerà a rendere elettiva la carica di Sindaco metropolitano e chiederà al Parlamento e al governo centrale uno Statuto speciale per Milano che consenta alla città di superare l’attuale impasse. Come si dice in questi casi? La Speranza è l’ultima a morire…

Le stelle della moda sotto la Madonnina

In questi giorni a Milano si respira un’atmosfera magica. La settimana della moda è in pieno svolgimento: un evento imperdibile per gli appassionati, ma anche per il semplice uomo della strada che viene letteralmente ‘rapito’ dai tanti eventi allestiti nella capitale del fashion. Mercoledì il premier Renzi ha sostenuto che la moda è uno dei settori più importanti dell’economia italiana. “Dobbiamo vincere i luoghi comuni per rispetto a chi lavora in questo settore” ha detto Renzi aggiungendo: “la moda è fatta da donne e uomini che lavorano, che ci mettono passione, da imprenditori che hanno il coraggio di crederci anche quando non è facile … io sono qui per riconoscere una realtà che già c’è…”. Il premier, pranzando a Palazzo Reale assieme ai maggiori stilisti (Giorgio Armani, Angela Missoni, Renzo Rosso, Donatella Versace) ha voluto mostrare l’interesse del governo per un settore fondamentale dell’economia italiana. Intenso il programma della fashion week meneghina: dal 24 al 29 febbraio sono previste 73 sfilate, più di 90 presentazioni ed altri eventi che porteranno all’esposizione di numerose collezioni.

Cerchiamo ora di superare la superficie degli annunci per analizzare le ragioni che hanno spinto un presidente del consiglio italiano ad inaugurare, per la prima volta nella storia repubblicana, un evento glamour di dimensione cittadina.

Fashion followers
Una giovane passeggia per le vie di Milano…

In effetti, se studiamo a fondo le dinamiche dell’industria italiana della moda, ci rendiamo conto che la mossa di Renzi, pienamente azzeccata, è stata studiata nei minimi particolari. In una situazione generale di stallo (se non di lieve miglioramento per l’economia italiana), l’industria del fashion ha conseguito risultati di notevole successo negli ultimi anni grazie al genio e alla creatività delle aziende specializzate nel settore.

In questa sede svolgerò alcune riflessioni sul tema basandomi su una fonte di notevole interesse per gli storici e gli studiosi di scienze economiche: si tratta del rapporto – analisi e presentazione sono liberamente scaricabili da Internet  – che l’Area Studi Mediobanca ha dedicato al comparto della moda italiana. I bilanci più recenti sono quelli del 2014 ma gli esperti hanno condotto alcune previsioni per il 2015 che ci consentono di avere un’idea abbastanza precisa delle dinamiche interne a questo  settore. Nel 2014 la moda italiana ha costituito un giro d’affari pari a 224 miliardi con un incremento del 2% rispetto all’anno precedente. La crescita nel 2015 sarà probabilmente incrementata con un ritorno addirittura alla doppia cifra a causa della svalutazione dell’euro: si stima un aumento del 13% per un giro di affari stimato a 253 miliardi. Si tratta di un risultato importante. Quali sono però i mercati cui si rivolgono le aziende della moda italiana? Restando ai dati del 2014, l’Europa è stata il primo mercato mondiale con 76 miliardi seguita dalle Americhe con 72 miliardi e dall’Asia-Pacifico con 47 miliardi. La pelletteria ha interessato un giro d’affari pari a 65 miliardi, il comparto abbigliamento 54 miliardi, le gioielleria-oreficeria 52 miliardi, la cosmesi-profumeria 45 miliardi.

In altri termini, i mercati internazionali premiano la moda italiana nei vari settori. Anche in Europa i progressi sono notevoli. Qui però dobbiamo spiegarci perché non si capisce come mai il mercato di un vecchio continente in difficoltà (ricordiamo che i dati si riferiscono al 2014) abbia segnato un’ottima performance nella moda. A soccorrerci è ancora una volta l’analisi di Mediobanca, che ha messo in evidenza come in Europa – e ancor più in Italia – la contrazione dei consumi dovuta ai colpi di coda della crisi sia stata in parte compensata da uno shopping turistico di rilievo. Le stime del 2015 indicano un totale di 48 miliardi di euro. Questo fenomeno ha riguardato per il 74% quattro paesi europei: Francia, Germania, Gran Bretagna e Italia. Chi sono questi turisti benefattori che ogni anno vengono a trovarci e premiano le nostre aziende con i loro acquisti da nababbi? Nell’Europa del 2014 sono stati per il 36% cinesi e per il 9% russi. In Italia il fenomeno è ancora più lampante: i turisti stranieri che hanno premiato il Made in Italy nel campo del lusso sono stati cinesi per il 32%, russi per il 13%, americani per l’8%.

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Bianca Balti in una sfilata del 2010

Ma avviciniamo ancor più la lente alle aziende italiane della moda. L’Area Studi Mediobanca ha individuato 143 società che nel 2014 hanno avuto un fatturato di almeno 100 milioni di euro: 59 sono nel settore abbigliamento, 32 operano nel comparto pelletteria, 20 nel tessile, 11 nella gioielleria-oreficeria, 5 nell’occhialeria, 16 nella distribuzione. Dove si trovano? In larga misura nell’Italia padana: 56 nel Nord Ovest (Piemonte, Valle d’Aosta, Liguria, Lombardia), 55 nel Nord Est (Veneto, Emilia-Romagna, Trentino Alto Adige, Friuli Venezia Giulia), 32 nel resto d’Italia. Si tratta di una mappa geografica che sembra giustificare ampiamente il ruolo di Milano quale capitale italiana del fashion. La proprietà di queste aziende è in larghissima parte italiana: solo 44 sono a controllo estero (18 di queste sono all’interno di gruppi francesi).

Dal 2010 al 2014 le aziende della moda sono cresciute più della manifattura. Risultano inoltre meglio gestite: sono più redditizie, meglio capitalizzate e “liquide” (hanno molto “fieno in cascina” come si suol dire). Relativamente al fatturato, se l’incremento dei grandi gruppi manifatturieri è stato pari al 16,3% tra il 2010 e il 2014, quello delle aziende che operano nel fashion è stato del 27,7%. La forbice si fa ancora più larga se guardiamo all’incremento della redditività operativa (Ebit): +14,1% contro +25,1% della moda nel periodo 2010-2014. Maggiore l’aumento della forza lavoro: +14% per la manifattura contro un aumento del 22,7% della moda.

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Palazzo Trussardi tra via Filodrammatici e piazza Paolo Ferrari

Fa riflettere inoltre la differenza abissale nella struttura finanziaria tra i grandi gruppi manifatturieri e le aziende del comparto moda. Nel 2014 la redditività operativa dei primi è cresciuta del 6% contro il +9% delle seconde. Due parametri mostrano soprattutto la profonda diversità: la percentuale di liquidità (disponibilità di risorse) in rapporto ai debiti finanziari è stata pari al 50,4% nella manifattura mentre la moda ha dimostrato di sapersi gestire meglio con un rapporto pari al 73,7%. Un altro dato è il rapporto debiti finanziari/patrimonio netto, sempre relativo al 2014: se la manifattura presentava una percentuale elevatissima, pari al 140,4%, le aziende fashion non superavano una percentuale pari al 36,8%: questo significa che i debiti finanziari di queste ultime erano meno del 40% rispetto ai mezzi che avevano per farvi fronte.

All’interno delle 143 società operanti nella moda, l’Area Studi Mediobanca ha individuato un gruppo ristretto di 15 gruppi che tra il 2010 e il 2014 hanno raggiunto i picchi maggiori  per fatturato. Si tratta dei grandi marchi del lusso che elenchiamo in ordine alfabetico: Armani, Benetton, Calzedonia, Dolce&Gabbana, Geox, Luxottica, Max Mara, Moncler, Diesel, Prada, Safilo, Salvatore Ferragamo, Tod’s, Valentino, Zegna. Sono state considerate a parte Gucci e Bottega Veneta perché sono aziende che fanno parte della Società francese Gruppo Kering, rispettivamente dal 1999 e dal 2001.

Giorgio Armani
Giorgio Armani alla presentazione della sua autobiografia dedicata a 40 anni di moda

La classifica per fatturato vede in testa Luxottica con 7.652 milioni di euro, seguita da Prada con 3.552 mln, Armani con 2.535 mln, Calzedonia 1.847 mln, OTB (Diesel) 1.536 mln, Ferragamo 1.321 mln, Max Mara 1.310, Benetton 1.296, Zegna 1.210, Safilo 1.179, Dolce & Gabbana 1.045, Tod’s 966, Lir (Geox) 934, Valentino 721, Moncler 694. Per le italiane “conquistate” dai francesi, Gucci ha avuto ricavi per 3.497 milioni e Bottega Veneta per 1.131 mln. Il fatturato di queste aziende ha riguardato nel 2014 l’abbigliamento per il 46%, l’occhialeria per il 32%, la pelletteria per l’11%, le calzature per il 10%. Per numero di dipendenti si segnala Luxottica con 75.575 unità, seguita da Calzedonia con 30.705, Prada con 11.962, Armani con 8.112, Zegna con 7.663, Safilo con 7.609, Diesel con 6.286, Max Mara con 5.670, Dolce & Gabbana con 4.294, Tod’s con 4.239 e così via. Nel complesso le Top15 vendono più nei mercati extra europei, anche se il Vecchio Continente resta un mercato importante: 12,1 miliardi di fatturato in Europa contro i 15,7 miliardi nel resto del mondo. Si segnala in particolar modo la netta prevalenza delle vendite nei mercati esteri Luxottica (80,3% del fatturato fuori Europa), Ferragamo (73,1%), Zegna (72,6%), Prada (63,6%), Safilo (58,7%), Valentino (57,7%), Armani (55,7%), Dolce e Gabbana (55,3%).

Dalle analisi di Mediobanca possiamo ricavare due brevi riflessioni. La prima riguarda l’effettiva importanza del giro d’affari italiano della moda e del lusso, i cui prodotti sono apprezzati da una ricca clientela in netta prevalenza straniera. E’ vero che le aziende francesi di moda hanno fatturati superiori ai nostri ma non sono molto lontane da quelle italiane, che negli ultimi anni hanno mostrato di crescere con forza addirittura maggiore rispetto alle concorrenti d’oltralpe. La qualità, il design, la creatività del prodotto Made in Italy fanno ancora la differenza.

La seconda riflessione si lega invce alla debolezza della domanda interna italiana, che resta ancora eccessivamente bassa. Senza lo sbocco dei mercati esteri (compresi quelli europei) le nostre aziende avrebbero serie difficoltà. Per questa ragione è importante che il governo italiano si faccia portatore in Europa di una politica economica tesa a far crescere la domanda interna.

L’eccellenza italiana nell’industria della moda e del lusso può far storcere il naso al moralista che ritiene la raffinatezza dei costumi e il formalismo esteriore un segno di corruzione alimentando le diseguaglianze sociali in una repubblica che si vorrebbe informata alle semplici ed austere virtù del cittadino. Al contrario, le aziende che operano nella moda e nel lusso costituiscono una realtà di cui gli italiani dovrebbero andare orgogliosi.

Scriveva Pietro Verri nel celebre saggio Considerazioni sul lusso, pubblicato nel 1764 nel primo tomo, della celebre rivista “Il Caffè”:

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Pietro Verri (1728-1797)

Se il lusso ha per oggetto le manifatture nazionali, è cosa evidente che il restringerlo altro effetto non potrà produrre che quello di togliere il pane agli artigiani che campano sulle manifatture, desolare cittadini industriosi e utili, obbligarli ad abbandonare la patria, dare in somma un colpo crudele e funesto a molti membri della nazione, che hanno diritto alla protezione delle leggi, e alla nazione stessa spogliandola d’un numero di nazionali, diminuendosi il quale scema la vera sua robustezza.

Tornando sugli effetti benefici che le spese dei ricchi recavano all’economia di un paese andando a beneficio delle classi più povere ma industriose, il celebre illuminista lombardo scriveva:

Se il lusso nasce dalla ineguale ripartizione de’ beni e se l’ineguale ripartizione dei beni è contraria alla prosperità di una nazione, il lusso medesimo sarà un bene politico in quanto che dissipando i pingui patrimoni torna a dividerli, a ripartirli, e ad accostarsi alla meno sproporzionata divisione de’ beni. Il lusso è dunque un rimedio al male medesimo che lo ha fatto nascere; poiché l’ambizione de’ ricchi, che profondono, serve di esca ai vogliosi d’arricchirsi, e i danari ammassati, come una fecondatrice rugiada, ricadono sui poveri ma industriosi cittadini; e laddove la rapina o l’industria li sottrassero alla circolazione, il lusso e la spensieratezza loro li restituiscono.

P. Verri, Considerazioni sul lusso in “Il Caffè”, Tomo I, foglio XIV, in S. Romagnoli (a cura di), Il Caffè, Feltrinelli Editore, Milano 1960, pp.114-115

Gli faceva eco alcuni anni dopo Cesare Beccaria quando, agli studenti accorsi alle sue lezioni di economia pubblica, ricordava:

Cesare Beccaria (1738-1794)
Cesare Beccaria (1738-1794)

La ricchezza degli stati non nasce realmente che dalla fatica degli individui; la fatica degli individui bisogna appagarla; non si determinano gli uomini a fare questi pagamenti se non per convertirli in mezzi di godere ciò che più gli soddisfa. Di più, l’uomo non fatica, se non in proporzione dell’utile immediato che spera da quella provenirne; gli utili di questa fatica sono somministrati dalle spese dei ricchi, ossia di quelli che posseggono al di là del necessario fisico.

CBeccaria, Elementi di economia pubblica in C. Beccaria, Scritti economici, a cura di Gianmarco Gaspari, Edizione Nazionale delle Opere di Cesare Beccaria, Vol. III, Milano, Mediobanca 2014, pag.362.

I grandi magazzini Coin a Milano

In un film di Alfred Hitchcock risalente al 1966, Torn Curtain (“Il sipario strappato”), un fisico americano, Michael Armstrong (interpretato da un brillante Paul Newman), si trova per misteriose ragioni nella Berlino Est, capitale di un paese “a socialismo reale” (la Repubblica Democratica Tedesca) ove la produzione di beni e servizi, posta sotto il controllo e la gestione dello Stato, aveva finito per congelare una economia pianificata in cui gli operatori tendevano ad essere sempre gli stessi. L’impiegato di polizia Hermann Gromek, nel ricordare il periodo in cui era vissuto a New York, chiede ironicamente ad Armstrong: “Abitavo tra l’ottantottesima e l’ottava. C’era una pizzeria proprio all’angolo. Ci sarà ancora? Facevano una pizza meravigliosa”. Risponde lo scienziato: “Non saprei dirle” e Gromek ripete: “Ci sarà ancora?”: in questa domanda insistente è possibile cogliere l’avversione che doveva nutrire verosimilmente il modesto impiegato dell’Est nei confronti delle ricche società occidentali caratterizzate dalla mobilità lavorativa e dal rapido mutamento delle attività in libera competizione: alcuni negozi restano, altri scompaiono, altri ancora si trasformano, cambiano sede.

Quando mi è giunta notizia che il celebre negozio Coin di piazzale Loreto ha chiuso il 20 gennaio scorso, il pensiero – chissà perché – è corso alla pizzeria newyorkese di Gromek.

Intendiamoci. Nessuno si sogna di dire che Coin stia scomparendo. In questi ultimi anni il gruppo veneto ha però avuto alcune difficoltà, non diversamente da quanto avviene purtroppo per tante aziende italiane costrette ad operare in una società in lentissima ripresa ove il livello dell’imposizione fiscale resta elevato.

Vittorio Coin
Il fondatore: Vittorio Coin

Nei limiti di spazio imposti dal blog, traccerò un breve profilo storico della Coin. Il fondatore dell’azienda, Vittorio Coin, era un commerciante di tessuti che aprì il suo primo negozio a Mirano (un paese in provincia di Venezia) nel 1926. La crescita dell’attività divenne imponente nel dopoguerra grazie all’impegno dei figli Alfonso, Aristide e Giovanni, i quali avevano imparato il mestiere del commerciante affiancando il padre nella vendita di tessuti, filati e biancherie. Un legame familiare assai forte quello dei Coin, i quali avevano saputo fare del lavoro una religione di vita in linea con la tradizione mercantile dell’antica Repubblica di San Marco.

L’inizio del periodo d’oro può essere fatto risalire agli anni Cinquanta e Sessanta. Costituita nel 1952 in società per azioni, cinque anni dopo l’azienda acquisì la proprietà degli ex magazzini Öhler di Trieste. Gli anni Sessanta segnarono l’espansione di Coin oltre i confini del Veneto e il suo ingresso nelle attività dei grandi magazzini. Ma qui dobbiamo capirci. Cosa si intende per “grande magazzino”? Il grande magazzino si caratterizza per un’attività di vendita al dettaglio nel ramo non alimentare in edifici dotati di una superficie superiore ai 400 mq ove siano attivi almeno 5 reparti dedicati a prodotti che appartengono a diversi settori merceologici. I grandi magazzini Coin degli anni Sessanta presentavano, oltre alla vendita di vestiti e biancheria, articoli afferenti ai seguenti comparti: casalinghi, sportivi, giocattoli, pelletteria e profumeria. Una caratteristica che dura tuttora. Da ricordare che i Coin di Piazza 5 Giornate e Corso Vercelli (tuttora esistenti) operavano in spazi assai vasti per gli standard dell’epoca, presentando una superficie di 5000 metri quadrati disposta su otto piani.

Tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Settanta Coin consolidò la sua attività aprendo grandi magazzini in città quali Brescia, Varese, Mantova, Ferrara, Genova, Napoli, Taranto. Risale al 1968 la fondazione delle “Coinette”, una nuova catena che operava nelle periferie e nei piccoli centri urbani assicurando ai clienti prodotti a prezzi accessibili. Si trattava di una rete di negozi, divenuta ben presto capillare, che diede origine nel 1972 alla celebre catena “OVS” (Organizzazione Vendite Speciali) che assicura tuttora prezzi vantaggiosi mediante lo smercio degli articoli rimasti invenduti nei punti Coin. Nel corso degli anni Settanta e Ottanta l’azienda raggiunse il culmine del successo. E’ il periodo in cui lavorò la terza generazione della famiglia rappresentata dai figli di Aristide.

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Logo Standard usato dal Gruppo Fininvest dalla fine degli anni Ottanta al 1994. 

Nel 1998 i Coin rilevarono dalla Fininvest di Silvio Berlusconi il comparto non alimentare del gruppo Standa, i cui negozi furono progressivamente convertiti negli esercizi Oviesse. Tale azienda, la “Società Anonima Magazzini Standard” (poi Standa) aveva aperto il suo primo punto vendita a Milano nel 1931 con l’insegna “Moderno 33”. Occorre ricordare che la Standa era stata la prima azienda ad introdurre, nel 1956, il servizio vendita self service nel ramo alimentare. La filosofia del self service può essere riassunta in queste due semplici mosse: prendi il prodotto dallo scaffale e paga alla cassa.

Nel 2009 Coin acquisì un’altra storica catena milanese, più antica della Standa: la Upim. Fondata dalla Rinascente nel 1928 come “UPI” (Unico Prezzo Italiano), l’azienda, grazie alla consulenza della tedesca Tietz, era stata la prima ad introdurre in Italia il magazzino “a prezzo unico”, vale a dire uno spazio ove i prodotti avevano lo stesso prezzo di vendita, notevolmente inferiore rispetto a quello dei negozi. La lettera “M” fu aggiunta al nome “UPI” per indicare l’origine milanese di questi magazzini.

Al 2011 risale un’altra importante iniziativa del gruppo Coin, che dal 2005 non è più gestito dalla famiglia. Si tratta dell’apertura di Excelsior Milano nello spazio ove si trovava il cinema omonimo nella Galleria del Corso, a pochi passi da corso Vittorio Emanuele: in una superficie di 4.000 mq disposta su sette piani, l’architetto francese Jean Nouvel ha ricreato un ambiente extra lusso ove sono collocati i comparti della moda, del cibo e del design.

Come si ricordava all’inizio, gli effetti della crisi economica negli ultimi anni non hanno risparmiato il gruppo Coin. La chiusura dello storico punto vendita in piazzale Loreto costituisce una spia di questo periodo difficile. In base all’indagine condotta dall’Ufficio Studi di Mediobanca e pubblicata nel monumentale Annuario R&S, il gruppo Coin Spa risulta in perdita dall’anno 2011-12. I dati relativi al 2014-15 segnano un passivo di 89,1 milioni di euro. L’anno più difficile è stato però il 2012-2013, quando le perdite sono state pari a 93,4 milioni di euro. Conti difficili da digerire per un’azienda che, ancora nel 2010-11, risultava in utile per 48,2 milioni.

Ci auguriamo che Coin torni presto a ripetere i successi degli anni d’oro.

Una grande occasione per Milano: la riapertura dei Navigli

Nella breve risposta a una lettrice della sua rubrica sul Corriere della Sera la giornalista Isabella Bossi Fedrigotti, il 30 gennaio scorso, si è espressa contro la riapertura dei navigli, giudicandola un’impresa costosa perché tesa unicamente ad ingentilire il paesaggio urbano. Si tratterebbe quindi di uno spreco di risorse senza alcun beneficio per la collettività.

Romanticamente sarei d’accordo anch’io a riportare le acque in superficie e sappiamo che sono stati presentati validi studi di fattibilità, tuttavia mi sento di dire che gettare così tanto denaro in un’impresa gigantesca che ha lo scopo quasi esclusivo di ingentilire il paesaggio cittadino, mi pare oggi abbastanza fuori luogo. E lo dico perché quotidianamente, grazie a questa rubrica, ho notizia di presidi che chiudono, di sussidi che vengono abrogati, di personale che scarseggia in qualche servizio: sempre a causa di carenza di fondi”.

Le ha risposto bene il presidente dell’Associazione Riaprire i Navigli, l’urbanista Roberto Biscardini, che ha approfondito il tema da molti anni e, da consigliere comunale di Milano, conosce bene gli ingranaggi della macchina amministrativa comunale.

Vale la pena di contestare questa affermazione innanzi tutto perché è frutto di un grave errore di metodo che una persona che ricopre un importante ruolo culturale come Bossi Fedrigotti non dovrebbe commettere. Essa infatti confonde la spesa (spesa corrente) che il Comune dedica ai servizi di cui lamenta la riduzione con le risorse (spese in conto capitale, cioè investimenti) destinate a finanziare il progetto di riapertura dei Navigli, un progetto in grado di aggiungere valore alla città e di produrre reddito. Se poi si scende nel merito e andiamo a vedere a quanto ammonta la spesa in conto capitale che il Comune di Milano ha destinato nel 2015 agli investimenti (viabilità, trasporti, ambiente territorio, ecc) vediamo che essa è ammontata a ben 3,6 miliardi di euro.

Il costo del progetto per la riapertura è stato stimato in 200 o in 400 milioni di euro a seconda delle modalità che il Comune intende seguire.

Cosa posso dire? Credo che al Corriere molti abbiano una paura folle che la Martesana torni a scorrere dietro la sede del giornale in via San Marco! Una paura che non riesco francamente a spiegarmi.

In realtà, mi vado convincendo sempre più che la contrarietà alla riapertura sia in malafede o rifletta una presa di posizione dettata da interessi politici. Non mi stupisce che la signora Bossi Fedrigotti esprima la sua contrarietà in piena campagna elettorale, quando una candidata alle primarie (la vicesindaca Balzani) si è espressa nettamente contro la riapertura.

E’ però interessante notare che i contrari sono spesso quanti abitano in centro, a poca distanza dai navigli da riaprire, assaliti dalla paura dei lavori. Non sono disposti a tollerare qualche disagio (provvisorio) per un progetto che renderebbe la città un luogo stupendo in cui vivere e lavorare. Così facendo, si rivelano ostinati difensori di una Milano davvero brutta, una città che dovrebbe appartenere al passato con il suo asfissiante traffico automobilistico. Difensori di una città invivibile contro una Milano di domani fatta di attenzione all’ambiente (anche in centro), alla qualità della vita, alla salute dei cittadini; una Milano che torna ad essere città d’acqua e – come Amburgo, Amsterdam, Bruges, San Pietroburgo, Londra, Parigi – valorizza e conserva il suo grande patrimonio storico: i navigli.

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Il Laghetto di San Marco (oggi via San Marco) in una foto degli anni Venti del secolo scorso.

Quanti si oppongono non capiscono o non vogliono capire i benefici straordinari che la riapertura recherà al centro – e non solo al centro – nella valorizzazione a fini turistici dei navigli. Altro che riapertura nostalgica! Basta guardare quel che sarebbe via San Marco e il suo storico laghetto, reso ancor più bello dai dehors e dai percorsi ciclopedonali previsti lungo le sue sponde.

Colpisce che – fatta eccezione per Sala (che sui navigli ha pubblicato due anni fa un bel libro edito da Skira) – gli altri candidati alle primarie del centro sinistra non abbiano capito che le periferie torneranno ad essere belle e vivibili se anche il centro lo sarà. Ogni giorno i cittadini della Milano metropolitana vengono in centro dalle periferie e dai Comuni dell’hinterland: chi con i mezzi pubblici, moltissimi (troppi) con l’automobile e i motorini. Risultato? Le vie della cerchia interna sono intasate da un traffico automobilistico asfissiante che, oltre ad inquinare, rende problematici gli spostamenti dei pedoni e dei ciclisti, entrambi a contatto con uno smog dannoso alla salute.

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Ponte ciclopedonale nel distretto urbano di Sydhavn, vicino a Copenaghen, Danimarca.

E’ importante migliorare la vita delle periferie ma queste hanno senso se sono legate al centro da una politica coerente. Altrimenti scusate, irriducibili paladini delle periferie e delle periferie soltanto  – mi rivolgo principalmente ai sostenitori della signora Balzani – perché non proponete di renderle Comuni separati, indipendenti da Milano? Nessuno – giustamente – si sogna questo perché le periferie urbane sono legate al centro da rapporti di natura sociale ed economica tanto intensi quanto inscindibili. Risposte adeguate potranno venire solo da un decentramento amministrativo che faccia delle zone tanti municipi dotati di funzioni incisive in materie che sono proprie dell’area metropolitana. Compito svolto finora egregiamente dalla giunta Pisapia.

Colpisce quindi che nessuno dei candidati – fatta eccezione per Sala – abbia capito questa elementare realtà. Il centro città non è solo di chi ci abita, ma di quanti lo visitano e ci lavorano. Ecco perché è importante che anch’esso sia bello e vivibile, facendone un’area pedonale collegata alle periferie in un rapporto equilibrato. Vivibile il centro non sarà certamente fino a quando il traffico automobilistico intaserà le vie della cerchia interna. I navigli riaperti saranno infrastrutture turistiche di straordinaria importanza per migliorare la qualità della vita perché il centro non è solo di chi ci abita ma – lo ripeto – di quanti vi risiedono per svago o per lavoro. Il potenziamento delle linee metropolitane mediante l’attivazione della M4 renderà più facile lo spostamento dei cittadini riducendo l’uso della macchina.

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Ponte girevole sul Canale Saint Martin di Parigi.

I navigli renderanno possibili nuove attività lavorative nel campo dei servizi legati al turismo. Ma è importante insistere che la riapertura avrà un senso solo se renderà possibile la navigabilità della Martesana fino alla Darsena di Porta Ticinese mediante il Naviglio interno. Un progetto quindi su scala metropolitana e regionale teso a collegare, rendendoli navigabili, i tre navigli lombardi che scorrono nelle periferie urbane: Naviglio Martesana, Naviglio Grande e Naviglio Pavese. Altro che sogno di nostalgici! Il fine è valorizzare a fini turistici un patrimonio culturale e ambientale che renderà Milano una metropoli davvero internazionale, degna di stare al passo con le maggiori città europee.

Sala e Balzani: due idee diverse su Milano

Qualcosa, sia pur lentamente, si sta muovendo in vista delle elezioni comunali che si terranno a Milano il prossimo anno. E’ di oggi la notizia che l’assessore al bilancio della giunta Pisapia, Francesca Balzani, si è candidata nel centrosinistra per la corsa a Palazzo Marino. Il suo avversario, Giuseppe Sala, non ha ancora sciolto la riserva ma è certo che sarà il principale avversario della Balzani alle primarie che si svolgeranno il 7 febbraio.

Mentre a sinistra cominciano ad accendersi i riflettori, nel centro destra è buio completo. In effetti si è candidato Corrado Passera alla testa di un partito, Italia Unica, che mira a raccogliere il consenso di un elettorato che non si riconosce né in Salvini né in Renzi. L’impressione tuttavia è che qui si navighi ancora in alto mare. C’è poi il centro destra in cui domina ancora la figura di Berlusconi, che non ha ancora scelto in via definitiva il candidato sindaco, consapevole che le elezioni amministrative del 2016 saranno un terreno molto spinoso.

Giuliano_Pisapia_in_Piazza_Scala_a_Milano,_27_giugno_2012
Giuliano Pisapia, Sindaco di Milano dal 2011

Il centro sinistra ha una marcia in più. Può contare sugli ottimi risultati conseguiti in questi anni dalla giunta Pisapia. Per chi si trova all’opposizione è veramente difficile convincere i cittadini che a Milano le cose vanno male, che la città si trova in condizioni peggiori rispetto a cinque anni fa. Tutti gli indicatori dicono il contrario e questo non solo per merito di Expo. E’ il risultato di un lavoro umile, trasparente, al servizio della città che l’amministrazione Pisapia ha saputo portare avanti grazie a un dialogo costante con la società civile. A Milano ci sono quartieri che sono “letteralmente” rinati. Basti pensare – per non fare che un esempio emblematico – al significato che ha avuto la Darsena per la valorizzazione del patrimonio culturale dei navigli milanesi. Certo, sono ancora molti i problemi da risolvere: penso all’edilizia popolare, al recupero degli scali ferroviari dismessi, al rafforzamento dei piani antismog, all’aumento ulteriore delle aree verdi.

Oggi però Milano si trova ben piazzata nelle classifiche internazionali delle città da visitare. Sarà difficile per il centrodestra competere “alla pari” alle prossime elezioni comunali. L’alternativa a Pisapia – ammesso e non concesso che di alternativa si possa parlare – si giocherà piuttosto all’interno del centro sinistra milanese. Per questo motivo le primarie del 7 febbraio assumeranno un peso determinante per il futuro della metropoli. Gli elettori saranno chiamati a scegliere sostanzialmente tra due persone che rappresentano due modi diversi di pensare al futuro della città; due idee che a ben vedere, lungi dall’essere in opposizione, possono integrarsi a vicenda.

Giuseppe Sala
Giuseppe Sala, Commissario unico di Expo 2015

Giuseppe Sala (classe 1958) proviene dal mondo dell’imprenditoria. Non occorre ricordare i ruoli importanti che ha rivestito in Pirelli e in Telecom. Gli italiani, presso i quali gode di una meritata popolarità, lo conoscono soprattutto come il commissario unico di Expo che ha lavorato a testa bassa per allestire una Esposizione Internazionale che fosse all’altezza di un grande Paese come l’Italia. Il risultato non è stato eccellente ma di questo non si può dar la colpa a Sala. Si era partiti in clamoroso ritardo (per colpa dei politici), c’erano stati numerosi arresti per corruzione tra i manager chiamati a gestire le varie parti di Expo. Sala si è speso anima e corpo per evitare a tutti i costi che il Paese facesse una pessima figura a livello internazionale. Se questo risultato è stato raggiunto, lo dobbiamo a lui, all’azione di Cantone contro la corruzione e alla sinergia tra le istituzioni: Stato, Regione Lombardia e Comune di Milano. Certo, si poteva fare meglio ma quel che importa è che ne siamo usciti bene.

Quali sono le doti sulle quali Sala può contare qualora fosse eletto Sindaco di Milano? Ha la capacità di produrre risultati in tempi certi, quell’operosità tipicamente milanese abituata a ragionare per obiettivi che è necessaria per chi vuole amministrare un Comune importante come Milano. Sala ha sostenuto che da sindaco il suo impegno sarà di rendere Milano una città aperta a tutti, puntando sulle periferie e sui Comuni circostanti mediante il rilancio della Città metropolitana. La città ambrosiana, – ha detto – deve “cessare di essere una Milano da bere per pochi, deve divenire una Milano da bere per tutti”. La critica è qui implicitamente all’amministrazione Pisapia, che non si sarebbe spesa a sufficienza per investire nella dimensione metropolitana di Milano.

Francesca Balzani con Pisapia
Francesca Balzani con Giuliano Pisapia

Veniamo ora all’assessora al bilancio Francesca Balzani. E’ più giovane di Sala, ha 49 anni. Non è milanese. E’ originaria di Genova ma – come si suol dire a giorno d’oggi – si considera “milanese d’adozione”. Da 20 anni vive nel capoluogo lombardo, una città che ama moltissimo perché – dice l’assessora – l’ha fatta sentire parte di una comunità. Attualmente è vicesindaco nella giunta Pisapia. La sua diversità da Sala è nello stile e nel metodo. Nello stile perché, diversamente dal commissario di Expo, la Balzani ritiene che Milano debba continuare nella strada imboccata da Pisapia. Vorrebbe che la città fosse ancora più sensibile a un cultura civica che investa sulla mobilità sostenibile per migliorare la salute dei cittadini, l’ambiente e la vivibilità.

La diversità da Sala è anche nel metodo. Sala ha il piglio del manager, dell’uomo forte che decide, impone la sua linea e porta a termine il suo compito. Sembra un po’ il Mr Wolf del celebre film Pulp Fiction di Tarantino: risolve problemi. La Balzani rappresenta per converso quell’anima comunitaria che è il lascito più prezioso della giunta Pisapia: la capacità di condividere i progetti con la società civile aprendosi agli altri; questo metodo ha saputo fare della comunità milanese un soggetto attivo in cui i cittadini, attraverso gli istituti di democrazia diretta e il decentramento dei municipi di zona, hanno i mezzi per intervenire ed eventualmente correggere i progetti elaborati dal Comune. L’azione amministrativa è qui concepita come il risultato di un confronto con la società, con i cittadini dei quartieri, con le associazioni.

In una recente intervista la Balzani ha sostenuto che intende puntare sulle tre linee guida che sono alla base della giunta Pisapia: a) legalità e pulizia morale nell’esercizio delle funzioni pubbliche: la giunta deve continuare a svolgere il suo compito investendo sulle persone oneste e competenti; b) cultura: occorre che il dialogo con le università continui mediante nuove attività di collaborazione che abbiano quale fine ultimo la valorizzazione del patrimonio storico culturale di Milano; il piano di fattibilità per la riapertura dei navigli in centro città elaborato dal Politecnico grazie al sostegno dell’ex vicesindaco Ada Lucia De Cesaris costituisce uno degli esempi più importanti di questa collaborazione tra Comune/Università: il Comune ha finanziato uno studio di fattibilità per rendere il centro un’area in cui a dominare non sarà più il traffico e lo smog, bensì il verde dei parchi e dei giardini, l’azzurro dei canali navigabili a due passi dalla Madonnina; il rosso delle piste ciclabili e dei percorsi pedonali lungo le vie del centro: un’area in cui i cittadini, oltre a recarsi per lavoro nei palazzi del terziario, potranno fruire di spazi ricreativi, turistici, caratterizzati da un alto standard di vivibilità e di qualità ambientale; c) creatività: occorre proseguire il lavoro di sinergia con il mondo della moda, del design, dell’arte che ha consentito di valorizzare gli spazi urbani rendendo visibile quella capacità d’innovare rivelando soluzioni inedite che è una delle anime caratteristiche di Milano.

Sala e Balzani hanno quindi idee importanti per il governo della città. Sala punterà certamente sull’idea della Città metropolitana, concepita come istituzione di raccordo tra centro e periferia per l’estensione di standard omogenei nel campo dei servizi pubblici, dei trasporti, della viabilità. La Balzani insisterà sui grandi temi della cultura, della mobilità sostenibile, della vivibilità e dell’ambiente. Due idee che sarebbe bene tenere assieme.